Gianfranco Murtas

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Novembre 1889, elezioni liberali, non ancora democratiche: vince Bacaredda con il partito della Casa nuova. Cagliari nuova?

di Gianfranco Murtas


Ottone Bacaredda, su cui sto compiendo una ricerca seguendo alcuni filoni inediti della sua biografia privata, ha costituito da cinquant’anni uno degli argomenti sui quali mi sono potuto intrattenere con più gusto di partecipazione con quelli che mi ascoltavano e che forse avevano letto il tanto già affidato agli articoli ed ai libri. Cinquant’anni!! dacché il sindaco Eudoro Fanti recapitò a casa mia il libro collettaneo (fuori commercio) stampato dal Comune nell’occasione del primo cinquantenario della morte, e con scritti di Francesco Alziator (assolutamente illuminante), Giuseppe Della Maria, Paolo De Magistris, Lino Salis e Nicola Valle. Cinquant’anni dacché con il professor Romagnino – lui guida precisa e suggestiva – cercavo di capire, in logica diacronica, le direttrici di storia municipale – storia sociale e storia urbana – che passavano per quel nome onorato, il nome del sindaco-mito.

Certo dobbiamo cautelarci dalle scivolate nella mitologia, la storia è storia e va letta sempre criticamente. Ciò nonostante io credo che un autore – che peraltro non è neppure uno storico professionale, ma un semplice ricercatore di memorie civiche e appassionato pure a qualcos’altro – possa avere anche il diritto di “affezionarsi” al suo protagonista, restituirgli una virtuale corporeità e attualità, riproponendo, per giustificata verosimiglianza e per documentati quadri complessivi, l’ambiente nel quale ha speso la sua vocazione di vita, il suo talento, e compiuto esperienze recanti generali ricadute.

Nelle pagine che seguono ho cercato di ricostruire gli eventi o, meglio, il contesto dialettico, civile e politico, che immediatamente precedette ed accompagnò l’esordio bacareddiano a Palazzo di Città, nel novembre 1889. Presentai questo lavoro ora sono già più di trent’anni, in una pubblica manifestazione al salone Casmez della Fiera internazionale. Mi affiancarono amici cari come il sindaco Paolo De Magistris e il banchiere Mario Giglio; con loro, e parimenti cari, Antioco Piseddu, al tempo vescovo di Lanusei, e l’avv. Elena Manca Mesina. (Chiuse l’incontro – lo ricordo con estrema commozione – Andrea Oppo, nella sua carrozzina e la voce rauca, venuto apposta per una testimonianza di giovanile amicizia, e presto finito in un abisso di disperazione e nel suicidio. E’ accanto ai miei, al civico di San Michele, e lo onoro con rimpianto).

L’ultima sindacatura era stata quella del professor Gaetano Orrù, giurista e fedele cocchiano. La sua giunta era seguita a quella di Emanuele Ravot, magistrato in pensione – anche lui di simpatie cocchiane (fu il “ravanello” dei famosi goccius de is framassonis del 1865 e per vie di affinità era ricollegabile ai Bacaredda/Baccaredda) – e di quell’esecutivo aveva fatto parte anche il giovane professore ed avvocato che poi era stato designato alla presidenza dell’Ospedale civile in cui restò per un biennio circa.

Io ho cercato di evidenziare l’importanza che i giornali avevano nel quadro della battaglia elettorale in quella Cagliari dell’autunno 1889 così come, d’altra parte, negli altri appuntamenti con le urne. Essendo la storia del giornalismo sardo una delle materie di maggior mio personale interesse – a tanto sempre incoraggiato da amici come Lorenzo Del Piano, Tito Orrù e Manlio Brigaglia – sul tanto mi sono soffermato. I giornali non possono essere evidentemente la sola fonte di una qualsiasi ricostruzione storica, i loro notiziari vanno filtrati e rifiltrati criticamente, ma certamente essi, assai più del documento nudo e crudo dell’archivio o, spesso, anche della pagina di un libro che va per sintesi, aiuta a collocare in un certo ambito o ambiente l’episodio su cui vorresti far luce, il quid del protagonista che ha dominato la scena.

I giornali del secondo Ottocento, dico tanto più quelli isolani e anche cagliaritani, erano espressione diretta di gruppi di interesse non soltanto materiale ma anche ideale, teoricamente nobile perciò, prendendo quasi la veste di giornale-partito. E dato il sistema elettorale, politico ed amministrativo, del tempo erano perciò anch’essi protagonisti diretti della scena. La medesima Unione Sarda era nata, ad ottobre di quel 1889, per sostenere il partito della maggioranza uscente – quella cocchiana appunto – contro la cosiddetta Casa nuova che aveva, dalla sua parte, almeno due testate: il Sancho Panza e soprattutto La Giovine Sardegna, quest’ultima affidata al duo Ignazio Macis - Emanuele Canepa (il Canepa poeta garibaldino, ateo e fratello di due monsignori), del quale o dei quali bisognerebbe aggiungere che essi nascevano dalle fratture prodottesi nel gruppo che dal 1887 pubblicava il settimanale umoristico Il Bertoldo, fondato da Efisio Sulliotti: periodico che a furia di sostenere la sua terzietà fra il partito di Cocco Ortu e quello di Francesco Salaris, invero entrambi espressione del notabilato e a livello parlamentare tanto spesso (non sempre) uniti nel sostegno governativo, mal celava invece la sua partigianeria (pro Cocco). Nel mezzo L’Avvenire di Sardegna, in uscita ormai da quasi due decenni e prossimo a… defungere per vendetta giudiziaria di un cocchiano divenuto ex cocchiano, il Cao Pinna sottosegretario mancato cioè. Con le macchine di stampa che così dalla tipografia di Castello poterono andare a rinforzare o a sostituire i più deboli impianti di via Monache Cappuccine da dove, appunto, uscivano le copie de L’Unione Sarda a direzione Cao Cugia dapprima, Marcello Vinelli poi. (Sostenitore del partito cocchiano e rimasto coinvolto, con quest’ultimo, nelle vicende del crollo del Credito Agricolo Industriale Sardo del Ghiani-Mameli, esso – di proprietà tutto del direttore omnibus Giovanni De Francesco, decano dei giornalisti sardi – aveva ceduto, dopo che il Vinelli al suo giovane concorrente cagliaritano, anche il suo caporedattore Emilio Spagnolo alla romana La Tribuna, il giornale degli zanardelliani, nel quale il liberalismo dei cocchismo si riconosceva, propendendo invece il salarismo verso la sponda detta trasformista del Depretis).

Certo è che, più pragmatico e forse, per le esperienze maturate nel lungo tempo, L’Avvenire fu, rispetto a L’Unione Sarda, meno schierato, o più schierato con se stesso: diffidente verso la svolta bacareddiana all’inizio, prese atto dei nuovi equilibri, mentre L’Unione Sarda – data la maggior compromissione (anche azionaria) del Cocco Ortu in prima persona e comunque del suo stretto giro – a Bacaredda non mancò di opporre una continua critica ostile per l’intero primo decennio della sindacatura (1889-1900) e ancor più quando, fra 1900 e 1901, il sindaco decise di candidarsi alla Camera dei deputati infine spuntando il risultato ma insieme registrando la complessiva delusione dell’esperienza intanto maturata a Montecitorio. La presa si allentò successivamente e dopo i moti del 1906 – quando cioè Bacaredda già aveva ripreso la piena leadership amministrativa da un anno – L’Unione avrebbe smesso ogni ostilità facendosi culla comune dei liberali cagliaritani o, se si vuole, della piccola e media borghesia locale: defunto il Salaris, in alto ormai la stella nazionale di Cocco Ortu, la classe si ricompattava e addirittura assumeva nei suoi ranghi, quando più quando meno, anche il moderatismo clericale sanjustiano. Meglio l’unità con qualche diffidenza che soccombere all’onda aggressiva di certo montante radicalismo e perfino socialismo.

Ma non vale allargare troppo, adesso, il discorso. S’erano illusi i cocchiani – che nell’estate erano riusciti ad eleggere alla Camera l’avv. Enrico Lai, contro il collega (perché avvocato e perché professore universitario di diritto) Antonio Campus Serra espressione dei salariani più o meno militanti ed ortodossi nonché contro Pietro Sbarbaro, il pubblicista/sociologo ligure al momento detenuto nelle carceri sassaresi con una condanna a sette anni per diffamazione, sostenuto dagli scontenti di una certa sinistra barricadera : s’erano illusi i cocchiani di aver superato la crisi del 1887 e di poter consolidare le loro posizioni alle amministrative d’autunno. Anche allora – nell’agosto del 1889 – quella dei candidati era diventata una guerra anche di giornali, con Lai – prossimo fondatore numero uno (con Cocco Ortu e Luigi Congiu) de L’Unione Sarda – s’era schierato Il Bertoldo, mentre per Campus Serra aveva tirato Il faro e per Sbarbaro il Sancho Panza. Agnostico, stavolta, L’Avvenire di Sardegna. E peraltro – per dire adesso della mobilità dei partiti o delle correnti (personali) dei partiti – si consideri che se nel 1889 i nomi di Campus Serra e di Bacaredda erano avvicinati contro il prepotere dei cocchiani, dieci o undici anni dopo – quando Bacaredda deciderà di candidarsi alla Camera e il suo avversario sarà proprio Campus Serra – quest’ultimo sarà il nome perfetto suggerito all’opinione pubblica cittadina dagli ex avversari, cioè dai sodali del ministro, o ex ministro, o prossimo ministro Francesco Cocco Ortu.

D’altra parte, a far qualche viaggio (neppure molto impegnativo) fra le dottrine politiche, bisognerebbe dire che tutti o quasi sono dei liberali di formazione uninominalista, ancora sensibili alle logiche non del “partito” ma dei “grandi elettori”: il suffragio che è, nonostante tutto, ancora ristretto e molto altro sono lì a distinguere il liberalismo di fine secolo dalla democrazia, appannaggio di minoranze sempre relativamente esigue, anche perché il loro potenziale bacino elettorale è tacitato dalla legge che disciplina appunto l’espressione del consenso nelle urne e quindi i rimbalzi nella rappresentanza. Non è interpretabile – per dirla con altre parole – in chiave di conservazione/progressismo la disputa interna alla galassia, se non per aspetti marginali o deliberazioni del tutto particolari. Certamente non tutti uguali furono, nel tempo, i governi di Roma – Zanardelli non fu pari al di Rudinì, né Crispi pari a Giolitti, o Saracco a Sonnino, ecc. Ma se la fiducia della nostra rappresentanza non fu univoca e sempre coerente agli esecutivi giudicati a Montecitorio, mobile fu anche la difesa degli interessi territoriali e di categoria dei nostri deputati, raramente sfiorati da suggestioni ideologiche vere e proprie.

Una puntualizzazione mi pare meriti anche il rango politico – e per le competenze e per i bilanci – della Provincia e dei suoi organi: il Consiglio e la Deputazione. Cento o novanta od ottanta anni prima della istituzione delle regioni a statuto ordinario, peraltro all’interno di un ordinamento costituzionale repubblicano e non monarchico, alle province competeva la canalizzazione dei finanziamenti statali oltreché, evidentemente, di deliberare in un set di materie amplissimo e di immediato interesse dei territori: dalla liquidazione dell'asse ecclesiastico alla vendita dei beni demaniali, dalla requisizione dei quadrupedi per l'esercito alla concessione delle rivendite dei generi di privativa, dalle normative venatorie alla disciplina del Tiro a segno – il cittadino doveva essere esperto delle armi e pronto alla difesa della patria! –, dalla conservazione dei monumenti ed oggetti di antichità ai supporti finanziari alle scuole di vario ordine, dalla costruzione e manutenzione delle strade alle partecipazioni gestionali di ospedali, acquedotti ecc.

Se Bacaredda sconfisse i cocchiani nella gara municipale, questi mantennero – contro i bacareddiani (e meglio sarebbe dire i salariani) il controllo del Consiglio provinciale e della Deputazione. Sicché a due cocchiani doc toccò nel 1889 la presidenza: rispettivamente a Salvatore Parpaglia (parlamentare di residenza professionale oristanese) ed a Eugenio Boy (il Boy – merita accennarlo almeno – che nella competizione delle preferenze era riuscito primo anche per il Municipio!).

Sarà una partita interessante ed intrigante fra le formazioni presenti nella galassia liberale cagliaritana quella iniziata nel 1889. I risultati amministrativi a livello comunale e sovracomunale determineranno, di lato alla formazione di un’opinione libera, la materializzazione di interessi di corporazione o di… filiera che ancora per due decenni condizioneranno lo stesso voto politico, e dunque il profilo della rappresentanza parlamentare e, in conclusione, naturalmente pro quota, per il voto dei nostri deputati, gli equilibri di governo…

Nuove norme, alte aspettative

Circolare del ministro Fortis ai prefetti:

«In virtù della legge comunale e provinciale 10 febbraio 1889, i Consigli amministrativi stanno per rinnovarsi e sopra una più larga base di elettorato e di eleggibilità.

«È agevole scorgere tutta l'importanza di una tale riforma, e della sua retta applicazione. Lo Stato ha un interesse supremo a veder sorgere dal suffragio popolare una buona e forte organizzazione della Provincia e dei Comuni, che è condizione di ordine, di prosperità, di progresso. Le popolazioni a buon diritto invocano amministratori che diano sicurezza di una saggia trattazione degli affari, di una ponderata distribuzione degli oneri e dei benefizi, di un'equa soddisfazione dei bisogni ed interessi comuni [...].

«Nelle lotte che si preparano è naturale il prevedere che le diverse tendenze a cui s'informa la politica, si contrasteranno il primato anche nel campo amministrativo; poiché ogni grande partito professa idee proprie anche in fatto di ordinamenti civili e tende ad impadronirsi della influenza che ai poteri provinciali e comunali va naturalmente congiunta. Ma dall'agitazione dei partiti, contenuta nella giusta misura dalla legge e dalla pubblica opinione, non sono a temersi perniciose conseguenze. L'azione di questo o di quel partito non potrà conseguire un'indebita preponderanza se non laddove s'incontri nella indifferenza dei più. Il vero pericolo deve ravvisarsi nell'astensione degli elettori, che rende possibile il successo delle minoranze, alle quali pure la legge, con liberale intendimento, assegna una congrua rappresentanza. L'astensione toglierebbe valore ai risultati elettorali, se pure non li falsasse completamente [...].

«Il Governo, alieno da ogni parteggiamento e da ogni ingerenza che possa turbare la sincerità delle elezioni, crederebbe tuttavia di mancare a se stesso non ricordando agli elettori la loro responsabilità, non esortandoli all'adempimento del loro dovere».

Squillano le trombe del voto. La democrazia dà una timida spallata al liberalismo, epperò già il Ministero - liberale ma certamente non liberal - invia i suoi messaggi, le sue raccomandazioni, confida nella prudenza e nella sorveglianza della struttura politico-burocratica di sempre, quella imperniata sulle loro eccellenze i prefetti.

La legge 30 dicembre 1888 ha esteso il diritto di voto amministrativo a tutti i cittadini maschi di almeno 21 anni d'età, alfabeti e contribuenti (con un minimo di 5 lire d'imposta all'anno). L' elettorato in tutt'Italia è destinato ad aumentare di un buon 60 per cento rispetto a prima, portandosi a 3.400.000 aventi diritto.

Circa le cariche amministrative, la nuova normativa ha stabilito l'eleggibilità dei sindaci dei capoluoghi di provincia e dei comuni con più di 10.000 abitanti, e l'eleggibilità pure dei presidenti delle deputazioni provinciali, finora rette dai prefetti. Esse perdono però la tutela sui municipi, che passa ad un organo di nuova istituzione, la Giunta provinciale amministrativa, di cui fanno parte il prefetto, due consiglieri di Prefettura e quattro membri eletti dal Consiglio provinciale.

La novità è dunque il voto operaio. Mongibello alias Giovanni De Francesco - democratico (o liberal-cocchiano) convertito a Crispi - fa suoi gli argomenti del ministro dell'Interno, scongiurando l'astensionismo elettorale e spronando tutti alla partecipazione. La nuova legge comunale e provinciale - scrive su L’Avvenire di Sardegna - è «una delle riforme più importanti cui, in questi ultimi tempi, si sia posto mano, perché ha fatto cessare l'ingiustizia della esclusione dal diritto del voto amministrativo a tutta quasi quella classe, cui la nuova legge del 1882 avea accordato l'elettorato politico.

«La partecipazione del ceto dei lavoratori a questo nuovo onore della vita pubblica ha dato al movimento elettorale una importanza affatto nuova e singolare. Dal diligente e illuminato uso della scheda elettorale immensi vantaggi potranno ridondare agli operai, ed è perciò che leviamo l'augurio che più larga sia la loro partecipazione alla lotta elettorale amministrativa, di quello che sia stato il loro concorso alle urne politiche dopo l'82.

«Compito attribuito dalla legge alle amministrazioni locali è provvedere all'istruzione, alla beneficenza, all'incremento delle industrie e del commercio, all'imposizione dei tributi necessari a far fronte alle esigenze dei pubblici servizi; e, se ogni classe di cittadini deve, nel proprio interesse, curare di aver considerevole parte nelle pubbliche amministrazioni, agli operai, più che ad ogni altro, deve importare che nell'indirizzo dei Consigli comunali e provinciali la loro influenza non sia nulla o minima». L’indifferenza non sarebbe comunque compresa.

Il Comitato operaio è un'invenzione di Perfetto Samonati, di professione rilegatore librario. Egli mobilita un certo numero di elettori - operai, artigiani, piccoli industriali sensibili alle nuove istanze sociali - e, al termine di lunga meditazione, una settimana prima delle elezioni comunica la volontà di tenersi lontano da accoppiate con partiti e liste che vogliono fagocitare il consenso dei lavoratori. Perciò comincia a studiare, presso la sede della Società di mutuo soccorso gentilmente concessa, strategia e tattica: quali programmi e quali uomini, come poter affermare gli uni e, soprattutto, gli altri.

Il Comitato tiene moltissimo alla propria «libertà d'azione»: e dopo «le delusioni procurategli dalla Giovine Sardegna» - sono parole di Samonati - ha detto di no pure all'on. Lai, esponente di punta del partito cocchiano, il quale aveva proposto l'inserimento in lista di un certo numero di candidati operai di gradimento dello stesso Comitato. Né porta a niente l'azione di disturbo di qualche avversario che fa circolare schede non autorizzate e devianti rispetto a quella che, ufficialmente, presenta alla città.

Ma il voto operaio è una novità che riguarda più i princìpi e le teoriche potenzialità che non la realtà degli schieramenti concorrenti, almeno a Cagliari. Dove di inedito c'è il risultato dell'annosa guerra fra i partiti di Cocco-Ortu e di Salaris, un risultato che si chiama Giovine Sardegna e, soprattutto, Ottone Bacaredda.

«Un fenomeno nuovo si è manifestato nello svolgimento della vita pubblica cagliaritana», scrive, ai primi di settembre, il solito Mongibello, che è, insieme, osservatore e protagonista. «Il corpo elettorale cagliaritano soleva dividersi in due campi colla presunzione di sapere ciascuno indovinare ove fosse la forza per desumerne la buona causa e, grazie all'alternarsi della vittoria e della sconfitta, avea messo radice il convincimento che all'ombra della forza trionfante erasi costantemente servita la buona causa. Mercé questa mutua concessione che non nuoceva ad alcuno e che favoriva il passaggio dei rispettivi avamposti da un campo all'altro si era raggiunto un certo grado di beatitudine e di dolce tranquillità.

«La scena oggi è mutata. Nella metodica gara è intervenuto un terzo militante, composto naturalmente di legionari che altra volta aveano diviso le fatiche del campo sotto le tende degli antichi condottieri [...]. Il terzo partito che sorge in Cagliari a turbare la monotona rivalità presume di assumere il patrocinio della buona causa, e modestamente s'intitola il manipolo degli onesti [...].

«Vi sono di quelli che nella nuova fase amano scorgere il delinearsi dei partiti [...], parendo che il recente armeggio elettorale miri soprattutto a dare al movimento elettorale una fisionomia radicale. Se è così, è il caso di allietarsene, giacché dopo che una imponente maggioranza non è riuscita a dare all'amministrazione che l'impronta della vacuità o del disordine, l'attività di una minoranza, guidata dal senno e dalla disciplina, suole aprire l'adito a speranze rosee.

Ma, ad essere sinceri - prosegue il direttore de L’Avvenire - temiamo che il pensiero di deprimere gli avversari soverchi quello di ripristinare i dettami di una amministrazione oculata, sobria e benefica. Siffatta apprensione è giustificata dall'inusitato calore, dal precoce tempestare, dalla veemenza del linguaggio, dalle illusioni sinistre, dal fare contumelioso, che hanno segnalato la nascita della fazione nuova [...].

«Coloro che aspirano all'onore di avviare gli spiriti ad una meta più nobile - conclude - riflettano che nulla vi è di più lamentevole che il deviare dalla meta stessa per gusto di attaccare di fronte tutte le consuetudini e non rispettare le debolezze che costituiscono il carattere paesano. L'eccessiva anticipazione delle acredini è incomportevole al carattere cagliaritano. Avveleniamoci sì, … nelle ultime quarantott'ore, e l'effetto sarà sicuro».

Ma gli uomini della Giovine Sardegna hanno deciso di vincere, di scalzare definitivamente i cocchiani che dominano il Municipio (e la Provincia) da vent'anni almeno, dal tempo del sindaco Roberti. Ed è meglio, perciò, prenderla con buon anticipo. Anche perché l'avversario certamente non se ne starà inattivo, anzi...





Bacaredda è, infatti, nell'occhio del ciclone calunniatore del partito avverso. È lui che i devoti di "sua eccellenza gialla" temono di più. L'hanno detto presente ovunque, a vari banchetti, instancabile oratore e procacciatore di voti a se stesso a Pula, che appartiene al mandamento in cui è candidato per il seggio provinciale; l'hanno dipinto come un accalorato polemista ed agitatore elettorale. Lui smentisce: «Da 17 mesi io non ho riveduto Pula, dove del resto non feci mai discorsi e meno poi sollecitazioni di nessuna sorta»; «non ho scritto né dettato una linea, non ho ispirato né manipolato nessuna scheda. E... honi soit qui mal y pense!».

A Bacaredda non guarda bene neppure De Francesco, almeno nella prima scrematura del personale politico-amministrativo, addebitandogli alcune recenti scempie frequentazioni... Lo recupera senza entusiasmi in seconda battuta, ma - includendolo nella sua lista - lo sistema al penultimo posto, e comunque lo candida unitamente ad esponenti della passata ed aborrita (dagli homines novi) Amministrazione, come il pro-sindaco Orrù, od a cocchiani di ferro, come l'avv. Giovanni Pintor-Vodret o lo spedizioniere Nicolò Carossino.

Il problema del direttore de L'Avvenire di Sardegna si chiama esclusivamente Cao-Pinna, ed egli così spiega la sua linea: «Tranne la preconcezione di escludere l'assessore Cao-Pinna, da noi riguardato quale elemento erosivo di partito e di ogni precetto di saggia amministrazione, non siamo stati guidati da rancore alcuno o da disistima per quelli che fecero parte dell'amministrazione tramontata [...]. La logica de' partiti va rispettata e noi, che dissentiamo da essi, non possiamo a meno di rispettare quelli che, devoti sino al fanatismo all'ingegner Cao-Pinna, eroicamente son disposti a cantare il duetto della Norma: - Moriamo insieme.

«Se da noi è caldeggiata la rielezione del prof. Orrù, abbenché fosse stato collega del malaccorto e presuntuoso Cao-Pinna, si è perché nessuna occasione si lasciò sfuggire per ripudiare ogni solidarietà con lui in pubblico ed in privato. Chiamato dalla legge a curare l'esecuzione de' deliberati del consesso civico, adempì scrupolosamente al suo obbligo, non senza far notare la sua ripugnanza per alcuno di essi e talora invitando gli avversari a combattere proposte che facevano parte del futuro sistema elettorale, escogitato dallo stesso signor Cao-Pinna, per predisporre la propria ascensione alle vette più eminenti».

La stampa in campo

Quattro giornali, o giornali-partito, e quattro liste. Il Sancho Panza precede tutti nella proposta, seguito dalla Giovine Sardegna, da L’Avvenire di Sardegna e, infine, da L’Unione Sarda, gran novità della stagione. Al quartetto s'aggiunge infine, con proprie autonome indicazioni, il Comitato operaio.





Non ci sono partiti strutturati e le liste sono aperte, riflettendo un orientamento generale, di valori e d'interessi. Capita che il proponente - che spesso non ha neppure consultato il proposto (costretto talvolta a notificare la personale sorpresa e rinuncia) - formalizzi il suo suggerimento all'opinione pubblica condividendolo con la concorrenza. Ed è per questo che al medesimo nominativo può succedere di esser presente, volente o nolente, nella scheda di più d'una coalizione. Per raccapezzarsi meglio nella magmatica politica municipale possono bastare alcune evidenze statistiche: alla competizione concorrono complessivamente 115 candidati, e di questi uno (Eugenio Boy) è proposto da tutti i comitati elettorali, due (Ottone Bacaredda ed Enrico Fadda) figurano in quattro liste su cinque, otto (Raffaele Athene, Filippo Birocchi, Antonio Campus-Serra, Pietro Cau, Luigi Gioda, Enrico Pellerano, Edmondo Sanjust e Filippo Vivanet) in tre liste, e diciannove in due liste.

Quella più condivisa (o condividente) ed "ecumenica" è la scheda proposta da L’Avvenire di Sardegna che combina clericali ed anticlericali, destra e sinistra, vecchi amministratori ed oppositori d'incalzo: sono ben 19 (su 32) i suoi candidati che figurano anche nelle altre liste.

Sotto il profilo delle provenienze professionali - per quanto la classificazione non possa essere granché esatta, per la doppia o tripla assegnazione a categorie (fra libere professioni ed insegnamento, fra commerci e proprietà o industrie, ecc.) - la maggioranza spetta ai negozianti (34), seguiti dagli avvocati (18), dagli operai (11), dai professori (9), dagli ingegneri (8), dai proprietari (6), dai medici (5), dagli industriali (4) e dai notai (4); presenti pure ufficiali e pubblici funzionari a riposo, ragionieri, geometri, spedizionieri, capitani marittimi, farmacisti, sarti e commessi.

A rinunciare alla cortese indicazione del proprio nome come quello di un possibile nuovo consigliere civico è, per primo, Gaetano Desogus. A proporlo è stato il Sancho Panza, ma l'esimio medico, dichiaratosi «sostenitore anzitutto del principio "casa nuova"» si tira indietro conscio, dice lui, di non poter espletare un mandato «impari» alle sue forze.

A tirarsi indietro - e finendo così per dimezzare drammaticamente la lista del Sancho Panza - sono anche i negozianti (da intendersi anche e soprattutto come generici “uomini d’affari”) e/o commissionari Battista Agus, Francesco Imerico, Raimondo Cima, Pietro Cau, Domenico Garbati, Pietro Sanjust di Teulada, Giorgio Luppi («per tutta la vita, e tale intende rimanere, candidato in casa propria»), il tipografo Pietro Valdès ed il prof. Angelo Roth.

Non molto diversa, anche se certamente meno grave, è la sorte della scheda proposta dalla Giovine Sardegna che - osserva ironicamente il concorrente Mongibello - «ha il merito di aver iniziato un movimento importante in favore del rimodernamento dell'amministrazione facendo tesoro della gioventù non compromessa e vivificante»: sicché «non è a dubitarsi che neppure uno [dei suoi candidati], risulterà addentellato delle amministrazioni stimate decrepite, o trascinerà seco il ricordo delle infeconde lotte duumvirali, né quello di atti impopolari nell'epoca in cui la democrazia compatta e coraggiosa procedeva nella via dei trionfi e non premeditava scismi funesti. Saran tutti giovani, non abbisognevoli di alcun lavacro, di indulgenza o perdono».

Le rinunce alla scheda della Casa nuova, dunque. Dalla candidatura provinciale (nel mandamento di Marina, Villanova e Pula), Carlo Randaccio. Perché? Perché non condivide «gli apprezzamenti del giornale sugli uomini di qualunque partito, che fanno parte delle attuali amministrazioni, né il modo con cui viene sostenuta la lotta elettorale». E poi Francesco Puddu, conservatore delle ipoteche in quiescenza («Dopo 44 anni di continuato servizio ho bisogno di riposo») ed il prof. Giuseppe Borgna («Oltre che io son giovanissimo, e di capacità amministrativa del tutto privo, le cure dell'insegnamento mi tengono per ora lontano dalle lotte della vita pubblica»), il negoziante Luigi Frau-Serra («Non ho fatto adesione alcuna al programma svolto in quel giornale»), e l'ing. Antonio Loi-Franco («Per ragioni di famiglia affatto eccezionali non posso accettare candidatura alcuna»).

Rinuncia anche l'ing. Edmondo Sanjust di Teulada, per il quale - come pubblico dipendente - si pone pure un problema di compatibilità, proposto sia da L'Avvenire di Sardegna che da L'Unione Sarda che dal Comitato operaio. Ma osserva L’Avvenire: «Siccome il trionfo delle candidature non sempre rappresenta obiettivi personali e talvolta riveste un significato speciale d'ordine essenzialmente morale, noi persistiamo nel sostenere la sua candidatura...».

Altri ritiri dalla lista operaia: l'ing. Vincenzo Muscas, il proprietario Michele Ruda, i negozianti Francesco Larco, Pietro Doglio («A scanso di dispersione di voti, tengo a dichiarare che, ancorché venissi eletto, non accetterei in modo assoluto simile onorevole incarico») e Pietro Loddo («Dichiaro formalmente che non intendo accettare candidatura di sorta»).






Il rinnovo dell'Assemblea è totale. I consiglieri da eleggere sono quaranta, ogni votante può indicare sulla scheda fino a un massimo di 32 nomi (i quattro quinti degli eliggendi). E per ciascuno, se vuole, può aggiungere paternità, professione, titolo onorifico o gentilizio, grado accademico ed incarichi ricoperti: una mezza biografia, insomma.

I quartieri della città sono suddivisi in sezioni, come sempre allogate presso uffici pubblici, scuole e chiese dismesse. Così a Castello le due sezioni sono installate una nella principale sala del municipio, e l'altra presso le elementari di San Giuseppe; a Stampace, nella chiesa di Santa Restituta e nell'aula dell'Arciconfraternita del Gonfalone; a Marina, nella chiesa di Sant'Agostino e presso le elementari di Santa Teresa (due seggi); a Villanova, nella chiesa del Santo Cristo ed in quella di San Giovanni.

A presiedere le operazioni di voto sono chiamati i magistrati del foro cagliaritano (Corte d'appello, Tribunale, Procura generale e Procura del re): a Castello, Giuseppe Giordano-Apostoli ed Andrea Sorrentino; a Stampace, Gian Luigi Pinna-Raimondi ed Antonio Vitelli; a Marina, Luigi d'Ippolito, Giuseppe Cao-Marcello e Giuseppe Corrias; a Villanova, Salvatore Arangino e Gio.Stefano Masala.

L' ufficio elettorale è composto, oltre che dal presidente, da quattro scrutatori - scelti con voto segreto dallo stesso presidente e dai due più giovani e più anziani degli elettori presenti nel seggio - nonché dal segretario (il solo retribuito: £. 10 la diaria), che va individuato collettivamente secondo una scala stabilita di precedenze (cancellieri, vice-cancellieri di Corti, Tribunali e Preture, segretari e vice-segretari degli uffici di P.M., notai, segretari e vice-segretari comunali, altri elettori).

La lista degli aventi diritto al voto è affissa nella sala. La chiama avviene secondo l'ordine di iscrizione. Le schede sono stampate su carta bianca e deposte in un'urna trasparente, che resta aperta dalle 9 alle 16 della sola giornata di domenica. Lo scrutinio è pubblico.

10 novembre. Finalmente si vota e per le comunali e per le provinciali.

Dei 2.783 iscritti si presentano al seggio in appena 1.336, poco più del 40 percento. Ecco, con accorpamenti su base rionale, il quadro rispettivamente degli aventi diritto e dei votanti: Castello: 635, 245; Stampace: 634, 309; Marina: 1.010, 535; Villanova: 504, 247.

Per quanto riguarda le elezioni provinciali, le sezioni cittadine (accorpate come sopra) danno i seguenti risultati:

- Castello: avv. Luigi Congiu, 66; avv. Giuseppe Orrù, 56; avv. Giovanni Angioi, 149; avv. Raffaele Athene, 146; notaio Vincenzo Serra Meloni, 135;

- Stampace: Congiu, 113; Orrù, 94; Angioi, 231; Athene, 168; Serra-Meloni, 155;

- Marina: ing. Carlo Floris-Thorel, 286; prof. Ottone Bacaredda, 277; avv. Francesco Muntoni, 225; nobile Carlo Randaccio, 135; avv. Giuseppe Siotto, 110;

- Villanova: Floris-Thorel, 164; Bacaredda, 146; Muntoni, 132; Randaccio, 79; Siotto, 74.

Questi dieci candidati allo scranno nel Viceregio raggiungono, nell'ambito dell'intero mandamento, i seguenti risultati:

- Castello - Stampace - Pirri - Monserrato - Selargius - Sestu: Angioi, 937 (di cui 380 in città); Congiu, 727 (179); Orrù, 726 (150); Serra-Meloni, 469 (290); Athene, 459 (314);
- Marina - Villanova - Capoterra - San Pietro - Sarroch - Pula: Bacaredda, 554 (423); Floris-Thorel, 491 (450); Bandaccio, 380 (214); Murntoni, 360 (357); Siotto, 343 (184).

Debole in città ma forte nel territorio, il partito di Cocco-Ortu riafferma la sua leadership. E infatti la larga maggioranza della nuova Assemblea provinciale si conferma appannaggio del vecchio gruppo di potere. Dei sei eletti nei collegi cagliaritani (ma i quartieri urbani sono stati aggregati in mandamenti comprensivi di un numero doppio di comuni della "cintura") tre almeno sono sicuramente cocchiani (Congiu, Orrù e Randaccio), due sono di gradimento generale (Angioi e Floris-Thorel) e solamente uno - cioè Bacaredda - è schierato "contro". Perché questo è il segno univoco dell'opinione elettorale: Cagliari è contro Cocco-Ortu, ma la provincia continua a riconoscere "sua eccellenza gialla" (come lo chiamerà Sebastiano Satta in una sua celebre poesia) come proprio indiscusso leader. E la nuova dialettica fra le rappresentanze del capoluogo e della provincia promette un inedito supplemento di democrazia.

I risultati per il Municipio

Al Comune è, infatti, il trionfo del partito della Casa nuova, cioè della frazione bacareddiana.

Dei 40 eletti, 15 sono candidati proposti in esclusiva dalla Giovine Sardegna, mentre 17 sono quelli proposti "In combinata" con altri. E comunque tutti e trentadue i candidati del giornale diretto da Ignazio Macis ed Emanuele Canepa sono eletti. Alla minoranza - secondo le proporzioni di legge - vanno dunque 8 seggi: tanti sono i nominativi completamente estranei all'ideologia ed agli interessi politici della Casa nuova (e, primi fra questi, l'avv. Edmondo Sanjust ed il comm. Orrù).

Il più votato - con 1.095 suffragi - è l'avv. Eugenio Boy, non a caso "portato" da tutti e cinque i partiti; secondo si classifica l'avv. Raffaele Athene, con 890 voti; e terzo - a completare anche la troika degli avvocati - il prof. Ottone Bacaredda, con 839 voti.





La squadra di Bacaredda - quella cioè degli "esclusivi" - è così composta: notaio Lazzaro Dessì (con 736 voti), cav. Giov. Battista Ravenna (734), cav. Giuseppe Aymerich di Laconi (694), comm. Gioachino Lostia di Santa Sofia (677), geom. Filippo Nissardi (650), avv. Francesco Muntoni (649), neg. Giov. Battista Baffico (627), neg. Battista Cambatzu (603), rag. Bernardo Marchesi (579), cap. maritt. Efisio Luigi Deidda (574), ing. Giuseppe Cambilargiu (561), prof. Giovanni Giganti (543), dott. Anacleto Mereu (542), neg. Paolo Foltz (511), commesso Salvatore Pani (436).

Ma con questi quindici e con Athene e, naturalmente, il leader, sono anche prof. Giuseppe Picinelli che un domani sarà sindaco anche lui (763), cav. Francesco Zedda-Piras (750), prof. Battista Loy-Isola (745), avv. Carlo Carcassi (742), notaio Vincenzo Serra-Meloni (741), ing. Carlo Floris-Thorel (735), operaio-industriale Luigi Gioda (731), cav. Raffaele Sanna (698), neg. Enrico Fadda (683), rag. Giusto Sospizio (639), ins. Angelo Carmelita (620), neg. Filippo Birocchi (612), operaio Paolo Acquaroni (594), operaio Raffaele Spano (513).

Nel limbo degli sconfitti sono 160 le anime che cercano di dimenticare: da Enrico Pellerano - portato da tre liste - che raccoglie 429 suffragi, a qualche decina di quasi ignoti che di voti ne raccolgono uno appena.

Fra i "trombati" di lusso sono Giuseppe Luigi Mulas-Mameli, Enrico Marcolini, Antonio Cao-Pinna, Antonio Caboni, Andrea Cao Cugia e Giuseppe Siotto, assessori uscenti: insomma, la Giunta è stata bocciata tutta, con l'eccezione del pro-sindaco e di Agostino Marini.

Non ce la fanno neppure Pietro Cau, Luigi Frau-Serra, prossima magna pars della Società operaia e maestro massone per decenni («Egli non ha voluto esser con noi, obbedendo a suggestioni di malevoli, e gli elettori lo hanno lasciato a terra. La presunzione e la fatuità si sono suicidate», scrive La Giovine Sardegna), Luigi Serra-Manai e Michele Cugusi, Enrico Sanjust ed Angelo Roth, Raffaele Accardo ed Antonio Campus-Serra, Enrico Carboni-Boy e Giuseppe Fara-Musio, ecc. A Rafaele Aresu - anch'egli con un futuro di leader nell'ambito massonico - vanno 110 voti, al clericale Casimiro De Magistris 3. Naturalmente molti di questi sono stati votati senza neppur essere candidati. E sconfitti, a ragione, non si sentono per niente.

E viene il tempo della riflessione, dei commenti. L'Avvenire di Sardegna, prima di tutto: «Il risultato delle elezioni comunali di Cagliari può dirsi non dubbio. I candidati della Giovine Sardegna nella quasi totalità hanno avuto il sopravvento. Ciò rischiara la situazione e riduce alle proporzioni vere gli screzi manifestatisi nel momento del maggior fervore, tra gli aderenti al programma della Casa nuova.

«Gli operai, che formavano la poderosa riserva della Fronda cagliaritana, malcontenti della piega che prendevano le cose e sdegnati perché de' loro suggerimenti non si teneva alcun conto, guidati dal vecchio Samonati, si ritrassero sull'Aventino, gridando al tradimento. Si seguì con vivo interesse codesta improvvisa emigrazione, giacché, per mezzo della stampa, il ligatore di libri Samonati avea affermato di avere ligati in accordo la maggior parte degli operai e di serbarne le adesioni sottoscritte [...].

«Un altro gruppo operaio, alla sua volta, erasi staccato dall’Areopago della Giovine Sardegna ed aveva determinato di non far con esso comunella [...].

«A queste defezioni aggiungendosi gli amici di quelli che aveano declinato la candidatura offerta dall'organo del partito della Casa nuova, s'imponeva il convincimento che i vincitori dell'agosto dovessero ravvisare come compromessa la partita [...]. Presentivamo che Cagliari, come la tradizione afferma, alla distanza di tre mesi avrebbe sconfessata se stessa. La valanga di avantieri ha scosso tutti. Ora si avverte manifestamente che il battaglione del Samonati era una modesta pattuglia e che il corpo del Boscu non si componeva che di pochi trombettieri [...].

«Il carattere di questa elezione non è dubbio: è identico a quello dell'elezione, politica dell'agosto. Il malcontento disciplinato lo ha impresso. Gli ottocento elettori di Sbarbaro si sono nuovamente dati convegno, e quasi tutti si sono trovati ai loro posto [...].

«Su 2.783 elettori, solo 1.336 si sono presentati all'urna. I 1.447 astenuti giudicano essere scarsamente interessante preoccuparsi dell'indirizzo finanziario della nuova amministrazione, confidando forse che, in premio della neutralità, siano esonerati da' carichi che la situazione del Comune esige [...].

«Gli eletti comprenderanno quando sia più difficile di quello del tribuno il compito dell'amministratore; i reietti si convinceranno quanto sia perniciosa la scuola degli espedienti; gli astensionisti toccheranno con mano che la tolleranza degli errori si paga in buon contante dalla generalità ed anche da essi. È sempre qualche cosa».

E il Sancho Panza, poi, assai meno defilato ed accomodante. Ha condiviso coi vincitori sei candidati - Athene e Bacaredda per primi - e si sente ora di affondare il pugnale nelle carni dei cocchiani:

«Il corrispondente della Tribuna, o meglio lo stesso sottosegretario di Stato del ministro di Grazia e giustizia, per mezzo del signor Spagnolo, scrive che il partito liberale progressista ha sbaragliato nel Consiglio provinciale il partito trasformista dell'onorevole Salaris.

«Veramente l'onorevole Cocco-Onu ha perduto ben altro che il liberalismo [...]. L' on. Cocco-Ortu, che scappa dal collegio di Cagliari e cerca un rifugio nel collegio di Guspini sotto le falde di Montevecchio; che unisce il suo nome a quello dell'ingegner Cao-Pinna sconfitto a Cagliari e a Decimomannu, e non riuscito ancora a Guspini, può davvero cantare vittoria, egli, sul quale pende ancora la sorte dell'urna? Che aberrazione è mai questa?

«Vittoria dei liberali progressisti! È un liberale progressista il notaio Deplano, e l'avvocato Giuseppe Mulas conosciuto per clericale? È poi liberale progressista l'avvocato prof. cav. Giuseppe Orrù? Di costui ne dirà la Società di mutuo soccorso, e ne dirà anche troppo.

«Vittoria! Quando si ha bisogno di appoggiarsi alla menzogna e si scrivono o fanno scrivere delle menzogne nella Tribuna si può cantar vittoria? Il signor Spagnolo è obbediente, e ne dica di lui il signor De Francesco, che lo tenne per parecchi anni per conto suo a scarabocchiare degli articoli slombati ne L’Avvenire di Sardegna. Il signor Spagnolo partì da Cagliari non desiderato che dalla setta cui oggi obbedisce in Roma, e si diverte a scrivere nella Tribuna nel modo che gli comanda chi presso la direzione di quel giornale lo ha collocato in terzo o quarto rango per scrivere.

«Vittoria! Ci è della sfrontatezza nel pronunciare questa parola, dopo la ingerenza illecita nelle elezioni provinciali, e dopo che furono messi in movimento i pretori, cancellieri, uscieri per vincere, e si è perduto. Oh, la vittoria!

«La elezione comunale di Cagliari non ha dunque importanza? La caduta del Cao-Pinna e compagni non ha dunque significato? Che si richiederà dunque acciò intendano il paese, che bistrattarono? Povera Sardegna!

«Ma che? La Tribuna canta vittoria. Il partito dei liberali progressisti, che raccoglie i fratelli Orrù ed altri clericali, che conta un Cao-Pinna e alcuni altri, che gli somigliano, è dunque il partito liberale progressista di Cagliari? Se fosse questa una verità, ci sarebbe da cuoprirsi il volto con ambe le mani per la vergogna. Ma no! Cagliari nella sua eletta cittadinanza ha uomini sinceramente liberali e progressisti: ma non sono quelli del corrispondente della Tribuna».

E quindi, e soprattutto, La Giovine Sardegna. Nel suo commento c'è, con tutti gli esclamativi del caso, più il fiele del sarcasmo verso gli sconfitti - peraltro certamente non remissivi o rassegnati e neppure, in certo modo, accettanti il responso elettorale nel suo significato reale - che non la soddisfazione della vittoria, data per scontata ormai da tempo. L'Unione Sarda è il nome nuovo di Francesco Cocco-Ortu, ed attaccare l'una vuol dire colpire l'altro. In questo quadro forse può tornare utile il grimaldello-Eugenio Boy: «Oh! il gran fiasco che ha fatto la bella lista! L'avv. E. Boi dovrebbe però esclamare, parlando di quelli dell'Unione: Timeo Danaos et dona ferentes, perché si era ordita una congiura a suo danno. Si era passata la parola di cancellarlo dalla lista per impedire che riuscisse il primo votato, volendo lasciare quest'onore ad un assessore uscente. Non basta. Siccome il Boi era portato da tutte le schede, si credette che fosse d'intesa cogli altri, e gli "amici" gli assegnarono il n. 13. Lo dica l'avv. Boi: dagli amici mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io».

Ore 11 di giovedì 14 novembre. Sotto la presidenza del commendator Orrù, la Giunta prende atto dei risultati elettorali ordinando la pubblicazione del manifesto con nomi e numeri. Sono i nomi ed i numeri che rappresentano la "svolta storica" per Cagliari, per quanto la storia possa ammettere svolte davvero radicali.

E viene l’ora della nuova Amministrazione. Mongibello sfoglia, senza entusiasmo, e con più d'una riserva, la sua margherita e titola proprio "Chi sarà il Pontefice?" l'editoriale che esce giusto alla vigilia della fatidica giornata dell'habemus papam:

«Se il numero de' suffragi è l'unico autorevole indicatore della persona che merita di essere investita delle funzioni di Sindaco, non altri che l'avv. Eugenio Boy va preconizzato come sindaco di Cagliari, come quello che ha conseguito una splendida votazione. Ma egli, oltre ad essere invincibilmente restio a sovrastare, ha la coscienza di non essere all'unisono colla maggioranza del nuovo Consiglio [...], non ha rinnegato i suoi amici ed i criteri d'amministrazione seguiti da' medesimi. Egli appartiene alla minoranza, e tale è la sua convinzione [...j.

«Secondo trionfatore è l'avv. Athene, persona pregevole per illibatezza di costumi; ha diritto ad emergere per siffatta qualità ogni volta che si promuova una dimostrazione in nome dell'integrità. Se non che l'integrità stessa deve sconsigliarlo dal coprire un ufficio a cui è impari con la sua fibra e l'esercizio del quale lo mette alle prese colle convinzioni religiose o col sentimento cittadino.

«Gli tien dietro l'avvocato Bacaredda, giovine laborioso e perseverante, rotto all'amministrazione ed addomesticato alla lotta contro gli abusi. La sua elezione conferirebbe prestigio alla nuova amministrazione, sorta in un periodo convulsivo e perciò non portante un'impronta visibilmente schietta e non del tutto mallevadrice d'un indirizzo elevato. Il malcontento dominante, come avviene ovunque, attrasse nella cerchia della sua attività non pochi elementi disparati che, in tempi normali, si sarebbero tenuti lontani da quei che, pe' primi, gli dettero forma sensibile e solo vi si appressarono perché confidarono di potere, pure essendo minoranza, assumere la direzione della maggioranza ora aizzandola, ora carezzandola. Se si dovessero seguire le orme tracciate dalla Curia arcivescovile, non sarebbe il caso di affidare le funzioni sindacali all'avv. Bacaredda, educato allo spirito moderno ed osservante scrupoloso dei precetti suoi: avrebbesi piuttosto a rivolgere lo sguardo in quella direzione ove l'amore del baldacchino e le tendenze marziali dello svizzero vaticano sono in espansione massima [...J.

«Un'amministrazione, che cooperi al buon volere del liberale Bacaredda, non può ispirare apprensioni ed ha diritto di essere incoraggiata perfino da coloro che sentono tuttora lo spasimo delle ferite riportate nella zuffa recente; avrà forse il pregio eziandio di sopire il rancore de' vinti, confortati dell'utile paesano conseguito, che primeggiava fra' loro ideali.

«Una scelta, che esprima significato diverso, di quello che noi attribuiamo all'elezione del Bacaredda, offrirà al partito liberale occasione di aprire gli occhi e ravvisare la necessità di disciplinarsi, onde far fronte alle insensatezze dell'inesperienza ed alle esorbitanze dell'oscurantismo».

E viene il gran giorno. Sabato 16 novembre. Sono le 19,30. A presiedere la tornata è il consigliere anziano Eugenio Boy.

Si passa subito all'elezione, a scrutinio segreto, del nuovo sindaco. Dei 33 votanti, 24 scrivono «Bacaredda»; 4 sono le schede bianche, 4 voti vanno ad onorare l'avv. Boy, uno ad incoraggiare un "emergente", Giovanni Battista Ravenna.

Un fragoroso applauso saluta la proclamazione del risultato e la nomina sindacale. Bacaredda giunge alla carica all'età di 41 anni, essendo nato nel fatidico 1848, e con un progetto grande in mente: l'evoluzione della secolare federazione dei quartieri-cittadelle in una città vera, articolata ma unitaria, moderna e civile, al passo coi tempi, con la sensibilità nuova e la cultura - anche cultura urbanistica e cultura sociale - che si sta affermando nel crepuscolo dell'Ottocento. E lui - stampacino figlio di stampacino e di liapolana, e fattosi (ma sarà più avanti negli anni) villanovese, franco da soggezioni (comprese quelle dei ricordi e dei sentimenti) verso Castello - è la persona giusta al posto giusto nel momento giusto.

La Giunta. Come effettivi sono scelti Boy (26 voti), Picinelli (26), Serra-Meloni (25), Cambilargiu (22), Muntoni (21) e Nobilioni (19). Come supplenti, Carcassi (20) e Ravenna (17). L' avv. Boy subito afferma di non poter accettare la carica (così avverrà anche per Nobilioni e Ravenna). Se ne discuterà prossimamente. Intanto il Consiglio dichiara immediatamente esecutiva la delibera dell'elezione sindacale.






La Giunta Bacaredda sembra morsa dalla tarantola: ha coscienza che i problemi sono mille e tutti gravi ed urgenti da risolvere. Le sue tornate sono quasi quotidiane, la sera tardi, e sono lunghissime. Vuole preparare la sessione ordinaria del Consiglio, fissata per metà dicembre, con chiare analisi dei problemi e proposte concrete ed efficaci. Oltre al disbrigo degli affari correnti, provvede all'attuazione del nuovo organico del personale, diventato esecutivo dopo l'approvazione dell'autorità tutoria e che entrerà in vigore col 1° gennaio.

Nella cintura cagliaritana

Rinnovo amministrativo anche a Pirri e Monserrato. Il regio delegato straordinario di Pirri - subentrato al prof. Putz dimissionario per l'incompatibilità con l'incarico di direttore della Scuola tecnica - pubblica un manifesto, convocando i comizi elettorali per il 10 novembre. Scrive: «Elettori! Col manifesto pubblicato in dato odierna, voi foste invitati ad eleggere i vostri amministratori.

«Chiamati a compiere uno dei più sacri voleri che al libero cittadino in patria libera è dovuto, voi, son persuaso, edotti della grande responsabilità che pesa sulle amministrazioni comunali, l'adempirete sereni e tranquilli, accorrendo numerosi all'urna, il cui responso, mi auguro, vi darà operosi, onesti ed intelligenti amministratori.

«Voi, nella scelta procederete scevri da passioni personali, solo badando agli interessi morali ed economici del paese. Il vostro voto procedendo così avrà un alto significato, quello cioè di arrecarvi quella desiderata prosperità che meritate, e che solo si ottiene con la concordia e la fermezza dei propositi, la scrupolosa osservanza dell'ordine e della legalità, acciocché non venga menomato il prestigio delle istituzioni, che altro non han di mira che la prosperità morale e materiale del paese, il supremo bene indissolubile del re e della patria».

Lo spoglio delle schede assegna il primato al negoziante Giovanni Fadda (194 voti), seguito dai proprietari Pietro Saddi (168) e Ignazio Mameli (149). Dei quindici eletti, dieci sono proprietari, quattro negozianti e uno avvocato (Carlo Marini).
L'insediamento del nuovo Consiglio - domenica 17 novembre - è preceduto da un'attenta relazione del commissario Franchini sullo stato dell’Amministrazione. L'assemblea lo ringrazia per l'opera svolta votando all'unanimità un ordine del giorno. Segue l'elezione della Giunta municipale: il più votato - designato alla carica di sindaco - è il negoziante Giuseppe Carta.

Monserrato. Dei 20 eletti, 5 sono i debuttanti e 15 i confermati. Il primo, con 212 preferenze, è il proprietario Raffaele Piludu Massidda, seguito a ruota (208 suffragi) dall'avv. don Giovanni Angioi. La categoria dei proprietari, non importa di quale partito dei due in lotta, conquista il 60-70 per cento dei seggi. Fra i nuovi consiglieri anche un architetto (Efisio Spiga), un pretore (Enrico Manca), un notaio (Beniamino Onnis).

Mercoledì 20 novembre, insediamento del Consiglio ed elezione dell'esecutivo. Il più votato è il cav. Antonio Zorcolo.

I problemi che la nuova Amministrazione deve affrontare sono numerosi e impegnativi. C’è da occuparsi delle strade interne in completa rovina, e di quelle campestri ancor più dissestate, dell’applicazione dei regolamenti di polizia urbana e di polizia rurale (occorre anche istituire una compagnia barracellare), c'è da costruire il più rapidamente possibile un ponte sul tratto della strada provinciale attraversato dal torrente ed un altro in Bia Parte Olla ed una strada transitabile che conduce alla stazione ferroviaria, in luogo di quella scoscesa ed indecente tutta fosse e pozzanghere. C'è da lavorare sodo non badando a partiti e fazioni ma in concordia. Le premesse ci sono tutte.

La Provincia obbediente a sua eccellenza gialla

Le elezioni hanno rinnovato largamente anche il Consiglio provinciale e venerdì 29 novembre - poco dopo mezzogiorno - inizia la bella cerimonia dell’insediamento.

Naturalmente le prime battute riguardano le contestazione di irregolarità - più o meno gravi ed invalidanti - nei verbali prodotti da alcune sezioni elettorali così Pirri (mandamento Cagliari I-Selargius), così Villanova (mandamento Cagliari II- Pula) così ancora questo o quel seggio nei mandamenti Bosa-Cuglieri-Tresnuraghes, Nuraminis-Guasila-Mandas, Iglesias-Carloforte-Sant’Antioco-Fluminimaggiore, Lanusei-lerzu-Tortolì, Mogoro-Terralba-Ales, San Gavino-Sanluri-Lunamatrona-Baressa, Aritzo-Seui-Tonara, Teulada-Santadi, Muravera-Senorbi-San Nicolò Gerrei. Un’ecatombe insomma, che rende però più bella l’incoronazione dei riconosciuti "regolari": Francesco, Salaris, Enrico Marongiu e Antonio Campus-Serra (Decimomannu-Siliqua-Serramanna), Efisio Carta Salvatore Parpaglia ed Efisio Pischedda (Oristano-Simaxis-Cabras-Solarussa), Francesco Agus, Francesco Angioni-Contini e Filippo Vivanet (Ghilarza-Sedilo-Macomer), Nicolò Meloni e Stanislao Porcu (Santulussurgiu-Milis), G.B. Loy-Isola, Antonio Ballero-Ciarella e Francesco Asquer (Quartu-San Pantaleo-Sinnai), Enrico Carboni Boy e Giuseppe Sulis (Laconi-Isili-Nurri). Davvero pochi superstiti dall'ecatombe. A sorpresa sono contestate anche le elezioni di Gerolamo Devoto (terzo nel mandamento Laconi-Isili-Nurri), Francesco Stara e Salvatore Murgia (del mandamento Busachi-Fordongianus-Sorgono).

Lunedì 9 dicembre. Seduta inaugurale della nuova era. Presenti 30 consiglieri (dei 50 di cui si compone l’Assemblea) e con loro naturalmente - in veste di regio commissario- il prefetto Brussi.

Bisogna eleggere subito il presidente del Consiglio: 20 voti vanno a Francesco Cocco-Ortu che così conquista la carica. Suo vice è eletto Filippo Vivanet, segretario Antonio Agus, vice-segretario Salvatorangelo Ledda.

Assente il primo eletto è il prof Vivanet ad insediarsi nello scranno autorevole della presidenza. Discorso breve e un po’ scontato e retorico «Onorevoli signori [… ] oggi che con allargato suffragio ma anche con accresciuta responsabilità s'inaugura il primo consesso amministrativo della provincia, stimo lieto presagio […] consoli gli acquisti della patria, dotandola delle maggiori possibili libertà civili le più apprezzate dai popoli veramente seri e lavoratori.

«Come primo nostro atto propongo […] d’inviare un reverente telegramma al re che disse riporre la maggior gloria del suo regno nell’amore e nel bene degli umili. La nostra provincia e dirò anzi tutta la Sardegna è certamente fra questi. Fidenti anche dopo molti patiti disinganni, che mercé l'opera di un provvido governo l’augusta parola diventi una realtà riaffermiamo l’antica devozione che fu la fede incrollabile dei nostri avi e sani quella dei nostri più tardi nepoti».

Intanto la patata bollente delle contestate elezioni di mandamento è scaricata ad una commissione ed hoc composta dai saggi Parpaglia, Asproni, Leo, Angioni-Contini, Antonio Scano. C'è poi un ordine del giorno proposto da Carboni-Boy riguardante il concorso provinciale alla spesa necessaria ad impiantare nell'Istituto tecnico di Cagliari la sezione dei macchinisti in prima, «destinando fin d'ora a tale scopo la somma inscritta in bilancio per la sezione “Capitani di gran cabotaggio”, che [si] delibera di abolire». Loy-Isola invece propone di spedire un telegramma di ringraziamento alla Provincia di Sassari per la solidarietà manifestata in occasione del nubifragio che tanto sconquasso ha provocato nel Cagliaritano.

E per cinque giorni, adesso - da martedì a sabato - il Consiglio s'affanna a sbrigare i mille adempimenti ed il lavoro arretrato che s'è cumulato nei mesi di inattività. Puntualmente col pendolo alle 19,30, ogni volta per due o tre ore di filato, esso si china sulle necessità amministrative o sociali della provincia territorialmente più grande d'Italia (con il capoluogo e il Campidano comprende il Sulcis-Iglesiente e l’Oristanese fino al Marghine e alla Planargia, il Sarrabus-Gerrei e il Sarcidano e il Mandrolisai.

Arriva un telegramma di Cocco-Ortu: «Ringrazio infinitamente Consiglio della prova di fiducia, assicurandolo che più di qualunque altra mi giungono preziose le testimonianze di benevolenza della provincia natale, verso cui sento affetto profondo e devozione inalterabile. Sono costretto però, con rincrescimento, pregarlo di accettare mie dimissioni, non essendomi consentito presiedere questa sessione per lontananza e cure mie ufficio».

E siamo punto e a capo. A 48 ore di distanza il presidente-sottosegretario viene sostituito da Salvatore Parpaglia (23 voti su 28 votanti). Eugenio Boy (27 voti su 29 votanti) è stato frattanto eletto presidente della Deputazione, nella quale entrano pure, come effettivi, i consiglieri Enrico Sulis, Dessi-Serra, Mulas-Mameli, Randaccio, Ledda, Meloni, Congiu, Asproni e, come supplenti, Leo e Pischedda.

E votazione tira votazione. Prunas, Sanjust, Siotto e Grillo sono eletti come effettivi della G.P.A. e Guiso e Lepori come supplenti. E c'è tempo ancora - nonostante l'affievolimento della fiammella a gaz - per le commissioni di leva nei quattro circondari provinciali, e via di seguito.





Discorso di Parpaglia, con lungo preambolo di circostanza. «Onorevoli colleghi, nell'occupare questo seggio provo un senso di penoso rammarico [...], di non essere qui l'illustre cittadino che il voto spontaneo e solenne del Consiglio avea designato alla presidenza. Il comm. Cocco-Ortu declinò l'onorato seggio ed a nulla valsero le insistenti premure degli amici. Egli si è inspirato ad un sentimento di coscienziosa delicatezza, non potendo, a causa dell'alto e grave ufficio che occupa e della distanza che ci separa, assumere la direzione dei nostri lavori [...]. Nel raccogliere i vostri voti sul mio nome, avete anche voluto, con delicato pensiero, sostituire l'amico all'amico [...1. Non è la prima volta che il voto del Consiglio mi ha chiamato all'onore di questo seggio. Sempre provai l'esitanza e trepidazione nell'accettare l'altissima carica, tormentato, come ora lo sono, dal pensiero della pochezza delle mie forze [...]. Questo Consiglio è emanazione di un nuovo corpo elettorale, che tal può dirsi nel concetto della nuova legge. A tale legge ho pur io dato il mio voto [...]. La lotta nella nostra provincia per le elezioni fu quasi ovunque viva. I partiti si contrastarono il terreno con energia, costanza e, qualche volta, contendendosi il terreno palmo a palmo. Noi dobbiamo compiacerci di ciò, perché nella lotta sta la vita di un popolo chiamato a partecipare al governo del paese. Deplorai però sempre e deploro la lotta a base di calunnie, di basse e vigliacche insinuazioni ed accuse, le lotte col grido di demolire tutti e tutto, stigmatizzate or sono alcuni giorni, con parola più eloquente della mia, dal primo magistrato di questa illustre città, ed alle quali io feci plauso sincero. Intendo il concetto di demolire per riedificare».

Eppoi, da Parpaglia, finalmente qualcosa di più sostanziale: «Nell'entrare in quest'aula, la mente non può sottrarsi al pensiero delle condizioni della provincia e dell'isola tutta. Da tre anni segue una ridda infernale di disastri e di tormenti [...]. Una parte eletta della nostra provincia fu colpita da tale sciagura che non ho animo di ricordare e descrivere [...]. In tanto disastro m'è caro ricordare, col palpito della riconoscenza, la nobile e generosa gara che dura ancora per soccorrere gli infelici [...]. L'unità d'Italia si riafferma, dirò meglio, si santifica tutti i giorni coi plebisciti della carità e della beneficenza. In tanta gara, primo, più sollecito e generoso tra tutti fu l'augusto nostro sovrano. Re Umberto non volle, non potea dimenticare l'isola nostra che, in tempi fortunosi con fede e coraggio sardo, accolse i Reali di casa Savoia destinati a compiere gli alti destini d'Italia.

«Non posso nascondere che il paese attendeva dai Governo dello Stato efficaci e proporzionali provvedimenti ai bisogni ed alle eccezionali condizioni del paese; il dispettoso disinganno che impermalisce e lo sconforto che accascia si aprono facile via nelle nostre popolazioni. Dobbiamo disperare? Permettere che si alimenti ancora la speranza che il Governo non sarà sordo al grido dei nostri dolori [...]? Un'arra parmi scorgerla nella ottenuta riduzione di tariffe ferroviarie e marittime che, facilitando i trasporti ordinari, favoriscono l'esportazione dei nostri prodotti [...].

«La novella Amministrazione trova la provincia in difficili condizioni finanziarie, conseguenza in gran parte di fatti ed errori antichi, ed il paese stremato di forze. La potenza tributaria non può più rispondere alle esigenze dello Stato, della Provincia e dei comuni. Essendo il bilancio già formato dalla cessata Amministrazione, la questione finanziaria non dovrebbe essere la nostra preoccupazione; io però credo sia dovere della Deputazione consacrare fin d'ora lavoro indefesso, studio paziente all'esame della finanza provinciale e presentare in tempo il risultato del suo studio, onde trovar mezzo di rendere il futuro bilancio almeno comportabile, altrimenti si esaurisce ogni fonte di vitalità in un paese eminentemente agricolo come il nostro».

E dopo aver accennato ai fatti di sangue e di disordine ripetutisi nell'isola e particolarmente a Cagliari, chiude: «È tempo che un concetto solo sia la nostra guida: la patria, ch'è su tutto e su tutti».

Riprende quindi la lunga sequenza delle votazioni per la struttura delle varie commissioni di competenza o concorrenza provinciale: per gli appelli elettorali, per la liquidazione dell'asse ecclesiastico, per la vendita dei beni demaniali, per la requisizione dei quadrupedi per l'esercito, per la concessione delle rivendite dei generi di privativa, per la caccia, per il Tiro a segno, per la conservazione dei monumenti ed oggetti di antichità, per il Convitto nazionale, per la Scuola mineraria d'Iglesias, per l'Enologica, per la Normale femminile, per la Scuola d'arti e mestieri, per la Giunta di statistica, per l'ospedale civile, per il Consorzio costruttori delle strade Villasalto-San Nicolò Gerrei, San Gavino-Gonnosfanadiga, Villacidro-San Gavino-Sanluri-Furtei, per il Consorzio dell'acquedotto di Cagliari.

Intanto la Commissione incaricata delle verifiche sulle irregolarità riscontrato nei mandamenti elettorali riferisce all'Assemblea e questa, volta per volta, delibera. Passano la prova, così, e vengono assunti nei ranghi consiliari, Luigi Congiu e Giuseppe Orrù (Cagliari I - Selargius); Carlo Randaccio e Carlo Floris-Thorel (Cagliari II - Pula); Giovanni Mura-Agus ed Antonio Arangino (Aritzo-Seui-Tonara); Pietro Sanna e Giovanni Deplano (Teulada-Santadi); Maurizio Sulis ed Ernesto Deplano (Muravera-Senorbì-San Nicolò Gerrei); Giacomo Devoto (Isili-Nurallao); Salvatore Murgia e Antonio Varese (Sorgono-Busachi-Fordongianus). I contestati attraversano l'intera casistica delle ragioni di invalidazione del voto che, però, scema, in fatto, sotto la forza degli argomenti assolutori. Sono annullate solamente le elezioni svoltesi ad Escovedu (per l'analfabetismo conclamato dei quattro scrutatori).

C'è già chi stila le formazioni, cioè procede all'assegnazione ai vari partiti. A quello di Cocco-Ortu trentadue, fra cui Cao-Pinna, Boy, Asproni, Mulas-Mameli, Parpaglia, Vivanet, Congiu. A quello di Salaris dodici, fra cui Campus-Serra, Marongiu, Ballero-Ciarella, Carboni-Boy, Bacaredda. D'incerta collocazione sono appena sei.

Il rodaggio ormai è compiuto. Il Consiglio prende ritmo, la nuova legislatura s'annuncia piena di doveri e di iniziative.

Venerdì 13. Le proposte d'intervento dell’Amministrazione su questo o quel punto particolare delle necessità sono un'autentica pioggia: perché la Deputazione transi le liti cogli esattori, che pagarono la seconda rata della sovrimposta provinciale 1887 in buoni agrari del fallito Credito agricolo; per la prosecuzione della strada inter-provinciale Ghilarza-Sedilo; per lo studio del tronco stradale dal ponte sul Tirso fino ad Aidomaggiore; per la costruzione di uno stabilimento balneare presso le rinomate acque termali di Fordongianus; per la costruzione della comunale Escalaplano-Ballao e della congiunzione fra la provinciale e la borgata alta di Tonara, e così fra il ponte del Flumendosa, presso Gadoni, e la nazionale Sadali-Seul; per la concessione gratuita della strada Oristano-Laconi all'impianto di una tramvia, ecc.

Si discute di parcelle salate, di manchettes pubblicitarie sulla stampa, di caccia (Bacaredda ha presentato una petizione di 78 cacciatori dilettanti e contestato una certa normativa che discrimina per... sesso), ecc.

Appassiona un po' tutto. Vivanet e Campus-Serra, Congiu e Piras appoggiano la proposta già argomentata da Carboni-Boy a favore del "Martini" che sempre di più deve poter licenziare, oltre ai bravi ragionieri, altrettanti bravi macchinisti (così necessari per le accresciute esigenze del traffico ferroviario e marittimo). Si tratterebbe di bilanciare £. 1.500 per favorire l'impianto della sezione di macchinisti in prima, in sostituzione della classe di capitani di gran cabotaggio. L'unanimità facilmente raggiunta è anche il riconoscimento del prestigio di cui gode il "Martini': cui si prospetta un futuro da istituto-leader in campo nazionale.

Forza e vigore al Municipio bacareddiano

In parallelo con il debutto della nuova legislatura provinciale procede quella civica nell'antico e sempre più cadente palazzotto castellano.

Ore 18,40 di martedì 26 novembre. Inizia l'era di Gaetano, Antonio, Ottone, Angelo, Giuseppe Bacaredda, il sindaco della tarda belle-époque cagliaritana. In aula sono presenti 29 consiglieri.

«Ho accettato questo ufficio - esordisce il nuovo "primo cittadino" di Cagliari - per quel sentimento di dovere che ognuno deve nutrire in cuore: perché ritengo che, laddove v'ha una difficoltà o un pericolo, quello è il posto— posto di combattimento - di chiunque non voglia limitare il proprio tributo di riconoscenza verso la terra che gli ha dato i natali, alle sterili querimonie o alla facile maldicenza».

Afferma poi: «Nuovi come siamo, nella maggior parte, alle cose del Comune, non ancora abbastanza esperti nella trattazione dei mille affari che fanno capo a questa complicata azienda; sovraccolti dall'urgenza di provvedimenti che non sono il frutto dei nostri studi e delle nostre deliberazioni; anticipatamente vincolati alle esigenze di un bilancio al quale noi tutti, o quasi, fummo estranei e che ancora non ha avuto il placet dell'autorità tutoria noi siamo nella impossibilità di farvi, come pure desidereremmo, una precisa e ragionata esposizione delle nostre idee, in ordine all'amministrazione del Comune».

Epperò, a questo punto, Bacaredda non si mostra reticente e - accennato ai mille problemi in agenda, dal bilancio all'istruzione, dall'igiene alle opere pubbliche, dall'organico di personale al piano regolatore disciplina degli uffici al funzionamento dei vari servizi - assicura il massimo impegno della nuova Giunta e della sua maggioranza: «E lo faremo - dice - con mente serena, con spirito elevato, non chiedendo consiglio alle nostre individuali simpatie od amicizie, od a rancori o ad animosità che abbassano ed umiliano, non ubbidendo all'influenza di partigiana passione o secondando l'eco di popolari clamori; ma nel nome della moralità e della giustizia, e per il bene del paese, dal quale siamo stati eletti ed al quale dobbiamo rendere scrupoloso conto del nostro operare.

«Il paese - prosegue - ha bisogno di riposare delle patite jatture, e noi saremo i primi a dar l'esempio di quella calma prudente e conciliante, senza cui nessun lavoro proficuo si può iniziare e nessun alto intento raggiungere. Il paese ha bisogno di rimarginare le piaghe profonde che lo addolorano, e noi, col vostro aiuto, ci accingeremo a quest'opera pietosa coi criteri di una oculata economia.

«Il paese ha bisogno di luce, che da ogni parte ad alte grida s'invoca, ed io sono lieto d'informarvi che primo atto della vostra Giunta fu d'ordinare un esame rigoroso delle anteriori contabilità, per accertare il vero stato presente della finanza municipale. Ciò senza secondi fini, non per odio o per sospetto di alcuno, ma per amore di verità e nell'interesse supremo del paese, del suo credito, della sua reputazione, del suo avvenire».

Rivolgendo uno speciale ed affettuoso saluto ai colleghi consiglieri d'estrazione operaia, ai rappresentanti cioè di «quel popolo di Cagliari che non è ancora un secolo, nel trambusto sanguinoso di una rivoluzione, dava esempio al mondo di magnanimo perdono e che più d'una volta meritò e merita d'esser citato a modello di costumatezza e di moralità», dice di scorgere nella loro presenza in Consiglio comunale «il trionfo di quelle idee liberali alle quali siamo cresciuti e che, sanzionate da una nuova legge, sono la forza ed il vanto della nostra civiltà. La loro partecipazione ai nostri lavori è la miglior guarentigia che l'opera nostra non sarà rivolta a secondare gli interessi di persone e di caste, ma a vantaggio di tutti».

È la "carta d'intenti" di Ottone Bacaredda sindaco, di Bacaredda avvocato e professore, saggista e poeta, ma soprattutto... cagliaritano.

Ma dopo le dichiarazioni di volontà, ecco già il lavoro dell'oggi. C'è da decidere sulla domanda - la sola pervenuta al Comune per l'appalto del teatro Civico in occasione del Carnevale - da parte dell'Agenzia Mazzi di Milano, la quale chiede, però, l'aumento della dote da 4.500 a 6.000 lire e la riduzione della cauzione a mille lire.

Cominciano subito anche i problemi "politici", naturalmente: e primo fra tutti il "rimpasto" dell'esecutivo, con la sostituzione degli assessori dimissionari. Entrano in Giunta, come assessore effettivo, Lazzaro Dessy al posto di Boy, e, come supplente al posto di Ravenna, Enrico Fadda. (Sospizio rimpiazzerà Nobilioni nella prossima tornata).

Altre nomine di consiglieri: nel Consiglio d'amministrazione del Convitto nazionale: Loy-Isola; in quello del Ricovero di mendicità: Zedda-Piras e Mereu; nella Commissione per il servizio sanitario dei poveri: Floris-Thorel e Marini (Castello), Giganti e Spanu (Stampace), Baffico e Carmelita (Marina), Boy e Nissardi (Villanova).

Martedì 17 dicembre. Tornata in gran parte ancora dedicata a nomine. Come revisori del conto 1889: Sanna, Sanjust, Aymerich, Loy-Isola e Giganti; nel Consiglio d'arte: Vivanet, Sanjust e Manconi (effettivi), Pepitoni (supplente); nel Consiglio di leva marittima: Anacleto Mereu (confermato); nella Commissione visitatrice delle carceri: Picinelli e Pani; nella Commissione dell'amministrazione dell'ospedale "San Francesco di Sales": Cao di San Marco e Birocchi; nel Consiglio direttivo del Convitto annesso alla Scuola normale femminile: Athene; in quello della Scuola d'arti e mestieri: Nissardi; in quello dell'Istituto sordomuti: Gioda; nella Congregazione di carità: Pallavicini e Castangia; nel Consiglio provinciale scolastico: Picinelli e Dessì; nel Consiglio d'amministrazione dell'asilo "Marina e Stampace": Foltz.

E a fine seduta delibere sparse: concessione di un terreno al signor Salvatore Puddu, storno di poste di bilancio, affrancazione di un'annutà censitica dovuta al fondo per il culto per l'ex canonica di Sant'Eulalia ed annullamento di un altro censo dovuto all'ex canonica di San Giovanni.

Mercoledì 18. Con il consenso del Consiglio d'arte viene autorizzato lo svincolo di una cauzione prestata dall'appaltatore Salvatore Marini. Picinelli (relatore) riferisce sulle spese occorrenti per le riparazioni nella caserma delle guardie di P.S. (nell'ex convento di San Domenico) e propone di ordinare l'esecuzione secondo i calcoli dell'Ufficio tecnico municipale, salvo rivalersi sull'Amministrazione del demanio. Intervengono nel dibattito Athene, Carcassi, Ravenna, Boy, Nobilioni e Loy-Isola.

Giovedì 19. Strano esordio: il consigliere Ravenna biasima il modo di redigere i verbali su fogli volanti. Vorrebbe l'utilizzo dell'apposito registro che, poi, si dovrebbe firmare e contro-firmare.

Bacaredda concorda sulla teoria della protesta, ma obbietta che «dovendosi i verbali rimettere all'autorità tutoria per la voluta approvazione, e questa trattenendoli talvolta una quindicina di giorni e più, ne conseguirebbe che se ne darebbe lettura quando il Consiglio avrebbe già dimenticato gli oggetti e le discussioni. Inoltre - aggiunge il sindaco - qualora i verbali non venissero approvati, si avrebbe un registro misto di sedute approvate e di sedute annullate Così, invece, si scrivono temporaneamente su fogli volanti e, ottenuta l'approvazione, si registrano».

Prosegue la discussione sugli interventi riparatori necessari alla caserma delle guardie di PS. (il Ministero 11 ha ingiunti al Comune ed il relatore Picinelli propone un accantonamento di £. 1.100 per la bisogna, con storno da altri capitoli di bilancio). Fra proposte, osservazioni, repliche e contro-repliche, prende la parola mezzo Consiglio.

Proseguono anche le nomine dei rappresentanti municipali nei vari enti e/o commissioni operanti in ambito locale. Nella Direzione provinciale del Tiro a segno nazionale: Lostia di Santa Sofia; nella Commissione per Io studio dell'organico del Corpo musicale e l'esame delle domande presentate da alcuni orfeonisti: Sospizio, Foltz e Acquaroni; come presidente dell’Amministrazione dell'Ospedale civile (al posto del dimissionario Bacaredda): Marongiu.

A fine seduta il sindaco informa il Consiglio su un'articolata deliberazione della Giunta a proposito del personale comunale. Sospizio muove alcune osservazioni circa il proposto concorso alla carica di ragioniere-capo. Alle sue tesi si oppone Nobilioni. Floris-Thorel contrasta l'uno e l'altro, suggerendo la formazione di una commissione che valuti i reclami presentati dagli impiegati in servizio, i quali si credano lesi nei loro diritti. Intervengono anche Vivanet e Loy-Isola ed il dibattito minaccia di farsi troppo acceso. Bacaredda decide perciò di passare dalla seduta pubblica a quella segreta.

Venerdì 20. Prima delibera della giornata è la concessione alla signora Luigia Melis vedova Canepa di un tratto d'area di fronte alla sua abitazione, nella piazza Costituzione, verso il "Genovese" (o "caffè dei Genovesi", come viene chiamato), per sistemano a parterre.

Secondo punto. L'assessore Cambilargiu riferisce su alcuni provvedimenti che ritiene di tutta urgenza a favore dell'Enologica, ed in primis l'impianto di una cantina sperimentale (concorso comunale: £. 25.000). Una commissione studierà il concreto da farsi, ma in tempi davvero solleciti.

Terzo punto. Sono eletti i tre componenti della commissione che dovrà esaminare il nuovo organico amministrativo in rapporto ai numerosissimi ricorsi presentati dagli impiegati. L'incombenza tocca a Floris-Thorel, Loy-Isoia e Aymerich.

Quarto punto. Relazione dell'assessore Muntoni sul riordinamento delle farmacie: ne opererà una per ciascun quartiere; il servizio notturno verrà curato da una sola farmacia, nella quale potrebbe ritenersi utile la presenza anche di un medico, pronto ad ogni emergenza. 11 problema da superare sarà solamente di bilancio.

Lunedì 23. Corazzata "Sardegna" e sua bandiera d'onore. Che fine ha fatto la proposta di quell'ottimo collega che aveva appunto suggerito che fosse Cagliari, città capoluogo e città marittima, a donare alla nave quel pavese? - domanda press'a poco il consigliere Vivanet in un pirotecnico intervento d'apertura.

«Farò tesoro delle sue raccomandazioni», risponde serafico Bacaredda, il quale passa subito ad altro, comunicando di aver proceduto a nominare la Commissione di studio dei provvedimenti da adottarsi a favore dell'Enologica: con Zedda-Piras, Vivanet, Cambatzu, Pernis e Capra è il meglio della cultura imprenditoriale agricola che viene impegnata a pro della città e della provincia intera.

E più oltre: Nobilioni presenta la sua proposta di associazione del Comune ai consigli provinciali ed alle camere di commercio «per fare insistenti uffici presso il Governo e le rappresentanze politiche, onde si scongiuri il danno che ne minaccia» la riforma della legge delle miniere. Unanime consenso dell’Assemblea.

Poi il Consiglio sembra appassionarsi a natura, storia e prospettive del legato di Sant’Anna, amministrato dal Comune ma con bilancio autonomo. Sull'argomento intervengono - oltre a Bacaredda - Ravenna, Boy, Picinelli, Serra-Meloni, Floris-Thorel, Sospizio, Athene, Vivanet.

Venerdì 27. In apertura il sindaco dà lettura della seguente mozione del consigliere Carmelita: «Il sottoscritto propone che il Consiglio deliberi un voto di ringraziamento al Consiglio d'amministrazione del Banco di Napoli, pel provvedimento dal medesimo adottato circa l'istituzione di una Cassa di risparmio in questa città, dalla quale il paese si ripromette beneficio».

Bacaredda è il primo ad associarsi: il suo entusiasmo è però frenato da Vivanet, che teme un bluff giornalistico, e da Ravenna, che riterrebbe preliminare un appuramento degli scopi «che gli iniziatori si propongono». Se ne riparlerà, dunque.

Questione farmacie. L'assessore Muntoni propone la concessione a quattro farmacie (una per quartiere) dell'appalto biennale della somministrazione gratuita dei medicinali ai poveri, in base a un tariffario compilato dal chimico municipale. Per il servizio notturno propone la concessione dell'appalto (pure biennale) ad una farmacia centrale (sarà quella Todde), con premio di mille lire all’anno. Approvato.

L'assessore Sospizio riferisce quindi sull'opportunità, ravvisata dalla Commissione ad hoc, di tornare per ora all'organico vecchio. Pertanto, nei limiti del bilancio 1890, saranno provvisoriamente assicurati tutti i servizi musicali, mentre la Scuola di musica verrà trasformata in Scuola di canto corale. Il nuovo organico - adeguatamente studiato da una nuova commissione - dovrà attuarsi nel 1891. (Sul connesso problema dei "diritti acquisiti" dagli impiegati, che sarebbero compromessi dalla nuova normativa, si sviluppa un animato dibattito fra sindaco, assessore ed i consiglieri Fadda, Picinelli, Loy-Isola, Vivanet, Muntoni, Floris-Thorel, a dimostrazione dell'interesse che il tema suscita in città).

Sabato 28. Il relatore Picinelli informa che il bilancio 1890 si chiuderà sulla base di £. 1.666.492,86.

Circa la nuova pianta organica del Comune, la Commissione ad hoc propone che venga statuito che con le nuove disposizioni non si vogliono menomamente pregiudicare i diritti acquisiti dagli impiegati, e che quindi non avranno effetto quelle disposizioni che si constaterà loro pregiudizievoli. La delibera consiliare è per una sospensiva del nuovo organico.

Su Buoncammino, Bacaredda riferisce che il Governo - secondo le attese municipali - ha deliberato un concorso di £. 6.000 per la sistemazione del viale.

È l'ultima seduta dell'anno. Il Consiglio sarà convocato a domicilio.


Fonte: Gianfranco Murtas
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