Gianfranco Murtas

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Nuove testimonianze di ex studenti del seminario regionale di Cuglieri. Quarto ed ultimo libro di Tonino Cabizzosu pubblicato dalla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna

di Gianfranco Murtas


Chiude bene, Tonino Cabizzosu, la serie di volumi – sono quattro, quasi milletrecento pagine! – che ha voluto dedicare, in quest’ultimo lustro di lavoro intensissimo (da lui combinato con la direzione dei Beni culturali – Archivio storico, Biblioteca e Museo – della diocesi di Ozieri e la cura parrocchiale di Ittireddu), al seminario regionale cuglieritano che è stato, per ben 44 anni – dal 1927 al 1971 –, la fucina del nuovo clero sardo. Cessata l’operatività dei collegi teologici di Cagliari e Sassari, i soli abilitati al rilascio dei titoli accademici, ed andando a sviluppo e completamento coerente dei corsi di istruzione e formazione avviati nei seminari minori presenti in tutte le undici (allora ancora undici) diocesi, fra Gallura e Sulcis-Iglesiente, Ogliastra e Barbagia, Marmilla e Planargia, Logudoro, Algherese e Campidani, Cuglieri associava ai corsi liceali, filosofici e teologici (fino alla licenza) – come appunto già avveniva nei seminari diocesani – anche la “specializzazione” che, prodotta dalla congenita facoltà di Teologia, portava alla laurea. Ma soprattutto associava ragazzi e giovani provenienti da territori diversi affrancandoli dalle povertà di un subprovincialismo che, tanto più perché generato in un’isola, costituiva per tutti, per il presente ed il futuro, un limite nel limite: un limite, s’intende, all’effettiva e positiva finale idoneità dei singoli immessi in ruoli di responsabilità “adulta” – ventiquattro-venticinquenni privi di sufficiente esperienza di vita e senza una adeguata e dimostrabile conoscenza delle complessità sociali e ben oltre il dogma appreso dai libri… giovani assegnati all’operatività pastorale, catechistica e liturgica, perfino a quella pedagogica d’oratorio, delle parrocchie e formati nei tredici anni di studio all’interno di un recinto di disciplina incapace, quasi per tarda ed ostinata, pregiudiziale autodifesa istituzionale (e ancora nella logica della Chiesa assediata dalle prepotenze dello Stato laico e liberale), di scambio ed arricchimento dialogico con il mondo d’attorno. Vivere la dimensione interdiocesana (a dirsi chiaramente regionale), costituiva senz’altro, allora, e per allora bastava – era bastato ancora per quasi settant’anni dai tempi dell’unità d’Italia e della breccia di Pia Pia –, un avanzamento di rilievo.

Per questo, e ben più e prima che per la confezione dei programmi di studio posti in capo alle cattedre assegnate in larga maggioranza a docenti gesuiti della provincia torinese, Cuglieri era stata una quasi rivoluzione negli assetti della Chiesa sarda, nel suo respiro insieme sociale e culturale: ché non poteva darsi vere e credibili ambizioni di cattolicità chi non sapeva “meticciarsi” neppure con gli altri suoi corregionali, incapaci gli stessi vescovi di darsi altro che reciproche generiche intese collaborative nelle conferenze di tanto in tanto convocate, e per il più soltanto a livello di provincia ecclesiastica, nella sede metropolitana chi a Cagliari, chi ad Oristano, chi a Sassari. (E’ atteso per i prossimi mesi, ancora da Cabizzosu, un primo organico studio sulle esperienze d’un secolo della conferenza episcopale sarda, a partire dalle “sofferenze” patite in tempo ancora di Regno di Sardegna, magari con l’esilio imposto – a Roma! – all’arcivescovo Emanuele Marongiu Nurra, recalcitrante verso le esigenze governative di censimento dei benefici ecclesiastici e in particolare delle devoluzioni delle decime… e fino ad arrivare al secondo dopoguerra novecentesco, passando per la prolungata vacanza delle sedi vescovili, il successivo graduale ripristino degli exequatur, la pacifica e pragmatica convivenza con la legislazione/amministrazione giolittiana – tempi di patto Gentiloni – e i primi cenni di penoso allineamento ai gerarchi della dittatura fascista).

Gli sviluppi complessivi della società sarda, all’interno di quella nazionale e mondiale, tanto più negli anni ’60 del secolo scorso – quelli postconciliari e della contestazione giovanile ed operaia, delle rivendicazioni di nuovi diritti civili e dell’avanzante secolarismo modernista – avrebbe richiesto, direi imposto, nuovi e ultimi interventi di riforma in aggiunta ai quali, nella concreta situazione isolana, si poneva l’esigenza e anzi l’urgenza di affrancare dalla sua “prigione” (e sia pure prigione dorata nella parca autosufficienza) del Montiferru un corpo seminaristico ancora folto – nell’ordine dei duecento e più alunni – per integrarlo nelle dinamiche di studio e di vita moderna di una città universitaria e vivace per dinamiche sociali e politiche, non soltanto culturali od accademiche.

Trasformata la società, in chiara e inevitabile evoluzione la Chiesa ancora affidata al prudente governo di Paolo VI – che nell’aprile 1970 era stato a Cagliari, dove da Cuglieri erano confluiti per salutarlo e ascoltarlo anche i seminaristi del Regionale – il capoluogo si faceva nuova sede del seminario maggiore sardo. Già trasferiti nella loro casa di su Baroni (ai piedi di Monte Urpinu) i padri della Compagnia di Gesù, autoconsegnatisi essi in riduzione ai compiti della docenza per lasciare alla responsabilità dei vescovi diocesani la conduzione amministrativa, organizzativa e finanziaria del Regionale, e dopo un biennio pieno di sballottamenti logistici e complicazioni pratiche – quelli che poi s’identificano con il rettorato di don Ottorino Pietro Alberti, quindi premiato e promosso arcivescovo-vescovo di Spoleto e Norcia –, finalmente a Cagliari s’iniziò una fase del tutto nuova, per programmi di studio e soprattutto per modalità di vita comunitaria, del seminario che era stato di Cuglieri. Più intenso anche il rapporto con le parrocchie cittadine, fra centro e periferia, più curioso ed istruttivo l’inoltro – ché non fu (né poteva essere) soltanto osservazione sociologica – nelle complessità urbane, quelle perfino brucianti dei quartieri popolari e dei materiali bisogni proletari (la casa e il lavoro in testa a tutto)… Vent’anni dopo sarebbe venuta, con il rettorato di don Efisio Spettu, anche la nuova e trionfante sede, aperta per statuto ad ogni esigenza delle diocesi anche le più lontane da Cagliari.

Ma intanto c’è stata Cuglieri e Cuglieri andava raccontata. Già nel volume dato alle stampe da Cabizzosu nel 2020 – il titolo sempre quello, Per una storia del Seminario Regionale di Cuglieri, PFS University press – le testimonianze di chi quella esperienza aveva compiuto, dai più concludendola con l’ordinazione presbiterale (salvo poi taluno abbandonare il ministero in anni successivi), erano apparse rivelatrici insieme di costanti e di diversità, un mosaico autentico per il soggettivo, personalissimo filtro di ciascuno nel sentire e rappresentare i più diversi aspetti della vita nel “fortilizio” del Montiferru: dalle lezioni o modalità di studio alla spiritualità affinata in cappella, dalla convivenza di camerata allo svago sportivo, alle visite di esperti – chi di scienza chi di religione – e, negli anni della Rinascita, dei politici… ll nuovo volume marca maggiormente, a me sembra, il contesto nuovo che è poi quello da cui più immediatamente deriva il trasferimento a Cagliari.

La direi così: i due terzi degli “autoracconti” presenti, sempre in gustosi e sapienti grandangoli, nel primo dei due volumi sottotitolati Il ricordo degli alunni, erano offerti da chi aveva maturato la sua esperienza negli anni o del regime di dittatura e di guerra o nel lungo decennio postbellico dominato, nella Chiesa (e per molta parte anche nel costume sociale italiano e sardo), dal pacellismo. Trattandosi di testimoni passati per intanto a miglior vita, diversi contributi erano tratti da pubblicazioni biografiche (od autobiografiche) e memoriali già noti: fu il caso, per fare qualche nome soltanto, di Paolo Carta, Ottavio Cauli, Gesuino Mulas, Salvatore Fiori, Salvatore Sanna, Antonio Porcu, Antonio Francesco Spada, Salvatore Chiaro Delogu, Raimondo Turtas, Rosario Menne, ecc.

Una buona quota dei partecipanti al nuovo ideale forum allestito, con indovinata formula, da Cabizzosu è costituita da presbiteri che hanno ricevuto l’ordine sacro negli anni felici felicissimi del Concilio, allora concludendo gli studi e subito inserendosi nella vita delle diocesi di provenienza: così Gavino Leone e Angelo Pittau, Tonio Sau e Renato Mura, Salvatore Delogu e Albino Sanna, Pietro Puggioni e Nino Carta, Antonio Addis e Ignazio Sanna (divenuto poi infelice vescovo di Oristano), Titino Bacciu, Giuseppe Mura e Antonio Muscas.

Una quindicina soltanto hanno consumato la loro esperienza cuglieritana nella stagione ultima o ultimissima del seminario, taluno – come gli altri – terminandola con il rito sacramentale della imposizione delle mani, della vestizione, unzione crismale e consegna di patena e calice ricchi di pane e vino d’eucarestia, altri – non pochi – interrompendola ma mai, o quasi mai, rinnegandone l’importanza formativa (al di là dei limiti, come va sempre precisato) per il proprio futuro personale e civile, familiare e professionale.

Questo secondo volume di testimonianze raccolte da Cabizzosu comprende 42 contributi originali ed ha fatto benissimo l’autore/curatore ad accogliere, in conclusione – buon 43.o testo – quello lucidissimo, dettagliato e direi anche significativamente riflessivo, di Pierpaolo Loi il quale, se non visse Cuglieri nella sua pienezza, di Cuglieri visse… le conseguenze, quelle del passaggio a Cagliari fra 1971 e 1972, con tutti i travagli delle sistemazioni organizzative e logistiche.

Anche in questo volume, o forse soprattutto in questo, figurano le testimonianze di chi ha lasciato… in corso d’opera: c’è chi è divenuto medico e chi insegnante, chi s’è prestato anche ad attività amministrative e politiche, chi è tornato alla città d’origine e chi è emigrato magari nel Friuli e sogna l’ingresso della lingua sarda (come già è stato per quella friulana) nella liturgia, chi ricorda i festeggiamenti per lo scudetto del Cagliari e le fisarmonicate serali, chi ha fissato nei versi, molti anni dopo la fine della esperienza nel “fortilizio”, o chiamalo maniero di sentimento medievale, ricordi ed emozioni… Retanda e Pinna, Salaris e Vargiu, Spiga e Curcu… e quanti altri, chi di Ales-Terralba – la diocesi di monsignor Antonio Tedde – chi di Ozieri – la diocesi di monsignor Francesco Cogoni –, chi di Cagliari – la diocesi di monsignor Paolo Botto in passaggio alla berretta del cardinale Sebastiano Baggio…

Accompagnare non servire, tanto meno comandare
Uno “scrigno” prezioso preziosissimo questo secondo e, al pari del precedente, volume di confessioni-confidenze dei giovani protagonisti cuglieritani, della “meglio gioventù sarda” – come qualcuno ha scritto – riunita, tanto più negli anni ’60 del Concilio e del postConcilio, per uno scopo sociale alto: attrezzarsi a servire, anzi ad accompagnare la comunità, le comunità, nel caleidoscopio d’umanità che è la Sardegna, anche la Sardegna che conosciamo e ancora viviamo. E, proprio per questo, insoddisfatta di un progetto pedagogico ancora tardo ad aggiornarsi…

Può essere utile ad invogliare alla lettura di questo quarto volume della serie Per una storia del Seminario Regionale di Cuglieri, e secondo dei “depositi” memoriali, richiamare alcuni dei titoli che Cabizzosu per tutti o gli autori stessi (provenienti da due generazioni almeno, ma qui mischiati volutamente) hanno dato alle loro confidenze: “Sbarcai in un pianeta popolato di lunghe tonache nere che scivolavano lungo le scalinate, i corridoi, i cameroni, la cappella, gli studi. Un interminabile fruscio di sottane, un intenso odore di incenso, uno stuolo di giovani proveniente da tutta l’Isola”, “Rimpiango le amicizie che rendevano vivace e pieno il mio tempo di svago”, “Già i primissimi giorni ci fu un lungo ritiro spirituale che mi sembrò un’eternità”, “Arrivato in questo grosso edificio di granito, maestoso e imponente rimango affascinato: mi sembrava di entrare in un convento di clausura… vivevo in un mondo recintato”, “In cappella ogni anno si avanzava verso l’altare… e a un altare ci fu chi di noi arrivò per dir messa e chi, come nel mio caso, per sposarsi”, “E’ rimasta in me l’impronta data dai benemeriti padri gesuiti, che mi ha accompagnato per tutta la vita, sia nel lavoro che negli impegni sociali e familiari”, “Si avvertiva l’esigenza di una formazione che non fosse solo teorica e non isolasse dal resto dell’ambiente coloro che si preparavano a diventare sacerdoti”, “Con l’arrivo del rettore p. Lanz venne finalmente autorizzato il gioco del calcio, prima severamente proibito”, “Cuglieri… quando sento nominare questo paese mi pervade una struggente nostalgia. Questa esperienza ha segnato profondamente la mia vita di laico” («… aspettavamo con ansia che i vescovi, cui avevamo fatto richiesta mesi prima, ci concedessero di giocare a calcio non più con la canadese o i pantaloni lunghi, come era obbligo ma con i pantaloncini corti. Quando fummo informati dell’autorizzazione ci sembrò un’enorme conquista e la mia camerata, la sesta, fu la prima a disputare una partita di calcio con i pantaloncini corti…»).

E ancora: “Molti dei miei colleghi contestavano alcune prassi del seminario e lo lasciavano diventando anticlericali! Onestamente non li ho mai capiti!”, “Una schiera di insegnanti, impiegati, politici, docenti universitari e professionisti in genere, hanno dato il loro contributo alla crescita culturale, economica, politica e amministrativa dell’Isola”, “Come preside e dirigente scolastico penso di poter affermare che solo in poche altre realtà ho trovato la qualità che caratterizzava il liceo classico Pio XI annesso al seminario”, “Rivivo con celata nostalgia le giornate invernali, con la caduta della prima neve, nelle quali si percorreva la strada fino al Rifugio della Madonnina dove si faceva a gara nel lancio delle palle di neve!”, “I tre anni di liceo sono stati gioiosi, pervasi da una serenità piena, perché sempre circondato dalla presenza premurosa, attenta, fattiva, disponibile degli educatori”, “Ricordo ancora con piacere il gruppo scout di cui feci parte: quell’esperienza mi insegnò molto soprattutto il senso di solidarietà nelle difficoltà altrui”, “Il rettore Carlo Bozzola si dava da fare con preghiera insistente: è stato visto nella cappella deponendo un biglietto di supplica ai piedi di San Giuseppe”, “La severità dei superiori mentre da un lato era positiva per la formazione del carattere e della personalità, dall’altro ne metteva in evidenza l’eccessiva rigidità”, “La formazione che si riceveva era carente, non era sufficiente né completa per affrontare la vita”, “Luogo meraviglioso di luce nella fede e nella formazione umana e spirituale”, “Il buon tratto era ben curato, anche perché qualche superiore pensava che noi sardi avessimo ancora i tratti dei pastori ancestrali e volevano modellarci secondo il loro modo di agire continentale e/o piemontese”, “Il primo impatto fu un po’ strano, se non proprio traumatico: come un pulcino tutto solo, mi sentii affibbiare il blasone di ‘cabesusesu’ e per di più ‘de brechidda’, da coloro che ritenevano di essere più evoluti e socialmente superiori, almeno di numero”, “A Cuglieri si respirava Sardegna. Tale realtà costituiva per me un’autentica agorà”… Su questa falsariga tutto il resto.

Ho detto che sono 43 le testimonianze rese, tutte gustose e profondamente intelligenti, quale che ne sia il segno e pur in una necessaria maggiore o minore brevità, dagli ex studenti del Regionale: 43 che si aggiungono alle 49 già incluse nel volume uscito due anni fa e che Cabizzosu aveva aperto – primo dei cinquanta testi – con un doppio articolo, a firma di Gianni Rosa, tratto da La Nuova Sardegna del 1951 (cf. 11 febbraio e 11 marzo). Quel tanto di romantico che si combina sempre ai ricordi di gioventù non ha alterato, fortunatamente, il rigore e la serenità del giudizio, variamente sfumato, sulla quotidianità… militaresca, ma meglio sarebbe dire disciplinata e sullo spessore degli studi che però soltanto il tempo (e dunque l’esperienza della maturità) ha potuto poi misurare.

Che impresa! che impresa fu quella esperienza collettiva forte di ogni carattere creativo – se così posso dire e anche tenendo conto della sperimentata pratica di superiori e docenti –, esperienza creativa e per tanti aspetti eroica, data anche la complessità organizzativa, e che impresa raccogliere oggi tutto il possibile in milletrecento pagine (e anche in una però forse troppo sommaria sezione fotografica)! Per una storia del Seminario Regionale di Cuglieri: una storia generale ricostruita sulla bibliografia e sugli archivi, dunque sui documenti e sull’emeroteca interna – L’Eco del Regionale, fonte dorata del primo volume (che peraltro, per quanto concerne gli archivi, paga il prezzo della loro intervenuta frammentazione e parzialissimo censimento) –, una storia delle relazioni di rendiconto morale, pedagogico, religioso ed amministrativo trasmesse annualmente dai rettori alla congregazione vaticana competente per i seminari e le università (ed ai vescovi diocesani), una storia del vissuto personale di mille studenti che da liceisti, filosofi e teologi hanno maturato se stessi, scoperto e/o valorizzato personali vocazioni di vita. Davvero la “meglio gioventù sarda” che in crescendo ha saputo combinarsi a quant’altri dalle medesime classi generazionali già erano radicati, nelle città e nei paesi, nei più laici mestieri della fatica così come nello studio delle scuole pubbliche e nelle innumerevoli sedi di impegno politico, sindacale, culturale, associativo…

L’umanità prima della dottrina
Non soltanto dottrina, soprattutto umanità. L’umanità che è arte più che scienza, ed è arte sapienziale.

Prefato dall’attuale preside della facoltà Teologica della Sardegna, padre Francesco Maceri, quest’ultimo libro di Tonino Cabizzosu è introdotto da un lungo saggio dell’autore/curatore che trae sintesi e insieme indirizza alla organizzata lettura delle numerose testimonianze. Ripassa anzi, la sua attenta e previa lettura – una lettura rispondente ad una precisa metodologia d’analisi – le costanti e le diversità zampillate nei testi confluiti in redazione. Mi pare utile richiamare l’elenco dei suoi appunti, che sono poi i capitoli della sua nota d’introduzione: “Prime impressioni. Differenze fra Seminari minori e maggiore”, “Motivazioni dell’entrata. Crisi e abbandoni”, “Sistema delle camerate”, “Equipe educativa e docenti”, “Progetto pedagogico”, “Studi umanistici, filosofici e teologici, “Esperienze pastorali”, “Attività sportiva”, “Conferenzieri”, “Valorizzazione della musica e del canto”, “La stagione conciliare”, “Chiusura della struttura cuglieritana e trasferimento a Cagliari”.

Conclude, Cabizzosu, commentando “Una testimonianza esterna”, quella offerta da Pierpaolo Loi, cui ho sopra fatto cenno e azzardando un “Giudizio globale sull’esperienza maturata a Cuglieri”: un giudizio di sintesi, s’intende, che è il suo ma insieme è quello espresso dai diversi partecipanti: perché questa lunga introduzione l’autore/curatore ha cercato di renderla, per quanto più possibile, una rassegna delle motivate opinioni che i quarantatré rispondenti hanno con sincerità offerto alla altrui conoscenza e riflessione. «Prevale, in generale, un giudizio globale positivo sugli anni trascorsi a Cuglieri, ma, nel contempo, si accavallano considerazioni critiche sul progetto pedagogico. Quest’ultimo aspetto diventa più marcato man mano che ci avviciniamo agli anni della contestazione del Sessantotto e alla chiusura della struttura…».

Direi che per certi aspetti la questione è sempre attuale. Non sono certamente confrontabili i tempi e le situazioni. Cagliari non è Cuglieri, il 2010 di monsignor Mani presidente della CES e gran cancelliere della facoltà Teologica della Sardegna od il 2022, che è l’anno in cui abbiamo i piedi, non sono il 1927 né il 1965 o il 1971… Esposto però a capricci e autoritarismi ingordi è stato il Regionale anche in tempi relativamente recenti. E ad episodi perfino sconcertanti finiti sul tavolo curativo di papa Francesco, proprio riguardo alla Sardegna, s’è assistito come all’omertà e alle schiene curve della grande maggioranza dei presuli sardi, prigionieri di un conformismo che ancora addolora, turba e disorienta. Come addolora, turba e disorienta la loro condiscendenza – complici molti dei docenti d’ultima istanza della facoltà Teologica – allo sforno confuso di tanti giovani preti neolefebvriani che hanno bisogno della sottana e del saturno, delle fasce e dei tricorni per replicarsi come in uno specchio delle identità ricercate ed inverare un Ottocento perduto e sempre sognato. Di più: mai conosciuto altro che per la geometria e le verticalità, non per la semina…


Fonte: Gianfranco Murtas
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