Gianfranco Murtas

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Ottone Bacaredda fa famiglia con Rosa Rossi. Rientra a Cagliari e sarà… Bacaredda all’università e in letteratura, nell’avvocatura e alla presidenza dell’Ospedale, in Comune e in Provincia

di Gianfranco Murtas

«A riguardo del mio figlio non abbiamo che a lodarci in tutto e per tutto: io non sono avvezzo a fare testimonianze d’affetto: quel che sento è assai più di quello che è lecito dire. L’amore è rimasto tra padre e figlio ed io non so esprimermi. Sono stato ben fortunato di poter contemplare un figlio che si fa onore per qualunque rispetto si voglia considerare. I padri, si sa, sogliono essere vanitosi ma qui non è il caso».

Così scrive, negli anni del proprio tramonto e del già compiuto passaggio generazionale, il commendatore Efisio Baccaredda di suo figlio Ottone, avvocato e docente universitario, giornalista-scrittore e amministratore pubblico, già presidente dell’Ospedale ed ora anche consigliere provinciale e comunale e sindaco della città capoluogo. Presto anche parlamentare.

Con sua moglie Efisia Poma se l’è cresciuto, questo figlio, venuto a quattro anni dal matrimonio celebrato nella parrocchiale di Sant’Eulalia e gli è toccato in sorte di coltivarlo, in famiglia, portandoselo dietro, residenza dopo residenza, in varie parti d’Italia. Sicché potrebbe infine dirsi che Ottone Bacaredda abbia maturato in sé, proprio come fatto formativo, una lucida coscienza binaria e integrata, distinta e combinata, sia sarda che italiana: l’orgoglio delle radici avite e l’ambizione progressista, il sogno della nazione liberale nell’ordinamento e rispettosa delle legittime aspettative dei territori, in specie quelli più periferici e storicamente trascurati. Quanto scrive ventenne, ed a più riprese, contro i ministeri romani incapaci di un passo veloce e convinto, e con una prosa che rivela in pieno i succhi mazziniani della sua adolescenza (e forse anche il discreto suggerimento repubblicano del padre), ne fa fede piena.

I suoi primi passi di bimbetto di uno-due-tre anni li ha compiuti, Ottone – che per la verità il nome di Ottone lo porta come mediano fra cinque, dopo Gaetano e Antonio e prima di Angelo e Giuseppe (accontentando ascendenti e padrini) –, ancora in Sardegna, ma a Sassari, non a Cagliari. A Cagliari è nato nei giorni in cui la tradizione natalizia ispirava i canti latini della novena nei vespertini affollamenti parrocchiali, così anche nella sua Sant’Anna stampacina, storica collegiata stipata di preti parroci e preti beneficiati ed affidata alla presidenza di canonico Oppo, una basilica vera e propria, ancora fresca di costruzione con copertura di cupole e cupolini ed un campanile che avrebbe avuto il suo gemello un secolo dopo confermandola fabbrica mai conclusa. Una basilica non ancora impreziosita da quel tanto che l’avrebbe fatta spiccare, per arredi sacri e d’arte ma anche per stucchi e festoni, nel panorama delle chiese di Cagliari infine umiliate dai bombardamenti del 1943… Quello fu, di Ottone, il primissimo mondo conosciuto fuori di casa, fra la piazza Yenne con la sua colonna miliare, e il primo tratto del Corso, o di quella via che si sarebbe un giorno intitolata al re galantuomo: giusto là, poco discosta dalla trionfale chiesa di San Francesco con l’annesso convento dei minori, avrebbe preso domicilio la zia Gaetana Baccaredda con suo marito Pietro Ravot, là sarebbe sorta una prima nidiata di cugini… C’era poi, appunto interna, non esterna, alle mura secolari della villa di Stampace, la parrocchiale dall’eterna fabbrica, sorta a dominare l’irta strada de “santu Miali”, teatro carnascialesco delle spericolate pariglie, con in cima quell’altra chiesa gesuitica e tutta barocca proprio intitolata al santo arcangelo, di fianco all’ex noviziato ed alla porta duecentesca degli Alberti…

Quanta storia era ricaduta in quel fazzoletto di spazio urbano entro ed oltre le mura e le porte, come quella detta di Stampace che vantava una sorta di primato d’onore fra le venti o poco meno che ancora avevano resistito ai picconi, e – a guardare il calendario – quanta storia s’era concentrata, sulla scena nazionale e su quella sarda e cittadina, in quei pochi mesi dalla vigilia della nascita di Ottone Bacaredda al suo svezzamento! Consumata con la disfatta di Novara la prima guerra d’indipendenza, cui avevano partecipato molti giovani volontari partiti dalla Sardegna e da Cagliari, era salito al trono quel Vittorio Emanuele della futura intitolazione del corso – allora ancora contrada San Francesco e contrada dei Ferrai e su Brugu, primo tratto della Carlo Felice di prezioso collegamento con Sassari dove i Baccaredda/Bacaredda presto avrebbero preso casa… E a dire dei padri gesuiti del noviziato di San Michele (e del collegio alla Marina): proprio nel 1848 essi erano stati cacciati da Cagliari, così come da Sassari (e da tutto il Regno… sardo-piemontese, ché ormai la Sardegna, con la fusione perfetta era entrata pienamente nel regime costituzionale regolato dallo Statuto). E di più, sempre restando a Cagliari e anzi giusto a Stampace… sarebbe da segnalare che proprio ancora nel 1848 era entrato in funzione, a quattro anni dall’impianto del cantiere, il nuovo ospedale civile sostitutivo di quello di sa Costa e di cui, quasi quarant’anni dopo, nella primavera 1887, Ottone Bacaredda sarebbe divenuto presidente del Consiglio d’amministrazione… Davvero nella storia tutto si riannoda, il grande e il piccolo.

L’ho detto: partendo da Stampace, Efisio ed Efisia, papà e mamma di Ottone, crescono il loro unicogenito in giro per l’Italia ancora, per una dozzina d’anni, giuridicamente in formazione: a Sassari dapprima, a Ventimiglia (dipendenza amministrativa di Nizza, la città natale di Garibaldi che presto Cavour cederà alla Francia) ed Alessandria poi, e dopo ancora, a Regno d’Italia ormai costituzionalizzato, altrove: a Vercelli e ancora a Sassari e a Cosenza, a Cagliari fra il 1867 ed il 1871 – come ad incastro per gli studi universitari di Ottone –, e Genova… quella Genova in cui Ottone resterà quattro anni (dopo breve sosta a Firenze), e svilupperà i suoi studi e i suoi affetti, fino al matrimonio e alla prima paternità… Continueranno poi, Efisio ed Efisia, papà e mamma, i pellegrinaggi di carriera – fino ad Avellino ed a Siena – ma intanto Ottone con la sua Rosa e il piccolo Efisio Ottorino prenderanno il piroscafo e prenderanno casa a Cagliari. Abitando le stanze di quell’appartamento della piazza San Carlo, o Yenne che dir si voglia, che ha ormai acquistato una certa centralità, dopo l’abbattimento delle mura, che lungo un decennio è stato la prova provata del declassamento cagliaritano – bisognerebbe dire della sua dismissione – in quanto piazzaforte militare.


Medius quartus natus

Nei suoi appunti di storia familiare, il prefetto Efisio Ottorino non mancò di dire una parola di verità (storica) circa la data esatta di nascita del padre, che costituiva sempre un argomento di dibattito… interpretativo. Scrive: «Nacque a Cagliari il 20 dicembre 1848 e vi morì il 26 dicembre 1921 (in alcune biografie è errata la data di nascita, che venne esattamente annotata dal prof. Francesco Loddo Canepa. L’insigne professore dell’università di Cagliari, direttore di quell’Archivio di Stato, attestò, invano, nel suo pregevolissimo libro “I giuristi sardi del secolo XIX” – numero unico del 28 ottobre 1937, pubblicato in occasione della catalogazione sarda con note e aggiunte – Cagliari, St Tip della Società Editoriale Italiana, 1938, che “il Baccaredda, come rilevasi dai registri di curia, fu battezzato il 23.12.1848 nella parrocchia di S. Anna ed in quel giorno egli era medius quartus natus: vale a dire il 23 dicembre 1948 [recte: 1848] era il quarto giorno dalla sua nascita”)».

Scrive, di suo padre, Efisio Ottorino: «Fu una eminente personalità per le sue doti morali, intellettuali, civili, patriottiche. Vivido acuto ingegno, originale brillante genialità, anima semplice, [?] adamantina e insieme serena e gioviale. Sollecito dell’altrui bene, spese tutta una vita a servizio della sua città e del suo popolo specialmente dei più umili. Godette nella sua isola e fuori di grande estimazione, di alto prestigio, di affetti e simpatie, da ogni parte, da ogni ceto. Deputato al Parlamento per una sola legislatura, essendosi spontaneamente dimesso per una invincibile adattabilità alle vicende politiche e un certo senso di disgusto che gli procurarono (giugno 1900-9 marzo 1903), docente di diritto commerciale, e di altre materie giuridiche, per incarico (notevoli le sue lezioni di diritto amministrativo) all’università di Cagliari, ove ebbe particolare considerazione dei colleghi e dei giovani allievi, di questi, maestro e amico a un tempo, pensoso patrocinatore, con la mente e col cuore, delle loro idealità e aspirazioni, del loro luminoso avvenire. Vien fatto perciò di pensare che ciò abbia potuto ispirare la generosa ideazione di ricordare nell’insegna del nuovo centro di pubblica istituzione, l’Istituto tecnico statale per geometri “O. Bacaredda” il nome di un vecchio docente che dei giovani seppe conquistare l’amore, la stima, la fiducia, la riconoscenza.

«Pubblicista, avvocato di fama, apprezzato autore di pubblicazioni giuridiche e letterarie (romanzi, novelle, saggi critici, poesie dialettali v. nella biblioteca familiare). Del suo geniale intuito come scrittore aveva dato prova da giovanissimo, distinguendosi fra i più colti assidui collaboratori del periodico degli studenti universitari “A Vent’anni”, pubblicato a Cagliari “per la diffusione della coltura intellettuale e morale” nel 1869-70.

«Oratore facondo e forbito, arguto brillante conferenziere, ideatore chiaro, elegante, allettante e avvincente, autore di molteplici discorsi (v. nella biblioteca familiare: di tali discorsi soltanto una piccola parte è stato possibile rinvenire), perfettamente intonati, sui più svariati argomenti, riscuotendo acclamazioni di ascoltatori e consensi di critici».

E ancora: «Per oltre un quarto di secolo, dal 1889 salvo brevi interruzioni fu a capo dell’Amministrazione comunale di Cagliari, chiamatovi da plebiscitarie elezioni, lasciandovi impronta della sua operosità, specialmente nel rinnovamento edilizio della città: chiamato per questa e altre forme della sua attività il sindaco per antonomasia. E’ rimasto di lui indelebile ricordo. Gli furono tributate solenni imponenti onoranze funebri cui partecipò una vera fiumana di popolo di ogni ceto e categoria. (“Apoteosi non funerale. Sotto una pioggia di fiori e fra le lacrime del popolo la salma di O.B. è portata al Camposanto”. “Il Risveglio”, organo del partito socialista riformista, Cagliari 29 dicembre 1921). Vi partecipò il clero composto di tutte le collegiate della città che vollero spontaneamente intervenire (nello stesso numero del 29.12.1921 del “Risveglio”).

«Degnamente commemorato alla Camera dei deputati e nei consessi amministrativi locali: nel Consiglio comunale di Cagliari del 9 gennaio 1922 autorevoli commosse voci si levarono a far rifulgere le eccelse qualità dell’uomo, del cittadino, del docente e le benemerenze dell’amministratore. Così nella adunanza dello stesso giorno del Consiglio provinciale di Cagliari del quale fece parte per 35 anni consecutivi, eletto con plebiscitarie votazioni. Particolare solennità assunse la celebrazione del 12 febbraio 1922 nel Politeama Verdi di Sassari con l’intervento di autorità della città di Sassari e di Cagliari.

«Gli venne intitolata una via della nuova Cagliari e un busto in bronzo eretto nel palazzo comunale e custodito ora nella sala di adunanze di quella giunta. Telegrammi di condoglianze per la sua immatura dipartita pervennero alla famiglia dalla Real Casa, dal presidente della Camera dei Deputati Enrico De Nicola, da innumerevoli altre autorità, da enti pubblici, da amici e ammiratori. Oltre la stampa isolana e ai più autorevoli fogli della penisola molti dissero e scrissero, in vita e in morte, di Ottone Baccaredda. E non è dato neppure tentare di riassumere le nobili elevate espressioni con cui vennero esaltate le eccezionali virtù e i grandi meriti. Nel rimandare a quanto in proposito è stato possibile raccogliere nel volume in memoria di Ottone Baccaredda, conservato nella biblioteca familiare, non posso esimermi dall’accennare anche qui a ciò che si legge in alcuni scritti».


Varrà tornare in argomento, ma intanto importa conoscere la giovane donna che impressionò il cuore del giovane avvocato e che egli portò all’altare e in municipio nel 1874 a Genova, città delle radici familiari della sposa e città che egli, trovandocisi benissimo, ebbe ben modo di conoscere in lungo e in largo nei quattro anni in cui ne fece la sua residenza.

Rosa Rossi, l’incontro felice

Di Rosa si è sempre saputo pochissimo e nessuno ha voluto approfondire – eppure la cosa meritava! – quel poco che Giuseppe Della Maria era riuscito a raccogliere per il suo contributo al volume collettaneo del 1971.

Scrive così, nel testo biografico e… molto en passant, Della Maria: «… Infine, sempre il medesimo giornale [L’Avvenire di Sardegna, nda] ospita la traduzione dal russo, ad opera della signora Rosa Bacaredda (moglie di Ottone), del racconto “La famiglia del gigante. Scene della steppa” di Ivan Iourguenf» (cf. p. 20).

E in nota: «I registri dello Stato Civile di Cagliari non annoverano l’atto matrimoniale del Bacaredda. Verosimilmente donna Rosa Rossi era ligure e le nozze furono celebrate in Genova» (cf. p. 64).

Ricerche archivistiche compiute nei mesi scorsi hanno consentito di acquisire tutta una serie di elementi biografici capaci di diradare molte nebbie, e gli appunti familiari stesi dal prefetto Efisio Ottorino (come detto, figlio primogenito di Ottone e Rosa) ancor più, al netto di minime imprecisioni riscontrabili sulle carte, hanno fatto chiaro il quadro ampliandolo ad ascendenti e collaterali. Perché la prima scoperta, di cui peraltro ho potuto dar conto in altri scritti di qualche tempo fa (anche su L’Unione Sarda), è stata la nascita russa di Rosa e la sua appartenenza ad una famiglia che con la Russia – o meglio la regione del Rostov, su quel mare di Azov entrato tragicamente nelle cronache d’oggi perché teatro della guerra d’attacco russo e di difesa ucraina… - aveva sviluppato nel tempo importanti transazioni commerciali, assumendo perfino la titolarità dell’ufficio consolare.

Taganrog città commerciale e industriale fondata da Pietro I il grande – si consideri anche questo, il carattere commerciale cioè, per dire delle relazioni allacciate con gli italiani già nel tempo che fu – venne visitata nel 1833 da Giuseppe Garibaldi, allora giovanissimo capitano marittimo la cui goletta mercantile in quel porto scaricò i suoi quintali di arance. Proprio a Taganrog il futuro generale – che ne scrisse infatti nelle sue memorie – incontrò quel connazionale e corregionale che rispondeva al nome di Giovanni Battista Cuneo il quale, mazziniano aderente alla Giovine Italia, gli trasmise il sogno patriottico dell’Apostolo, quel sogno destinato a divenire la sua causa di vita. (Di tanto scrive anche Annita Garibaldi Jallet nel suo saggio “Impero ottomano ed impero russo nella formazione umana e professionale di Giuseppe Garibaldi”, in Quaderni di Oriente Moderno, n. 6 del 2008, p. 71. Si consideri inoltre che a Taganrog, ormai da sessant’anni, un pubblico monumento – si rilevi anche questo, documentato in abbondante letteratura – celebra proprio il nostro Giuseppe Garibaldi).


Figlia di Domenico, agiato proprietario e commerciante, e Caterina Siriani (anche quest’ultima battezzata a Taganrog), Rosa era nata il 13 novembre 1850: era dunque di poco più giovane di Ottone al quale sopravvisse per tredici anni, morendo a Torino il 10 maggio 1934. Del sestiere San Vincenzo (noto Palestro n. 87) lui, di quello San Teodoro (salita Passero n. 7) lei, convolarono il 14 febbraio 1874 – festa di San Valentino! –, testimoni per Ottone il suo vecchio (ma 38enne appena!) direttore Giovanni De Francesco – responsabile de L’Avvenire di Sardegna dopo esserlo stato de Il Corriere di Sardegna –, per Rosa il più attempato consigliere d’Appello Vittorio Emanuele Kuster. Presero casa al civico di via Assarotti, una strada importante di Genova, allora e oggi protetta da tutta una serie di piccoli o grandi parchi cittadini, con ville antiche, cascate, stagni e musei: quello Gropallo, quello Gruber, quello Di Negro, quello dell’Acquasola…

Piccola curiosità: gli atti di nascita dei nubendi necessari per le pubblicazioni furono trasmessi all’ufficiale di stato civile genovese dai parroci o curati che avevano provveduto al loro battesimo o conservavano le registrazioni di curia: «i richiedenti mi consegnano gli atti di nascita degli sposi rilasciati per lo sposo da Giuseppe Loj, parroco di Sant’Anna a Cagliari e per la sposa da Telesforo Gergogorsgevite Decano della chiesa Cattolica Romana a Taganrog, quale atto scritto in lingua russa è accompagnato dalla traduzione italiana detta dal console italiano a Taganrog, i quali documenti muniti del mio visto vengono inseriti tra gli allegati…».

Come descrive sua madre il prefetto Efisio Ottorino? Così: «Di bello e nobile aspetto, fu donna virtuosa, intelligente e colta. Ebbe una educazione di severo costume, ricca di intellettuali artistiche risorse: esperta nella conoscenza di varie lingue, nella pittura, nella musica come valente pianista. Ereditò dal padre un carattere bonario, fermo e dinamico insieme. La distingueva una particolare eccessiva passione per l’estetica della casa, che esigeva ordinata al massimo, lucente, rispettata da tutti quasi come un tempio. Prodigò ai figli suoi, nei loro infantili e giovani anni, una fine rigida e pure affettuosa educazione. Era ammiratrice delle insigni qualità di suo marito, che soleva seguire intelligentemente e amorevolmente, durante il primo periodo della loro unione, negli studi e nella produzione letteraria di lui, anche collaborando, come nella traduzione del romanzo “Colomba” di Mérimée, e allietandone la laboriosa esistenza col suono del pianoforte, che trattava con maestria e gusto squisito, essendo egli amatore appassionato di musica, consuetudine questa che andò, come nella più parte di casi consimili, svanendo, fino a divenire completamente negletta col nascere e il crescere dei figliuoli, la cui educazione e assistenza la distolsero e la allontanarono dal pianoforte».


Della famiglia Rossi

Di radici genovesi, il suocero di Ottone Bacaredda, Domenico Rossi fu Gerolamo e fu Rosa Remaggi, od Ottone-Remaggi, era chiamato in famiglia «Barbapapà», «nomignolo attribuitogli dai piccoli nipoti Baccaredda, che ogni anno venivano da Cagliari, dove risiedevano, a Genova per trascorrere, con i genitori i mesi estivi nella villa Rossi in salita del Passero (quartiere di S. Francesco di Paola)» - così scrive il prefetto che subito aggiunge: «Fu un autentico tipo di gentiluomo e galantuomo di antico stampo, perfetto spirito patriottico, d’indole pacifica, temperante, di gaio umore, amante della famiglia e particolarmente tenero e sollecito verso la consorte Caterina, che adorava (negli anni tormentati dalla vedovanza non passava mai dinanzi al grande quadro riproducente le sembianze di lei, che lo precedette nella morte, senza inginocchiarsi e segnarsi della croce). Dedicò la sua lunga vita, con onesta abile attività, al commercio di cereali che importava da Taganrog, servendosi di proprio bastimento, e riuscendo a formarsi un’agiata posizione economica. Si ritirò, cessata l’attività commerciale, nella avita panoramica villa genovese di Salita del passero, nella collina di S. Francesco da Paola, trasferendosi necessariamente in tarda età, in seguito a sfortunate vicende familiari e finanziarie, in una casa, pure di sua proprietà, nella salita di S. Francesco, dove trascorse gli ultimi anni di una vita intemerata in amara solitudine, inconsolabile per la perdita della consorte, e dove morì ultranovantenne».

Racconta, il prefetto Efisio Ottorino divenuto ormai vecchio anche lui, della sua frequentazione del nonno o dei nonni, a Genova, nelle estati degli anni remoti della sua infanzia: «Si celebravano le due ricorrenze di S. Domenico e di S. Rosa in gioiosa intimità familiare e con la messa nella bella cappella situata presso l’elegante salone, dove io ero ammesso per godermi le migliori arie su[onate] al pianoforte a coda dello zio Antonio Rossi. Le due feste si concludevano con manifestazioni pirotecniche nel piazzale davanti la casa, organizzate dagli zii».

E ancora: «Ospiti immancabili al pranzo d’occasione i due vecchi amici del nonno, certi signori Kuster e Semelia, un tipo di anziano tedesco il primo, abbondantemente simpaticamente discorsivo il secondo, che dimostrava per me una grande simpatia. Ogni festività si andava (i nonni, io e le sorelle) alla messa di mezzodì alla chiesa dell’Annunziata nella omonima centrale piazza. Poi il gelato nel giardino del “Caffè d’Italia” indi sosta tra le ombrose piante della vicina “Acquarola”; infine ritorno a casa per il pranzo dalle 5 ½ pomeridiane».

Importante, in tale contesto, il riferimento alla casa che «era governata da un rigido inderogabile regime di disciplina e puntualità, dall’ora della levata mattutina a quella dei pasti e del riposo notturno. Vita serena e tranquilla. Io avevo compagno, durante la notte, nella spaziosa camera tra quelle del nonno e della nonna, il pappagallo Lorito, verso il quale il Barbapapà nutriva un bene e una passione particolari, nemico di noi ragazzi per reazione…». Parrebbe così spiegato, in una parentesi di sentimento tutto domestico, l’appellativo nonnesco: «(Alle nostre monellerie provocatorie per il gusto di vederlo minacciosamente arrabbiato)…».

E la nonna? Caterina Siriani in Rossi, chiamata familiarmente “Muina” (nomignolo anche questo inventato e attribuitole dai «nipotini» in villeggiatura a Genova), era nata pure lei nata a Taganrog, da padre italiano e madre italo-russa. Così la ricorda il prefetto: «figura di dignitosa prestanza, di illibato costume, di carattere alquanto rigido e autoritario, temperato tuttavia da affabile sorridente bonarietà di cui dava sovente prova nei rapporti familiari e amichevoli, godendo pertanto di generale rispetto e simpatia insieme. Curava con speciale cura l’abbigliamento personale, che usava con gusto e signorilità, anche in casa sempre irreprensibile, partecipando, fra l’altro, al giornaliero vespertino pranzo familiare, elegantemente vestita e adorna di vistosi appropriati gioielli».


Ebbe una buona vita, Caterina Siriani. Tirò avanti fino ai 78, lasciando tutto – coincidenze di calendario! – il 2 maggio 1906, giusto alla vigilia dei disastri cagliaritani che avrebbero visto suo nipote, in quanto sindaco contestato, e dunque nonostante lui, fra i protagonisti… Suo marito Domenico arrivò ai 91, cedendo nel 1909. E anche qui, a voler giocare con le date, si troverebbe la giusta coincidenza con la rumorosa e rovinosa “partita” del caropane: perché proprio nel 1909 Ottone Bacaredda avrebbe dato alle stampe il suo L’Ottantanove Cagliaritano, il memoriale riflessivo delle vicende trascorse, anzi patite…

«Da Domenico Rossi e Caterina Siriani nacquero, oltre Rosa, altri quattro figli» – questo riferisce la memoria familiare stesa da Efisio Ottorino –: «1 - Antonio, di elegante presenza, funzionario di banca, pianista di fama, ricevuto e applaudito nei più distinti e ricchi salotti genovesi (ogni sera alla fine del pranzo, per il quale sedeva alla destra della madre della quale era il beniamino e che compensava con particolari affettuose attenzioni, dopo una non lunga siesta sdraiato su una comoda poltrona situata in un angolo della spaziosa sala, saliva alla sua stanza e ne discendeva poi in perfetta acconciatura da sera per recarsi, non senza prima avere impresso un bacio sulla fronte della madre diletta, al consueto ritrovo mondano della casa Pignone in piazza Fontane Marose. Emigrò in America, dove passò i suoi giorni. 2 - Gerolamo, che aiutava il padre nell’amministrazione e nel governo della casa, di modeste risorse intellettuali ma d’animo infinitamente buono. Lasciata la casa paterna per crearsi una numerosa famiglia, ammalatosi di cuore, fu costretto a una vita sacrificata e resa difficile dalle mediocri condizioni finanziarie. 3 - Michele, bellissimo uomo, dotato di fine intelligenza e coltura, di cuore generoso, esercitò l’avvocatura ma senza lungo e grande impegno; colpito da fiero inesorabile male, che sopportò per lunghi anni con mirabile rassegnazione pur conservando uno spirito forte e faceto. Morì a Pegli, dove è sepolto, ancora in buona età. Lasciò la moglie [C?] Rosetta, di San Remo – caratteristica figura di donna di vera intelligenza, conoscitrice di varie lingue, [?], amante della vita mondana, appassionata della musica e del canto, che coltivava con [?] assiduità, seppe conciliare i godimenti della sua gaia e movimentata esistenza con i doveri dell’assistenza assidua e consolatrice dell’infermo consorte e dell’educazione dei tre figli [? ? ?] che però non seppero ripagarla di quelle soddisfazioni e consolazioni che avrebbe meritato. 4 – Domenico, chiamato in famiglia Menego, anch’egli bellissima figura di uomo, brillante ufficiale dei bersaglieri e poi dell’Arma dei carabinieri, ottimo di carattere e d’animo, spentosi ancora in buona età in Roma, dove trascorse gli ultimi anni di vita con la moglie Elisa Pittaluga che aveva sposato in Genova».

Questi, dunque, i cognati di Ottone Bacaredda, da questi e da Rosa frequentati, più o meno assiduamente, con le loro famiglie in quel di Liguria. Tanto più frequentarono nonni e zii Rossi i bambini di casa Bacaredda nati tutti e tre – dico di Efisio Ottorino, Katia e Antonina (non così il povero Aldo), e rispettivamente nel 1875, 1878 e 1882 – proprio a Genova dove, forse, la giovane Rosa aveva preferito partorire per avere accanto a sé gli affetti più stretti.

«Durante il tempo delle ferie estive, godute nella magnifica villa dei nonni materni, dalla quale poteva ammirarsi tutto il panorama della Superba e con davanti il porto anche allora interessantissimo per il movimento di navi di ogni paese – prime quelle della Compagnia “La Veloce” destinate ai viaggi oltre oceano; in fondo a destra il quartiere e caserma di S. Benigno poco prima di Sampierdarena , e a sinistra tutta la parte più ricca e importante della città – fui spesso ospite dagli zii Michele e Rosetta a San Remo e Voltaggio». Lo aggiunge il notista, o memorialista, fattosi vecchio e bisognoso di lasciare sulla carta una traccia certa delle sue prime esperienze di vita sociale.

Divenuti grandi e fattisi famiglia a loro volta con residenza in continente, i Bacaredda/Baccaredda – appunto Efisio Ottorino, Katia ed Antonina – avrebbero essi mandato i loro piccoli in Sardegna, a Cagliari, dai nonni Ottone e Rosa… Fu in tali spontanee e gradevoli frequentazioni che si incrociarono e saldarono reciprocamente le generazioni della famiglia sardo-ligure…

Focus Russia

Certamente questo mondo genovese così intrecciato agli interessi russi – sia quelli politici o diplomatici sia quelli, prevalenti, commerciali – esige un qualche approfondimento. E qui dunque potrebbe dirsi che tanto il Calendario generale del Regno del 1853 – il riferimento pieno è dunque al Regno di Sardegna, non ancora d’Italia – quanto il Palmaverde del 1860 segnalano il nominativo di Domenico Rossi come console onorario a Taganrog. Un Rossi Giuseppe – che vien difficile individuare per certo, ma soltanto per probabilità, nella stretta parentela – è indicato anch’egli come titolare dell'ufficio nel periodo immediatamente successivo, vale a dire dal 1862 al 1869.

Come sopra accennato, fu di nascita russa, oltre che sua moglie, anche la suocera di Ottone Bacaredda, vale a dire Caterina Siriani sposata Rossi, figlia lei stessa di madre russa – Marta di nome e di cognome insaputo andata a nozze con Michele Siriani, che dovrebbe immaginarsi italiano o… sardo-piemontese, ligure forse, se liguri furono in larga prevalenza gli operatori economici occupati nell’import-export con la regione di Rostov (s’è visto prima lo stesso Giuseppe Garibaldi capitano marittimo della goletta “Clorinda” carica di agrumi mediterranei).

In capo ad Antonio Rossi – fratello di Domenico e zio di Rosa moglie di Ottone, nato a Senglea di Malta nel 1808 e deceduto nel 1884 (cf. Myheritage.it), dunque da non confondersi con l’omonimo fratello di Rosa, il talentuoso pianista per diletto e funzionario di banca per mestiere, uomo di mille relazioni nella buona borghesia genovese, del quale ha scritto il nipote prefetto –, direi in capo ad Antonio Rossi sr. (coniugato con Caterina Ruga), qualche traccia è dato scoprirla, con riferimento alle relazioni familiari con la Russia, non senza sorpresa.

Da una medaglione – curato dalla Società Ligure di Storia Patria nel 1919 – su Gerolamo Rossi, figlio della coppia e divenuto senatore del Regno d’Italia si apprende che il padre Antonio era un «… facoltoso negoziante di grani che esportava con proprio naviglio dalla Russia, e più tardi, amministratore di banche…».

In La moneta genovese in confronto con le altre valute mediterranee nei secoli XII e XIII, opera curata da Pier Francesco Casaretto nel 1928, è scritto: «…Egli aveva in Odessa stretto amicizia con un Antonio Rossi, stabilito in Tangarog per ragioni di commercio, figlio di Gerolamo noto negoziante genovese di granaglie. E siffatta amicizia diede appunto adito al matrimonio che si concluse in Genova tra Paolo ed Elisa Rossi, sorella del predetto e venne solennemente celebrato il 9 giugno 1844…» (cf. p. 23).

E ancora, nell‘articolo “Il ritorno di Garibaldi dal secondo esilio”, a firma di Francesco Protonotari e pubblicato in Nuova Antologia, vol. 39, 1911, si legge: «Viveva allora per affari in Tangarog Antonio Rossi, padre dell’ora senatore conte Gerolamo Rossi-Martini. Giovanotto – e bel giovanotto a detta del Figari –, aveva acquistato tutte le simpatie e l’amicizia del governatore della città e di sua moglie. Sollecitato anche dai capitani e commercianti italiani che volevano difendere in Garibaldi l’amor proprio italiano, il Rossi mise in moto la sua influenza» (cf. p. 633).

Investigando su Caterina Remaggi, dall’archivio storico di Gorla Maggiore ( http://archiviostorico.comune.gorlamaggiore.va.it/lib/exe/fetch.php?media=storiografia:sovico_11.pdf ) ecco poi altre notizie circa il ramo Rossi: Gerolamo Rossi (sepolto alla Valletta in Malta) sposò Rosa Remaggi, dalla cui unione nacquero ben 8 figli, tra cui, con Antonio, anche Domenico il suocero di Ottone Bacaredda. Anche da queste carte zampillano le notizie familiari in risalita proprio dal senatore Gerolamo Rossi fino ad arrivare, seguendo la via collaterale a quella di nostro immediato interesse, all’avo suo omonimo, nonno paterno di Rosa Rossi impalmata da Bacaredda.

Tanto può anche ricavarsi dal Giornale degli studiosi di lettere, scienze, arti e mestieri, dedicato alla Società Ligure di Storia Patria, del 1873 (cf. p. 234) e da ulteriori evidenze: Antonio nel 1850 acquistò un’importante azienda nei pressi di Crema che il figlio gestì sino alla fine dei propri giorni nel 1921. (E non farebbe allora sorpresa comprendere perché nel 1911, il giudice Tiana, uno dei generi di Ottone Bacaredda perché marito di Katia, abbia chiesto ed ottenuto di essere trasferito proprio nella sede di Crema! Forse si trattò un ricongiungimento familiare).


Se Rosa Rossi nacque a Taganrog nel 1850 e così forse i suoi fratelli, fra essi senz’altro Antonio jr., di due anni più giovane (e deceduto nel 1912), è da pensarsi ad una certa continuità di residenza russa della famiglia, tanto più che il Bollettino Consolare pubblicato per cura del Ministro per gli Affari Esteri di S.M. il Re d’Italia – questa la lunga testata della pubblicazione, ed il riferimento preciso è al vol. VIII parte II, fascicolo VII del luglio 1872 – in una nota fa proprio riferimento alla circostanza: «Una cotanta prosperità non mancò di chiamare l’attenzione speculativa di molti altri negozianti greci, e di qualche altra nazione, erigendosi in breve tempo sia a Taganrog, che a Sostoff, vari stabilimenti commerciali […]. Fra queste case noverasi pure quella italiana del signor Antonio Rossi di Gerolamo, e poscia fratelli Rossi fu Gerolamo, la quale ebbe ingente prosperità, mercé il genio commerciale del suo fondatore, che fu il nostro Vice-Console sardo in Taganrog: questa fu la prima e l’ultima casa italiana che si fondò in questi paraggi con l’intendimento di svolgere in vasta scala i commerci per proprio conto».

Sarebbe così da collocare nel contesto un’altra evidenza presente in Russia e stati italiani del Risorgimento, a cura di Giuseppe Berti, 1957: «In data 11 marzo 1855, difatti, Domenico Rossi, console a Taganrog, scriveva al Berzolese che, dato che la circolare di Nesselrode dichiarava…» (cf. p. 635).

Gli inediti

La foto di copertina, inedita e protetta dalle riserve proprietarie della famiglia, presenta la coppia Ottone-Rosa nella età forse del matrimonio o addirittura del fidanzamento in Genova (dunque 1873-1874). Partecipante a un concorso per le dogane e vintolo, Bacaredda rinuncia all’ufficio essendosi dato l’obiettivo dell’avvocatura e della docenza universitaria. Intanto sviluppa l’antica passione del giornalismo e della letteratura e continua ad inviare le sue corrispondenze a L’Avvenire di Sardegna (il cui direttore, Giovanni De Francesco, ha chiamato – come s’è detto – quale testimone di nozze, il giorno di San Valentino del 1874) ed a scrivere novelle e romanzi.

Se l’ultima corrispondenza della serie è quella del 18 aprile 1876, direi che press’a poco questa sia la data dell’imbarco da Genova per Cagliari. Soltanto in quei primi quattro mesi dell’anno sono stati nove gli invii. Ma su questo aspetto particolare (come anche sui titoli ed i tempi dell’attività letteraria) mi riprometto di tornare con un focus assai presto.

E comunque va detto, anticipando il tutto, che proprio su L’Avvenire – appunto la testata giornalistica che ha scelto come ideale prosecutrice della linea liberaldemocratica (e anticlericale) de Il Corriere di Sardegna in cui aveva esordito come collaboratore – ha pubblicato, assai prima del 1876 e direi lungo quasi un lustro, lunghe pagine inviandone i testi, prima che dal capoluogo ligure, da Firenze (probabile breve tappa ante-Genova nella carriera paterna dopo il trasferimento da Cagliari): nel novero temporale è anche il romanzo Cuor di donna. L’anno successivo, il 1873, è stata la volta di Un uomo d’onore e di due traduzioni: Colomba, di Prosper Mérimée, e Il marito di due mogli, di William Collins. Nell’anno stesso del matrimonio ha pubblicato, presso l’editore Andrea Moretti, il romanzo Roccaspinosa.

Rientrato nella sua amata città nella primavera del 1876 va ad abitare la casa in cui è cresciuto, nella piazza Yenne: ci va ovviamente con la sua Rosa ed il primogenito Efisio Ottorino (e molti altri nomi), nato a Genova nel novembre 1875. Sarà lo stesso Efisio Ottorino, nelle sue memorie famigliari, riferendo della propria nascita nella casa genovese di via Assarotti 17, a scrivere di esser stato «recato» a Cagliari dai suoi genitori «a pochi mesi di vita», a Cagliari anche trascorrendo «l’infanzia e la giovinezza».

E dunque potrebbero ben potrebbero collocarsi nel 1875, in vista del rientro, alcune più mature riprese di contatto con Cagliari: è di quell’anno, infatti, la pubblicazione della novella In procinto di pigliar moglie, che esce su La Rivista Sarda, a direzione congiunta di Francesco Carta (allora giovane bibliotecario, poi accreditatissimo bibliotecario alle Nazionali di Roma, Milano, Torino, Firenze e direttore-prefetto di numerose altre Biblioteche pubbliche di primissimo livello) e dell’anziano canonico Spano: un periodico di cui si ipotizza d’affidare la direzione proprio al giovane Bacaredda; sul sassarese Stella di Sardegna, “popolare settimanale” diretto da Enrico Costa e in esordio proprio nel 1875, esce invece con la novella Zio Bardilio, firmandosi Terenzio Tegola, il suo antico pseudonimo.

***

Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).



Fonte: Gianfranco Murtas
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