Gianfranco Murtas

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Omaggio al Concilio Vaticano II. Cento volte firmato da Tonino Cabizzosu su “Voce del Logudoro”

di Gianfranco Murtas


A Voce del Logudoro – il settimanale della diocesi di Ozieri nella quale è stato battezzato (1950) ed ordinato presbitero (1975), e dove ancora serve sia come parroco (ad Ittireddu, dopo che ad Ardara e già a Bottida) e come responsabile dei Beni Culturali (ed in passato anche della Pastorale Giovanile) – don Tonino Cabizzosu ha collaborato, può dirsi, sempre, fin da giovanissimo prete (1978). Così fino a riservare alla testata, in numerose occasioni, una specialissima attenzione, scrivendo anche della sua storia all’interno della comunità territoriale così come dei suoi direttori e redattori, producendo i repertori temporali ed oggi altresì ritraendone, per riunirli in volume, ben cento contributi da lui stesso offerti, via via fra il 2013 ed il 2018, all’interesse dei condiocesani. 

Di più, almeno così mi pare di capire: proponendoli, dopo che alla lettura, alla riflessione e alla discussione, al libero confronto di giudizi della intera società ecclesiale isolana, non soltanto di quella ozierese. Ché del Concilio Ecumenico Vaticano II si tratta, del Concilio quegli articoli trattano, e perciò la comunità ecclesiale nella sua complessità, quella laicale non meno di quella clericale, vi è coinvolta. Tutta è chiamata per un verso ad esplorare, o riesplorare i testi (fra costituzioni, decreti e dichiarazioni) esitati dall’assise magna e promulgati dall’autorità papale nel corso degli anni, per un altro a dare testimonianza di come, sul piano personale i singoli e su quello comunitario i tutti, indirizzi e direttive abbiano trovato ricezione generosa, accoglienza convinta, applicazione intelligente e misurata, traduzione in vita vissuta. Ché il Concilio – si dica anche questo – non ha innovato soltanto la liturgia, ma l’intera ecclesiologia, e fornito spunti e contenuti e obiettivi nuovi tanto nel dialogo con il mondo contemporaneo (si pensi alla costituzione Gaudium et Spes, dopo che alla Lumen Gentium) quanto nell’incontro ecumenico (si pensi all’Unitatis Redintegratio e alla dichiarazione Nostra Aetate).

Questo il titolo in uscita nella collana “Studi e Ricerche di Cultura Religiosa. Testi e monografie” della PFS University Press (vale a dire della Facoltà Teologica della Sardegna): Concilio Vaticano II. “Colligite fragmenta”, con sottotitolo Saggi recenti sul Concilio. Primo di due volumi che l’autore ha inteso donare – valga anche questa sottolineatura più personale ed intima –, a saldo di un debito morale contratto con i Maestri, o con quel disegno di Provvidenza e giovanneo e paolino compiutosi nei primi anni ’60 del Novecento, omaggio del cuore oltre che della mente alla profetica memoria del maggior evento ecclesiale di tutto il XX secolo. Se, infatti, il grande Ferdinand Gregorovius ebbe a definire la breccia di Porta Pia (e cioè la caduta, dopo millecinquecento anni, del potere temporale) il più importante fatto storico dell’Ottocento – e mi permetto di consentire pienamente con l’animo mio di liberale che accompagna la coscienza del credente –, ben possiamo riconoscere ai giudizi e ai deliberati dell’assemblea dei duemilatrecento vescovi di tutto il mondo, in Roma fra il 1962 ed il 1965, il rango epocale di discrimine fra un prima e un dopo quand’anche volessimo assumere come ermeneutica la prudente categoria della riforma nella continuità…  

Di quel debito morale avvertito dentro di sé per quanto da subito sembrò essere il Concilio, e per quanto esso fu veramente, rivelandosi in pienezza, nel tempo del suo svolgimento e anche dopo, nelle alterne fasi applicative, confida Cabizzosu nella introduzione al suo libro: dodicenne nell’anno della magnifica apertura della sessione che poteva esaurire il tutto e fu invece soltanto il primo di quattro tempi di lavoro – un’apertura coreografica che parve voler riassumere i racconti e le speranze del mondo, contro ogni degenerazione e rischio sempre incombente di guerra fredda fra est ed ovest, e contro ogni permanenza di scarti di destino fra nord e sud del pianeta –, il giovane illoraese saluta sedicenne, adolescente che guarda con maggior concretezza al proprio futuro di vita, la conclusione delle fatiche di quei Padri che per quasi un lustro hanno saputo calare la dialettica, le distinzioni di cultura e d’opinione, nella fraternità. E continuerà, con sempre maggiore lucidità e maturità, studente di teologia e poi prete esordiente in esercizio di pastorale (oltre che ancora di studio), a leggere quelle dinamiche attivate nel corpo complesso complessissimo di Santa Madre Chiesa Romana.

(Quelle venti-venticinque pagine della sua introduzione a “Colligite fragmenta” meriteranno una ripresa ed una riflessione a parte, che spero nei giorni prossimi di poter offrire a complemento di questo mio intervento d’oggi).    

Divagando ma per restare nel campo 

Non costretto (al solito) da nessun ruolo di… recensore canonico, vorrei in tutta libertà soffermarmi su alcuni aspetti che riterrei specialmente qualificanti questo nuovo studio del nostro autore/curatore, centrato, come detto, sull’evento Concilio (e direi anche postConcilio) ma attraverso le elaborazioni – ripassate una ad una – di un numero davvero considerevole di “esperti” e/o di testimoni, se non addirittura coprotagonisti (per la parte memorialistica) i cui testi, andati in stampa, sono stati letti criticamente e, settimana dopo settimana, presentati ai lettori di Voce: una volta nel 2013, sei nel 2014, otto nel 2015, ben 37 nel 2016 e 32 nel 2017, sedici nel 2018. Tutti insomma nell’arco temporale che ha fatto corona al cinquantesimo del felice (e anche preoccupato) congedo episcopale dalla basilica di San Pietro, l’8 dicembre 1965, nella memoria liturgica e solennità dell’Immacolata Concezione (indiretto rimando al Concilio Vaticano I che l’8 dicembre 1869 aveva aperto i suoi lavori mirando alla dogmatica infallibilista, in faccia all’Italia risorgimentale ed al mondo del libero pensiero e sotto l’autorità di papa Pio IX che il dogma della concezione extra natura aveva promulgato tre lustri prima). Contributi raccolti da Cabizzosu in sette capitoli ciascuno dei quali caratterizzato dal rapporto che con l’evento Concilio hanno avuto le diverse figure di rango monocratico (i papi) oppure collettivo, e chiamale pure “classi” ecclesiali queste figure implicate in una ideale circolarità comunionale: dai vescovi al clero diocesano e religioso, dalle suore, monache e consacrate in genere al laicato variamente impegnato, e alla Chiesa sarda considerata nella sua tipicità (ambito questo in cui non è tanto di recensioni che l’autore/curatore si fa ordinatore, ma di analisi e riflessioni sue, tutte anch’esse ovviamente poggiate nella pagine di Voce del Lugudoro e rimbalzate ora nell’antologia, e tutte di speciale interesse).

E già verrebbe da domandarsi se la stessa sequenza che ho qui riesposto e che riprende la più classica elencazione delle partecipazioni di categoria – prima tutti i chierici, e le donne consacrate (e ancelle) dopo l’esercito dei ministri ordinati ed inquadrati nelle gerarchie di comando (per la storica associazione del potere al ministero dell’altare), in coda la grande massa (numericamente soverchiante) dei battezzati variamente al lavoro nella vita religiosa – regga oggi ai ripensamenti della natura e della organizzazione della Chiesa che meglio dovrebbe valorizzare il modello paolino espresso (nella celebre prima lettera ai corinzi) dalla metafora del corpo dalle molte membra tutte necessarie e tutte reciprocamente complementari nell’offerta del proprio carisma: in orizzontalità, non in verticalità.

L’elencazione delle categorie riproposto da Cabizzosu vale qui, però, ed è bene accolta, in quanto funzionale al discorso: è dei papi la convocazione e la presidenza superiore del Concilio, è dei vescovi la discussione e il peso delle conclusioni magisteriali e canoniche, è del clero “fratello” e servo del popolo dai mille talenti e bisogni la responsabilità dell’inveramento comunitario delle nuove visioni, mentre del laicato è il compito dell’apostolato, della missione maggiore che fa della testimonianza l’attrattività sociale (quello che un tempo si chiamava proselitismo e dai tempi di Paolo VI e, con nuove sottolineature, ancora recentemente di Benedetto XVI ha preso più pertinente configurazione e denominazione). 

Mi sovviene che c’è proprio chi, come papa Francesco, quel modello paolino delle complementarità pare voglia suggerirlo e riaffermarlo, gustosamente anteponendo alla stessa (apicale) sede petrina, l’ispirato duumvirato della Parola e dei Poveri, risolvendo la notoria (e soltanto letteraria) dialettica fra le virtù teologali giusto con le conclusioni paoline, le quali riportano alla universalità e appunto… laicità e ferialità della testimonianza: quella che chiama la carità, cioè la più intima e piena compenetrazione nella sorte altrui, a superare e fede e speranza («ma di tutte più grande è la carità», più del diritto canonico e dei comandi di un qualsiasi graduato chercuto che voglia impedire i funerali religiosi a chi pur abbia sofferto trent’anni di sla e, sfiancato, abbia infine osato staccare le cannule).  

Chi chiama alla declericizzazione della Chiesa è ancora papa Francesco che in più occasioni ha ripetuto, a chi spinge (con sante motivazioni) per l’ordinazione diaconale o presbiterale di catechisti di gran cuore e buona dottrina, di lasciar stare…, di lasciar campo fertile ai laici. Egualmente pare voler portare anche l’istanza in rilancio del diaconato femminile ad uno spazio attinente più alla funzione che al sacramento. Ed evidentemente revisionando radicalmente le incrostazioni storiche del connubio, tutto maschile o maschilista, potere-ministero, cui ho fatto prima riferimento.   

Un presbitero del dopoConcilio racconta  

Figlio della stagione conciliare – liceista (liceale) in quegli anni precisamente, dal 1967 a Cuglieri, e studente di teologia dal 1970 (dunque in piena fase attuativa dei deliberati nel seno delle singole Chiese diocesane ed anche nella frustrazione di certe speranze qua e là apparse subito mortificate) –, Tonino Cabizzosu è rimasto pienamente coinvolto, sullo stretto piano religioso/ecclesiale e su quello più generale culturale/sociale, nelle attese di restituzione di quella faticosa semina tanto da sognare, così come il grande cardinale Carlo Maria Martini, un aggiornamento ulteriore nei termini di una ravvicinata terza plenaria ecumenica. Perché il Concilio fu evento profetico e storico insieme, e profezia e storia in singolare abbraccio leggono tanto più oggi, nella distanza di mezzo secolo abbondante dalla chiusura dei lavori della quarta sessione, la necessità e forse l’urgenza di una complessiva messa a punto e di altri avanzamenti, di ripuliture di aree rimaste equivoche, di nuove sistemazioni di grande o grandissimo impatto nel bimillenario corpo ecclesiale: non soltanto nella declericizzazione degli apparati, in parallelo allo sviluppo comunitario/comunionale, ma anche e soprattutto nelle complesse risposte alle incalzanti, brucianti domande che salgono dalla bioetica e dall’etica familiare così come da quella ambientale.

Prima però di entrare in questo merito, prendendone lo spunto dai cento saggi di “Colligite fragmenta” nati su Voce del Logudoro, mi parrebbe utile almeno accennare a quanto, nella sensibilità personale e nella stessa militanza insieme di ministero e di studioso di Cabizzosu/don Cabizzosu, comprino importanza i giornali, a cominciare da quelli della rete religiosa naturalmente.

Se si scorressero i titoli della vasta produzione del nostro autore/curatore, troveremmo abbondanti riferimenti proprio al ruolo che la stampa ha rivestito, con non trascurabile efficacia, nell’apostolato tanto clericale quanto laicale dispiegatosi in Sardegna nel lungo tempo otto-novecentesco. Si pensi soltanto ai primi “eroi” dei suoi studi andati in tipografia e oggi presenti in ogni biblioteca di livello: padre Felice Prinetti l’oblato non fu forse il direttore de Il Risveglio a Cagliari nel cruciale triennio 1891-1893? e padre Giovanni Battista Manzella il vincenziano non fu forse il fondatore, nel 1910, di Libertà a Sassari? e dottor Virgilio Angioni, prete secolare, non fu forse il fondatore, nel 1904, dell’incompreso il Lavoratore (e poi, dal 1914, il responsabile anche de Il Bollettino dei parroci, a pro della “Gerusalemme sarda”) a Cagliari? e don Gesuino Mulas, pure lui del clero diocesano, non fu forse il più prolifico collaboratore, dal 1947 al 1958, de Il Quotidiano Sardo (circa 350 articoli firmati o siglati)? A ciascuno d’essi è stato dedicato, da Cabizzosu, un volume (e talvolta un doppio volume) della sua vasta produzione: da Contemplazione e azione in Felice Prinetti (1997) e Felice Prinetti. Un prete giornalista tra i poveri (2004) ai precedenti Padre Manzella Nella storia sociale della Sardegna (1991) e Un contemplativo in azione nella Sardegna del primo Novecento (1993), a Virgilio Angioni una Chiesa per gli ultimi (1995) ed a Diario Mulas. Un sacerdote sardo tra crisi e rinnovamento conciliare (2001)…

Missione giornalismo

Di ciascuno di essi l’autore ha poi offerto, in vari modi e in varie occasioni, nuovi affacci nel prismatico scenario religioso/culturale/sociale della storia particolare isolana nei quattro volumi di Ricerche socio-religiose sulla Chiesa sarda tra ’800 e ’900: così, ma senza esaurire l’elenco, per Manzella e Prinetti in specie nel primo dei quattro tomi (“Aspetti della realtà socio-religiosa sarda nell’opera di G.B. Manzella”…, “Spiritualità d’azione e servizio ai poveri in F. Prinetti” e “Impegno giornalistico di F. Prinetti su Il Risveglio”), nel secondo (“Felice Prinetti un continentale innamorato della Sardegna”), nel quarto (“Felice Prinetti concetto di missione ad gentes nel contesto storico-ecclesiale dell’Ottocento”, “Giovanni Battista Manzella il concetto di carità nell’azione nella sua azione missionaria”, “Padre Manzella: contesto sociale ed ecclesiale in cui si sviluppò l’azione evangelizzatrice e caritativa in Sardegna”…). Per don Mulas nel secondo volume (“Gesuino Mulas: un presbitero isolano tra inquietudine e sete di assoluto”), dove anche appare una bella scheda su monsignor Giuseppe Lepori (“Scrittura e sensibilità sociale nel suo progetto educativo”): sul futuro storico parroco di San Lucifero a Cagliari e dal 1950 al 1957 direttore de Il Quotidiano Sardo, e già in gioventù, negli anni bui della dittatura, redattore/condirettore (di fianco al can. Giuseppe Lai Pedroni) del settimanale La Sardegna Cattolica (in uscita dal 1928 al 1947).

Il riferimento a don Lepori rimanda a un’altra importante raccolta di saggi pubblicata da Tonino Cabizzosu nel 2010 – Pastori e intellettuali nella Chiesa sarda del Novecento – una cui sezione è specificamente dedicata ai Sacerdoti giornalisti: scrittura come palestra di dialogo e di evangelizzazione, recita il sottotitolo. Con don Lepori e anche con don Mulas sono compresi pure don Giovanni Battista Demelas (“Scrittura e oratoria sacra al servizio dell’evangelizzazione”), don Flavio Cocco (“Cura animarum e passione per l’identità ogliastrina nell’opera educativa di …”) e don Francesco Brundu (“I mass media al servizio dell’evangelizzazione”).

Meriterà tornare su don Brundu, che riporta dritto dritto alla diocesi ozierese, ma forse vale prima richiamare ancora, di queste esplorazioni biografiche nel range della pubblicistica cattolica sarda di due secoli, qualche titolo ricavabile della tetralogia delle Ricerche in cui rientrano anche alcuni dei contributi sopra citati: e fra essi spicca soprattutto, per l’originalità dello studio, “Un periodico per la formazione dei giovani: l’esperienza di Gioventù sarda (1921-1927)”, una testata con cui anch’io, ai tempi della faticosa ricostruzione della missione sarda di Angelo Giuseppe Roncalli presidente italiano di Propaganda Fide, m’ero – ma labilmente – incrociato). In quello stesso terzo tomo che ci rimanda Gioventù sarda, Cabizzosu aveva presentato, lo si ricordi, l’anticipazione di un lavoro che ha visto successivamente sviluppo e conclusione in questi anni più recenti, compendiandosi nei due volumi sulla storia del Regionale cuglieritano (cf. Per una storia del seminario regionale di Cuglieri, 1927-1971, PFS University press, 2017, 2018: è in uscita il supplementare volume di testimonianze dei chierici superstiti ed a futura memoria di qualcuno che abbiamo perduto). Titolo di quella anticipazione che qui richiamo restando però allo stretto tema giornalistico: “Il seminario regionale di Cuglieri, 1927-1971: sviluppo, crisi e rinnovamento”. 

Un largo riferimento ha infatti, in questo scandaglio dell’esperienza formativa del giovane clero sardo per oltre quattro decenni concentrata nel cuore del Montiferru, il periodico L’Eco del Regionale che, in quanto “organo di studio, formazione e collegamento” vede la luce nel 1949 e, per cento numeri in successione fra alterne vicende, arriva all’anno scolastico 1967-68, quasi alla vigilia cioè del trasferimento di uomini e cose a Cagliari. Ecco un altro luogo di incontro/scontro, di dibattito, di presentazione di elaborati originali e di diversa natura a firma di docenti e discenti in un arco temporale che ben si comprende quanto variegato sia stato, dal cupo ventennio di dittatura alla guerra e al dopoguerra faticato anche nella Chiesa pacelliana fino al risveglio giovanneo e paolino, dalla ricostruzione materiale/immateriale della patria allo sviluppo industriale e politico, sociale e consumistico degli anni ’60 ed ai primi approdi della progressiva (e per tanti aspetti necessaria e benedetta) secolarizzazione del costume…

La stampa e la Chiesa, la sua missione nella Chiesa e nella società. Cabizzosu ha colto bene questo filone d’impegno ch’egli affronta con franchezza di analisi – ché non tutto è gloria! – e nei suoi lavori ha indirizzato e/o interpretato felicemente i fermenti pedagogici, culturali e sociali – ripeto: anche contraddittori, invero sovente contraddittori – , e di responsabilità civica e anche politica sviluppatisi nelle tipografie della Chiesa e della Chiesa sarda: sotto questo profilo mi sento mi accostarlo ai precursori dell’accademia nostra, a Lorenzo Del Piano ed a Manlio Brigaglia, per bilanciare i due capoluoghi isolani, i quali hanno operato in proprio, da militanti, fra libri e giornali, fra redazioni e case editrici, fra taccuini e aule universitarie, e molto pubblicato su entrambi i territori della scrittura ed a scavalco, incoraggiando anche i loro studenti a ricerche mirate all’emeroteca, ai depositi infiniti costituiti dalle testate di serie e numeri unici. Una galassia.

Ancora Cabizzosu, e ancora nelle pagine delle sue Ricerche: nel secondo tomo (e replicato nel terzo), egli insiste con lo spoglio della pubblicistica diocesana di Logudoro e Goceano e la sua lettura critica, da cui ecco il saggio “Stampa cattolica e società ozierese (1922-1933)”, e così anche il bis della “Rievocazione storica dei 50 anni di Voce del Logudoro”.

E arrivo, dunque, alla diocesi che si presentò doppia e, per certi versi, larga e… maestosa nel medioevo giudicale fra Bisarcio e Castro, e fra Burgos ed Ardara, nei tempi che furono di San Francesco e Dante, di Petrarca e Leonardo... Al periodico novecentesco della sua Chiesa particolare Cabizzosu ha anche dedicato più d’uno studio specifico uscito in volume: dapprima Una “Voce” per il Logudoro e il Goceano 1952-2002 (uscito nel 2001), poi il corposo estratto, che ha avuto la dignità di volume anch’esso autonomo e di oltre 130 pagine – mi riferisco a Rievocazione storica dei cinquant’anni di vita di “Voce del Logudoro”–, mentre ad epoca più recente (lo scorso anno) risale la curatela di un nuovo testo non meno interessante: Scritti giornalistici di Emilio Becciu su Voce del Logudoro (1986-1999). Del suo anziano confratello diocesano Cabizzosu ha qui curato in particolare il repertorio degli articoli tanto nel triennio della sua direzione (fino al 1989) quanto nel decennio successivo: un regesto di ben 776 pezzi distribuiti in otto capitoli tematici: “Magistero del Papa”, “Difesa del valore della pace”, “Lettura cristiana dell’impegno politico”, “Vertenze del territorio e denunce sociali”, “Promozione dei valori etici”, “Eventi della Chiesa diocesana e regionale”, “Mass media al servizio dell’evangelizzazione”, “Seminario e pastorale vocazionale”. Dai tanti rilanciati in chiave antologica nel magico numero di 111… egli ha ricavato considerazioni che valgono per l’estensore stesso di quelle note così come per i suoi lettori: per dire appunto quanto la vita di un organo di stampa religioso, o religioso-sociale come è sempre il settimanale (o quindicinale o mensile) di una diocesi, possa entrare nelle affezioni sentimentali oltreché negli interessi anche culturali. Il che, rotolando per proprietà transitiva, vale anche per lui stesso, per Cabizzosu presbitero che fissa esplorazioni del pregresso e personali collaborazioni nel presente come in un ideale calendario a svolgimento continuo…

Né andrebbe dimenticato, da questo punto di vista e con speciale riferimento all’esperienza ozierese o… bisarchiense, quanto dissero e scrissero il vescovo ordinario (passato poi a Tempio ma ad Ozieri ancora dopo legato in quanto amministratore apostolico) Sebastiano Sanguinetti e don Salvatore Bussu, storico direttore del nuorese L’Ortobene, nonché il cardinale Francesco Mario Pompedda (e altri ancora) in occasione di uno dei convegni di studio in vista del bicentenario diocesano, e come è ricompreso negli atti (Duecento anni al servizio del territorio, 1803-2003, Roma 2003): il giornale come strumento informativo e di dialogo, il giornale come organo di comunione ecclesiale e di affacci verso l’ecumene (il testo del contributo di Cabizzosu è poi rifluito, l’anno successivo, anche nel cennato secondo volume delle Ricerche).

In parallelo a questo tutto centrato su don Becciu, e uscito nello stesso 2019, stavolta badando al Repertorio 1979-2018 – così nel sottotitolo – , un buon riguardo merita altresì il volume Religione, società e identità in “Voce del Logudoro”, che ancora Tonino Cabizzosu ha curato “cucendo” della Chiesa locale ben quattro episcopati in successione, dopo quello storico (quasi quarantennale) di monsignor Francesco Cogoni e i mille giorni dell’amministrazione del metropolita monsignor Paolo Carta: quelli di Giovanni Pisanu, Sebastiano Sanguinetti, Sergio Pintor e Corrado Melis. Perché anche qui hanno vinto i numeri, che evidentemente non sono valore in sé, ma di certo indirizzano a valutazioni più complessive: tanto più se si parla di una diocesi di appena 50mila residenti – il 4 per cento dell’intera Isola su un territorio che di essa è di meno d’un decimo –, di 23 comuni amministrativi e di 30 parrocchie, di tre vicariati, d’una cinquantina soltanto fra preti e religiosi ed una ventina di suore. Ma i numeri del Repertorio qui dicono qualcosa come 2.800 contributi (da 300 autori) classificabili ora come notiziario ora come meditazioni religiose, ora come ricostruzioni storiche di soggetto ecclesiale o civile. Di speciale interesse, se possa azzardarsi un nome e soltanto uno, sono certo gli scritti di don Francesco Amadu. Ma poi anche, per la loro continuità nel tempo, una citazione esigerebbero quelli di Antonio Canalis e Andrea Fenu, di Gian Gabriele Cau e Vanni Lampis, di Salvatore Delogu e Stefano Tedde, di Lucia Meloni e Wally Paris, di Tomaso Tuccone e Gavino Leone, di Giuseppe Sini e Gianfranco Pala… (oltre che di Cabizzosu stesso, s’intende!). Nel nobile novero includerei altresì, con speciali apprezzamenti, il nome di don Giovanni Ortu, autore qui di numerosi “frammenti” e per il resto noto per il suo prezioso Magistero dell’episcopato sardo, aspetti politico sociali 1793-1922.

Nessun giornale diocesano sardo fra quelli correnti – neppure L’Ortobene che pure ha potuto contare sul saggio antologico curato nientemeno che da padre Raimondo Turtas (cf. “L’Ortobene” 1926-1976. Una voce per il Nuorese, Nuoro 1976) – è stato oggetto di tanto interesse e scandaglio quanto Voce del Logudoro, e tutto torna a onore dei suoi uomini – preti in questo caso (ma il vescovo volle all’inizio alzare barriere alle collaborazioni “esterne” al presbiterio) – che sono stati seminatori ed oggi, finalmente, buoni ispiratori della pazienza compilatrice di don Cabizzosu, né soltanto di questa!

Evidentemente anche i meriti di don Francesco Brundu come fondatore (insieme con don Ortu, nel 1952), direttore e “anima” per lungo tempo – un quarto di secolo – del mensile (poi settimanale) diocesano hanno trovato ampio spazio nelle esplorazioni e nelle riflessioni storiche di Cabizzosu. Al canonico che da monsignor Cogoni ebbe il compito dell’iniziativa giornalistica, riassorbendo le precedenti esperienze del Bollettino delle Parrocchie e poi della Voce del Buon Pastore (come anche, negli anni fra ’40 e ’50, della pagina settimanale aggregata a L’Osservatore Romano della Domenica) egli ha dedicato un adeguato profilo biografico in Pastori e intellettuali ecc. apparso anche nelle Ricerche.  

Ancora fra giornalismo e libri

Premessa lunga ma forse tutta necessaria, questa, che bisognerebbe adesso chiosare, doppiamente convergendo su Tonino Cabizzosu autore/curatore, con Chiesa e Società in Sardegna (1870-1987). Appunti per la storia, uscito negletto quasi, e tale ingiustamente rimasto, per i tipi della Cooperativa Grafica Nuorese ora sono già 37 anni: volume pensato come omaggio filiale a monsignor Ottorino Pietro Alberti da poche settimane allora appena arcivescovo di Cagliari (e in sede neppure ancora arrivato da quella di Spoleto e Norcia in cui aveva iniziato il suo episcopato), volume prefato da padre Sebastiano Mosso S.J. (al tempo preside della Facoltà Teologica della Sardegna) e costituito dalla raccolta, in larga prevalenza, degli scritti apparsi su L’Osservatore Romano fra il 1985 (l’anno di esordio nel corpo docente della cagliaritana facoltà di Teologia) e il 1987. Su L’Osservatore in prevalenza non in esclusiva, ché non mancano qui gli articoli usciti già negli anni ’70 (dal 1978 per la precisione) su Voce del Logudoro. E così torno al settimanale ozierese. 

Per arrivare (o tornare finalmente) a “Colligite fragmenta” mi azzardo a riprendere le mosse – lontane mosse – proprio da Chiesa e Società (titolo che parzialmente riecheggia il precedente ed apripista Chiesa e Societànella Sardegna Centro Settentrionale, 1850-1900, uscito nel 1986 per i tipi della Torchietto ozierese).

E’ un libro, questo secondo della gran produzione di Tonino Cabizzosu, ricco non soltanto di pagine (quattrocento!), ma di studio sovente su campi ancora inesplorati, e perciò specialmente fascinosi, ricco di approfondimenti ed esame di documenti mai visti da altri, e però anche aperto, in alcune sezioni, alla cronaca ecclesiale del tempo corrente, tanto più, ovviamente, regionale. Giustamente il sottotitolo recita Appunti per la storia spiegandoli così: «La ricerca, infatti, che non ha il respiro scientifico della prima pubblicazione, assume un carattere più frammentario e divulgativo, ma ugualmente di taglio storico», e subito aggiungendo: «Essa ha ragion d’essere e validità intrinseca propria: è un tentativo di lettura della presenza della Chiesa nell’isola dal 1870 fino ai giorni nostri, con particolare attenzione alle cosiddette masse anonime, ad alcuni aspetti della religiosità popolare, alla vita del clero e delle Congregazioni Religiose fondate nell’isola, alle missioni popolari ecc. Con volontà di fare un giornalismo impegnato, di taglio più storico che cronachistico, sono stati descritti e collocati nel loro contesto storico, fatti e personaggi nostrani». Ecco il punto: giornalismo impegnato, collaborazione a una testata di larga diffusione… con la riserva un domani di poter assemblare i pezzi e mostrare più chiaramente il filo rosso che tutti li riunisce, tutti ispirandoli d’uno stesso sensus Ecclesiae. 

Articolato in quattro capitoli – il primo su «alcuni aspetti della vita del clero, secolare e regolare»; il secondo piuttosto orientato a presentare alcune pubblicazioni trattanti argomenti di storia sociale e religiosa ma con «una visione dal basso, evidenziando energie vive della comunità isolana»; il terzo per interrogarsi «circa l’incidenza della cura pastorale sulla realtà e sul vissuto sociale isolano»; il quarto per analizzare alcuni documenti dell’episcopato sardo.

E’ appunto all’interno di questa cornice che entrano, accanto ai testi degli interventi ad alcuni convegni di studio, sul Filia o sul Saba, su Pietro Casu o padre Manzella, ecc. gli articoli pubblicati su L’Osservatore Romano nel triennio 1985-1987 (si tratta di ben 66 contributi) e, dal 1978, su Voce del Logudoro (e sono altri 15) nonché su diverse altre testate diocesane sarde, da Dialogo a Libertà, da L’Ogliastra a L’Ortobene. In questo ambito, per restare al giornalismo raccontato… dal giornalista (e sia pure anche professore e accademico), un interessantissimo pezzo sul sassarese Libertà, le sue origini e il suo sviluppo.

Già dunque trenta e più anni fa, Tonino Cabizzosu offriva all’editoria storica (per la nostra maggiore acculturazione) un volume di raccolta dei suoi scritti esitati in un determinato periodo; nella stessa logica, cui si rifà anche la serie delle Ricerche, è quest’ultimo impresso nella stessa categoria di “Colligite Fragmenta”.  

Colligite quae superaverunt fragmenta, non pereant 

Derivato dal vangelo di Giovanni (6,12), il titolo della nuova opera venuta ad arricchire la bibliografia sul Concilio, oltreché l’elenco dei sessanta e più lavori andati in stampa del nostro autore/curatore, pare voler rappresentare – passando per il filtro del recensore – una bella polifonia non soltanto di sentimento o di cultura, di esperienza ecclesiale e soggettivo impegno elaborativo, ma anche e di più, direi: di partecipazione ad un evento che ha saldato – se mi posso ancora permettere la definizione – la chiamata di Provvidenza e la risposta storica di uomini di buona od ottima volontà, non per il bene della Chiesa-lievito ma per il bene della umanità-pasta fermentata.  

A novant’anni circa da quello piino, a trenta circa dai patti del Laterano che “inventarono” lo stato Città del Vaticano con tutte le sue guarentigie giuridiche riconosciute dal diritto internazionale, a venti soltanto dalla seconda ferale guerra mondiale, il Concilio sorse – più ancora dell’ONU o di ogni altra organizzazione internazionale – come proposta di dialogo ed alleanza umanistica fra i continenti e gli emisferi, ciascuna parte mossa da una sua propria ispirazione – autenticamente evangelica e spirituale quella della Chiesa “proponente” e “procedente” con il “primo passo” – per la pace e l’amicizia fra i popoli, fra gli stati, fra le religioni. Che è quanto anche è rimasto nella motivazione profonda del pontificato Wojtyla, fin dal suo memorabile discorso d’insediamento, e nonostante alcune cadute successive (più nell’interno che nell’esterno però). 

La Chiesa cattolica si appellava ai depositi sapienziali di duemila anni e li metteva a disposizione, liberandoli dalle artificiose segregazioni in cui la dottrina della “societas perfecta” li aveva rinchiusi: diventava pane per tutti quella sapienza cristiana e le encicliche giovannee, diverse nella fattura e convergenti negli obiettivi, della Mater et Magistra e della Pacem in Terris, che segnarono, ora anticipando ora accompagnando, fra il 1961 ed il 1963, i lavori dell’assise ecumenica parvero come le nuove colonne della missione di sempre. Così come le paoline Ecclesiam Suam del 1964 e Populorum Progressio del 1967 fissarono, nel processo conciliare ed alla sua conclusione, il protagonismo sociale della Chiesa missionaria, schierata con i poveri e dalle larghe braccia universali.

L’impresa Concilio fu argomento di riflessione e discussione prima, durante e dopo la sua celebrazione, così in Italia come nel mondo. E proprio il primo capitolo di “Colligite fragmenta” dal titolo “Linee generali”, dà conto di questo ampio arco di “letture”, fino alle più recenti. Scorrono nella rassegna autori provenienti dall’accademia e dal giornalismo, dalle cattedre e movimenti, dalle trappe e dagli altari…, Piero Doria e Marta Margotti, Michele Zanzucchi ed Ettore Malnati, Fabrizio Mandreoli e Alberto Melloni… Giganteggiano ovviamente, nel capitolo sui papi, Giovanni XXIII e Paolo VI, ma diversi contributi fanno ricco e importante riferimento alla storia che precedette quell’annuncio, in San Paolo fuori le mura, del gennaio 1959: i gesuiti Antonio Spadaro e Giovanni Sale galoppano da papa Mastai Ferretti a papa Bergoglio, fotografano una storia di dodici papi attraverso le annate de La Civiltà Cattolica, e da lì tutto il resto…

Dodici gli articoli specificamente riguardanti papa Paolo, il pontefice che senz’altro più ha influito, con la sua personalità oltre che con il suo magistero, nella formazione sacerdotale di Tonino Cabizzosu e, si parva licet, anche nella mia laica e liberale, traendo essa, dalle complessità intellettuali di quel pontefice e dalla sua ampia visione umanistica, alcuni dei migliori succhi.

Se poi a papa Luciani e a papa Wojtyla sono toccati, nella rassegna, soltanto due finestre (e per il primo neppure riferita specificamente al Concilio ma alla sua morte dubbia), ben cinque sono i riferimenti pieni a Benedetto XVI (per la sua biografia generale, per la sua «vita all’ombra del Concilio», per l’ermeneutica conciliare da lui vigorosamente sostenuta – «la riforma, non la discontinuità» -, per le sue ultime produzioni teologiche, per le sue clamorose dimissioni). Ci tornerò.

Certo viene da pensare, a questo punto, a quale e quanto differenziale possa esserci, o esserci stato, nei vissuti anche personali, spirituali e intellettuali oltre che ecclesiali di pontefici che hanno segnato fasi storiche fra esse tanto distanti: non per i Pio dell’Otto e primo Novecento (fatti beati e santi nonostante la pratica della ghigliottina e delle prepotenze antimoderniste), non per i Leone e i Benedetto che dalla Rerum Novarum e dalla Humani Generis Redemptionem (e dalla Spiritus Sanctus) hanno sì tratto quote non ordinarie di benemerenza “ad intra” e “ad extra” ma anche marcato permanenti distacchi dalle velocità storiche, nel primo caso circa la questione operaia nei conflitti di classe, nel secondo circa le nuove elaborazioni dottrinali in rapporto alle scienze, in specie alle teorie evoluzioniste… ma per gli altri Pio, o tra gli altri Pio, chiamati al pontificato nei lunghi decenni del paganesimo fascista e nazista come del comunismo stalinista e della guerra, ed i loro successori: papa Roncalli e papa Montini furono collaboratori di vario e rilevante livello di quei pontefici, eppure dalla loro ecclesiologia si staccarono nettamente in un processo di rilettura critica dei testi così come dalle scuole teologiche in specie degli anni ’50 e ’60, tra Francia e Germania in particolare veniva proposta, mentre papa Bergoglio era ancora, ai tempi del Concilio, un gesuita non ancora ordinato presbitero (lo sarebbe stato nel 1969). Questioni di grande sostanza che evidentemente viene difficile anche soltanto accennare qui, ma che vanno tenute presenti per dare almeno un minimo di spessore a quello sforzo, secondo me santissimo, teso a relativizzare (e cioè storicizzare) ogni annuncio ex cathedra fuori dal nocciolo duro e immutabile della “carità di Dio”, cioè della creazione partecipativa e redentiva, nucleo forte della dottrina cristiana (declinata poi nelle mille o centomila forme veterotestamentarie e soprattutto evangeliche del Buon pastore, del padre che perdona il figliol prodigo). 

Dai papi ai vescovi ai preti

E’ forse la sezione più ricca e gustosa per la raggera planetaria indicativa delle provenienze, il capitolo sui vescovi conciliari, fra i quali larga presenza però conservavano i nazionali. Da Baldassarri a Capovilla (segretario di papa Roncalli e suo testimone sempre) e Luigi Bettazzi – l’ultimo vescovo vivente della stagione del Vaticano II -, dal brasiliano Helder Camara (figlio di dignitario massonico e amico di Paolo VI) a Casaroli il diplomatico (vescovo però dal 1967) e Siri il principe di Genova (in grande sintonia con il nostro Paolo Botto, che veniva infatti dal clero ligure), da Giacomo Lercaro – “convertito” al pari di Camara dal Concilio – al profetico Michele Pellegrino, pastore della Chiesa torinese, dottissimo coprotagonista dell’ultima sessione (1965), a Pericle Felici, che fu il giurista inossidabile segretario generale delle assise vaticane ed autore di uno dei molti “diari” conciliari usciti nel tempo a firma ora di vescovi ora di periti teologi assistenti… e ancora al fiorentino Piovanelli, antico sodale di don Milani e suo continuatore da cardinale arcivescovo di Firenze in anni che neppure ci sono distanti, e in quanto superamento delle posizioni oltranziste del predecessore (e oltre il “ponte” Benelli).

A dir dei presbiteri che a vario titolo si occuparono, con interventi, istanze, testimonianze di vita, del rinnovamento conciliare, ecco nella galleria proposta da Cabizzosu tornare quattro volte don Lorenzo Milani, l’educatore profetico della diocesi di Firenze, ecco il lombardo don Primo Mazzolari e il toscano don Divo Barsotti – l’uomo del rigore orante –, ecco il veneto don Giovanni Nervo (padre ispiratore della Caritas) e fratel Arturo Paoli – che dalle crocifissioni vaticane seppe salvarsi abbracciando la compagnia dei Piccoli Fratelli, in sudAmerica dopo che in Sardegna, a Bindua!... Bisognerebbe includere dom Giovanni Franzoni, già abate di San Paolo fuori le mura e il più giovane padre conciliare di tutte e quattro le sessioni, autore di una bellissima autobiografia mirata al profilo di “un cattolico marginale” che la storia saprà riscattare in faccia ai suoi detrattori mitrati o meno. (Invero Cabizzosu avrebbe potuto includere la sua nota recensiva del testo dell’abate benedettino nel capitolo dei reverendissimi monsignori, proprio per il rango religioso e conciliare, ma forse… all’apparenza derubricando l’abate ha voluto impreziosire la categoria dei presbiteri, tante volte più avanzata e illuminata di quella dei superiori). 

Le suore poi: la carmelitana scalza Emanuela Ghini (per la corrispondenza con l’arcivescovo Giacomo Biffi), la benedettina Giovanna Dore del monastero barbaricino di Olzai, la trappista Maria Pia Gullini (madre religiosa delle sarde Maria Gabriella Sagheddu e Maria Michela Dui)… figure tutte del nascondimento, eppure presenti e spiritualmente attive, attivissime, negli spazi d’eremo scelti o accettati per il loro servizio comunitario. Per il potenziale pedagogico, ma direi anche per l’effettivo carico esperienziale, il mondo delle donne consacrate meriterebbe scoperte e riscoperte: vi si troverebbero tesori inaspettati, riserve d’energia e intellettuali e morali, capacità di prossimità tante volte risolutive di vicende umane intricate e di sofferenza. I nuovi assetti che la storia sta progressivamente imponendo alla Chiesa-istituzione, con l’avanzante declericizzazione (e nonostante la rovinosa immissione nei ranghi di tanti giovani preti mascherati all’Ottocento, piccoli lefebvriani che faticano a riconoscere la maestà conciliare) e nuovi campi di impegno e responsabilità nelle comunità territoriali come nei movimenti, offriranno certamente al mondo femminile cofondativo della Chiesa talenti da spendere e carte di credibilità… Nulla dunque che deponga a favore del cosiddetto sacerdozio femminile, battaglia di retroguardia non di avanguardia, perché postulante l’imprigionamento delle religiose – quelle che in piazza celebravano esse gli onori cristiani per Piergiorgio Welby contro l’arroganza sinedrita del cardinale Ruini – nelle falangi clericali.

Nell’universo femminile e nella missione laicale

Naturalmente mi è nota la crisi che investe anche il sistema delle congregazioni religiose femminili in Italia (e in Sardegna) e altrove, nei continenti dell’opulenza, o ex opulenza (e comunque opulenza sempre di una minoranza) assai più che in quelli della storia giovane. Ciò nonostante credo che un ritorno complessivo della Chiesa a considerare se stessa lievito fermentante e non pasta annessiva, il suo restyling identitario in logica ecumenica, possa conquistare alla storia che è di tutti, anche dei non credenti, risorse di equilibrio sociale e morale di impagabile valore.  

Resta ancora, nella rassegna delle recensioni librarie offertaci da Tonino Cabizzosu, la sezione “laicale”. Scorrono qui i nomi di De Gasperi e La Pira, di Andrea Riccardi della comunità di Sant’Egidio (ripreso in dialogo con il teologo Massimo Naro, fratello dello scomparso arcivescovo monsignor Cataldo), protagonisti di stagioni passate e presenti nel dibattito pubblico, di animazione della opinione civile e di quella religiosa. Significativa una battuta di dom Helder Camara in proposito, richiamata nel libro di Paola Poli Il Concilio più largo. Laiche, laici, non cattolici: «Oggi ho avviato il contatto con i laici presenti al Concilio. Rispetto al capitolo sul mistero della Chiesa hanno detto che, per bello e ricco che sia, passerà sopra la testa della gente, anche di quella più pietosa. E’ evidente che il testo non interesserà assolutamente i milioni di persone che si tengono fuori o lontani dalle Chiesa». Un rischio che certo incombeva sui lavori del Concilio, sulle disponibilità anche personali dei Padri, e che, nonostante tutto, non fu mai completamente sventato. Ciò benché i laici ammessi scalassero posizioni e ruoli, da osservatori a uditori a periti… E i laici più dei ministri ordinati, per le orizzontalità professionali e sociali loro proprie, dovevano o potevano essere la vera carta vincente del Concilio per la spendita della sua prossimità all’ “uomo vivente”. Si ricordava allora la riflessione di Giovanni XXIII poco prima di morire, nel giugno 1963: «noi siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale, e non solo i cattolici. A difendere anzitutto e dovunque i diritti della persona umana e non solamente quelli della Chiesa cattolica… Non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio. E’ giunto il momento di riconoscere i segni dei tempi, di coglierne le opportunità e di guardare lontano». E un papa nei tempi più recenti avrebbe appunto chiesto perdono per le controletture del vangelo, per l’antisemitismo dottrinale, per le crociate di guerra, per le benedizioni allo schiavismo (seppure poi, ignorando i “princìpi non negoziabili”, si sarebbe fatto beato – modello per cristiani del nostro tempo – l’ultimo pontefice nel nome del quale Monti e Tognetti – 33 e 23 anni – furono decapitati a Roma).

Nel tanto che il Concilio ha offerto alla Chiesa e al mondo, nel tanto che biblioteche intere ormai hanno raccolto delle esperienze maturate nella grande navata di San Pietro e dopo, fuori basilica e nelle comunità sparse e periferiche – esperienze spirituali e intellettuali, pastorali e canoniche, liturgiche e, direi, politiche lato sensu, di impegno civile e sociale delle sue risorse laiche e religiose o clericali – questo “Colligite fragmenta” di Tonino Cabizzosu ritrova il filo di un percorso che, singolare per ciascuno e comunitario nello sviluppo delle sante empatie, attraversa la storia, i tempi: fa del presente la sede di rielaborazione critica del passato, e la sede anche degli impegni di dovere verso il futuro, verso le generazioni che verranno.

Colpisce, da questo punto di vista, quanto, in svariate pagine, il nostro autore/curatore dedica ad un suo amico (e compagno di studi alla scuola di padre Giacomo Martina presso la Gregoriana) – fratello siciliano divenuto vescovo nel 2002 e abate in Monreale – e purtroppo deceduto ancora giovane nel 2006: il già citato monsignor Cataldo Naro. A lui – spirito libero, incurante anche delle incomprensioni (sempre riservate agli anticipatori) – riserva quattro articoli nella sezione episcopale, che riprendono i lavori pubblicati postumi, ad iniziativa del fratello teologo Massimo e fra essi soprattutto la raccolta degli scritti – ecco un altro Colligite fragmenta! – apparsi, prima e durante la sua missione monrealese, in un piccolo organo di stampa siciliano: La Voce di Campofranco (quella Campofranco di neppure tremila abitanti nel cuore del Nisseno): titolo La posta in gioco è alta.

Don Naro, e una riflessione sul gran gesto di Benedetto XVI

Riprendo, dalle conclusioni della postfazione a quel volume, la sintesi del pensiero del vescovo che era stato, ancora giovane, preside della Facoltà Teologica della Sicilia: «Il Concilio, a parere di Naro, non soltanto smascherava questa crisi, ma anche e soprattutto prospettava la possibilità di superarla a livello dell’autocoscienza ecclesiale e sul terreno della prassi pastorale, ambedue dimensioni da rivisitare coraggiosamente, a partire dalle Chiese locali non più da concepire come mere “suddivisioni giuridiche” , ma come “comunità vive e portatrici di evangelizzazione”».

Entrando nelle dinamiche interpretative dell’evento Concilio, i testi dell’arcivescovo-storico di Monreale certamente aiutano ad orientarsi con un… cuore caldo, non soltanto con le categorie algide della dottrina a rischio permanente di disumanizzazione. E viene qui da riprendere, quasi in conclusione, il papato di Benedetto XVI, caratterizzato fra i molti preziosi doni della sua riflessione teologica, dalle diverse scivolate cui collaboratori inadeguati – assolutamente inadeguati, a partire dai cardinali Sodano e Bertone – l’hanno indotto nel suo ottennio di presidenza della gran piramide ecclesiale. Gran piramide cui una certa ermeneutica conciliare – proprio quella ratzingeriana – riportava in automatico, valorizzando gerarchie e dati istituzionali (figli della storia ma assolutizzati in chiave carismatica), distinzioni radicali – appunto tutto in punto di dottrina – fra Chiese e comunità, ecc. (come nella Dominus Jesus di papa Wojtyla su stesura della Congregazione della dottrina della fede, la stessa che negli anni ’80 e ’90 aveva sterminato vescovi e teologi di mezzo mondo destinati a riabilitazioni nella storia che verrà).

Mi importa qui – anche per una singolare simpatia all’uomo Joseph Aloisius Ratzinger e al papa Benedetto XVI – recuperare, pur brevemente, i riferimenti che Cabizzosu compie del passo definitivo dell’11 febbraio 2013, in una subsezione particolarmente ricca e dai titoli “Servitore di Dio e dell’umanità. La biografia di Benedetto XVI”, “Ratzinger al Vaticano II. Una vita all’ombra del Concilio”, “Le ‘chiavi’ di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II”, “Benedetto XVI, ultime conversazioni”. Ultimo, appunto “Dimissioni di Benedetto XVI”, non recensione di alcun libro (si richiamavano prima quelli di Elio Guerriero, Gianni Valente, Walter Brandmuller e Agostino Marchetto, Peter Seewald), ma commento in proprio, fra sorpresa, commozione ed auspici.

Certamente non smettendo i suoi panni di storico e professore, Cabizzosu elenca i precedenti (fra dimissioni volontarie e dimissioni costrette dai fatti o dalle prepotenze cardinalizie od imperiali), partendo da Ponziano confinato ad metalla nel nostro Sulcis, e arrivando a Gregorio XII dopo esser passati per Silverio, Giovanni XVIII, Benedetto IX, Celestino V… Interessante ogni storia, interessanti per le considerazioni d’attualità le parole del nostro autore/curatore. La nota è su Voce del Logudoro del 18 febbraio 2013: «Ora con le dimissioni di Benedetto XVI siamo tuti invitati a riflettere. E’ un gesto profetico che dimostra la vitalità della Chiesa, nonostante i gravi problemi che l’attanagliano. Essa è abituata a rompere gli schemi e a riproporsi in maniera nuova: basterebbe pensare all’annuncio inedito della convocazione del Concilio Vaticano II… da parte di Giovanni XXIII; ai viaggi internazionali di Paolo VI e di Giovanni Paolo II; alla richiesta di perdono da parte di quest’ultimo per i peccati della Chiesa nel corso della sua bimillenaria storia; alla lettera di Benedetto XVI per la Chiesa d’Irlanda di fronte al crimine degli abusi sessuali di alcuni suoi sacerdoti. La Chiesa non tema la storia: in essa si confronta con i grandi problemi dell’umanità e offre risposte che scaturiscono dal vangelo. Tenendo conto di quest’aspetto, edotti dalla riflessione storica, dinanzi all’annunzio inaspettato delle dimissioni di un grande papa, i credenti non si spaventano, ma ancora una volta sperimentano che Dio è il Signore della storia, nella certezza che il suo successore sarà la personalità più idonea ad affrontare i nuovi problemi della Chiesa universale».

Concilio e Chiesa sarda, il dolente caso Ozieri

Dovrei concludere riferendo quanto Cabizzosu assegna all’ultima sezione del suo “Colligite fragmenta”. Si tratta di poche pagine – una quindicina appena – tutte, o quasi, riferite alla diocesi di Ozieri, alle sue personalità d’eccellenza ed alle sue iniziative, di cui egli ha dato conto in brevi note sul settimanale diocesano fra il 2014 e il 2016. A cominciare dal “ritratto” conciliare di monsignor Francesco Cogoni, in parte utilmente riversato anche nei due preziosi volumi di I vescovi sardi al Concilio Vaticano II. Fonti/Protagonisti, Cagliari 2013-2014 che il nostro autore/curatore ci ha offerto quasi idealmente saldandoli, naturalmente con tutte le differenze del caso, a quel I vescovi sardi al Concilio Vaticano I pubblicato nel 1963, per i tipi della Editrice Lateranense, da Ottorino Pietro Alberti (al tempo giovane professore di quella università pontificia). 

Aggiungo che, fine della fine, chiusura cioè di questo capitolo, è una breve scheda biografica del maddalenino don Salvatore Vico, un “gigante della carità verso l’onore degli altari”: ordinato presbitero (nel 1919) nella cattedrale di Tempio Pausania della quale sarebbe stato a lungo parroco, egli fu soprattutto il fondatore, nel 1925, della Congregazione Missionaria delle Figlie di Gesù Crocifisso, rendendo alla Gallura una dimensione di mondialità… quasi o come in parallelo a quel che il mito laico garibaldino della vicina Caprera rappresentava in sé secondo il grido mazziniano di “ogni patria è la mia patria”, per i valori della democrazia e della solidarietà.

Dicevo di monsignor Cogoni, pastore ozierese per tre lunghi decenni. Proveniente dal clero cagliaritano (era quartese di nascita), egli fu promosso all’episcopato, insieme con il mercedario padre Ciuchini, nel 1939, lo stesso anno in cui la guerra nazista (nazi-fascista) arroventò l’Europa e poi il mondo. Per formazione ed esperienza non sembrava, monsignor Cogoni – personalità di gran cuore ma… datato, piuttosto decisionista e piuttosto severo con il suo clero – uno spirito naturaliter “conciliare”. Ma al Concilio… si convertì, o molto si impegnò, per lealtà alla sua Chiesa, ad adeguarsi, a… riformarsi. Certo, le sue risposte ai preliminari questionari vaticani detti dei “consilia et vota” riguardarono per il più aspetti dottrinali, disciplinari (sia per i chierici che per i laici), di apostolato (da parte dell’associazionismo e soprattutto dell’Azione Cattolica) e liturgici, scontando esse una vecchia cultura clericale e addirittura ipotizzando interventi censori del Sant’Officio sui politici cattolici aperti a dialogo e collaborazione con la sinistra! Ciò nonostante, ripeto, e pagando un prezzo alla “forma mentis” che condivideva con tanti preti e vescovi della sua generazione, si impegnò nell’aggiornamento e nello slancio pastorale del tempo nuovo. 

Riferisce, Cabizzosu, dei contributi scritti consegnati da monsignor Cogoni alla segreteria generale del Concilio soprattutto in materia di dottrina (sull’ordine presbiterale e sulla missione o il carisma episcopale), così come dice delle sue firme ai maggiori documenti di varia natura passati al voto dell’assemblea magna in San Pietro. Egli doveva, come i “vecchi” colleghi – eran tutti o quasi più che sessantenni e diversi viaggiavano per i 70 e perfino gli 80 – di Cagliari ed Oristano, di Iglesias ed Ales, di Alghero e Nuoro – trovare le energie intellettuali e religiose per calare “la lezione”, quella parola “rinnovata” (se non “nuova”) per l’ispirazione e la necessaria ricaduta, nella concretezza della sua Chiesa particolare. Che non era pronta. I sentimenti d’affetto filiale che riserva al suo vescovo, quelli dell’amicizia che nutre per il coro dei propri confratelli presbiteri, per lo stesso laicato impegnato ed il giornale diocesano – proprio la cara Voce del Logudoro –, non impediscono al nostro autore/curatore di esprimere un giudizio sulla capacità o la volontà – debole volontà – dell’apprendimento, superando indolenze e abitudini.

L’onestà intellettuale di Tonino Cabizzosu, di cui copiose sono le prove documentate dalla sua vasta produzione (affaccio qui soltanto le querelles – chiamiamole così – Serci/Prinetti, Piovella/Madeddu, tutti/Mulas…), si rivela anche in questo caso in cui l’osservatore/testimone non può che affiancare lo storico. Il quale così commenta, riferendosi ad una visita in diocesi di monsignor Angelo Fausto Vallainc, prete-giornalista (prossimo direttore della sala stampa vaticana): «La divulgazione dei testi conciliari veniva mediata dal settimanale ozierese con gradualità […]. Dall'esame delle annate del settimanale diocesano non si riesce a cogliere lo spessore e l'incidenza di questa partecipazione in quanto, se da un lato è vero che non mancava l'informazione, dall'altro, rileggendo quegli articoli, a cinquant'anni di distanza si ha l'impressone che essi, per quanto ben fatti, siano passati sulla testa della comunità locale. Se dovessimo ricercare le cause bisognerebbe sottolineare un responsabile disimpegno del clero, dimensione che si può cogliere anche in altri tempi della vita del settimanale di fronte a problematiche ecclesiali ugualmente importanti. 

«Un'altra responsabilità potrebbe essere individuata nella non promozione da parte del direttore di un coinvolgimento della base ecclesiale. Il fatto appena accennato costituisce una costante e manifesta un non pieno coinvolgimento della testata nella vita diocesana, nonostante ripetuti appelli, che di fatto rimasero lettera morta. Cogoni, al fine di preparare la comunità diocesana alla riforma della liturgia domenicale in lingua italiana, auspicava "una partecipazione attiva, devota e fruttuosa dell'intera assemblea". Per conseguire l'obiettivo invitava tutti ad una intensa e diligente preparazione.

«Se il rinnovamento conciliare era visto dal periodico prevalentemente sotto l'aspetto liturgico, non mancavano qua e là anche altre tematiche. Il 18 maggio 1965 Cogoni, accogliendo l'invito di Paolo VI, invitava clero e fedeli ozieresi ad intensificare le preghiere nel mese mariano "per il felice completamento del Concilio Vaticano II, nella sua conclusiva prossima sessione, per la pace nel mondo purtroppo frequentemente minacciata, per la libertà religiosa negata dai senza Dio, a tanti nostri fratelli di fede". Ai sacerdoti scriveva: "disponiamoci a vivere il nostro sacerdozio in spirito di unione fraterna, di sacerdotale carità, di povertà e distacco, di zelo per la gloria di Dio, cercata nella preghiera, nell'adempimento dei propri doveri"».

Conclusioni problematiche

E’ risaputo come nella Chiesa, non soltanto in quella sarda, ma certamente anche in quella sarda, il conformismo sia uno dei limiti che impedisce alla sua autorità morale di passare dalla dimensione del potenziale a quella del reale. Per il quieto vivere, per un male inteso senso di rispetto delle “autonomie” canoniche di questo o quel signor parroco (o signor vescovo), la critica, pur argomentata – sempre argomentata! – viene scambiata per insulto, per ingerenza indebita, per arbitrio smodato, per manifestazione di inimicizia. Ogni altra libera voce vien considerata un disturbo e l’interesse principale va al consenso degli obbedienti. Si ritiene che debba essere il corpo “ufficiale” così strutturato e definito dal codice di diritto canonico ad autoriformarsi, ove di riforma ci sia bisogno, e ogni decisione si rinvia a un calendario ancora tutto da scrivere. Il giornalismo cattolico ha, più spesso, cognizione del suo aggettivo più che del suo sostantivo nominale, e mai si sollevano questioni che possono imbarazzare e chiamare a effettiva responsabilità questo o quello.

Dovremo aspettare cinquant’anni perché le osservazioni scritte su carta e notificate all’intero episcopato sardo dal compianto don Efisio Spettu, circa cattivi e arroganti espropri di titolarità nel seminario regionale e alteri spadroneggiamenti in termini di ordinazioni o di collocazioni di studio, siano riconosciute come una giusta campana che suonava ai sordi? O che le doglianze dell’arcivescovo emerito Tiddia per le dimenticanze, anzi le dolose omissioni delle statuizioni del Concilio Plenario Sardo – un altro Concilio! – siano accolte nel loro merito ed assorbite con una rinnovata intesa interdiocesana? C’è mai chi ha sollevato la questione dei verbali della Conferenza Episcopale Sarda negli anni della presidenza Mani? Nessun comunicato vide allora la luce, dei verbali – documento per la storia della Chiesa che è maestra di storia – non si sa neppure se mai siano stati scritti e dove mai siano consultabili…

Non intendo certamente fare qui alcuna elencazione di insufficienze “volute” – perché quelle attribuibili soltanto alla nostra umana debolezza sono tutte scusabili -, dico di quelle insufficienze “volute” per arroganza e/o neghottosità che proprio dieci anni fa, ai tempi del “caso Cugusi”, furono pubblicamente denunciate ma fatte irricevibili dai destinatari (seppure poi dal subentrato papa Francesco qualche risposta si ebbe finalmente!): desidero soltanto, concludendo e firmando questi appunti, richiamare quanta contraddizione ancora vi sia fra una vocazione sinodale, affermatasi sempre più e sostenuta dalle nuove stagioni dialogiche, e una persistenza di signorie autoreferenziali nella Chiesa sarda.

Se in ogni diocesi sarda questo “Colligite fragmenta” esitato nel segno, e nel sogno, conciliare fosse portato in funzione di spunto a una discussione e ad un confronto da svolgere in una alta modulazione ideale, forse un risultato lo avremmo: capiremmo che alla cronaca, al nostro oggi, dobbiamo saper dare la dignità della storia. E, uscendo dalle agende o dai percorsi puramente assertivi, apriremmo noi stessi a pagine nuove di studio delle complessità materiali e valoriali che segnano il nostro tempo e la società, arricchiremmo la fede stessa dei dubbi che sono il suo antico e vero e solo nutrimento.



Fonte: Gianfranco Murtas
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