Franco Meloni

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  Storie e Racconti

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Quando funzionava la Scuola Popolare dei Lavoratori del quartiere di Is Mirrionis.

Quando il cardinale Sebastiano Baggio ricevette la delegazione della Scuola Popolare di Is Mirrionis, a cui confermò i locali nonostante la contrarietà del parroco

Negli anni Settanta funzionò nel quartiere di Is Mirrionis, a Cagliari, la Scuola Popolare dei lavoratori di Is Mirrionis (https://www.facebook.com/ScuolaPopolareIsMirrionis-784419271620896/), che consentì a centinaia di lavoratori del quartiere e del resto della città di acquisire una seria preparazione culturale, conseguendo il titolo di licenza media inferiore. Tale circostanza rese possibile per molti lavoratori migliori prospettive di lavoro e, spesso, il proseguimento di ulteriori percorsi formativi.

Questa esperienza, condotta da un gruppo di universitari e di laureati che si poneva sulla scia degli insegnamenti di don Lorenzo Milani, pensatore cattolico e animatore della scuola popolare di Barbiana, ha costituito un grande esempio di solidarietà sociale e di pratica di riscatto culturale dei ceti popolari che oggi sembra importante ricordare, valorizzare, riproporre nei suoi elementi fondanti di solidarietà e impegno sociale e culturale.

 

Il Comitato "Casa del quartiere di Is Mirrionis(https://www.facebook.com/scuola.popolare70/) intende pertanto riproporre oggi quell'esperienza adeguandola alle mutate esigenze del quartiere e della città. A questo scopo rivendica la ristrutturazione del vecchio edificio che ospitò la scuola popolare, a tutt'oggi solo un rudere, per destinarlo a centro di aggregazione sociale. Su questa questione il Comitato ha avviato un positivo confronto tra le parti in causa (l'Agenzia regionale Area -proprietaria dell'immobile-, il Comune di Cagliari e la Regione Sarda) che potrà portare a un accordo entro breve tempo, considerato che sono già state individuate le risorse finanziarie per l'intervento. Dato significativo da segnalare è che la Commissione toponomastica del Comune di Cagliari deliberò nella scorsa consiliatura di dedicare la piazzetta antistante l'immobile in questione (progettato dall'illustre architetto Maurizio Sacripanti) proprio alla Scuola Popolare dei Lavoratori di Is Mirrionis. E' stata richiesta all'attuale Amministrazione la concreta attuazione di tale deliberato. Sulla Scuola Popolare è stato realizzato nell'ottobre 2016 un libro che ne riporta la storia e le esperienze di quanti la realizzarono. La scuola si reggeva sull'autofinanziamento e sull'autogestione. Il primo anno (1971-72) fu ospitata nei locali della parrocchia di Sant'Eusebio, in via Quintino Sella. Ma la convivenza con il parroco del tempo non fu da subito particolarmente facile, tanto è che lo stesso stabilì di revocare la concessione dei locali. Ovviamente i ragazzi e gli insegnanti si opposerò decisamente, tanto che deciserò di interpellare il Vescovo di allora, niente meno che un cardinale, Sebastiano Baggio. Ecco come andarono i fatti in una rievocazione degli stessi pubblicata sul libro citato.

(Franco Meloni)

L’incontro

Quella sera la notizia arrivò del tutto inattesa. Ce la portò quasi in diretta Giacomo che era stato convocato poco prima dal parroco don Antonio Porcu: la parrocchia revocava la disponibilità dei locali concessi da circa un mese alla scuola popolare, che da appena una settimana aveva cominciato le lezioni con oltre 40 iscritti. Motivazione? La parrocchia non ne condivideva l’impostazione (troppo a sinistra). Il Vescovo, a detta del parroco, aveva condiviso tale decisione. Che fare? Non ci fu grande discussione sul da farsi: occorreva investire tutti del problema e così la sera stessa si decise di far saltare le lezioni e convocare l’assemblea plenaria. Era mercoledì 13 ottobre 1971. La discussione fu partecipata, accesa, ma del tutto costruttiva. Si mise in dubbio l’effettiva forza del parroco nel sostenere tale decisione. Ci risultava una crescente simpatia dell’iniziativa nel quartiere. Sicuramente avevamo dalla nostra parte i vice parroci, don Gianni Sanna e don Andrea Portas.  E poi… possibile che tale decisione fosse avvallata dal Vescovo? In quel momento addiritura un cardinale! Il cardinale Sebastiano Baggio, da meno di tre anni titolare dell’Arcivescovado. De minimis non curat pretor… Oppure – riflettevamo – siamo davvero diventati importanti! Magari si paventa che l’esperienza, che – non dimentichiamolo – aveva tra i suoi riferimenti la scuola popolare di Barbiana, portata avanti da don Lorenzo Milani, morto da alcuni anni, e più che mai al centro di qualsiasi impostazione innovativa e non autoritaria della scuola e dell’educazione in generale, si diffondesse a macchia d’olio, coinvolgendo “pericolosamente” settori progressisti della Chiesa? Ma, anziché fare tante congetture, perché non andare direttamente dal Vescovo? E così appunto si decise. Si incaricò Giacomo di prendere un appuntamento con il Vescovo, per il tramite del parroco, che doveva essere necessariamente coinvolto. Nel contempo si incaricarono i componenti del Coordinamento di scrivere una sintetica memoria sull’impostazione della Scuola, da consegnare al Vescovo. Tutto fu fatto e, successivamente, l’incontro fu fissato mercoledì 20 ottobre alle 20 in Episcopio.

L’incontro con il cardinale.

Fu emozionante e indimenticabile. Alle 20 in punto ci trovammo una trentina in piazza Palazzo. Il parroco era già a colloquio col Vescovo. Sapevamo di un certo suo imbarazzo: incontrando uno degli alunni, Avendrace, che frequentava la parrocchia, gli aveva detto: “Ma come? Anche tu, Avendrace, mi sei contro! Pensavo di esserti amico!” Al che Avendrace rispose: “Lo pensavo anch’io. E non mi apettavo certo che ci togliesse i locali, ostacolando la scuola che tanto abbiamo voluto noi lavoratori!”.

Fummo ricevuti in un magnifico salone, ricco di tappeti per terra e di arazzi e quadri alle pareti, sontuosamente arredato con mobili d’epoca. Ci accomodammo intorno a un grande tavolo. Toccò a me illustrare le nostre posizioni, attenendomi rigidamente al documento scritto elaborato alcuni giorni prima, che poi consegnai. Il cardinale ascoltò con interesse, disse che la nostra non era proprio un’iniziativa parrocchiale e che avrebbe dovuto avere il sostegno delle Istituzioni civili più che di quelle ecclesiali. Pur tuttavia non aveva alcuna intenzione di ostacolarla e pertanto invitava il parroco a cercare un compromesso, fermo restando la necessità – ci disse – di individuare precise responsabilità nei dirigenti della Scuola, dei quali il parroco avrebbe rilevato i nominativi (insomma non si fidava di un certo “assemblearismo”, che a dire il vero emergeva da quanto avevamo detto e scritto). Il parroco annuì. Alle 21 la seduta era tolta. Ma il cardinale prima di congedarci volle stringere la mano a tutti, uno per uno. Qualcuno si soffermò a baciargli l’anello. In particolare l’alunno Franco Muscas, di professione operaio-orafo, che ebbe modo di “valutare” il pezzo. Disse Franco: “era un bellissimo anello, di raffinata fattura con incastonato un pesante rubino rosso, sicuramente molto costoso”. Aggiunse scherzando: “Si du podemu aggranciri, ma poi appu pensau chi iaressi succediu unu casinu. E poi, su cardinali si viada trattau beni. Viada istettu mera bravu cun nosusu e po s’iscola nostra”. Non ricordo altri particolari curiosi. Certo è che chiese a ciascuno cosa facesse nella vita. S’interessò di tutti, ma in particolare dei mestieri di Franco Muscas (l’orafo) e di Avendrace Putzu (restauratore e lucidatore di mobili), considerato che ambedue nei giorni seguenti si recarono in Episcopio: il primo per restaurare un’antica cornice d’argento; il secondo per restaurare un mobile di pregio. Tutto evidentemente “a gratis”.

Come finì la vicenda è scritto nei documenti ufficiali della Scuola. In verità il parroco propose di darci in comodato d’uso gratuito un locale di proprietà della parrocchia sito in via Is Mirrionis 43/d, proprio vicino all’ex centro sociale, che già avevamo occupato, con la complicità di alcune assistenti sociali dell’ex Isscal (ente della Gescal) che lo detenevano senza effettuarvi significative attività. Insomma il parroco voleva liberarsi della nostra ingombrante presenza in parrocchia. E noi lo assecondammo volentieri, visto che proprio non ci prendevamo. Per completare la storia ricordo che due anni più tardi tentò di cacciarci anche da quei locali. Ma non gli riuscì, nonostante non godessimo più della simpatia del cardinale, trasferito nel febbraio 1973 a Roma a ben più importante incarico. Ma questa è un’altra storia


Fonte: aladinpensiero online. Aladinpensiero
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