Ottorino Pietro Alberti professore alla Lateranense e ricercatore. Una intervista del 1971
di Gianfranco Murtas

Nell’estate 1971 Ottorino Pietro Alberti era già monsignore ma non ancora vescovo: monsignore perché canonico onorario del capitolo di Nuoro dal 1963 e perché “cameriere segreto” – questo il titolo antico – di papa Montini dal 1964, monsignore per meriti di studio e di dirigenza alla Lateranense, in attesa di chiamata – e lo sarebbe stato già nelle settimane più prossime – al rettorato del seminario regionale della Sardegna che da Cuglieri si trasferiva, per abbandono dei gesuiti e nuovo carico nelle responsabilità dell’episcopato sardo, a Cagliari. Sarebbe stato così per due anni, un biennio invero stressante vissuto (per molte ore all’aeroporto) nell’abbinata Cagliari-Roma, Regionale-Lateranense, ché l’insegnamento all’università dei papi il nostro monsignore non l’avrebbe ancora lasciato trovando in esso legittime e permanenti soddisfazioni scientifiche, non soltanto didattiche. Per poi incontrare, a riconoscimento di un valore certamente intellettuale ma, di tutta evidenza, a riconoscimento anche di un non minore merito ecclesiale, di obbedienza (e cioè servizio) ai superiori comandi, la promozione ad arcivescovo di Spoleto e vescovo di Norcia (diocesi canonicamente distinte ma fusesi nel 1986, proprio sotto il suo governo). Così dal 1973 – con ordinazione nella cattedrale di Santa Maria della Neve a Nuoro (consacrante il cardinale Baggio e conconsacranti l’arcivescovo Bonfiglioli e il vescovo amico Melis Fois) – e fino a tutto il 1987. Allora, con ingresso in diocesi, a Cagliari, nel gennaio 1988, sarebbe iniziata un’altra fase della vita di don Ottorino, presule nella sua terra in successione dell’indimenticato monsignore (poi cardinale) Giovanni Canestri a sua volta trasferito da Cagliari a Genova.
Dacché era al lavoro alla Lateranense, vale a dire dalla primavera del 1959, non era mai mancata, tanto più d’estate, la “pausa” sarda – di riposo e di coltivazione degli ameni ed informali rapporti umani con il suo universo – e non erano mancati i ritorni occasionali, anche d’ufficio,presso la sua patria isolana e barbaricina in specie. Ritorni anche motivati dalla partecipazione, tanto spesso, alle feste per il Redentore, a fine agosto, e al novenario in onore della Vergine di Valverde nella omonima e cara chiesa campestre e familiare (dei Costa, il filone delle ascendenze materne di monsignore).
Nel già richiamato 1971 egli aveva dovuto concludere, sacrificato ad altri e prevalenti impegni, il rilascio dei suoi periodici contribuiti a Frontiera, la rivista fondata e diretta da Remo Branca ma in misura determinante debitrice, sotto il profilo della ispirazione intellettuale, a lui stesso, a don Ottorino: un mensile di largo spettro culturale – fra storia, archeologia ed arte, ambiente e religione – e di discussione civile, un mensile di bella e sobria grafica che nella sua stessa testata, appunto Frontiera, rivelava la sua missione, assumendo i migliori significati d’un dialogo possibile nell’orgoglio mai taciuto di una identità consapevole, insieme fiera ed aperta.
Perché su Frontiera gli interventi di don Ottorino furono in quegli anni, fra il 1968 ed il 1971 cioè, una dozzina o poco più (ne ho dato perfetto conto in altro articolo su Giornalia, negli anni passati), corposi tutti e interessanti, originali nel tema ora strettamente storico, ecclesiale o no, ora di riflessione morale e civile provocata dall’attualità (e allora, per dirne una, la questione dell’introduzione del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano fu fonte di mille e anche aspri confronti).
È in tale contesto che collocherei una lunga intervista da lui rilasciata a Pasquale Marica, decano dei giornalisti sardi (per decine d’anni corrispondente da Roma) e prolifico saggista. Ormai 84enne e ritiratosi dalla professione militante, Marica – cui fra l’altro si deve una bella storia della stampa isolana dalla fine del Settecento alla metà del Novecento e la donazione al Consiglio regionale della Sardegna di una raccolta di centocinquantamila ritagli-stampa su temi isolani (la cosiddetta Summa Sardoa)– e fondatore, nella capitale, del Gremio dei Sardi non poteva non conoscere le benemerenze di studioso del giovane (allora 41enne) presbitero nuorese che, a Roma, e non soltanto negli ambienti dell’emigrazione sarda, era un “nome” conosciuto e collaudato, apprezzato autore di numerose pubblicazioni (centinaia addirittura) fra le quali non poche erano quelle d’interesse tutto isolano.
Perché – bisogna dire anche questo – la laurea in Scienze agrarie conseguita nel 1951 all’università di Pisa, e dunque precedente agli studi di teologia e al corso preparatorio al sacerdozio che si sarebbe concluso nel 1956 con l’ordinazione nuorese per le mani del vescovo Giuseppe Melas, accompagnò ed alimentò l’interesse “largo” di don Ottorino alle vicende della sua terra, talvolta incrociandone la traccia o la parabola con quelle tutte peculiari della Chiesa: si trattasse di rispetto ambientale ed incendi boschivi o di sviluppo e repressione del banditismo, di correnti migratorie o d’altro ancora, come il piano di rinascita socio-economico, i programmi di igiene pubblica o la vitalità di istituzioni culturali od accademiche… Ogni volta che, in negozi specializzati o nei… mercatini di piazza anche esteri, egli incontrasse testi riguardanti la Sardegna non mancò mai il sacrificio del suo portafogli e così una certa e discreta parte della meravigliosa biblioteca/emeroteca del monsignore professore alla Lateranense e poi vescovo in esercizio andò ad implementarsi, nella sua casa nuorese di via d’Azeglio, di pezzi pregiati e spesso rari. (Fra quei… viali, e anche con i saliscendi che davano movimento ulteriore agli spazi, mi accompagnò mentre ci scambiavamo i doni e l’uno parlava all’altro delle proprie ricerche storiche).
Il bibliofilo si alleò in questo modo al ricercatore e viceversa, sicché la linfa del fervore e della dedizione al documento, connotandosi sempre in una specie di passione sociale, in un’ansia di condivisione, portò l’uomo di Chiesa a farsi apostolo – può dirsi così? – di un ecumenismo culturale esercitato nel disciplinato culto delle carte antiche, degli archivi in cui la memoria della storia si identificava col vissuto degli uomini preparatori dell’oggi moderno.
Nel 1963 la Libreria Editrice della Pont. Università Lateranense pubblicò, di don Ottorino, l’importante, corposa (e pur discutibile) monografia I Vescovi sardi al Concilio Vaticano I, con dedica a monsignor Melas ed ai suoi colleghi delle diocesi isolane. L’anno successivo fu la volta di La Sardegna nella storia dei Concili, sempre da parte dell’editrice lateranense. Nel 1967 uscì, ancora dalla medesima editrice, la prima edizione di Il Cristo di Galtellì (nuovamente con dedica a monsignor Melas nel 20° della sua promozione episcopale). E molti anni dopo (1993) sarebbero venute le due parti del primo volume de La diocesi di Galtellì dall’unione a Cagliari (1495) alla fine del sec. XVI, dato alle stampe dalla 2D Editrice Mediterranea, un testo ampiamente riportato, o anzi anticipato, nella relazione svolta il 14 marzo 1979, presso la grande sala pubblica delle Grazie, nel quadro delle manifestazioni per il bicentenario (1779-1979) della diocesi nuorese. (Aggiungo: relazione corposa eppure… breve, 35 cartelle, ma bene integrata, giorni dopo, a Galtellì, dalle impegnative 130 certosine pagine di monsignor Pietro Maria Marcello, consegnate per l’intero agli Atti della convegnistica dal titolo Pacificazione e Comunione, a cura del can. Rosario Menne. Uno studio, quello del caro monsignor Marcello, monumentale vicario generale diocesano, che giustamente richiamava con insistenza, fra le fonti, numerose acquisizioni proprio di Ottorino Pietro Alberti. Fu, quella faticosa festa bicentenaria, una sequenza di eventi che avrebbe visto don Ottorino, allora da sei anni radicato in Umbria, ripetutamente presente, ad esempio celebrante la messa speciale dei giovani – con tanto di omelia – e quella solennissima che portò all’altare una decina di vescovi della Sardegna intera e del continente).
Nel 1968 accettò di buon grado, quel bibliofilo e ricercatore storico dal tratto umano cordiale e forse timido, quell’autore di impegnativi saggi ed articoli che sapeva combinare studio e scrittura con la cattedra e, a monte ancora, con i doveri ordinari e quotidiani del suo ministero, dell’essere prete cioè e dire messa e predicare tutti i giorni, di incontrare l’anziano giornalista che intendeva presentarne personalità e meriti al vasto pubblico de La Nuova Sardegna, il quotidiano sassarese al quale per qualche anno, a chiusura della sua onorata (ma anche discussa) carriera, volle collaborare con frequenti interventi nella cosiddetta “terza pagina”. Si trattava ovviamente di illustrare in primo luogo la fatica del “minatore” interessato alle carte antiche di contenuto ecclesiastico custodite in grosse cartelle dai titoli per lo più in latino presso una pluralità di archivi che parevano gallerie sotterranee. Ben sapendo come il pervadente ruolo ricoperto dalla Chiesa e dalle sue falangi nei territori di mezzo mondo, e quanto di più in Europa e in Italia! riportasse anche, né marginalmente, fissate in quella documentazione, a eventi e fenomeni e luoghi e soggetti della più varia natura o estrazione, dalla politica o diplomazia alla economia, dai commerci ai conflitti militari, ecc.
Eccolo dunque il testo di quella intervista apparsa, con grande risalto grafico e su sette colonne, sul numero de 7 luglio 1971, sotto il titolo di “Monsignor Ottorino Alberti: un sardo a caccia di documenti inediti e sconosciuti sull’Isola”. Così l’occhiello: “Intervista col vice decano della facoltà di Filosofia dell’Università Lateranense” e così il sommario: “Un prezioso contributo al progresso della storiografia della Chiesa in Sardegna attraverso una serie di profondi studi che abbracciano un arco di molti secoli carichi di vicissitudini”.
Desidero riproporre questo documento, ora che siamo arrivati al 14° anniversario della morte del presule, per onorarne in modo speciale la memoria. E mentre mi riservo di esitare, nelle prossime settimane, un altro intervento che lo evochi in alcune prove editoriali di vario rilievo alle quali generosamente si prestò, spero che il prossimo anno – anno centenario della sua nascita – possa venire, fra Nuoro e Cagliari, una iniziativa degna di lui e delle tracce morali e culturali che ci ha lasciato e di cui siamo impegnati e responsabili custodi. Non mancano, tanto più a Nuoro, studiosi di talento che ben potrebbero offrirsi alla missione.

L’intervista
Da quando mi sono votato alla testardissima impresa di creare un Dizionario dei sardi (che in partenza mi era apparsa cosa ingrata per l’enorme lavoro e la certosina pazienza che essa richiede) ho avuto l’insperato compenso di incontrarmi con molti eletti sardi che lavorano e studiano, senza accompagnamento di grancasse o ricerca di profitti. Compenso notevolissimo che vale a far dimenticare l’incontro – frequente – anche con i chiacchieroni, i narratori fasulli, i politici gonfi di vento e persino gli scienziati ignoranti… Fra gli spiriti eletti il caso mi ha fatto incontrare con monsignor Ottorino Alberti che agli effetti del mio Dizionario è “costoso” perché mi ha fatto sprecare molti fogli solo per riprodurre una vastissima bibliografia. Alla quantità corrisponde la qualità, come sanno coloro che lo seguono nella sua attività di professore di ruolo e vice decano della facoltà di filosofia della Pontificia università lateranense….
Con questo formidabile studioso che io per l’abbondanza delle opere credevo addirittura vecchio e che è invece un uomo di mezza età, che ha l’aspetto di un giovinotto di leva – ho avuto una intervista che penso possa essere di qualche utilità.
Lei da tempo va arricchendo, con nuove ricerche per lo più inedite, la storia della Chiesa in Sardegna: a quali fonti, che ritengo ancora inesplorate da altri studiosi, attinge la ricca materia dei suoi studi?
Per la storia delle singole diocesi sarde ho trovato di estremo interesse le “Relazioni dei Vescovi alla Santa Sede” che si conservano nell’archivio segreto del Vaticano, Fondo della S. Congregazione del Concilio.
Si tratta di una copiosissima documentazione, non solo inedita, ma sconosciuta agli storici sardi “classici” e anche agli studiosi contemporanei. È di fondamentale valore per la conoscenza della storia ecclesiastica e civile dalla fine del secolo XVI alla fine del secolo XVIII. Penso di poter essere in grado, entro la fine del corrente anno, di incominciare la pubblicazione di questi documenti, in una collezione che dovrebbe comprendere circa 25 volumi! La pubblicazione delle “Relazioni” dovrebbe essere completata con la documentazione, ugualmente abbondante e inedita, che si trova nelle seguenti collezioni: Liber decretorum S. Congr. Concilii (dal 1564 ai nostri giorni), Liber Litterarum Visitationum (dal 1590 al 1875). Per quanto riguarda il Thesaurus Resolutionum Sacrae Congrgationis Concilli (168 volumi, dei quali il primo apparve nel 1718) mi atterrò al semplice riferimento bibliografico dei documenti riguardanti la Sardegna.
La seconda ricerca che vado conducendo riguarda la antica diocesi di Galtellì, a partire dai primissimi anni del 1500, ossia dal tempo in cui la diocesi fu soppressa da Alessandro VI e unita all’archidiocesi di Cagliari. Per questo lavoro ho trovato un ricchissimo materiale, assolutamente inedito, nell’archivio della Curia arcivescovile di Cagliari e nell’archivio capitolare della stessa città.
Di particolare valore sono le due collezioni (circa 100 volumi) del Registrum commune e del Registrum ordinarium, alle quali non mi risulta che mai nessuno abbia attinto. Queste stesse fonti potrebbero servire per una ricostruzione delle Diocesi di Suelli, Dolia, Iglesias e, naturalmente, Cagliari per i secoli XVI, XVII e XVIII. Negli stessi archivi sono conservati moltissimi altri documenti, di alcuni dei quali si conosce l’esistenza (cf. opera di Silvio Lippi), ma solo pochissimi sono stati studiati (ad es. le carte medioevali dell’archivio arcivescovile di Cagliari). Tra i tanti manoscritti basti ricordare i libri Diversorum, le Carte e i biglietti regi, i Processi canonici, le Relazioni di visite pastorali, ecc.
Le fonti che lei mi cita, se sono in Sardegna, sono di facile accesso per i volenterosi studiosi sardi, ma sarà altrettanto facile accedere a quello vaticano? E ne varrebbe poi la pena, per la storia strettamente inerente alla nostra Isola? Hanno veramente tanta importanza?
Mi pone il quesito se le fonti che io so inedite siano importanti. Non posso che rispondere affermativamente. Anche se fra tanta congerie di documenti alcuni possono essere di scarso interesse, molti altri, al contrario, sono preziosissimi e servirebbero a colmare le grandi lacune della nostra storiografia e a chiarire e risolvere molti problemi ancora assai oscuri, soprattutto per quanto riguarda i secoli XVI e XVIII.
Quanto alla accessibilità delle fonti a mio avviso la prima cosa da fare dovrebbe essere quella - sia che si tratti di materiale vaticano, sia che si tratti di materiale di archivi locali – di segnalare gli archivi dove si sa o si presume che possano esservi documenti riguardanti la Sardegna, in un secondo tempo si dovrebbe curare una pubblicazione con tutte le indicazioni necessarie, non solo per far conoscere agli studiosi la presenza dei documenti, ma anche per indicarne il contenuto e l’importanza. Una volta che se ne conosca l’esistenza e il contenuto, la consultazione dei documenti non dovrebbe essere difficile, anche se comporterebbe dispendio di tempo e di denaro, soprattutto quando si tratta di archivi fuori dell’isola.
Le ho indicate alcune fonti vaticane. Aggiungo le seguenti altre: gli Acta miscellanea e gli Acta Camerarii della S. Congregazione concistoriale (dei Vescovi e Regolari). Lo Scano ha pubblicato solo una minima parte dei documenti che si trovano in questo fondo d’archivio: il materiale d’archivio della soppressa Congregazione dell’immunità.
Nel 1720 il padre Pietro A. Ricci pubblicò una Synopsis decreta et resolutiones S. Congr. Immunitatis, ma si tratta di un’opera che raccoglie le decisioni emanate dalla Congregazione stessa. Sarebbe interessante però esaminare tutta la documentazione inedita e non solo quella riguardante le “decisioni” pubblicate: i documenti della Sacra Romana Rota. È vero che molte notizie sulla Sardegna si possono trovare nella collezione Decisiones rotales, ma nessuno ha mai fatto ricerche dirette d’archivio.
Non la finirei più se volessi elencarle gli Archivi Vaticani dove si trovano documenti sulla Sardegna. Io ho trovato materiale abbondante, ad esempio, negli Archivi della Dataria apostolica, della Congr. dei Riti, della Congr. dei Vescovi ecc.
E non bisogna dimenticare gli Archivi degli Ordini religiosi, in particolare dei padri Gesuiti, dei padri Cappuccini, dei Minori francescani e conventuali, dei Mercedari, dei Domenicani ecc. Tutti questi archivi sono una miniera tanto più preziosa quanto ancora inesplorata, per quanto riguarda le questioni interessanti la Sardegna.
Data l’importanza e la vastità delle ricerche ancora da compiere in così ricca messe di documenti, non ritiene inadeguata la iniziativa del singolo studioso benché volenteroso? Non sarebbe opportuno pensare a una collaborazione d’équipe, alla quale sia dato ufficialmente un preciso incarico che – come è accaduto nel caso della esplorazione degli archivi spagnoli per la storia dei Parlamenti – potrebbe essere messo sotto gli auspici della Regione, che con gli altri enti di cultura – accademici o non accademici – potrebbe sciogliere il nodo, ohimè! sempre presente in Sardegna, delle difficoltà economiche che l’impresa certamente dovrebbe affrontare? Non è molto probabile che, senza il concorso regionale o d’altri, si offra agli studiosi sardi la possibilità del lungo necessario soggiorno a Roma.
Se si tiene conto della vastità del “mondo da esplorare” la risposta balza immediata: è necessaria una “collaborazione sistematica” tra gli studiosi di cose sarde, non solo, ma è necessario che qualcuno che può faccia sua l’iniziativa della costituzione di una équipe di ricercatori, i quali, con un adeguato finanziamento, potrebbero condurre a termine ciò che tornerebbe a vantaggio della cultura sarda e a onore di chi l’avrà promossa e sostenuta. In questo modo potrebbe essere resa facile la consultazione delle fonti, o perché potrebbero essere oggetto di pubblicazione, o perché potrebbero essere fotocopiate e microfilmate e quindi raccolte in un apposito Centro di consultazione. Del resto lei con la sua Summa Sardoa ha dato un luminoso esempio di quanto si possa fare e si debba fare quando si vuole veramente e non verbalmente il progresso culturale.
Quando si parla di finanziamenti oggi, in Sardegna, si pensa alla Regione; ed è logico, per quanto a me sembri che non dovrebbe disinteressarsene il Governo statale.
Lascio passare l’accenno generoso alla Summa Sardoa, perché penso che sia lecito a chi l’ha raccolta ricordare a chi non lo sa che essa esiste; a nulla servirebbe infatti che ci fosse se se ne ignorasse l’esistenza, e le chiedo per ultimo: ammesso che lo Stato o la Regione siano sensibili a una proposta culturale, che non porta voti ai partiti, resta il problema della costituzione dell’équipe.
Lei certamente potrebbe essere in grado di presiederla e indirizzarla; ma se le proponessi di prenderne la presidenza non mancherebbe l’astuto lettore che darebbe a questa intervista lo scopo di assegnarle… uno stipendio. E la prego di non sorriderne, perché, è certissimo, l’ipotesi sarebbe avanzata… Per ciò mi limito a dirle: sarebbe disposto Lei a far parte di questa équipe, dato le ha tutte le carte in regola in materia di storiografia sarda?
Io sono sempre disposto a portare il mio modesto contributo a un lavoro del genere, perché sono convinto che la ricerca delle fonti ancora sconosciute per la storia della Sardegna deve essere il primo impegno di ogni studioso. È certo lodevole l’iniziativa di alcune case editrici di curare la ristampa di vecchie e preziose opere, le quali, pur con tutti i pregi ed i meriti che è doveroso riconoscere loro, non contribuiscono al progresso delle conoscenze storiche della Sardegna, che sarà possibile invece solo con la scoperta e la pubblicazione dei documenti dei quali si è ignorata per secoli l’esistenza, ma che attendono di essere portati alla luce.
Se su eccettuano gli studi di Francesco Loddo Canepa, Antonio Era, Marongiu, specialmente del prof. Boscolo e di pochi altri studiosi, i quali, grazie a un paziente ed intelligente lavoro di ricerca delle fonti, vanno estendendo ed approfondendo la conoscenza della storia (civile soprattutto) della Sardegna, la maggior parte delle opere pubblicate (pochissime in verità) e delle tesi di laurea vennero fatte traendo il materiale dai libri e non da documenti originali e nuovi.
Per la storia ecclesiastica poi, la situazione è ancor più sconfortante. È doloroso doverlo dire, ma solo pochissimi (mons. Bonu, canonico Amadu, don Giovanni Ortu, mons. Cherchi, e pochi altri, tra i viventi) si interessano a questi studi, trascurati del tutto da parte di studiosi che avrebbero doti e capacità per fare molto e bene in questo settore. Mi piace però segnalare l’esistenza di qualche tesi di laurea che dimostra una ripresa lenta ma sicura di questo genere di studi (recentemente è stata discussa all’università lateranense una tesi del sacerdote A. Nughes che illustra, con documenti originali, la storia della diocesi di Alghero).
A proposito delle tesi di laurea si dovrebbe trovare il modo di renderne possibile la pubblicazione in modo che gli studi più meritevoli possano essere conosciuti dagli studiosi e non restare nell’anonimato.
D’accordo con l’editore Cocco, sto pensando di dare inizio alla pubblicazione di una collana di studi e di ricerche, riservata unicamente alle tesi di laurea che giudico capaci di portare un vero contributo alla conoscenza della storia ecclesiastica e civile della Sardegna.
Qui si conclude, per ora, la intervista cortesemente concessami da mons. Ottorino Alberti, di cui spero di aver riprodotto fedelmente il pensiero, ma penso che l’importanza dell’argomento – per la cultura della nostra Isola – possa dar motivo a una indagine più precisa e anche più preparata. Vedremo.
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