Franco Meloni

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Reddito di cittadinanza incondizionato e universale. Giusto! E le risorse? Ecco dove trovarle.

Con una premessa di Franco Meloni, pubblichiamo un interessante contributo dell'economista Gaël Giraud sul Reddito di cittadinanza incondizionato e universale, proposta da utopica a ragionevole

Reddito di cittadinanza incondizionato e universale. Giusto! E le risorse? Ecco dove trovarle.

Il reddito di cittadinanza (o dividendo sociale) incondizionato e universale convince e conquista molti, dappertutto, ma più all’Estero che in Italia. E le risorse? Quelle che mancando lo rendono una irrealizzabile utopia? E, invece, ci sono eccome! Vero è che quanti dovrebbero metterle a disposizione (con minimi sacrifici) cioè soprattutto i ricchi del mondo, non sono disponibili. La novità del contributo-saggio del gesuita-economista Gaël Giraud sta nel fatto che indica chiaramente dove trovare i soldi: nei “frutti” dei “beni comuni” unito al prelievo fiscale sui grandi (enormi) profitti dei ricchi del mondo, con particolare intervento sui “paradisi fiscali”. È d’obbligo il richiamo alla necessità di Organismi internazionali di garanzia anche con riferimento al “demanio della Terra” e alla fiscalità internazionale, con la costituzione di appositi Fondi (seguendo le indicazioni di Thomas Piketty e di Anthony Atkinson), come esposti con efficace sintesi nella piattaforma programmatica del movimento “Costituente della Terra”. L’utilizzo dei “beni comuni” per ricavarne un fondo che possa sostenere “i poveri del mondo”, attraverso opportune ridistribuzioni (reddito minimo universale) è una tesi sostenuta dal nostro amico economista sardo Gianfranco Sabattini, il quale unisce a tale fonte di risorse quella che deriverebbe dalla ristrutturazione del welfare state [cfr. articolo di G. Sabattini su aladinpensiero del 3/11/2017]. Prendiamo atto di un approfondito dibattito che esce dall’ambito accademico per diventare (in certa parte) progetto/i politico/i. (Franco Meloni)

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UNA «RETRIBUZIONE UNIVERSALE»

Un urgente discernimento collettivo

Gaël Giraud,

su La Civiltà Cattolica, Quaderno 4079 pag. 429 – 442 Anno 2020 Volume II – 6 Giugno 2020.

Nella sua Lettera ai movimenti popolari, pubblicata nel giorno di Pasqua, il 12 aprile 2020, papa Francesco ha chiesto l’istituzione di una «retribuzione universale» di base: «Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti»[1].

La proposta non ha mancato di suscitare reazioni, sia entusiaste sia critiche. Queste sue affermazioni significano forse che il Santo Padre abbraccia la causa di un reddito universale, versato a tutti, senza condizioni? O egli intende difendere il principio del giusto salario per tutti i lavoratori? E poi, se davvero si sta parlando di un reddito universale senza condizioni, in che modo un’attenzione autenticamente evangelica ci può orientare per valutare bene le condizioni pratiche di una sua attuazione? Oppure si tratta semplicemente di un’utopia irrealizzabile?

Sono domande che vanno poste, tanto più oggi, dal momento che la gestione «medievale» della pandemia di coronavirus praticata da molti Paesi[2] minaccia di far sprofondare gran parte del nostro Pianeta in una depressione economica grave almeno quanto quella vissuta in Occidente negli anni Trenta del secolo scorso. Di fronte all’esplosione di disoccupazione e povertà, che d’ora in poi probabilmente ci accompagnerà per tutto il decennio 2020, anche in gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, questa «retribuzione universale» può essere considerata una delle soluzioni per aiutarci a uscire dalla trappola deflazionistica? Essa può contribuire a risolvere anche l’enorme sfida della povertà globale?

Una questione teologale

Il problema principale posto dalla Lettera del vescovo di Roma è il riconoscimento di questi fratelli e sorelle dei movimenti popolari e di coloro per i quali essi lavorano: «So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato»[3]. Francesco invita a combattere l’invisibilità di questi «poeti sociali», con lo stesso sguardo attento avuto da Cristo verso quella vedova che versava discretamente il suo obolo nel tesoro del tempio (cfr Mc 12,38-44).

Questa sfida è spirituale e politica insieme. Essa richiede certamente una conversione dello sguardo individuale di ognuno di noi, ma anche una riforma delle strutture sociali che producono e mantengono l’invisibilità di coloro che vivono alla periferia delle nostre società[4]. La possibilità di risultare visibili nello spazio pubblico non si fonda esclusivamente sulle prestazioni individuali, ma dipende dalle regole sociali che legittimano e migliorano la nostra vita ordinaria o, al contrario, la rendono precaria e la squalificano. Visibilità e invisibilità non sono affatto qualità naturali, ma modi sociali di confermare o negare i nostri stili di esistenza[5]. Declassamento, emarginazione e mancanza di lavoro marginalizzano le persone al punto di cancellarle, escludendole da tutte le forme di partecipazione; il lavoratore subordinato, il precario, l’escluso, il disoccupato, la vedova, l’orfano, il rifugiato, il senzatetto, il paziente diventano così sempre meno udibili, sempre meno visibili.

Quali riforme delle nostre istituzioni possiamo attuare per spezzare l’invisibilità in cui viene mantenuta la periferia delle nostre società, a volte anche all’interno della Chiesa? Come sottolinea Francesco nell’intervista recentemente pubblicata da La Civiltà Cattolica, quello che la tradizione cristiana chiama Spirito Santo «deistituzionalizza» ciò che nella Chiesa non ha più bisogno di essere e «istituzionalizza» il futuro[6]. Va detto subito che questa disgregazione creativa dello Spirito non può essere limitata alle istituzioni ecclesiali, se non altro perché queste non sono state sviluppate in abstracto, ma sono ancora situate dentro una specifica società e in una storia. La tensione spirituale tra «disordine» e «armonia», evocata da Francesco, attraversa quindi tutte le nostre istituzioni[7]. Riformarle è una questione teologale, anche quando si tratta di istituzioni secolari come quelle per determinare il reddito dei cittadini.

Salario minimo o reddito universale?

È dentro l’orizzonte di questa domanda spirituale e politica che s’inserisce la proposta di una «retribuzione universale». Si tratta di un salario minimo riservato a coloro che hanno un lavoro, o di un reddito universale destinato a tutti, senza condizioni?

Per gli economisti esperti in queste distinzioni, la formulazione del Papa è ambigua. Ad esempio, agli occhi di un sindacalista francese come Joseph Thouvenel, segretario della Confederazione francese dei lavoratori cristiani, le osservazioni di Francesco non possono essere interpretate come un alibi per coloro che «oziano»[8], ma possono essere solo un’allusione alla teoria del «giusto salario», formalizzata da Tommaso d’Aquino e poi ripresa da Leone XIII nell’enciclica Rerum novarum (1891). In questo caso, la proposta del Papa equivarrebbe a stabilire un salario minimo garantito. In effetti, l’attuale globalizzazione del «mercato» del lavoro implica logicamente che anche le regole che consentono di evitare tutte le possibili distorsioni siano globali; altrimenti imporre un salario minimo in un certo Paese o in un altro fornirà solo un incentivo alle aziende per delocalizzare le proprie attività altrove.

Diversi economisti, tra cui Thomas Palley[9], propongono di imporre un salario minimo, pari al 50% del salario mediano di tutti i Paesi del Pianeta. In Italia, ciò equivarrebbe a fissare uno stipendio mensile minimo di circa 1.860 euro (anziché i 500 attuali): un quarto della forza lavoro italiana attualmente riceve uno stipendio inferiore a tale importo, e questa quota rischia di aumentare nei prossimi anni. Contrariamente a quanto di solito si afferma, questo non causerebbe un’esplosione della disoccupazione[10], porterebbe ad aumenti abbastanza piccoli dei costi di produzione[11] e, d’altra parte, cambierebbe la vita a molti «lavoratori poveri», anche in Germania.

Tuttavia l’elenco dei beneficiari della «retribuzione universale» alla quale allude papa Francesco va oltre la categoria dei salariati stricto sensu: «venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali […], lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento»[12]. Le varie traduzioni della Lettera pontificia fanno pensare che il termine «salario» non possa essere interpretato rigorosamente: salaire, salarios, salário e wage, ma anche Grundeinkommen e retribuzione. Coloro che devono uscire dall’invisibilità sono anche i «malati e [gli] anziani. Non compaio­no mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente»[13].

A chi si rivolge, dunque, la proposta del Papa? A tutti i «lavoratori». Una casalinga, per esempio, i cui servizi, dal momento che non sono sul mercato, non vengono mai presi in considerazione nel calcolo del Pil, fornisce una prestazione «lavorativa»? Chi sono questi «lavoratori», se non vengono riconosciuti da uno status che li qualifichi come tali? È proprio in questa loro invisibilità che sta il problema che Francesco vuole risolvere. Crediamo che la risposta si trovi negli stessi «invisibili». Francesco scrive: «La nostra civiltà […] ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile»[14]. E non sarebbe compito di questi oscuri lavoratori definire i connotati di quella «retribuzione universale» che Francesco chiede? Di modo che «l’accesso universale a quelle tre T […]: tierra, techo e trabajo (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro)»[15] sia garantito loro nelle condizioni che essi stessi ritengono più adeguate?

Dopotutto, i dibattiti che ruotano attorno alla definizione di un salario minimo o di un reddito universale sono prevalentemente condotti da coloro che appartengono al centro della società. È senza dubbio il momento di dare voce ai senza voce, in modo che essi stessi possano aiutare a decidere quale significato dovrebbe essere dato a una «retribuzione universale», piuttosto che subire ancora la violenza delle definizioni e degli standard imposti dal centro.

È questa inversione di prospettiva – dal centro alla periferia – che guida, per esempio, il movimento ATD-Quarto mondo e il pensiero di padre Joseph Wresinski[16]. Questo cambiamento di prospettiva non è estraneo all’approccio di alcuni economisti. Esso sta alla base, per esempio, della costruzione di indicatori statistici su base partecipativa, come il Barometro delle disuguaglianze e povertà (BIP 40), realizzato in Francia nel 2002 da e con comuni cittadini[17].

Utopia o riforma profetica?

È quindi giustificato che il Movimento francese per un reddito di base concluda cautamente che il Papa «si sta avvicinando alla causa del reddito universale»[18]. A patto di comprendere che, se «si avvicina» a esso e basta, non è per timidezza, ma è perché sta prima di tutto alle stesse persone senza voce decidere ciò che vogliono per loro. Il rispetto della dignità delle persone deve spingersi fino a tal punto.

Tuttavia, l’interpretazione che proponiamo qui implica che sia possibile che la «retribuzione universale» a cui allude Francesco sia intesa come «reddito universale» nel senso comune, qualora gli invisibili delle nostre periferie decidessero così.

Sono cinque i criteri usati normalmente per definire il reddito universale. Esso è:

- un versamento periodico, a differenza dell’assegno una tantum di 900 dollari che il governo australiano ha inviato ai suoi cittadini nel 2009 per superare le conseguenze della crisi finanziaria; o di quello di 1.000 dollari che l’amministrazione Trump ha appena fatto avere alle famiglie americane[19];

- un trasferimento monetario, cioè non in natura, che offre a tutti la libertà di fare ciò che vogliono con i propri soldi, ma presuppone, ad esempio, l’apertura di un conto bancario, un’operazione non abituale per molti tra i più poveri;

un contributo personalizzato: il pagamento viene effettuato su base individuale e non, ad esempio, su base familiare dal punto di vista fiscale;

- universale: non viene sottoposto ad alcun particolare requisito;

- incondizionato: il pagamento non è coperto da alcun obbligo per il beneficiario, in particolare quello di dover cercare lavoro.

Ricordiamo alcuni ordini di grandezza. La Banca mondiale ha identificato la soglia della povertà estrema al livello di 1,9 dollari di retribuzione giornaliera, a parità di potere di acquisto. Ma è opinione largamente condivisa tra i ricercatori economici che questa convenzione sottostimi ampiamente i bisogni reali di un essere umano sano, capace di condurre una vita dignitosa. Un reddito minimo di 7,4 dollari al giorno sembra molto più ragionevole[20].

Nel 2018, oltre 4,2 miliardi di persone (il 60% della popolazione mondiale) vivevano ancora al di sotto di tale soglia, e questo numero aumenterà notevolmente nei prossimi mesi a causa delle conseguenze catastrofiche del lockdown. Quale flusso di reddito annuale sarebbe necessario per consentire a questa gente di vivere al di sopra di tale soglia? Senza entrare nei dettagli dei calcoli sulla parità del potere d’acquisto, possiamo rispondere che costerebbe meno di 13 mila miliardi di dollari. Questa può sembrare ad alcuni una cifra considerevole: è vicina al Pil nominale della Cina nel 2018. Tuttavia, uno studio della Ong Oxfam[21] mostra che, nello stesso anno, l’1% degli individui più ricchi del Pianeta ha percepito un reddito annuo di 56.000 miliardi di dollari (pari all’80% del Pil mondiale). Se solo «prelevassimo» un quarto di tale reddito, esso sarebbe sufficiente per finanziare un reddito base di 7,4 dollari al giorno (e anche di più) per quella parte dell’umanità che ne è privata. Dopo il «prelievo», al più alto percentile di questi super-ricchi resterebbero ancora in media 47.500 dollari di reddito mensile a persona: questo dovrebbe essere sufficiente per consentire loro di continuare a condurre una vita «dignitosa».

Non pretendiamo di sostenere che un tale «prelievo» sia politicamente facile da mettere in pratica. Tuttavia queste semplici cifre ci ricordano che, contrariamente a una comune convinzione, il problema del finanziamento di un reddito di base non consiste nella «mancanza di risorse». Allo stesso modo, se, secondo le stime delle Nazioni Unite, 820 milioni di persone soffrono ancora la fame nel mondo – e questo numero purtroppo aumenterà nei prossimi mesi a causa dell’attuale situazione di emergenza –, non è perché la biomassa prodotta dal Pianeta non è in grado di nutrire l’umanità: si tratta di un problema politico ed etico di distribuzione della ricchezza.

L’immaginario neo-liberale della scarsità, che ci conduce facilmente a pensare che una proposta generosa sia impossibile, è fuorviante: viviamo su un Pianeta sovrabbondante – sebbene minacciato da una crisi ecologica – e in un’economia mondiale molto ricca, sebbene rischi di diventare considerevolmente più povera a causa del lockdown e del confinamento.

Le due forme di reddito universale

Per andare oltre nell’esaminare la loro concreta fattibilità, dobbiamo distinguere almeno due forme di «reddito universale»: la prima, diremmo, «di destra», ispirata a criteri di efficienza economica; l’altra, «di sinistra», orientata dal desiderio di giustizia sociale. Questa distinzione elementare ci costringe però immediatamente a uscire da facili dicotomie: il reddito universale non è né di destra né di sinistra, ma è trasversale alle nostre categorie politiche tradizionali.

Il primo tipo di reddito di base ha le sue origini nel lavoro dell’economista di Chicago Milton Friedman[22] ed è pensato per sostitui­re tutti gli altri tipi di trasferimenti sociali, rendendo così superflua l’introduzione di un salario minimo. I suoi promotori nutrono la speranza di un’ulteriore flessibilizzazione del «mercato del lavoro» e di una riduzione della spesa pubblica per la solidarietà, o persino di un completo abbandono, da parte dello Stato, del suo ruolo decisionale sui redditi da lavoro dei cittadini. La carità, «più adattabile e flessibile» rispetto allo stato sociale, afferma Friedman, riacquisterebbe così un posto di rilievo nella lotta contro la povertà.

Continua a leggere l'articolo sul sito di Civiltà Cattolica: https://www.laciviltacattolica.it/articolo/una-retribuzione-universale/

—–Note----

[1]. Francesco, Lettera ai movimenti popolari, 12 aprile 2020.

[2]. Cfr G. Giraud, «Per ripartire dopo l’emergenza Covid-19», in Civ. Catt. 2020 II 7-19.

[3]. Francesco, Lettera ai movimenti popolari, cit.

[4]. Tale sfida, per esempio, è al centro delle riflessioni di Axel Honneth, Paul Ricœur e Judith Butler. Cfr A. Honneth, La lutte pour la reconnaissance, Paris, Cerf, 2000; P. Ricœur, «Parcours de la reconnaissance», in Mondes en développement, Paris, Stock, 2004; J. P. Butler, Giving an Account of Onself, New York City, Fordham University Press, 2005.

[5]. G. Le Blanc, L’invisibilité sociale, Paris, PUF, 2009. Questo è anche il tema del bel film Les invisibles, girato dal regista francese Louis-Julien Petit nel 2019.

[6]. Cfr A. Ivereigh, «Il Papa confinato. Intervista a papa Francesco», sul sito de La Civiltà Cattolica.

[7]. Questa affermazione è centrale nella teologia di Ch. Theobald, Le christianisme comme style. Une manière de faire de la théologie en postmodernité, vol. 1, Paris, Cerf, 2007 (tr. it. Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, vol. 1, Bologna, EDB, 2009).

[8]. Cfr J. Thouvenel, «Le revenu universel, meilleur ennemi des travailleurs», in Valeurs (https://bit.ly/2Lw3ckZ), 18 aprile 2020.

[9]. Cfr Th. Palley, «A Global Minimum Wage System», in FT Economists’ Forum (http://thomaspalley.com/?p=182), 18 luglio 2011.

[10]. Cfr J. Schmitt, Why Does the Minimum Wage Have No Discernible Effect on Employment? (https://bit.ly/360t5CZ), Washington, Center for Economics and Policy Reasearch, febbraio 2013.

[11]. Soprattutto perché i rischi delle spirali inflazionistiche nel contesto della deflazione in Occidente sono pari a zero, a meno che il costo delle materie prime esploda a causa dell’interruzione di alcune catene di approvvigionamento dovuta alla pandemia. L’inflazione, quindi, non sarebbe la conseguenza del costo del lavoro.

[12]. Francesco, Lettera ai movimenti popolari, cit.

[13]. Ivi.

[14]. Ivi. Il corsivo è nostro.

[15]. Ivi.

[16]. Cfr G. Mucci, «Joseph Wresinski. Un costruttore sociale», in Civ. Catt. 1996 I 436-445.

[17]. Cfr https://bit.ly/3cvlxuB

[18]. G. Normand, «Le Pape François s’approche de la cause du revenu universel», in revenudebase.info (https://bit.ly/3btqVNA), 16 aprile 2020.

[19]. Sono iniziative che sarebbero benvenute oggi in Europa.

[20]. Cfr D. Woodward, «Incrementum ad Absurdum: Global Growth, Ine­quality and Poverty Eradication in a Carbon-Constrained World», in World Social and Economic Review (https://bit.ly/2WVytTQ), 9 febbraio 2015.

[21]. Cfr Oxfam, Partager la richesse avec celles et ceux qui la créent (https://bit.ly/2y4br4W), gennaio 2018.

[22]. Cfr M. Friedman, Capitalism and Freedom, Chicago, University of Chicago Press, 1963; Id., «The Case for the Negative Income Tax: A View from the Right», in Proceedings of the National Symposium on Guaranteed Income, Washington, D. C., U.S. Chamber of Commerce, 9 dicembre 1966. La proposta è stata subito accettata dagli economisti keynesiani, il che ne indica l’ambivalenza sin dall’inizio: cfr J. Tobin – J. A. Pechman – P. M. Mieszkowski, «Is a negative income tax practical?», in The Yale Law Journal, vol. 77/1, novembre 1967.

[23]. Cfr M. Ghatak – F. Maniquet, «Universal Basic Income: Some Theoretical Aspects», in Annual Review of Economics 11 (2019) 895–928.

[24]. Cfr https://basicincome.org/; si veda anche l’intervento di Standing al Forum di Davos del 2017, in https://bit.ly/3buxu2f

[25]. Cfr D. Graeber, Bullshit Jobs: A Theory, New York, Simon & Schuster, 2018 (tr. it. Bullshit Jobs, Milano, Garzanti, 2018).

[26]. Cfr Ch. Theobald, Selon l’Esprit de sainteté. Genèse d’une théologie systématique, Paris, Cerf, 2015.

[27]. Cfr, per esempio, il rapporto commissionato dalla Scozia: A. Painter – J. Cooke – I. Burbidge – A. Ahmed, A Basic Income for Scotland (https://bit.ly/3fPbBxW), maggio 2019.

[28]. A proposito dell’Ontario Basic Income Pilot Project, cfr https://bit.ly/2y4yUD2

[29]. Cfr P. Constant, «New UW Report Finds Seattle’s Minimum Wage Is Great for Workers and Businesses», in Civic Skunk Works (https://bit.ly/3bwDYxN), 22 luglio 2016.

[30]. Cfr G. Standing, «Why Basic Income’s Emancipatory Value Exceeds Its Monetary Value», in Basic Income Studies 10 (2015/2) (https://bit.ly/3dJvlkO)

[31]. Cfr Oxfam, «“Just Give Money to the Poor: the Development Revolution from the Global South”, an excellent overview of cash transfers» (https://bit.ly/2yWeVa0), 24 maggio 2010.

[32]. Cfr T. J. Isenberg, «What a New Survey from Alaska Can Teach Us about Public Support for Basic Income», in Economic Security Project (https://bit.ly/369xpjH), 28 giugno 2017.

[33]. Cfr G. Giraud, Composer un Monde en commun, une «théologie politique» de l’ Anthropocène, Paris, Seuil, in uscita.

[34]. Cfr Carbon Pricing Leadership Coalition, Report Of The High-Level Commission On Carbon Prices (https://bit.ly/2WP9fq4), 29 maggio 2017.

[35]. Si tratta dell’attuale livello di imposta sul carbonio applicata in Svezia.

[36]. Si potrebbe immaginare una supervisione delle Nazioni Unite, a patto che queste, ora completamente paralizzate dalla pandemia, si riformino per dare pieno spazio ai Paesi emergenti del Sud.

[37]. La proposta di finanziare un reddito di base parziale con un’imposta sul carbonio è stata presentata da due ex Segretari di Stato repubblicani e dal Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Henry Paulson. Cfr M. Howard, «Conservative Carbon Dividend Proposal is a Welcome Development for Introduction of Partial Basic Income», in Basic Income News (https://bit.ly/3cx5Qmt), 11 febbraio 2017.

[38]. Francesco, Lettera ai movimenti popolari, cit.


Fonte: Aladinpensiero online, La Civiltà Cattolica
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