Gianfranco Murtas

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Nel decennale della morte di Antonio Romagnino. Ancora sui suoi rapporti con L’Unione Sarda e con gli Amici del Libro

di Gianfranco Murtas


Siamo al decimo anniversario della scomparsa dolorosa di Antonio Romagnino, amico e maestro – maestro vero, illuminante nella guida che era una compagnia gradevole, intensa ma sempre delicata e mai saccente – e onorarne la memoria, quest’anno ancora, così come tutti gli anni, è per me come sciogliere un voto: perché la sua arte umana non soltanto culturale mi entrò dentro gratificandomi e, ad un tempo, indirizzandomi fin dalla giovane età. Eccoli i due verbi giusti: gratificandomi con la sua generosità – generosità e garbo sempre, nella norma per il grande come per il minimo –, indirizzandomi con la prospettiva lucidamente delineatami – e speculare a quella che andava per l’europeismo militante – centrata su Cagliari, sulla nostra città amata. Su Cagliari letta diacronicamente nel suo territorio e nella sua storia, nei suoi eventi e nei suoi personaggi, vescovi e poeti, popolani e professori. Io adolescente ancora, lui intellettuale d’indubbio prestigio e con una sua autonomia di spirito (e di resa civile) direi palesemente totale, eppure insieme rivelatrice delle fonti, che erano fonti canoniche: il progressismo liberale che aveva elaborato e fatto propria la scuola democratica dell’associazionismo americano (appreso nel biennio della prigionia), la laicità integrale dell’ordinamento che consentiva facilmente – facilmente a lui – di portare nei passaggi pedagogici del suo liceo uomini e autori come padre David Maria Turoldo o padre Ernesto Balducci o don Lorenzo Milani al pari nientemeno che di Pier Paolo Pasolini. Un liberale critico lettore e interprete dei cristiani critici e d’un marxista critico. Forse è nel comune aggettivo di quei tanti sostantivi la cifra umana e intellettuale di Antonio Romagnino: critico, spirito critico.

Continuando il discorso…

Tornando lo scorso anno, ancora nella ricorrenza anniversaria della scomparsa, sulla sua vicenda umana e intellettuale mi soffermai sul complesso rapporto che egli ebbe con Nicola Valle, suo collega docente al Dettori e suo predecessore nella presidenza degli Amici del Libro (cf. “Antonio Romagnino fra Marinetti e Nicola Valle, a Cagliari. E belle cose agli Amici del libro e nella saggistica”, Giornalia 26 novembre 2020). Nel tanto entrò dunque anche qualche fascio di luce sulla militanza/non militanza – fino all’assunzione appunto della carica di vertice – di Romagnino nell’associazione che Valle aveva formalizzato nel 1944, ma effettivamente fondata l’anno precedente nel riparo dello sfollamento ad Isili, insieme con poche altre personalità della cultura, scolastica e no, cagliaritana.

In diversi articoli precedenti (ma in particolare in quello, ancora su Giornalia, del 4 novembre dello stesso 2020 titolato “Ricordando Antonio Romagnino, nel nono anniversario della morte. Il suo primo articolo su L’Unione Sarda”) avevo estesamente riferito del suo quarantennale “impegno di firma” con L’Unione Sarda: con il quotidiano allora di Terrapieno ed ancora a direzione Crivelli (con Gianni Filippini caporedattore e responsabile della pagina culturale) il professore collaborò fin dal 1970 – dal 17 ottobre 1970 –, inizialmente con recensioni librarie a cadenza quindicinale (nella rubrica settimanale dedicata alle novità editoriali, testatina “Nel mondo dei libri” e quel primo articolo si titolò “Il poeta Poerio esce dall’ombra”), mentre successivamente egli… si allargò – o meglio: gli fu richiesto… di allargarsi – al commento su questioni anche di più stretto e vario interesse civile, ivi incluso quello ambientale. Né si dimentichi che proprio in quei primi anni ’70 del Novecento la sezione cagliaritana (di fatto regionale) di Italia Nostra fu una creatura tutta di Antonio Romagnino.

Le lettere scarlatte

Oggi vorrei, e a proposito degli Amici del libro e a proposito de L’Unione Sarda, recare un nuovo e pur modesto contributo di precisazione e integrazione. Ambiti autonomi l’uno dall’altro, ma, si vedrà, in parte anche collegati. Perché fu proprio ospitata da L’Unione Sarda una polemica che riguardò la benemerita associazione e Romagnino ne fu uno dei protagonisti, anticipando di cinque anni la sua firma sulla foliazione del giornale nella quale poi altre tre o quattromila volte essa comparve a darci lezioni di intelligenza sempre.

Mettiamola così: m’è occorso recentemente di scovare un articolo che precede, sempre sulla terza pagina del quotidiano, quel primo della collaborazione alle settimanali recensioni librarie datato 17 ottobre 1970. Questo è di polemica con Rinaldo Botticini – suo collega nella scuola (bresciano di vent’anni più giovane, dunque allora meno che trentenne) e poeta di vocazione, nonché esponente del Partito Socialista Italiano – relativamente alla qualità del mondo culturale cagliaritano. Fu un botta e risposta con replica finale di Botticini di evidente interesse: insomma un tanto da dare avvio ad una rubrica che durò alcuni mesi, con una quindicina di interventi, sotto il titolo di “Lettere scarlatte”. Tutto avvenne nel marzo 1965 e in appendice riporto – integralmente per Romagnino, per larghi stralci per Botticini – quel ping pong dialettico.

Con l’occasione vorrei fornire qualche dettaglio sulla partecipazione del nostro professore alla vita degli Amici del libro negli anni ancora quasi iniziali dell’associazione. Non so se la ricognizione – avvenuta incrociando i dati emersi dalle annuali relazioni del presidente Nicola Valle (pubblicate su Il Convegno) con quelli dei notiziari di cronaca cittadina de L’Unione – sia piena e completa, credo di sì ma lascio ad altri di eventualmente integrare, e comunque gli elementi acquisiti costituiscono una novità che pareva giusto portare alla biografia intellettuale del Nostro.

Anni ’50, ’60 e ’70, gli appuntamenti con gli Amici del libro e la Dante

Non socio ma pure occasionale, o a stagioni, frequentatore delle conferenze o delle manifestazioni degli Amici del libro e della Dante, sodalizi gemelli con sede nel sottopiano del palazzo municipale e ingresso nel largo Carlo Felice, egli non s’era mai negato agli inviti del presidente di partecipare come oratore (o commentatore delle cantiche) in circostanze diverse. La lista non è cosa lunga, e però dimostra una cordiale disponibilità, dandosene le condizioni, alla collaborazione. Così addirittura dal 1952 – era il 25 marzo – quando il professore (allora giovane 35enne già con cattedra titolare al Dettori) lesse e commentò il X Canto dell’Inferno; così il 20 maggio 1955, quando invece tenne una conferenza su Giosuè Carducci, personalità d’eccellenza che a Cagliari (e a Sassari), quando morì, nel 1907, fu celebrato in numerose e affollate manifestazioni (e allora gli studenti del Dettori ne onorarono la memoria, secondo la virtuosa pratica transitiva che valeva anche per Mazzini, Cavallotti e Garibaldi, deponendo una corona di fiori presso il monumento di Giovanni Bovio allo square delle Ferrovie Reali).

E ancora: il 14 dicembre 1961 ecco ancora Romagnino partecipare ad una tavola rotonda con Giuseppe Fiori, Mariolina Maxia e Nicola Valle per presentare il romanzo di Raffaele La Capria Feriti a morte… il 19 marzo 1963 leggere e commentare, nell’aula magna del Dettori, il XVII Canto del Paradiso… il 17 novembre dello stesso anno recensire, stavolta con Giuseppe Uccheddu, il volume di Alfonso Usai Una società perfetta… il 12 maggio 1964 tornare a Dante con lettura e commento del Canto XXV del Paradiso…

Lunedì 8 marzo 1965, in apertura del ciclo “Convegni in Biblioteca”, ecco riaffacciarsi il professore alle attività del sodalizio (o del doppio sodalizio Amici del Libro/Società Dante) presentando, ancora nella sede sociale, stavolta insieme con Giuseppe Meloni e Nicola Valle, il romanzo Ascanio di Francesco Zedda. E così continuano, continueranno queste partecipazioni, invero… quasi centellinate e perciò da ritenersi “misura” del relativo coinvolgimento personale del professore e anche, forse, del suo rapporto privato – tutto speso sul crinale solidarietà/diffidenza – con Nicola Valle presidente… pervadente. Perché proprio ancora con Nicola Valle, oltreché con Francesco Alziator e Marcello Serra, non si negherà, Romagnino, il 7 maggio 1968 ad illustrare alcune opere di scrittrici italiane riunite dalla FIDAPA in un “raduno nazionale letterario”, né si negherà l’anno dopo, a far gruppo con “gli amici” di Giovanni Pepitoni per celebrare questa grossa personalità della intellettualità cagliaritana, francesista di vaglia, al compimento del suo 80° compleanno, da cui verranno manifestazioni pubbliche e anche uno speciale fascicolo de Il Convegno.

Anche altri interventi, o anche pochi altri – ma in fondo, a enumerarli, neppure così pochi – potrebbero rilevarsi negli anni successivi, quelli del decennio e più che anticipa la sua necessaria presidenza: il 15 novembre 1970 parlando, con il prefetto Senio Princivalle, del centenario di Roma capitale (nell’atmosfera delle Terme Romane di Fordongianus illustrate ai soci visitatori dal prof. G. Tore). Partecipando nel 1971 al centenario deleddiano e consegnando alla rivista (per il numero speciale di dicembre 1972) un breve scritto: “Versi e prose giovanili” (della Deledda, s’intende). Celebrando Manzoni, il 27 marzo 1974, con il commento alla “Pentecoste”. Donando a Il Convegno, per il suo speciale bosano della primavera 1977, l’articolo “Bosa aspetta il suo poeta”. Ancora il 28 maggio 1977 presentando il volume S’arreula di Anonimo Cagliaritano (con Giovanni Lilliu e lo stesso… anonimo autore Aquilino Cannas).

Il 26 gennaio 1978 gli Amici del libro e la sezione cagliaritana di Italia Nostra da lui presieduta concordarono di celebrare insieme Raffa Garzia, il famoso letterato cagliaritano (docente dettorino e universitario a Bologna) nonché direttore de L’Unione Sarda nel primo Novecento: Romagnino fu l’oratore ufficiale e con lui intervennero Gianni Filippini, Nicola Valle e Alberto M. Cirese. Merita ricordare che proprio allora uscirono in reprint dalla EDES i Mutettus cagliaritani raccolti e pubblicati dal Garzia nel lontano 1917.

Nel “giorno della Dante”, nel maggio 1980, ecco ancora il nostro professore illustrare gli scopi dell’associazione. Nell’occasione venne distribuito uno speciale fascicolo de Il Convegno dedicato interamente all’esposizione delle benemerite attività del sodalizio.

Il 22 aprile 1982 il professore intervenne ad una tavola rotonda insieme con Vittorino Fiori, Antonio Cederna (dirigente nazionale di Italia Nostra) e Paolo De Magistris per presentar il proprio libro Cagliari Marina...

Ormai la svolta – la doppia svolta personale – si annunciava nell’impegno pubblico di Antonio Romagnino: quello di scrittore – ed egli sarebbe stato prolifico scrittore – e quello di presidente degli Amici del libro, ancora per qualche tempo in combinazione con la responsabilità della sezione di Italia Nostra.

Appendice – Discutendo con Rinaldo Botticini (rubrica “Lettere scarlatte”)

Con un distico redazionale che prudentemente avvertiva come l’articolo appresso pubblicato avrebbe potuto provocare reazioni anche accese, appunto avverso tesi ritenute o immaginate “vivaci e magari irritanti”, L’Unione Sarda inaugurava il 14 marzo 1965 la rubrica “Lettere scarlatte”. Al primo intervento del prof. Botticini rispondeva il prof. Romagnino (il 17 marzo), e nuovamente il prof. Botticini concludeva (il 21 marzo) la prima tranche. Ma il dibattito circa la cultura “vissuta” a Cagliari sarebbe continuato.

(Mi permetto di cogliere questa occasione per dare onore anche alla memoria dello sfortunato e brillantissimo professor Rinaldo Botticini che troppo giovane – 57enne – ci lasciò nel 1994. A noi sono rimasti i suoi libri: Cagliari amore e rabbia, 1975 e 2011; Camping Sardegna: guida del turismo all’aria aperta, 1990; Geo Sardegna: ambiente uomo insediamenti: dalle origini ai nostri giorni, 1991; Ve lo dico in favola, 1993; e numerose decine di articoli).

Rinaldo Botticini: “I nemici del libro”

E’ stata senz’altro scortese la sorte a farci vivere a Cagliari. Da noi chi vuole trovare motivi di vita insegue chimere. L’ambiente è ostile, il clima bizzarro, la cultura languente. Di quest’ultima vorremmo parlare. Scrivemmo, orsono tre anni, queste precise parole: «da noi quasi ogni manifestazione che vorrebbe essere a carattere culturale è, invece, a carattere divagativo o salottiero o individualistico»… «A Cagliari una cerchia ben individuabile di sedicenti letterari monopolizza tutte le espressioni culturali, religiose, pagane, folcloristiche ed encomiastiche. La maggior parte di noi non risponde a questi grotteschi richiami e il nostro atteggiamento rispecchia un segreto anelito ad una cultura più larga, più popolare, più aperta, più profonda».

Ora le nostre acerbe dichiarazioni trovano completa conferma. I monopolizzatori suddetti continuano a organizzare arcadiche riunioni, oziosi trattenimenti, manifestazioni futili ed assurde. L’ultimo esempio lo abbiamo avuto da un convegno organizzato da “Gli amici-nemici del libro” che ha convocato, per mezzo radio, giornali e inviti, eroici donatori d’ascolto ad una recensione di un romanzo di Francesco Zedda, intitolato Ascanio. I critici illustri hanno parlato rispettivamente di: 1) riassunto del libro; 2) critica morale; 3) critica estetica. Abbiamo aspettato pazientemente che concedessero la parola agli ascoltatori che volessero esprimere il loro parere sul romanzo o sull’organizzazione della seduta e invece ci hanno chiesto solo applausi.

Allora, caro direttore, bisogna che lei ci conceda ospitalità affinché le cose che ci hanno impedito di dire in una piccola sede, limitando la nostra libertà, vengano dibattute in una pubblica palestra che della libertà è paladina.

Sosteniamo apertamente che a Cagliari l’ambiente culturale ha bisogno di svecchiamento perché è stantio e ammuffito. In campo letterario ad esempio, gli organizzatori di cultura si baloccano ancora con la critica estetizzante o psicologica, deformazione e degenerazione del peggior crocianesimo.Quando non bamboleggiano su leziosi inzuccherati luoghi comuni dell’Arcadia. Di loro si potrebbe ripetere ciò che Giuseppe Baretti diceva di Zappi «il poeta favorito di tutte le nobili damigelle che si fanno spose, che tutte lo leggono un mese prima e un mese dopo le nozze loro… Oh! cari quei suoi smascolinati sonetti, pargoletti piccinini, mollemente femminini, tutti pieni d’amorini!». Infatti nessuna voce nuova e robusta a noi è capitato di sentire nel loro ambito, in quasi dieci anni di permanenza in questa città. Quando non hanno lacerato Dante con pedantesche letture hanno inventato miti per far nascere dal nulla, col solo aiuto del loro vento favonio, inesistenti poeti o pittori ignari della loro origine divina. Si sono posti sulle cattedre e sui tavoli presidenziali a dettare vaniloquie divagazioni e a trinciare lisi giudizi.

In letteratura sono arrivati, a stento, a Carducci, Pascoli e D’Annunzio; in pittura si sono fermati al Tintoretto o al Guardi; in architettura non sono andati oltre il barocco, in musica hanno accolto il pontificato di Verdi, in religione sono appollaiati su Tommaso D’Aquino; in storia da Croce non si esce, in filosofia è già troppo accettare Hegel, sociologia antropologia psicologia sono mostruosi neologismi, al massimo si può liberare in volo l’immaginazione sulla archeologia: gli scavi di Nora.

Quanti di loro hanno letto Giorgio Luckas, Galvano della Volpe o Gillo Dorfles? Chi di loro ha avuto anche il più vago desiderio di incontrarsi con i giovani, di aprir con essi un dialogo, di frenare magari la loro intemperanza ma di ascoltarne le istanze che sono generose, nobili, colme di entusiasmo e di amore?

Non hanno mai avuto il senso delle fugacità della vita e il pensiero che sul tessuto della generazione vecchia si innesta il tessuto della generazione nuova e che, per fatale processo storico, degli insegnamenti dei padri i figli devono accogliere solo i migliori, quelli risonanti nel presente? Conosciamo legioni di giovani profondamente colti e sicuramenti dignitosi. La loro voce si perde nella bruma fittissima della pseudocultura o mezza-cultura imperante, si fa cenere sul rogo fatuo delle manifestazioni ufficiali.

Da parte nostra ci impegniamo, con fermezza, a non partecipare mai più alle fiere della vanità; e rifiuteremo, con sdegno, di pagare le tasse a quegli enti che, coi nostri denari, sorreggono associazioni come quella de “Gli amici del libro” che (bisogna finalmente dirlo per Giuda!) costituiscono soltanto il diletto di vecchie zie e il sostegno di pochi perdigiorno.

Antonio Romagnino: “Un bersaglio inesistente”

Gent. direttore,

sono uno degli «illustri critici» a cui con facile ironia accenna il prof. Botticini nella prima delle Lettere Scarlatte del suo giornale. Ma è cenno breve, che non meriterebbe una replica. Il bersaglio è infatti un altro: l’associazione degli Amici del Libro, vista dal Botticini come il ricettacolo della «pseudocultura» o «mezzacultura» cagliaritana.

Non sarò io a prenderne la difesa: non ne sono socio e tampoco dirigente, e siedo, le poche volte che la frequento, fra gli spettatori. E’ solo una disgraziata eccezione alla mia irriducibile pigrizia, cui si adatta molto meglio il più abituale posto di spettatore paziente, che mi ha portato, qualche giorno fa, dall’altra parte, sulla fastidiosa sedia degli oratori, a parlare dell’ultimo romanzo di Francesco Zedda. A parlarne non bene, ma secondo una mia precisa convinzione e in una conversazione senza pretese. Ed è proprio un bel volo trarre da un episodio così modesto occasione a mettere sotto accusa la cultura cagliaritana. Tutta provinciale, dice il Botticini. E crede di fare chissà quale scoperta. Sono invece d’accordo con lui. Solo che non si illuda di esserne fuori: ha atteso dieci anni a fare la tirata contro gli Amici del Libro, e come non spiegare questa così lunga impunità che ha riservato alla “famigerata” associazione se non con una sua rassegnazione tipicamente provinciale? E provincialissima mi pare anche questa pretesa di fare l’Arbasino cagliaritano, che vorrebbe combattere la sua bella battaglia, contro i “mandarini della cultura” locali. Non c’è senso delle proporzioni: a Milano, a Torino, dove Arbasino, applauditissimo, conduce quella polemica, i suoi colpi raggiungono il bersaglio molto preciso della industria della cultura, degli scrittori che non hanno corrisposto al “boom” di un pubblico nuovo, dei critici compiacenti trasformati in blurb-writers, cioè in addetti alla compilazione del “blurb”, che sarebbe il risvolto, la schedina che, sempre accomodante e carezzevole, presenta il libro nuovo, ecc. ecc. Cioè prende di mira un monopolio reale, che si è formato in senso ad una vita culturale autentica, la quale ha avuto, in tempi diversi e qualche volta remoti, momenti di effettiva feconda libertà.

Ma qui? Siamo alla preistoria, o almeno ad una stentata alba. Che cosa mai si potrebbe monopolizzare (quando anche lo si tentasse), se non v’è tradizione continuata di scrittori, di critici, di circoli, di giornali e di riviste? E invece c’è l’impegno onesto di molti a non fare i blurb-writers o almeno una situazione completamente priva di interessi concreti che scoraggerebbe qualsiasi tentazione di diventarlo. Mi pare invece che questa situazione nostra, di terra di nessuno, di anno zero, sia estremamente favorevole ai giovani, di un’avanguardia, che, se c’è, non ha da spazzar via nessuna divinità indigete. Se ci sono «queste legioni di giovani profondamente colti e sicuramente dignitosi», possono facilmente farsi avanti, anche guidati da Rinaldo Botticini. Li leggeremo, li ascolteremo, speranzosi solo che non abbiano la pedanteria del corifeo, certissimi che i più vecchi non abbiano letto Gyorgy Lukacs, Galvano della Volpe o Gillo Dorfles (e perché non anche Hauser, Auerbach, Warren e Wellek?). Li abbiamo letti invece, solo che, per non essere dei nuovi aristotelici, abbiamo cercato di non vedervi le ultime luminose frontiere del pensiero.

Infine un augurio quasi “meteorologico”. Il Botticini lamenta anche il «clima bizzarro» di questa squallida provincia in cui è costretto a vegetare da dieci anni. Non se ne rammarichi poi tanto, perché la cosa ha anche un suo vantaggio, seppure non immediato. Egli è giovane e potrà conoscere climi anche più bizzarri: le isoterme cambiano per Cagliari e forse tra qualche decennio la nostra non sarà neppure più una delle città più solari d’Italia. Avremo più freddo, ma saremo più vivi, più attivi, più alacri, e quindi anche più colti. Si rallegrerà allora il nostro Botticini che il clima mutato si sia portato via l’atmosfera arabizzata e spagnolesca che oggi lamenta. A meno che l’onda glaciale non vada troppo oltre e non finisca per avere ragione il poeta che vedeva gli uomini «ristretti sotto l’equatore dietro i richiami del calor fuggente» a contemplare con gli occhi vitrei il sole calare dietro una immane ghiaccia.

Rinaldo Botticini: “Le barriere del silenzio”

Premetto che non desideravo affatto che la mia lettera fosse posta in tanto rilievo, cerchiata nella terza pagina de L’Unione Sarda di domenica 14, ad aprire addirittura una nuova rubrica. Esprimevo le mie opinioni su un quotidiano regionale, come lettore, appunto, di detto giornale. E la mia lettera blasfema sarebbe dovuta finire, come era mio intendimento, nella umile e tradizionale rubrica “Parlano i lettori”.

Invece, anche a causa della impaginazione nuova, ho ricevuto una gragnuola di insulti per aver profanato le divinità autoctone, per aver infranto gli idoli consacrati da un fittizio favore popolare e dagli organi preposti al reggimento della cultura sarda, per aver intrapreso la lotta iconoclasta per la distruzione delle immagini. […]. E non ho risposto agli insulti.

Degna di molta considerazione è, invece, la severa nota del prof. Romagnino («un bersaglio inesistente», Unione Sarda n. 64, 1965). Aguzzare le armi della polemica contro Antonio Romagnino, che ad una sicura dottrina unisce una profonda coscienza professionale, significherebbe, perlomeno, mancanza di generosità. Non contro di lui, infatti, erano dirette le mie irreligiose considerazioni. Anzi, se avessi avuto la possibilità di discutere su dei nomi, il suo non sarebbe comparso se non per esser escluso dal numero dei molti altri, che della vanità e del dilettantismo hanno fatto le loro bandiere. Romagnino stesso afferma di essersi trovato «per disgraziata eccezione alla sua irriducibile pigrizia sulla fastidiosa sedia degli oratori» della «famigerata associazione di “amici del libro”». E’ a lui che dire dunque se non che l’eccezione conferma la regola?

Egli afferma, però, che da un episodio modesto come la recensione di un libro, non avrei dovuto trarre il volo per mettere sotto accusa la cultura cagliaritana.

Penso che la causa occasionale abbia ben poca importanza nel succedersi degli avvenimenti. La causa occasionale è soltanto la spinta che rivela cause, divergenze e abissi ben più profondi. […].

Intanto nego recisamente che la nostra situazione culturale sia quella di una «terra di nessuno», «di anno zero», come vuole il Romagnino. Accertare un’affermazione del genere sarebbe il più squallido segno di scoramento, se non di qualunquismo. Nei miei anni passati in questa malinconica terra, ho visto sì tristezze profonde e languori quasi di morte, ma ho notato anche rilevanti fermenti e crescenti germi, repressi quanto mai, a volte soffocati e chiusi, ma sinceri, desiderosi di esplodere in vita. E non sarà necessario ricordare Sassari e Nuoro dove la vita culturale già tende a pulsare più che altrove.

Sarà sufficiente fermarsi in questa nostra città, «una delle più solari d’Italia», dice il Romagnino, cui io mi associo nel desiderio di avere «più freddo» ma di essere «più attivi e più alacri».

Non dimentichiamo che Cagliari è una delle città universitarie più grandi d’Italia. E dall’università credo debba prendere corso il lucido fiume della cultura.

Ricordo con piacere e, ormai, quasi con rimpianto, i maestri che per essere insigni non rifiutavano di mettersi al nostro livello.

Si lavorava insieme, serenamente, con solerte entusiasmo, e per tante ore "dimenticavamo” perfino gli affanni che la vita poneva alla nostra giovinezza povera.

Studiavamo filosofia, letteratura, dottrine politiche, tradizioni popolari, arte, filologia, linguistica, estetica: e nessuna materia era un compartimento stagno. Circolava, tra l’una e l’altra, come il flusso della vita stessa. Tra i nomi eminenti dei nostri maestri erano quelli di moltissimi sardi, che ancora ci sono e attivamente operano.

Loro ci hanno insegnato ad amare la Sardegna di amore vero, non con favoleggianti discorsi sul folclore o sul turismo, ma con penetrante studio scientifico.

Poi siamo scesi nella strada e nella scuola, a portare quello che avevamo dentro, armati soltanto del nostro disarmante fervore.

Qui abbiamo trovato la barriera e il silenzio. Gli Organi Ufficiali ci hanno guardato con superiorità e con sospetto, lo Stato col suo grottesco meccanismo burocratico non poteva certo venire a sollecitarci ad agire, la Regione aveva altri scopi proficui da raggiungere, il Comune aveva le sue retrograde vedette.

Abbiamo cercato di costituire circoli culturali, di fare giornali, di scrivere. L’assenteismo, frutto perfetto di una politica che sta ancora alla preistoria della democrazia e della cultura, ci ha bruciato sul nascere. Ora ci chiedono di farci avanti.

Ecco, noi ci facciamo avanti, ma non badateci se dal nostro primitivo entusiasmo vedrete soltanto i brandelli e se non siamo più capaci a sorridere. Le vicissitudini ci hanno temprato, ma ci han fatto diventar anche cattivi.



Fonte: Gianfranco Murtas
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15 Nov 2021

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