Andrea Giulio Pirastu

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Partire dalle origini per comprendere il presente e migliorare il futuro.

La consulta Gex a Torino-Valdocco, tra suggestioni emozionanti e tematiche importanti per la vita.

Dal 2 al 5 agosto si è tenuta a Torino, in quel di Valdocco, la consulta nazionale dei giovani Exallievi di don Bosco. Valdocco è lo storico rione che ospita il cuore della congregazione Salesiana, nel quale era ubicata la tettoia Pinardi, col piccolo cascinale, da cui nacquero tutte le attività in favore dei ragazzi del quartiere, allora periferico, di Torino. Ora parte di quel cascinale è ancora ottimamente conservato assieme alle rivisitazioni che fece lo stesso Giovanni Bosco, con la piccola Cappella Pinardi – nata dove in origine c’era la tettoia – dedicata a Cristo Risorto, in ricordo del giorno di Pasqua 1846, in cui don Bosco con i suoi ragazzi entrarono per la prima volta dopo la faticosa edificazione. Tra le suggestioni e le emozioni che ci rimandano alle imprese importantissime e di altissimo valore sociale - oltre che religioso - compiute dal Santo amico dei giovani, hanno avuto prosecuzione i lavori iniziati a Roma, nel mese di febbraio, con il primo incontro di formazione sulla bioetica, avente per tema la “etica dello sport”.

La sera del venerdì 2 agosto è stata completamente dedicata all’incontro conviviale tra i partecipanti, utile cuscinetto in attesa che tutti si ritrovassero e si sistemassero nel luogo di permanenza, poiché provenienti da varie regioni italiane. La bellissima e coinvolgente sede di ritrovo ha certamente aiutato a recuperare la sintonia e la vicinanza tra i giovani amici, legati da ideali, educazione ed aspettative comuni, anche se lontani geograficamente.

La mattina di giovedì 3 agosto, alle ore 10 hanno avuto inizio le giornate di formazione sul tema della bioetica, con l’intervento – interessantissimo e di alta formazione - di don Paolo Merlo, preside della facoltà di Teologia alla Pontificia Università Salesiana e docente di teologia morale nella stessa facoltà. L’oggetto della lezione è stato il Biotestamento, il suo inquadramento a livello legislativo - essendo stato approvato come legge dello Stato italiano il 14 dicembre 2017 - con un approfondimento sulle nozioni principali per comprendere che cosa sia realmente, cosa ci sia a monte di esso e cosa comporti a livello etico e sociale, ed inoltre quali siano gli evidenti limiti applicativi della legge approvata in Italia. Il documento denominato biotestamento registra una serie di disposizioni sottoscritte da una persona nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, sulle eventuali future terapie mediche e cure che vorrebbe o meno ricevere, nel caso venisse a trovarsi in stato di incapacità ad esprimere la propria volontà; questa è la definizione a grandi linee, che mette in risalto – se ci pensiamo bene – anche gli evidenti limiti applicativi dello stesso ed anche delle possibili implicazioni a livello etico. Uno strumento comunque molto utile e del quale, probabilmente, ci siamo dotati con ritardo rispetto a tanti altri paesi, e che vieta qualsiasi forma di accanimento terapeutico nei confronti del paziente, riconoscendogli il diritto all’abbandono delle cure attraverso un consenso informato - punto importantissimo della legge - che mette in relazione il medico ed il paziente, il quale riceve le informazioni necessarie per decidere con autonomia, grazie alla competenza scientifica e professionale del medico. Consenso che deve essere redatto in forma scritta, eccetto i casi in cui le condizioni fisiche del paziente non lo consentano; in questo caso si ricorre ad altre tecnologie. Importante specificare che detto consenso è sempre modificabile o revocabile dal paziente. Ma il cuore della legge sul biotestamento riguarda le DAT, ovvero le disposizioni anticipate di trattamento, attraverso cui ogni persona in grado di intendere e di volere, esprime la propria volontà in ordine ai trattamenti sanitari, oltre al consenso o rifiuto rispetto agli accertamenti diagnostici. Ai fini della validità, tale documento, deve essere redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata; ad ogni modo, tali disposizioni sono modificabili e revocabili in qualsiasi momento. Molto importante la possibilità - rispetto alla redazione delle volontà dettagliate lasciate in forma scritta - di poter nominare un soggetto fiduciario, il quale possa fare le veci e rappresenti il paziente nel momento in cui non sarà più in grado di autodeterminarsi. Molti però sono gli angoli bui della legge, nei quali si possono nascondere variazioni o vizi su quanto essa specifica, che ci fanno riflettere su quanto da una parte, certamente, sia giusto e fondamentale avere la libertà di autodeterminarsi, la libertà di scelta e comunque di salvaguardare la propria integrità fisica, senza eccedere ad accanimenti spesso tristi e dolorosi, e dall’altra di quanto importante sia il diritto alla vita quale bene da sempre considerato indisponibile. Uno dei tanti angoli bui - secondo quanto è stato detto - si nasconde nell’erogazione della terapia del dolore, in particolare riguardo l’erogazione delle cure palliative con sedazione profonda; ci si è chiesti se non sia una forma surrettizia di eutanasia ed, in ogni caso, se faccia differenza ed a quali condizioni spegnere la coscienza per eliminare il dolore attraverso, appunto, questo tipo di sedazione profonda, che porta successivamente al deliberato decesso del paziente, spostando, inevitabilmente, il paradigma di una morte dignitosa. Molto altro è stato detto e confutato, ma in fin dei conti ci si è accorti che, in tema di eutanasia e di ostinazione terapeutica, c’è molta confusione. Ma un concetto molto chiaro è stato ribadito, ovvero che rinunciare all’ostinazione terapeutica non è assolutamente sinonimo di eutanasia e che, quindi, desistere dall’accanimento terapeutico è moralmente parecchio diverso dall’intenzionale e deliberata volontà di sopprimere il paziente. Terminato il seminario abbiamo pranzato presso la mensa dell’istituto, e nel pomeriggio ci siamo diretti per le vie centrali di Torino per una visita guidata. La sera, per cena, siamo stati in un ristorante molto particolare, che serviva prevalentemente risotti; la scelta, in fin dei conti, è stata molto gradita.

La mattina di sabato 4 agosto, attorno alle 9 ci siamo trasferiti verso Colle don Bosco, splendida località che si trova poco lontano da Torino, nella frazione di Castelnuovo don Bosco (provincia di Asti), che ospita il grande Santuario con la Basilica intitolata a San Giovanni Bosco, e che conserva gelosamente i luoghi che testimoniano la presenza e l’opera di apostolato del grande Santo a favore della gioventù. Attorno alle 10 è iniziata la presentazione delle iniziative portate avanti successivamente le giornate di formazione, tenutesi a Roma, sul tema dell’etica dello sport e di come trasmettere questa tematica nelle scuole e negli oratori salesiani. Favorendo, in questo modo, l’avvicinamento da parte degli studenti alla nostra associazione che si propone, in questo caso, come amplificatore di istanze relative ai temi di etica trasposti alle attività sportive, attraverso una serie di supporti che ci metterebbe a disposizione la Federazione Nazionale, in comunione con i metodi di divulgazione più consoni che l’Unione locale riterrà di utilizzare. Molto lunga ed articolata è stata la discussione su questo tema e sui metodi per proporlo. Dopo il pranzo, verso le 15, abbiamo preso parte alla S. Messa, presieduta dal nostro delegato don Giovanni Russo, presso la chiesa di Maria Ausiliatrice ai Becchi, poco distante – circa una quindicina di metri – dalla abitazione di don Bosco e mamma Margherita. Poco dopo, con l’intemperanza che contraddistingue molti di noi, nonostante il sole cocente del pomeriggio, ci siamo diretti per una passeggiata tra i luoghi salesiani. Verso le 20 ci siamo poi recati nella campagna, poco distante Castelnuovo, dove abbiamo cenato in una cascina adibita a b&b, che molto probabilmente non avrebbe - in nessun caso - superato i controlli di un seppur distratto – al limite anche ipovedente - ispettore della asl locale. Apprezzatissima però l’ambientazione molto rustica con i solai lignei, i miceti alle pareti ed il clima umidissimo prossimo ai 45 gradi centigradi che, dopo soli dieci minuti di permanenza nei locali interni, dava l’impressione di trovarsi dentro una sauna ungherese.


La mattina di domenica 5 agosto, dopo la Santa Messa, verso le 10, don Giovanni Russo, delegato nazionale degli Exallievi e professore ordinario di Bioetica dell’Istituto teologico S. Tommaso di Messina, ha presieduto il seminario dal titolo “testamento biologico e bioetica di fine vita”. Un intervento, quello di don Russo, sulle tematiche dell’eutanasia, del testamento biologico e delle pratiche mediche di fine vita, apprezzatissimo e molto condiviso. Per trattare questo tipo di tematiche soprattutto quando capita di affrontarle direttamente, sarebbe necessario mettersi in una posizione dialogica, di comprensione nei confronti del prossimo, anche quando ha valori che non si condividono. Questo insegnamento ci viene direttamente dal nostro maestro don Bosco, che ci ha educati al dialogo, alla pluralità, alla libertà di pensiero, all’apertura ed alla tolleranza. Soprattutto quando, come in questo caso, si trattano argomenti che includono la fatica di vivere e la sofferenza di fronte alla malattia, e quindi si prendono in considerazione l’eutanasia ed il testamento biologico che sono, in fin dei conti, due tematiche strettamente correlate tra di loro, in quanto eutanasia significa “buona morte”, “morte tranquilla”. Oggi invece questa parola ha una connotazione negativa che indica un’azione o una omissione che tende ad abbreviare o a porre fine alla vita di una persona. In questo senso ha infatti una parte importante e determinate il testamento biologico con le direttive anticipate di trattamento, grazie alle quali possiamo determinare, in caso di un futuro impedimento decisionale dato da una malattia invalidante, la volontà di, ad esempio, sottoporsi o meno a certi trattamenti intensivi che allunghino stati di agonia e sofferenza. Queste considerazioni sempre nel rispetto assoluto della vita nostra e del prossimo, che è e rimane sempre inviolabile, intangibile e quindi indisponibile; nessuno infatti può disporre della vita propria o altrui, in quanto si tratta di un “bene” non solo personale ma anche collettivo. Un valore assoluto, ribadito dalle religioni in genere e dalle visioni morali e giuridiche dei popoli: la vita non appartiene a nessuno, la riceviamo e siamo chiamati a prenderci cura anche di quella altrui oltre che della nostra. Molti affermano che quando non ci sia più coscienza, come in diversi casi di malattie invalidanti, non ci sia più la persona, e che quindi si possa procedere con le pratiche di eutanasia. Teoria conseguenzialmente alla quale, durante il sonno, non si verrebbe considerati più persone, in quanto la coscienza, effettivamente, si attenua drasticamente, quasi come nei casi di coma e di stato vegetativo. Infine si è cercato di affermare quali siano i criteri oggettivi perché si possa parlare di accanimento terapeutico, come la sproporzione degli interventi rispetto al risultato terapeutico, la penosità e gravosità del malato e l’inutilità o l’inefficacia delle terapie. Si è discusso inoltre di come la legge classifichi “pratica terapeutica” la nutrizione e l’idratazione mediche assistite, invece che come un diritto. È giusto prendere la decisione di interrompere la nutrizione e l’idratazione in un ammalato grave? Nutrire un soggetto può risultare accanimento terapeutico? Ma una questione è l’accanimento terapeutico, un’altra è interrompere le cure doverose quali l’alimentazione e l’idratazione. È giusto far morire un paziente di sete e di fame? Significherebbe dargli una morte dignitosa?

Una tematica delicatissima e spesso molto discussa, anche e soprattutto negli ambienti interni alla Chiesa, che in questi casi dovrebbe farsi promotrice, prima di ogni altra cosa, della comprensione nei confronti di chi soffre, del perdono, della tolleranza e vicinanza ai più deboli ed ammalati. Soprattutto nei confronti di chi, preda della disperazione, della malattia e della sofferenza sceglie - con un gesto estremo sicuramente molto sofferto - di togliersi la vita, consapevolmente e dignitosamente. Invece dovrebbe allontanarsi da chi, dall’alto di uno scranno color porpora, giudica e si fa portavoce di un Dio poco misericordioso, come successe per il povero Piergiorgio Welby al quale, dopo tanta sofferenza, il Cardinale Ruini negò il funerale in Chiesa, quella Chiesa eppure intitolata al nostro San Giovanni Bosco, Santo dei giovani, della compassione e della tolleranza. Dopo il seminario di don Giovanni Russo è seguito il pranzo conviviale.

Terminato il frugale pasto, ci si è salutati prima del viaggio di ritorno, ognuno verso le proprie regioni, le proprie città. Una esperienza molto formativa, questa di Torino, al contempo suggestiva ed emozionante. 


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Fonte: Andrea Giulio Pirastu
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