Gianfranco Murtas

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Quella carezza a don Angelo Pittau autore dei versi vietnamiti in memoria di un popolo che fu vittima della guerra, come oggi gli ucraini

di Gianfranco Murtas

Lo scorso giovedì 24 marzo, nei locali di palazzo Brondo – divenuto nel tempo e per tre secoli residenza estiva del vescovo di Ales e quindi seminario diocesano, oggi sede dell’Associazione Centro Culturale e di Alta Formazione nonché della Scuola Politica “Monsignor Bello”, si è svolta una bella e anche affollata manifestazione intorno alla figura di don Angelo Pittau e alla sua ultima silloge poetica: All’urlo camminai, edita da NOR (collana “is cruculeus”) per la cura specialissima del suo direttore Andrea Garau.

Si tratta di una raccolta di 31 componimenti in versi di tema vietnamita che don Angelo Pittau, conosciutissimo (ed amatissimo) prete villacidrese ed operatore sociale e culturale… senza limiti d’impegno civile, ha prodotto sull’eco della esperienza di vita che compì, fra il 1967 ed il 1969, nell’Indocina allora sconvolta dalla guerra infine perduta dagli americani dopo che dai colonialisti francesi. Versi divenuti alcuni anni fa oggetto di speciale interesse di Laura Medda, una giovane studiosa serrentese (oggi nel team del professor Caocci dell’università di Cagliari) che s’era già distinta con un saggio originale sull’inedito Il perdono di Giuseppe Dessì, rinvenuto fra le carte dell’archivio Alessandro Bonsanti presso il fiorentino Gabinetto Viesseux, e prima bozza del racconto storico che sarebbe divenuto il ben noto La giustizia del grande romanziere cagliaritano-cidrese.

Invitato dallo stesso don Pittau, amico di tutta una vita e compagno in molte avventure intellettuali e soprattutto sociali – nel mondo della sofferenza giovanile fra carcere, ospedale, droga e aids –, ho partecipato alla serata moderata da Stefania Pusceddu, direttrice del quindicinale diocesano Il Nuovo Cammino, e sono intervenuto dopo una introduzione di Garau («sono rimasto folgorato dalla lettura di un autore importante ma che non conoscevo ancora!»), dello stesso don Pittau e della Medda, che giustamente hanno tutti fatto diretto riferimento all’opera in presentazione, per la sua ispirazione e per il tratto letterario suo proprio, inquadrandola storicamente fra quelle testimonianze che trovano nuova drammatica attualità nelle vicende russo-ucraine oggi in corso.

Concludendo la serata, ha ripreso la parola ancora don Pittau con un cenno sentimentale alla “carezza” che gli si è voluto offrire riconoscendo la probità di una vita intera che, muovendo da Villacidro ed a Villacidro tornando, si è mossa in logiche mondialiste ed a rinforzo delle migliori (e profetiche!) istanze pacifiste, tenendo sempre ferma la superiore virtù del lavoro nel quale si affermano umanità e socialità.

Toccante infine anche l’intervento di Sergio Pibiri, già sindacalista del sistema industriale, purtroppo fallito, del tessile cidrese, che di don Pittau ha ricordato la formazione giovanile in paese e la fertilità del suo ritorno, verso la metà degli anni ’70, quando anche – impegnato nella pastorale diocesana del lavoro – dette vita al mensile Confronto, aperto sempre ad ampia partecipazione.

Ecco di seguito il mio intervento, al termine del quale ho creduto bene di lasciare un pur modesto ricordo a tutti quanti i presenti donando la ristampa di un articolo che don Angelo Pittau pubblicò su Nazione Sarda nel febbraio-marzo 1978 circa la condizione della minoranza etnica dei Montagnard, a rischio di genocidio per gli opposti attacchi dei vietcong comunisti (provenienti dalle regioni del nord) e dei regolari (cattolici o sedicenti tali, corrottissimi, del sud) alleati degli americani. L’ONU infatti incaricò lo stesso religioso sardo – che per la pubblicazione del volume Vietnam una pace difficile era stato, nel 1969, violentemente e improvvisamente cacciato dal paese indocinese dalla volontà governativa (in questo subendo la stessa sorte di quel padre Giorgio Melis SJ che egli era andato a rimpiazzare nella facoltà teologica di Dalat) –, di svolgere una inchiesta aggiornata sullo stato della popolazione degli Altopiani annamiti.



Un libro, tracce di una vita corale
base 11 altezza 18, press’a poco come la mia mano un po’ storta ed operaia: sono le dimensioni fisiche del libro su cui siamo chiamati a riflettere, a far festa per la resa letteraria ed editoriale, e insieme a piangere – coralmente piangere – per il duro racconto che fa male

che fa male e che pare, per il tanto che conosciamo, associarsi a quel che fa riferimento oggi all’Ucraina e alle sue vittime aggredite per volontà malvagia di un maledetto dittatore protetto da un patriarca sacerdote di un vangelo rovesciato

appena 96 pagine, paginette si direbbe

e dentro 31 brani – versi di metrica libera –

31 brani più brevi che lunghi: 23 i testi già pubblicati nelle sillogi “Mie ferite”, “Ed io ritorno”, “Le stelle di terra” – libri affacciatisi al mondo rispettivamente nel ’72, nell’84, nel ’99 –, 8 gli inediti

una introduzione, quasi guida alla lettura, di chi il volumetto ha voluto, Laura Medda: 11 pagine-paginette tutte molto intelligenti, direi di alta scrittura ma pure accessibili – doppia abilità –, resoconto del suo personale viaggio lungo i percorsi intellettuali, spirituali, civili ed anche semplicemente (e totalmente) umani dell’autore:

dalla sua Serrenti Laura Medda ha volto il suo interesse a Villacidro, a Norbio nostra, e a don Angelo Pittau poeta, l’ha fatto in parallelo all’altro suo viaggio importante, quello intorno a Dessì, al suo racconto drammatico “La giustizia” ovvero al suo abbozzato “Il perdono”
(parentesi: “La giustizia”, con regia di Giacomo Colli, fu portata in scena in Sardegna, a Cagliari ma poi anche a Nuoro e a Sassari, a Ozieri, Tempio e Carbonia nell’ottobre 1960, 62 anni fa in stretto parallelo a “Questi nostri figli” di Fabio Maria Crivelli, il mio amico indimenticato direttore dalla schiena dritta de “L’Unione Sarda” che la sua commedia l’aveva scritta a trent’anni, giovanissimo: Crivelli, ricordo, grande ammiratore di Dessì, da tempo collaboratore della terza pagina del giornale, ed a lui gemellatosi in quella occasione)

dico: per alcuni aspetti Laura Medda ha ripetuto il viaggio, sessant’anni dopo quello compiuto da Angelo Pittau verso Roma e casa Dessì – il Dessì scrittore-pittore già colpito dalla emiparesi –, lei verso Firenze e, nel gabinetto Viesseux, verso l’archivio intitolato ad Alessandro Bonsanti, già direttore (dopo Montale) del Viesseux, che Giovanni Spadolini aveva voluto sindaco di Firenze e cui sarebbe succeduto quel Lando Conti, altro mazziniano nonché massone, finito assassinato dalle Brigate Rosse

(ovunque ci voltiamo era ed è violenza)

dunque 31 brani di poesia delicata e dura, versi come didascalie sotto i fotogrammi, quasi a rappresentare, come sulla scena d’un teatro filmico, per quel che appare subito e per quel che c’è dietro e si rivela meditandoci sopra, interrogandosi, una guerra così come l’ha vissuta nel quotidiano un poeta che aveva riunite in sé diverse qualità ciascuna delle quali ha concorso al risultato:

era un giovane di neppure trent’anni,

era sardo – sardo campidanese di Villacidro,

era prete – don secolare di Ales-Terralba,

era persona che s’era sforzata di maturare mettendosi volontariamente, fin da adolescente, nel classatore di vita a Bindua d’Iglesias, patria di minatori, con i Piccoli Fratelli del Vangelo, quelli di Charles de Foucauld ammazzato in Africa per aver scelto l’Africa, facendosi da soldato missionario algerino: oggi beato, santo canonizzato il prossimo 15 maggio

era, quel poeta allora di neppure trent’anni, sardo e prete, uno che aveva ritardato il calendario della sua ordinazione diaconale, a Cuglieri, perché voleva andare prima a rinforzare i muscoli del cuore e del cervello, in Francia, con altri 30 coetanei provenienti da ben 26 paesi diversi – una specie di concilio ecumenico, di concilio operaio parallelo a quello dei vescovi in svolgimento a Roma, partecipante anche il nostro monsignor Antonio Tedde:

lui – il poeta che già aveva fabbricato i versi di “Lasciatemi solo a pensare”, presto bissando con quelli di “Al di là del Giordano” – in una fattoria, bracciante con braccianti – in un mas, la mattina, poi a scaricare granaglie al porto di Marsiglia

e intanto, a scaldargli sempre l’anima religiosa, il flusso affettivo-meditativo del rapporto costante con il fratello gesuita in Giappone – Giappone-America-Giappone



Prete trentenne, sardo di Villacidro
E’ importante questo che dico: perché io – che a don Angelo voglio bene e di cui sono amico e collega cadetto, sul versante dei cristiani anticlericali, da 48 anni, cioè dalla prima stagione delle casermette di Villacidro – quarantotto anni – (e a “Confronto” dal 1977, in televisione nel 1981, con “Partenia” nel 1998 e con dieci o forse venti partecipazioni a suoi eventi fino alla mostra dessiana qui in seminario di due anni fa),

io sostengo non esser vero o non del tutto vero quello ch’egli avrebbe scritto in un libretto-diario (Diario ritrovato, 1969) – un altro libretto a stampa ritardata – scritto a fine esperienza, tumultuosa e drammatica, in Vietnam, e nel mezzo di quell’altra stagione di operaio manovale a Lione, preparazione ad altre stagioni, ai quasi millecinquecento giorni ancora operai trascorsi a Torino:

della sua inadeguatezza cioè a centrare l’obiettivo presbiterale, come tanti altri chierici della sua generazione, e anche di prima e anche, quanto anche! di dopo – troppo prete poco uomo – perché invece lui ha mostrato di sé, ed ha mostrato a sé!, allora, tutto l’opposto: che per fare bene il prete s’era preparato ad essere, prima di tutto, uomo.

Sono cresciuto per essere “prete” non per essere uomo anche se io cercavo di ribellarmi […] a questo processo. Curioso processo di idee e di fatti che mi ha portato qui dopo un errare per terre e per vocazioni. Qui luogo senza terra, senza fatti e senza vocazione, luogo di vita e di esseri che soffrono e lavorano mai coscienti… Il mio cuore è stato schiacciato dalla vita, ma è a questo confine che il Signore mi ha portato

Dirò di don Angelo Pittau uomo più che di don Angelo poeta; del poeta ho detto e scritto molto e forse troppo negli anni, oggi qui debbo andare per maggiori sintesi.

Se lo si è conosciuto più spesso, negli anni, in borghese e con la cravatta piuttosto che con il collarino romano una qualche ragione ci sarà stata; ed ora che ha dimostrato tutto, potrebbe anche permettersi di circolare non soltanto con il collarino romano ma anche con gli altri addobbi dei preti dell’Ottocento – berretta o saturno e talare, magari fascia sulla pancia e mantello o ferraiolo sulle spalle…, così come fanno tanti giovani preti oggi che, infischiandosi dei vescovi e della sobrietà, nella maschera cercano l’identità.

L’uomo come se l’è sagomato lui, nella carne, prima di andare in Vietnam e durante e dopo era l’uomo della fatica materiale che consumava le sue energie fisiche e insieme le ricreava dilatando quelle consapevolezze – consapevolezze, parola-chiave, consapevolezze responsabilizzanti – di cui, tanto spesso, gli abitanti delle case dei libri fanno a meno o da cui si tengono lontani:

in lui spirito religioso, lirico nel dialogo con Domineddio suo “solo Altro”, in lui anche spirito politico, interprete delle complessità sociali e ingegnere di obiettivi finali e di obiettivi intermedi raggiungibili con sana ordinaria diligenza, quelle erano le consapevolezze che ricomponevano le fratture e risanavano le ferite perché superavano il momento di crisi e generavano il futuro, o una percezione di futuro:

lo preciso: quel futuro che è sempre, per dimostrazione di storia più che per dettato di teologia, opera cooperativa, di cooperativa intelligente fra la creatura e il suo creatore-provvidenza: ecco un primo noi cosciente nella vita di Angelo Pittau: il noi fra cielo e terra, terra e cielo

Come spiegarlo? la storia del mondo va secondo la dinamica del flusso e del riflusso, dell’onda e della risacca: al male che da solo non sa frenarsi nei suoi sfracelli, si risponde con una volontà di bene che promuove altre volontà di bene, si risponde con un io volitivo che diviene progressivamente un noi volitivo: così nasce il futuro

quando chiuderà i suoi occhi e incontrerà faccia-a-faccia quel gran Genitore degli umani collocati in una virgola storta – non è neppure un punto – del pluriverso prefigurato dal mio Giordano Bruno, e in lui – nel gran Genitore – incontrerà anche, come in assemblea, l’intera schiera degli antichi, di coloro che i molti Pittau ed i molti Pibiri dei tempi ultimi hanno costruito lungo i secoli, partendo da lontano, generazione dopo generazione, allargandosi ai Piga e ai Cadoni e a quant’altri allevati sul Linas, allora gusterà in pienezza la verità – la verità del noi – per la quale, combinando vocazione o intuizione ed educazione di famiglia, aveva speso la sua vita:

passando appunto dall’io volitivo al noi volitivo, quello stesso speso con fantasia a So Muoi Sau imparando e parlando il koho, quello speso sul guado fra le due rive del Darian nelle originali funzioni di fiume Giordano, battezzando – battezzando: io credo, ereticamente, non azzerando alcun inesistente peccato originale, ma traghettando dal paganesimo agli orizzonti di senso (più che di dottrina) della società cristiana;

direi ancora: associandosi al padre Dourn, missionario francese etnologo esperto delle minoranze degli altopiani Annamiti, i Montagnard, del quale avrebbe detto: “Si immedesimò in loro al punto da essere lui stesso Montagnard. Raccolse gli usi e costumi dei vari popoli delle montagne, diede scrittura alle loro lingue, le alfabetizzò, fece il vocabolario, raccolse i loro racconti e le loro poesie

come, per dire di ambienti che conosco, in una loggia massonica magari del Settecento inglese o dell’Otto-Novecento continentale o magari indiano-pachistano ed ecumenico, assolutamente ecumenico, alla Kipling, il Maestro Venerabile trasferisce, secondo successione apostolica, virtù sapienziale al neofita, così operò il religioso delle Missioni all’Estero di Parigi sul giovane prete di Villacidro che era già predisposto: “Padre Dourn mi fece amare la ricchezza di questo popolo minoranza, primitivo: ogni popolo si esprime nel bello, nel canto, nei colori, nelle danze, nei costumi del vivere, nel mangiare assieme, nel nascere e morire, nella sinfonia del vivere. Il singolo non è che una nota di questa sinfonia misteriosa

ritorna il noi, è sempre il gran capitale della vita di Angelo Pittau il noi

così in Vietnam, lui prete sardo di Villacidro neppure trentenne: “E’ la vita che ti aiuta a mettere assieme cultura e quotidianità. Come loro – i Montagnard – avevo paura, come loro coltivavo un orto, allevavo vacche e capre. Condividevo le loro vite, entravano nella mia capanna come io entravo nella loro, non ci si formalizzava negli schemi mentali

c’è un noi che si materializza con l’ambiente, il mondo fisico e chi lo abita e chi lo ha abitato, ombre ormai, ma permanenze – permanenze:

Vado per l’onda che divide / la terra dalle acque / so del cielo / del mare / della sabbia / degli alberi / ma non penso/ …

il Vietnam e i vietnamiti all’interno del vasto mondo e la vasta umanità, sarda e italiana anche, e francese… dentro il mondo che è ancora coloniale o semicoloniale, dello sfruttamento da parte delle multinazionali occidentali in danno dei popoli poveri

direi anche: il Vietnam e i vietnamiti dentro una vita che, allora ancora giovane – al tempo di “Mie ferite” e di pace non firmata – ripensa se stessa:

vado per i fiumi d’alberi / veloci ai miei occhi / so dell’umano lavoro / in queste fattorie di veneti / dell’acquitrinio sardo fatto da loro giardino /

all’urlo camminai / senza essere distrutto / sin quando l’urlo non si fece / Parola Persona Dio Tutto / là nelle dune delle risaie nell’acque / popolate di gabbiani / dell’étagne des Vaccarés /

e l’urlo si fece brezza / al mio corpo / lungo il Rodano ad Arles / si fece ebbrezza / lungo il Rodano ad Arles nella sera/ che calava rossa / …”

c’è ancora, nel quadro, Roma sprecona che consuma se stessa e Roma sottoproletaria, c’è il dibattito conciliare e postconciliare, grandi cose e piccole cose di Chiesa e ancora, negli anni ’60, il Vietnam:

muro sono o forse chioma / al vento del presente fatto urlo / l’urlo dei coolies vietnamiti sventrati / dai bombardamenti / le risaie allagate i boschi incendiati / dalle bombe al napalm / i campi di concentramento e la paura / la paura del Nord, dei vietcong degli americani / e dell’esercito regolare/ …”

per finire: “urlo di richiamo è l’urlo del Vietnam / all’anima mia / fatta amara dalle lacrime del popolo / del popolo vietnamita / io vado / io vado per la pace mia / e del Vietnam / ferita del mondo

questo noi, che non soffoca alcun io ma semmai lo orienta al comunitario, e di più, lo orienta al comunionale, è quanto racconta tutta vita di don Angelo come anche s’è continuata ad esprimere nei quasi cinquant’anni di militanza sociale e religiosa successivi alla esperienza vietnamita, fra le casermette cidresi e il sistema di Madonna del Rosario, fra le comunità di varia tipologia e le attività Caritas, nella stessa docenza al Piga e nella stampa redazionale di “Confronto” come dei giornali torinesi



Nel “noi” il capitale umano di un uomo poeta
cinquant’anni quasi, quelli che abbiamo vissuto con lui, tanto spesso marciando – sì marciando – con lui, ché anche la marcia della pace viene da quell’io volitivo fattosi noi volitivo – preparati dal molto che era venuto prima: a Villacidro, a Cuglieri, a Bindua, a Marsiglia, a Tuili (fra il retablo quattrocentesco del maestro di Castelsardo e l’oratorio misto dei quindicenni), a Dalat, alle cento Dalat vietnamite.

I settecento giorni passati in Vietnam costituiscono, mi sembra, un approdo più che un discrimine fra un prima e un dopo, un approdo, però, per un rilancio: il noi lo troviamo nella dimensione mondialista delle attività Caritas di Ales diocesana e dei Piccoli Progetti Possibili – Ciad e Tanzania, Camerun e Argentina e Honduras –, nella cooperativa di lavoro incardinata nelle terre parrocchiali di San Nicolò vescovo a Guspini – 134 ettari;

e d’altra parte non è approdo e rilancio l’esperienza torinese all’ombra di quel cardinale Michele Pellegrino autore della famosa lettera “Camminare insieme”, di cui proprio poche settimane fa abbiamo ricordato il cinquantenario? gennaio 1972, lo stesso 1972 di “Mie ferite”, la silloge vietnamita pubblicata da “Il foglio” torinese.

Prete operaio, anzi operaio prete – così dice lui – a Torino dopo che dal Vietnam è stato cacciato e dopo anche che a Lione ha consumato i mesi da muratore-picheparderi

A gennaio del ’68 cominciò l’attacco del Tet, ormai non c’era più nessuna zona sicura. Attaccarono l’aeroporto di Dalat… La Facoltà di teologia restava chiusa per lunghi periodi, così anche le scuole superiori e l’università di Dalat. Incominciai a viaggiare per il Sud Vietnam. Le agenzie internazionali mi chiedevano di accompagnare i loro giornalisti. Da Saigon andai per tutta la Cocincina nel Delta del Mekong, andai in Cambogia stessa. Avevo la tessera di giornalista di guerra. Mi accreditai, divenni quasi un veterano.

Poi cominciai ad andare a Danang, Hué, Quang-Tri, nei teatri di guerra più amari… Non potevo non denunciare ciò che vedevo: un popolo vittima di una guerra ingiusta. Una guerra di torture, violenze fisiche e psichiche, bombardamenti, devastazioni, uccisioni di inermi… In me saliva la nausea, mi sentivo anch’io violato, usato, abusato… continuavo ad aiutare il mio villaggio come potevo. Mi sentivo Vietnamita, Montagnard, in me sentivo la violenza del mondo”.

Ancora: “Non potevo non parlare: si era ciechi e conniventi a tutti i livelli, in Vietnam come in Occidente, in America, i timidi tentativi di denuncia in Vietnam erano soffocati dal terrore, in Occidente da una politica succube degli Stati Uniti, da una Chiesa che aveva perso la parresia”.

Nella nozione di popolo, così spesso ricorrente nella poetica (ma anche nella saggistica) di Angelo Pittau, mi piace scorgere un’eco di quell’idea tutta mazziniana che ritorna nel binomio Dio e Popolo come l’abbiamo studiato da ragazzini alla scuola media, infilandoci nella storia risorgimentale: nel popolo è la sede civile di Dio.

Il libro “Vietnam una pace difficile” con la denuncia di tutte le atrocità, quelle dei vietcong e dei comunisti del nord, quelle dei militari sedicenti
cattolici di Saigon e degli alleati americani – fino a 500mila soldati –, in un quadro di corruzione sistemica e giro di droga e di prostituzione, determina la cacciata di don Angelo professore-missionario, prete-giornalista, di don Angelo sardo di Villacidro alle soglie dei suoi trent’anni:

Le autorità vietnamite e americane fecero capire ai Gesuiti che dovevo andare via, subito. Non mi diedero tempo neppure di fare i bagagli, di salutare. Mi ritrovai catapultato in Thailandia in attesa di un aereo per l’Italia… In Thailandia i Padri che mi ospitavano e mons. Carretto fratello di Carlo Carretto mi portarono in ospedale. Forse restai alcuni giorni in coma. Mi risvegliai o ripresi conoscenza mentre mi lavavano in una vasca da bagno. Non so cosa mi fosse successo. Lasciato l’ospedale restai alcuni giorni ancora a Bangkok e poi rientrai in Italia ma non per molto. Seppi che un gruppo di preti di varie regioni d’Italia volevano fare uno stage in Francia, a Lione con i Piccoli Fratelli del Vangelo e con i preti operai del Prado. Mi unii a loro… “. Ancora il noi.

Operaio prete, non prete operaio
Dunque ora a Grenay, alla periferia di Lione: “ci sistemammo… in una vecchia canonica abbandonata. Eravamo una quindicina. Facevamo vita comune: pregherie, adorazione, lectio divina. La mattina alle sette entravamo nel cantiere, io facevo il manovale. Mi vedo ancora dinanzi ai cumuli di sabbia, ai secchi di cemento, alla betoniera che non si fermava mai e che dovevo alimentare: sabbia, cemento, acqua, sabbia, cemento, acqua. Senza sosta… Quattro mesi così, arrivò l’inverno, il freddo, la pioggia, la neve. Sentivo che le ferite si cicatrizzavano: si faceva pace in me senza dimenticare il Vietnam. La durezza del vivere mi portò ad ammalarmi ai polmoni”. Fra i versi più belli di tutta la produzione lirica, e neorealista, di Angelo Pittau sono questi dedicati a Grenay, ideale prosecuzione di So Muoi Sau e di Darian…

Di qui poi la prolungata permanenza a Torino: quanti sardi, giovani e non giovani sardi operai a Torino, ancora nella stagione dell’autunno caldo e dopo ancora, ma già dalla metà degli anni ’50!
Per lui la fabbrica fino alle 14, poi la parrocchia, nuova parrocchia periferica dell’Ascensione in corso Orbassano, non distante da Mirafiori Sud. E la vita in comune – ancora il noi – con don Piergiorgio Ferrero e don Domenico Monticone, in un piccolo appartamento di via Chevalley 2… Altra storia, la stessa storia.

8 gli inediti di questa silloge “All’urlo camminai”

Mi rifaccio qui soltanto, e in conclusione, ai versi di “Al museo della guerra”.

Recitano i versi…

Al museo della guerra / mille e mille foto / per il mare dei visitatori / pellegrini
si spengono le voci / martella il cuore / l’ansia, l’orrore, /
la vergogna, l’onta / è storia memoria coscienza
noi sapevamo / ieri impotenti abbiamo urlato / inascoltati
cos’è l’uomo che ti ricordi di lui? / noi / avevamo dimenticato il tuo popolo / popolo di coolies, di nha qué”.

C’è teologia qui, e la teologia si veste sempre di poesia per sua natura, non di filosofia, non di dottrina: i coolies e gli nha qué sono i lavoratori del braccio e della schiena curva sui campi d’agricoltura vietnamiti, sono i titolari del lavoro che sfama il mondo, e dunque sono i titolari del mondo, e invece sono diventati sfruttati e devastati dai cosiddetti “civili” fra i quali noi stessi ci sentiamo a casa, confortati dal nostro benessere e benavere.

Resta nella conclusione il dono che Angelo Pittau fa a tutti quanti noi senza una eccezione: quell’inquietudine della coscienza che lui chiama, con voce antica, inquietitudine. Tutti siamo cittadini del mondo e tutti siamo responsabili di come va il mondo.

***

Ecco il testo dell’articolo uscito, a firma di Angelo Pittau, su “Nazione sarda” nel numero di febbraio-marzo 1978 (in premessa è la nota redazionale):



Guerriglia perenne di un popolo che non vuole scomparire
Finita la guerra, nel Vietnam rimane il problema delle minoranze etniche. E’ emblematica la vicenda della comunità dei Montagnard. I diritti nazionali di questo popolo venivano completamente ignorati sotto il regime del Sud-Vietnam. La situazione non sembra però migliorata dopo la fine della guerra. Il Fronte di Liberazione che lottava contro il regime di Saigon ha ripreso le armi ed opera nella clandestinità. Della tragica situazione dei Montagnard ci parla in questo articolo-testimonianza Angelo Pittau che ha vissuto a lungo nel Vietnam.

Il mondo per anni ha seguito il dramma della guerra vietnamita ma non si è mai fermato, preso dalla globalità di questa guerra, a considerare alcuni aspetti anch’essi tragicamente inumani, contro i diritti dei popoli e delle persone. Uno degli aspetti non considerati è che tutto un popolo-minoranza di circa 800mila persone – i Montagnard – è stato vittima di questa guerra solo perché delle carte geo-politiche lo classificavano dentro il Sud-Vietnam.

I primi allarmi per questa guerra furono lanciati da un campo di forze speciali gestito da istruttori americani a Nord di Kontum. Il campo venne attaccato nel 1964 dalle forze nord-vietnamite, e quell’attacco diede il pretesto all’escalation americana. E’ vero che poi si scoprirà che i pretesti erano montati dagli americani. Ma reali furono le stragi di Montagnard, reale fu il sistematico sradicamento di questo popolo dalla terra dei suoi avi e quindi la distruzione dei suoi costumi e della sua identità.

I Montagnard, presi tra due fuochi, tutti e due nemici perché vietnamiti, non hanno saputo reagire. Molti, dopo inutili tentativi di resistenza, furono costretti, per sopravvivere, a schierarsi con le truppe di Saigon. Il Nord-Vietnam si serviva degli Altopiani per instaurarvi quartieri logistici e per infiltrare truppe e materiali nel Sud-Vietnam, e obbligava le popolazioni a pagare pesanti tasse e a trasportare il materiale bellico.

Il Sud-Vietnam ignorava completamente i diritti di questo popolo, arruolava le forze più valide in corpi speciali capaci solo di uccidere e di essere mandati a farsi uccidere dove il fuoco era più intenso. La gente dei villaggi era alla fame perché non poteva più lavorare la terra; oppure, chiusa nei campi detti di autodifesa, era condannata all’inerzia; di tanto in tanto uno di questi campi cadeva in mano al Fronte di Liberazione Nazionale ed era la strage, la maggior parte degli abitanti uccisi, le case bruciate e i superstiti costretti ad errare come belve nelle foreste, preda dei mitragliamenti e dei bombardamenti degli americani.

Non ci sono statistiche sicure di questo popolo. Da quarant’anni si continua a dire che sono 800mila. Ma a nessuno interessa sapere quanti sono stati i morti del gruppo etnico montagnard durante la guerra vietnamita, non interessa a nessuno sapere che questo popolo va verso l’estinzione lenta… la sorte di ogni minoranza non difesa.

Nella penisola indocinese è da secoli che i popoli-minoranza subiscono questa sorte. I Cham, i Kmer del delta del Mekong sono già scomparsi sotto la pressione imperialista e demografica vietnamita. I Lao e i Cambogiani avrebbero subito la stessa sorte se non fossero arrivati i francesi; oggi che la guerra vietnamita è finita, i giornali anche se imprecisamente e quasi con un certo pudore c’informano di autentiche battaglie ai confini tra la Cambogia e il Laos tra le forze vietnamite e i laotiani e soprattutto tra vietnamiti e cambogiani; passano invece come pacificazione interna e normalizzazione postbellica le continue battaglie negli Altopiani tra forze vietnamite e forze montagnard anche se non lo si vuole ammettere. E i Montagnard così continuano a morire, a perdere le loro terre, ad essere assimilati dai vietnamiti.

E’ il piano del dittatore Ngo Dinh Dien che va avanti. Pianificata una assimilazione totale dei Montagnard alla cultura vietnamita si procedette a spogliarli delle loro terre; con decreti e leggi s’imposero già alla fine degli anni ’50 le istituzioni sociali, le leggi, la cultura, la lingua vietnamita. Il governo parlava di civilizzazione ma in realtà era una azione lenta per farli scomparire come popolo, per prendere loro le terre, per renderli schiavi. Venne negato loro il diritto di possesso delle terre degli Altopiani, venne proibito l’uso ufficiale della lingua montagnard e il suo insegnamento: gli stessi nomi delle piazze, delle strade, dei villaggi, delle città furono sostituiti, le persone stesse dovettero assumere nomi vietnamiti; si giunse al punto di obbligarli a vestirsi alla vietnamita imponendo i pantaloni e a costruire le case rasoterra.

Per “civilizzarli” si fece un piano di ricollocamento dei villaggi: vennero costretti ad abbandonare i loro antichi villaggi, ma nei nuovi villaggi dove dovevano risiedere li si lasciava completamente senza assistenza impedendo loro di coltivare le terre, costringendoli a diventare “pari” dei vietnamiti. Era un piano esplicito per liquidare il problema delle minoranze etniche togliendo loro le terre, distruggendo la loro identità culturale, facendoli vivere in situazioni impossibili, trasformandoli in sottocasta. La politica di Saigon è continuata sino al 1975… I Montagnard del Sud-Vietnam in un autentico genocidio furono ridotti in 15 anni di 300mila unità su 800mila; l’ex vescovo di Kontum mons. Seitze parlava in documenti ufficiali alla Santa Sede di genocidio di una razza.

Con questa situazione già nel 1958 un gruppo di capi montagnard formò un movimento per resistere alla politica di Saigon, il FULRO (Front unifié de lutte des races opprimeées).

Il FULRO divenne movimento armato contro il governo di Saigon per le sue fortissime diseguaglianze nell’amministrazione civile, nell’esercito, nei servizi sociali e sanitari, nei salari pubblici e privati, nella carriera militare. Si chiedeva al governo di rispettare i costumi, le tradizioni, la lingua dei popoli montagnard ed assieme si chiedeva una larga autonomia, una più consistente presenza nell’amministrazione pubblica, nella vita politica, una forza militare montagnard che garantisse i diritti dei popoli montagnard.

Il FULRO ebbe sin dall’inizio un vero successo. Riuscì ad avere membri in tutti i rami della vita sociale della nazione, il ’68 riuscì anche ad ottenere una serie di concessioni e di diritti, tuttavia queste concessioni rimasero sulla carta. Per questo il FULRO che si era sciolto ufficialmente continuò però a combattere segretamente.

Oggi a due anni dalla vittoria del Fronte abbiamo scarsissime notizie che riguardano i Montagnard. Il governo di Hanoi preoccupato dell’unità nazionale e soprattutto della normalizzazione del dopoguerra controlla ancora pesantemente i territori degli Altopiani e dopo un primo periodo di effettivo riconoscimento di certi diritti delle minoranze etniche adesso perseguita ogni movimento di autonomia per quanto pacifico. Così il movimento del FULRO ha ripreso la clandestinità ed anche le armi, ha intensificato i collegamenti con i movimenti montagnard, cambogiani e laotiani, riuscendo a darsi spazio nelle foreste degli Altopiani. Tuttavia questo movimento non ha possibilità di vittoria sia perché non ha aiuti internazionali a parte un certo appoggio degli americani che negli altopiani vietnamiti e laotiani hanno lasciato numerose spie collegate con alcuni tribù dell’alta Thailandia.

Con il movimento è destinata a scomparire anche questa “nazione”. A meno che la solidarietà internazionale, l’ONU, la diplomazia internazionale non riescano a raccogliere il grido di questo popolo-minoranza.

I gruppi etnici del Vietnam. Il Vietnam comprende parecchi gruppi etnici diversi per lingua, razza e civiltà. I vietnamiti costituiscono il gruppo più numeroso, sono però evidenziabili facilmente tre gruppi etnici minori. I Cham che abitano la regione della costa centrale tra Phan Rang e Phan Ri e un angolo lungo il confine con la Cambogia tra Cahu Doc e Tay Ninh: sono i sopravvissuti del popolo malayo-polinesiano che costituì il regno Champa; il regno sotto l’incalzare dei vietnamiti incominciò a decadere nel quindicesimo secolo. Con la scomparsa del regno cominciò anche la estinzione della razza (oggi sono circa 60mila). I Kmer erano il gruppo indigeno che abitava il delta del Mekong. Facevano parte dell’impero Kmer ed avevano lingua e costumi cambogiani: oggi sono praticamente dispersi anche se il loro numero ammonta a 350mila. Non considerando i cinesi (circa 700mila) come gruppo etnico minoritario e i bianchi, il terzo e più consistente gruppo etnico minore sono i Montagnard. Questo gruppo a sua volta è composto da molti sottogruppi etnici e linguistici diversi. Linguisticamente si usa dividerli in due sottogruppi Malayo-polinesiani e i Mon-Kmer. Ad essi nel 1954 si sono uniti molti Montagnard nord-vietnamiti (Nung, Tai bianchi, Tai neri-The, Muong, Yao e Meo): sono circa 93mila. La classificazione etnica di questi gruppi pone molti problemi ancora non risolti. De resto a causa delle guerre vietnamite (’43-’73) le ricerche linguistiche ed etnologiche negli Altopiani non si sono svolte mai in condizioni ottimali; così gli studi che abbiamo, pur lodevoli, sono tutti dei tentativi. Attualmente – per continui spostamenti della popolazione – questo lavoro scientifico rischia di diventare definitivamente impossibile.

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Scrivo queste note mentre continuano a giungere, drammatiche, le notizie da Kiev e dalla Ucraina tutta. Sia maledetto chi ha scatenato l’inferno ed ha provocato la morte e la sofferenza di tanti innocenti. (Ed ancora una volta abbiamo la plateale dimostrazione della nullità liberale degli esponenti della destra italiana, pagana e imbrogliona, da cui insistenti sono venuti, negli anni, gli accarezzamenti ad un pericoloso dittatore nato).


Fonte: Gianfranco Murtas
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