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FABIO LOI

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Peste suina: contatti tra suini e cinghiali. Altre prospettive

vaccini, specificità sarda, i numeri del contagio, gli abbattimenti.


In Sardegna esiste il genotipo I e presenta alcune specificità. Trasmissione e contagio della malattia: dal sito regionale si evince come la malattia può essere trasmessa per contatto tra gli animali, per via venerea e particolarmente pericolosi per la diffusione sono gli escrementi e il sangue, sopratutto durante il picco virale, e la presenza di vettori. Su questo ultimo punto, non c’è una base scientifica, si esclude che le zecche siano portatrici della malattia ma per quanto riguarda gli altri insetti pungitori, si ipotizza, poiché i picchi della malattia si registrano nei mesi di luglio e agosto nei quali effettivamente questi insetti si presentano in quantità maggiore, la modalità di trasmissione. Nella peste suina specificatamente in Sardegna i sintomi non sono sempre evidenti, se non nelle forme più acute e questo darebbe conferma alle testimonianze di diversi allevatori che sostengono di non aver mai subito moria di suini a causa della peste.

Per il genotipo II invece è stato presentato uno studio su una prima vaccinazione orale effettuata sui cinghiali (al 92% di protezione) che fa ben sperare per la realizzazione di un vaccino come si evince dall’abstracts

https://www.3tre3.it/abstracts/prima-vaccinazione-orale-di-cinghiali-eurasiatici-contro-il-virus-psa_9041/

Definizioni e numeri secondo il ministero della salute: Innanzitutto il Ministero descrive la psa in Sardegna con ondate epidemiche ad andamento variabile con un numero di episodi di malattia relativamente basso, di seguito la tabella.



Dai dati del Ministero si evince molto chiaramente come l’ultimo quadriennio i casi di psa negli allevamenti regolari siano di molto inferiori a quelli del quadriennio precedente. Questo già prima degli abbattimenti che risalgono alla fine del 2017 e sino al 2019.

Mentre si vedrà che quantitativamente nei cinghiali risulta molto più alta.



C’è da sottolineare che nelle zone in cui il maiale è numericamente elevato, il cinghiale ricerca altri pascoli più abbondanti e più ricchi di cibo piuttosto che aggregarsi al gruppo dei maiali. A questo proposito è utile citare uno studio condotto in Sardegna nel 2016 di cui ha fatto parte anche Sanchez Vizcaino (https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fvets.2019.00376/full ) in cui si sono osservate scientificamente le interazioni tra suini selvatici e cinghiali. Lo studio ha rivelato la tipologia di interazioni tra le due specie, identificando alcuni punti nodali. I contatti tra suini adulti e cinghiali sono scarsi, nella maggioranza dei casi si verificano tra giovani suini e cinghiali, inoltre i contatti più frequenti avvengono d’estate. Poichè, a causa della riduzione di acqua, gli animali tendono ad abbeverarsi nelle stesse fonti presenti nella zona e questo, secondo la ricerca, favorirebbe il contagio, anche non per contatto. Questo potrebbe spiegare perché a luglio e agosto si siano, storicamente, registrati i maggiori picchi della malattia. Se così fosse perché allora non sono state condotte analisi sulle fonti di acqua dalle quali si abbeveravano congiuntamente quei maiali e cinghiali osservati? Non si vuole mettere in dubbio il risultato della ricerca quanto la prospettiva limitante della stessa. Nonostante ciò lo studio del 2016 esclude parzialmente l’ipotesi della ASL regionale che attribuisce agli insetti pungitori il ruolo di vettori. Lo studio condotto inoltre mette in risalto come il fattore umano sia di grande rilevanza per il contagio della malattia.

Tuttavia se è risaputo che la fonte del contagio principale avviene per contatto tra le due specie, appare molto meno chiaro come possano avvenire le interazioni tra suini al brado, molto spesso lontani dai suini presenti in aziende ben recintate. Ci pare, ancora una volta, che manchi una correlazione tra le interazioni dei suini domestici e selvatici, aspetto che non può assolutamente essere dato per scontato e ovvio.

Se la suddetta ricerca pone l’accento sulla necessità dell’abbattimento del pascolo brado per evitare i contatti con i cinghiali, noi pensiamo invece che possano esserci altre soluzioni immediate, come l’utilizzo di barriere artificiali che isolino i cinghiali dai suini selvatici e che dunque conservino il sistema del pascolo brado su appezzamenti estensivi importanti. D’altronde è la stessa Comunità Europea che sottolinea la necessità di creare barriere artificiali che isolino le zone con presenza di cinghiali affetti da peste suina.

Incremento dei cinghiali:

sembra che l’abbattimento dei maiali abbia fatto registrare un incremento della popolazione dei cinghiali, cosa non strana. Infatti il territorio dei cinghiali, liberato dai suini con i quali si contendevano il pascolo, permette senza dubbio una maggior crescita quantitativa del selvatico. Per cui la tesi della Comunità Europea che sostiene di intervenire primariamente sulle popolazioni di cinghiali è senza dubbio quella più valida. Così come si sta facendo si rischia infatti di avere una progressione maggiore della peste nel selvatico e difficilmente la Comunità Europea potrà togliere l’etichetta di zona endemica alla Sardegna, se non attraverso una deroga provvisoria chiesta dallo stato Italiano e concessa alla regione.

Bisogna ancora sottolineare che la malattia si trasmette per contatto e tramite feci e sangue, per cui l’allevatore o il visitatore che si reca in campagna per cercare funghi, passeggiare, cacciare e poi va in azienda rischia di portarci anche il virus. Il fattore umano è considerato come uno dei massimi vettori della malattia.

L’abbattimento indiscriminato è una scelta politica regionale e nazionale. Perchè abbattere anche gli animali sani invece di tenerli in quarantena, così come proposto dagli stessi allevatori?

A Urzulei il 24 gennaio 2018 sono stati abbattuti 64 maiali. Nemmeno uno è risultato positivo alla peste.

A Ovodda il 10 maggio 2018 sono stati abbattuti 30 maiali. Nemmeno uno è risultato positivo alla peste.

A Irgoli il 12 maggio 2018 sono stati abbattuti 179 maiali. Nemmeno uno è risultato positivo alla peste.

Questi sono tra i casi più eclatanti, altri chiaramente, riportavano invece anche capi malati. Nessuno nega l’esistenza della peste suina, ancora meno gli allevatori.

Nessuno si oppone agli studi scientifici, anzi questi possono solamente essere d’aiuto se studiati e pensati, non solo per le istituzioni, ma anche per gli allevatori.

Sia chiaro che questi articoli che compongono l’inchiesta, hanno l’intento di richiedere trasparenza nelle scelte e nelle prassi e sopratutto di stimolare il dialogo tra le parti interessate. Non si mette in discussione il sapere scientifico, non si vuole mettere questo in contrapposizione al sapere millenario degli allevatori, ma è piuttosto un tentativo di favorire l’incontro tra i due saperi per creare una sintesi realmente condivisa.



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