Gianfranco Murtas

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Otto percorsi per conoscere la Villacidro del presente e della memoria, con Marco Sardu

di Gianfranco Murtas


Un mese fa è scomparso un amico di valore – Marco Sardu che elesse Villacidro a sua patria elettiva, ancora e sempre onorando il paese natale, Gonnosfanadiga, anche curandone la biografia sociale fra Otto e Novecento in un bellissimo libro fotografico di grande formato. Ancora vorrei segnalarlo alla memoria grata di quanti ebbero la fortuna di incontrarlo, Marco, ed intessere amicizia ed avviare sapida collaborazione con lui. A me capitò per alcune uscite editoriali: quelle di Risalendo la Fluminera, di Alla scoperta di Villacidro e di Gonnosfanadiga. Figli del Linas, tutti curati in prezioso sodalizio con Angioletta Fadda, compagna di tutta la sua intensa vita.

Riservandomi di poter presto tornare in argomento, con un preciso riferimento alla Gonnosfanadiga raccontata per immagini nel terzo libro della cennata trilogia, qui di seguito vorrei riproporre il testo della presentazione che anni addietro – era il dicembre 2001, sono passati quasi due decenni! – proprio su suo invito potei offrire alla riflessione dei cidresi apposta convenuti all’albergo ESIT della celebre pineta per onorare un lavoro egregio per qualità ed altrettanto generoso nella intenzione editoriale: si trattava di una guida, articolata in otto possibili percorsi, del “paese d’ombre”, così a mo’ di “monumenti aperti”…  

La mia relazione è qui introdotta da qualche riga appena di cronaca che io stesso misi giù per La Gazzetta del Medio Campidano (del gennaio 2002), che volle accogliere il contributo. 


Nella geografia di Parte d'Ispi 

Villacidro. Domenica 23 dicembre, antivigilia del Natale 2001. Nel pomeriggio presentiamo, presso l'albergo ESIT nella sala un tempo destinata a ristorante - un ambiente dominato da una splendida gigantesca tela di Antonio Corriga -, il volume Alla scoperta di Villacidro, che reca il sottotitolo di "visita guidata al paese d'ombre e suoi dintorni in due o più giorni". Gli autori, Marco Sardu e Angela Maria Fadda - robusto sodalizio nella vita prima ancora che nella esperienza culturale -, vantano, nel loro passato di divulgatori della straordinaria magia del dessiano paese d'ombre, un altro prezioso libro, assai più spesso e di grande formato, tutto fotografico, che risale al 1989 Risalendo la Fluminera, che introdussi io stesso.

Artigiani del bello, attraverso l'immagine e il racconto scritto, Sardu e la Fadda hanno dimostrato, anche questa volta, che, quel che si può, si deve o può doversi fare ché è soltanto questione di impegnarsi, di sacrificarsi anche, quando l'obiettivo è di valore, e la causa una causa che merita e che può servirsi con un'opera scritta destinata a rimanere.

Affollata la sala, certamente più di cento gli intervenuti. Al tavolo, con gli autori ai due capi, e nel mezzo i relatori (io stesso e Mauro Pittau, segretario della Fondazione Dessi) ed il sindaco Danza, il presidente della Pro Loco Antonio Piras.

C'è, nelle parole di quest'ultimo, coordinatore della manifestazione, così come in quelle del sindaco, intanto la soddisfazione per il luogo scelto dagli autori per presentare ai cidresi il loro libro: l'albergo dell'ESIT è stato una perla, ed è oggi - per lo stato di quasi abbandono nel quale si trova - la dimostrazione delle occasioni mancate dal paese d'ombre, per il suo sviluppo turistico, nell'accezione più ampia del termine, in alternativa a quel che è stato, rovinosamente, Cannamenda.

Ed alle risorse anche umane che Villacidro offre oggi, in una sorta di risveglio della sua tensione creativa, della sua sensibilità ai valori ambientali e culturali che appartengono gli uni alla grazia della natura e gli altri al genio produttivo dei suoi figli, ha fatto riferimento ripetuto ed opportuno Mauro Pittau, alludendo fra l'altro alla Fondazione Dessi ed alla Cooperativa Fulgheri, ed al molto altro che sta virtuosamente montando a valle delle guglie di Giarranas. Un tema, questo, in qualche modo ripreso da Gian Paolo Marcialis, nel suo intervento "dal pubblico ", al termine delle relazioni, quando, dopo aver rilevato il primato villacidrese nella pubblicazione di opere editoriali in tutto il Campidano, ha pure suggerito di valorizzare, sul piano della "vendita" anche materiale artigianale e quindi turistica, la nomea di paese delle streghe o della magia.

Portato dagli autori, infine, il saluto e ringraziamento ai presenti - ai quali essi hanno donato interessanti notizie sulla metodologia seguita nella confezione del loro lavoro -, tutto si è concluso con un buffet in clima di semplicità e d'anticipo natalizio.

Della guida al paese d'ombre, assolutamente necessaria a mio avviso, e riuscita di ottima fattura sia sostanziale che grafica o propriamente editoriale, avevo scritto la nota introduttiva otto pagine che spero siano tornate utili alla comprensione ideale dei percorsi così come li hanno proposti, ai locali non meno che ai visitatori di fuori, Sardu e la Fadda. Da essi sono stato quindi invitato a partecipare anche alla manifestazione... della parola, non più soltanto dello scritto, e così ecco quanto ho potuto offrire, di ulteriore, alla considerazione dei presenti...

Le pietre di Ruinalta, la gente di Pontario

Ho accompagnato, passo dopo, passo, tutta la fase finale, quella propriamente editoriale, del nuovo libro di Angioletta Fadda e Marco Sardu che oggi presentiamo. E, parlandone qui, vorrei parteciparvi alcune riflessioni che hanno marcato questo accompagnamento.

E proprio perché gli autori lo citano nella loro premessa/introduzione, debbo inizialmente riferirmi anch'io a Dessi, a quel ch'egli ha scritto e a come noi - ed io mi metto nel noi - abbiamo colto, interiorizzato e a nostra volta elaborato la sua produzione letteraria. Perché poi si possa tornare alla ispirazione e al merito specifico di questa guida villacidrese: nuova guida e, credo, anche prima guida. Che era necessaria, che è - mi sembra - di livello, esemplare per molti aspetti.

Io ritengo che sorga spontaneo, nel lettore che s'accosta al romanzo storico, o comunque a quell'opera di letteratura che non cela il suo rimando a vicende storiche - sì trasposte talvolta nella loro sequenza e nei loro nessi, ma comunque riconoscibile - credo sorga spontaneo, dicevo, l'impulso a procedere per identificazioni. A smontare la finzione, svelando le coperture letterarie ed attribuendo a protagonisti e comprimari i nomi dell'anagrafe municipale Cosi anche e per i luoghi,

Tanto più questo accade in chi, per viverci all'interno, conosca quell'ambiente che ha costituito lo scenario della narrazione, lo conosca proprio per pratica di vita ed interazione con esso. Quei luoghi che ora trova trasposti sulla carta, egli li ha frequentati, e pare voler restituire a ciascuno la sua identità, come se questo fosse il suo compito virtuoso, di lettore-interprete (quasi poliziotto) della pagina scritta.

Chi di noi, cidresi di nascita o di elezione, questo non ha fatto incontrando l'opera di Giuseppe Dessi? La cosa anzi ci ha intrigato, perché la letteratura non ci è bastata, avevamo bisogno di andare oltre, forse per capire di più, chissà. Chissà poi perché.

Ad Angioletta Fadda e Marco Sardu questo è capitato, clamorosamente, con Balanotti - con Balanotti o Bassela, con quel grande oliveto dell'avvocato Fuigheri, dopo la strada di sa pesada manna, e dopo anche sa Gruxi de Santu Sisinni, per raccontarne agli studenti che a loro s'erano rivolti in cerca, più o meno casuale, di una pista. Ma certo anch'essi, la Fadda e Sardu, si erano già avventurati nel gioco - che quando è assolutizzato si rivela inevitabilmente una trappola - delle identificazioni di siti e figure sulla scena. Avevano, hanno cercato di tradurre la simulazione in fatto, in volti autentici. L'hanno fatto, o certamente e comunque lo avrebbero potuto fare, per tutta una lunga serie di toponimi cidresi reinventati da Dessi. Taluni, numerosi forse, di questi avrebbero potuto essere facilmente riscontrabili per assonanze, oppure per la verosimiglianza del racconto rispetto alla memoria lasciata da episodi lontani...

L'autore di letteratura non chiede autorizzazioni ad inventare. Io, in qualche cosetta che ho scritto, sperimentando, anche sul fronte narrativo, ho frenato la fantasia perché fa premio su di me il richiamo alla verità del fatto: ma io appunto non sono un romanziere, uno scrittore di letteratura. Gli autori non chiedono autorizzazioni. E dunque è sbagliato voler ad ogni costo togliere la maschera allusiva che un autore pone e sui personaggi messi in animazione sulla scena e sui luoghi che quella scena costituiscono ed hanno sovente essi stessi l'eminenza dei personaggi.

Trattandosi di figure umane, nella sua opera di fantasia l'autore sposta quel fattore caratteriale dall'uno reale all'altro virtuale, o supposto, o inventato; oppure fonde tipologie diverse in capo allo stesso personaggio, pur essendo esse sparse o spalmate in una platea di soggetti appunto diversi.

Certo, più delle persone, i luoghi possono, nella descrizione che se ne rende, restare fedeli al vero, ed è probabile che la finzione possa riguardare la effettiva ospitalità offerta a questo o quell'evento narrato che non le forme, le caratteristiche. Così l'ambiente fisico naturale, così quello architettonico, il manufatto cioè: sono le case, sono i monumenti civili - quelli simbolici e quelli di servizio pubblico (pensiamo, a Norbio, al lavatoio pubblico) -, sono le chiese, che come nient'altro riassumono la storia delle generazioni, facendosi ideali testimoni di quanto di più intimo, di più umanamente vero possa esserci nel travaglio di una vita.

Norbio cuore di Villacidro 

Questo è il punto. Un paese non è plesso di manufatti, portali e tetti, o, se si vuole, di parchi e boschi che valorizzano l'estetica, appagando l'effimera istanza del gusto; un paese è questo ma nella stretta interazione con chi ci vive realizzando produzioni morali, immateriali cioè - quelle dello spirito, quelle degli affetti familiari ed amicali, quelle della cultura come ricerca delle chiavi interpretative dell'esistente, - e produzioni materiali per la qualità del vivere individuale e sociale, per il miglior vivere di tutti, condividendo secondo un parametro essenzialmente politico, che considera (o dovrebbe considerare) cioè l'interesse generale.

D'altra parte, Dessi gioca tutta la sua narrativa - si sa - su quell'impianto filosofico tratto dai pensatori che confusero la sua mente di adolescente, ma pure gliela spianarono per la creatività futura - Leibnitz e Spinoza soprattutto - del principio secondo cui ogni punto dell'universo è il centro dell'universo. Sicché: ogni punto dell'universo è, ad un tempo, unico ed irripetibile eppure anche riflesso dell'altro. Dire pertanto San Silvano o Ruinalta, Parte d'Ispi o Cuadu, Ordena o Pontario, Olaspri o Norbio è dire luoghi sempre originali eppure sempre replicati. Ogni punto dell'universo è il centro dell'universo, singolare, originale, irripetibile, eppure anche specchio dell'altro frammento materiale-immateriale che lo precede, che lo segue, che lo affianca, che gli si giustappone nell'ideale firmamento dello spazio-tempo.

Angioletta Fadda e Marco Sardu già con Risalendo la Fluminera, che è uno splendido "fotomosaico" del paese d'ombre nell'ultimo secolo della sua vicenda, un film per fotogrammi che racconta la vicenda di bambini ed adulti, di sposi e cacciatori, di pastori e sportivi, di maestranze e devoti, di case e pinete, di chiese e luoghi di lavoro domestico..., hanno offerto alla comunità cidrese la possibilità di ritrovare se stessa nelle istantanee che l'hanno immortalata nel suo divenire, nella sequenza del tempo che le è stato concesso. Essi dunque si sono già provati, ed ora replicano - in una sorta di continuità ideale con quell'altra esperienza di dodici anni fa - a raccontare, attraverso le emergenze architettoniche più o meno solenni e le emergenze di natura, diciamo così, la vita di una comunità che c'era e che, attraverso noi, c'è ancora, c'era quando lavorava al gran cantiere, anzi ai gran cantieri, quasi secolo dopo secolo, per i continui rifacimenti, della parrocchiale, oppure degli altri stabilimenti di culto, o di istruzione spirituale e dogmatica - si pensi al seminario vescovile -, o di ritiro religioso - si pensi al convento dei mercedari -, e così del montegranatico - autentico polmone dell'economia rurale dei secoli addietro -, del municipio sfortunato.

La visione - o meglio, il sentimento - che io ho del paese d'ombre e che, mi pare, Angioletta Fadda e Marco Sardu, a modo loro, condividono ed implicitamente propongono con questo bel viaggio Alla scoperta di Villacidro, che si definisce "visita guidata al paese d'ombre e ai suoi dintorni in due o più giorni", è quella non del museo a cielo aperto - museo per la contemplazione - ma piuttosto di una realtà che vive il continuo divenire del tempo; che è, insomma, una specie di riassunto del prima e una preparazione dei dopo.

Questo è il paese d'ombre, filmato nella sua continuità biologica - o, avrebbe detto Dessi, astronomica - e nella sua continuità storica e civile, dai tempi dei tempi. All'inizio era Giarranas, era soltanto la natura, erano le rocce e le acque, poi è toccato ai boschi ed agli animali selvatici. Nella successione dei millenni, quindi, il territorio ha implementato le sue dotazioni- originarie con gli insediamenti antropici, e poi con le attività dei residenti che immaginiamo — cedendo al fascino del mito — riuniti in abitazioni attorno a sa Funta' de s 'arriu ed al cedro che sembra rimandare quasi all'Eden del Tigri e dell'Eufrate. O magari a qualche altro sito presso il Leni, un po' più a valle, magari a San Pietro... Certo ci sono quelle tombe romane, in area poi (o già) mercedaria, ci sono quelle altre tracce che riportano al bacio fra preistoria e storia, a Narti o Matzanni... Erano attività finalizzate alla sopravvivenza degli individui, e poi per il maggior benessere del clan e per la trasmissione materiale ai figli — erano coltivazioni dei campi, erano allevamenti degli animali, era pesca in qualche rivo, erano scavi nei giacimenti minerari -, fino alle produzioni immateriali, le superiori produzioni cioè che hanno connotato lo stadio più evoluto della società. Dei disegni d'architettura, delle preghiere spirituali, del tramando dei contos e delle memorie di famiglia e comunità...

Come nella valle di Giosafat

Ogni tempo, di questa specie di eterno presente nel quale siamo chiamati a recitare un ruolo da un piano di Provvidenza, lascia il suo segno. Il ripasso dei luoghi fisici, dentro l'attuale centro abitato o attorno ad esso, la perlustrazione di un sito, la visita ad un manufatto d'arte o d'architettura, tutto questo rimanda alla categoria del tempo ed imposta dunque una elaborazione - come per una realtà virtuale che non pretende l'attivazione di nessun computer - che materializza, se posso dire così, quel che c'era, o era. Insomma che rende visibile l'invisibile.

Se sei nei pressi della parrocchiale ripensi all'area cimiteriale che era una sua pertinenza, come ovunque d'altra parte, e se hai rivitalizzato, nella tua mente, quello che era luogo di memento per i vivi pietosi puoi anche risuscitare coloro che ivi dormivano (e dormono) in attesa del giorno di Giosafat, dopo una lunga pesante giornata di lavoro, negli orti nei pascoli o nelle gallerie, o negli ambienti stessi domestici, giornata che si era conclusa, avara, magari alle soglie dei trenta, dei quarant'anni, fra gli assedi e gli sfiancamenti di malattie non debellate.

Se sei al municipio, anche lì puoi intanto evocare quel che ormai mezzo secolo e due anni fa è stato incenerito, e che documentava le società dei secoli più recenti, dei secoli spagnoli e piemontesi... Puoi anche portare il pensiero alla vita dei religiosi che lì avevano il loro convento, presidio d'entroterra di quell'ordine mercedario che aveva ricevuto la miracolosa cassa nel mare di Cagliari, pochi decenni dopo che quella stessa area era stata evacuata dagli aragonesi accampati per tre lunghi anni sulla collina di Bonaria, prima di quello scatto di reni alla volta dell'altra collina un tempo tutta ginepri ed ora già direzionale, appena lasciata, senza colpo ferire, dai pisani che avevano bastionato il Castellum Castri.

Se sei a Cannamenda - anche - non puoi evitare di riandare al gran quadro delle occasioni perdute verso la metà degli anni '60. Ne abbiamo discusso non è più di otto giorni fa, presso la Biblioteca comunale presentando i Racconti di un Sindaco Rosso, di Angelino Saiu cioè, primo cittadino di Villacidro fra la fine del 1964 e l'estate del 1970. Cannamenda non è soltanto il cimitero delle avventure industriali, direi anche delle speculazioni finanziarie scambiate per iniziative produttive ad alto indice di occupazione; non è oggi soltanto lo spazio insediativo di fabbriche d'alta tecnologia e però di sempre incerto futuro — ché è come una maledizione, questa eterna precarietà della economia secondaria più moderna —; Cannamenda è lo specchio in primo luogo della inadeguatezza di una classe dirigente, eminentemente politica ma non soltanto politica, o politico-amministrativa, alla quale Villacidro e la Sardegna avevano (e forse hanno) affidato il loro avvenire. Essa è dunque come la materializzazione della cattiva coscienza e delle illusioni infondate di larghi settori della popolazione che ha delegato, che si è fatta espropriare da una rappresentanza chiacchierona e miope del diritto, e anche però della responsabilità, di scendere nella profondità dei problemi, di sceverare fra diverse opportunità, di scegliere i modi del nuovo destino industriale del paese.

Gli otto itinerari proposti da Angioletta Fadda e Marco Sardu suggeriscono, senza dirlo esplicitamente, questo lavoro creativo della mente: così quelli che inoltrano il racconto fra le strade dell'abitato, come quegli altri che conducono ai giri più larghi che danno insieme un senso di immersione nella buona onnipotenza divina e la consapevolezza della propria più intima finitezza. E peraltro, se Villacidro è un luogo che sprizza magia - e di tanto s'accorgono più i forestieri che gli interni - l'impresa non è neppure così difficile come a prima vista potrebbe sembrare.

L'ambiente naturale - ho detto prima - relaziona con quello residenziale. Non potrebbe essere che così. La tipologia socio-economica dei cidresi, così come è maturata lungo molti secoli, direi lungo i millenni - fino alla metà ed oltre del '900 - ha imposto un rapporto di forte connessione fra l'un aspetto, o ambito, e l'altro. Le pagine che la Fadda e Sardu hanno dedicato al territorio boschivo di Villacidro ed ai percorsi possibili fra quei monti e quelle valli, nelle puntate magari alla caserma della forestale o alle chiesette rurali che convocano il popolo alle devozioni patronali - sono molto belle, evocatrici di emozioni che esprimono la pacificazione fra il vivere moderno e la superiore saggezza che è nella creazione incorrotta.

Concludo. Ho detto prima di aver avuto la ventura di seguire l'elaborazione di questa guida, nella sua impostazione e più ancora nei suoi successivi aggiustamenti. Debbo riconoscere che il valore aggiunto di questa offerta preziosa che i due autori hanno fatto al loro e nostro paese d'ombre è nella esposizione semplice e piana. Mancano i preziosismi, che non sarebbero stati utili ed avrebbero sprecato il vocabolario, e vive invece, fortunatamente, una cordialità colloquiale con il lettore, con il fruitore cioè che desideri accostarsi, per il suo tramite, o col suo ausilio, alla più significativa varietà paesana.



Fonte: Gianfranco Murtas
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