Enrico Deplano

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Reddito di cittadinanza: riformarlo o eliminarlo?

Quando un argomento origina posizioni antitetiche e polemicamente accese, piuttosto che evitarlo in pubblico occorre proporsi una prospettiva di dialogo, difendendo un punto di vista senza pretese di verità

Un tema delicato e divisivo, che molti evitano.

Nella giungla di opinioni contrastanti si può fare forse chiarezza, evitando posizioni preconcette di matrice ideologica. Una questione complessa non dovrebbe essere trattata con pregiudizi stereotipati. Non aiuta il fatto che una parte del mondo politico si appigli solo ai pro o viceversa ai contro, per compiacere il rispettivo elettorato. Tra tesi e antitesi, si dovrebbe tentare una sintesi. Ci proviamo.

Prima di concentrarci sull’efficacia o meno avuta finora in Italia, è il caso di inquadrare la natura del reddito di cittadinanza nel contesto più vasto. Tale strumento esiste attualmente in Europa in Germania, Francia, Irlanda, Olanda, Belgio, Danimarca. Nasce come misura di accompagnamento per quanti hanno perso il lavoro e lo cercano. E si afferma (non solo in Europa) perchè l’Occidente è stato attraversato e segnato duramente da trasformazioni macroeconomiche e crisi globali. Da un lato si è avuta ovunque una crescente deindustrializzazione, favorita dalla transizione a un’economia dei servizi e dalla delocalizzazione produttiva. Dall’altro le crisi finanziarie, da quella del Nasdaq a quella dei subprime e del settore creditizio nel 2007, la più grave, (paragonata spesso al crollo in borsa del 1929) tale da determinare una fase recessiva globale. E infine la crisi pandemica, o meglio epidemica, con le drammatiche ripercussioni sull’economia di ogni nazione del pianeta.

Il termine neopauperismo è entrato nel lessico comune. L’impoverimento massiccio che descrive è andato accentuandosi nei decenni fino a coinvolgere gran parte della classe media. Questo è il quadro da tener presente: milioni di precari e troppi cittadini sotto la soglia di povertà, a fronte di un mercato del lavoro che troppo spesso non è in grado di offrire salari sufficienti a garantirsi la sopravvivenza.

E’ stato correttamente riscontrato che il reddito di cittadinanza non ha spinto tutti i percettori a trovare una nuova occupazione. Numeri alla mano è vero. Si stigmatizza però troppo superficialmente chi ha rinunciato a offerte di lavoro come se avesse preferito vivere di assistenza, mentre non esiste una misurazione della effettiva accettabilità delle offerte, spesso non congrue a garantire una minima sicurezza. Inoltre l’emergenza pandemica ha reso arduo ai cosiddetti "navigator", già insufficienti per organico, assistere chi aveva perso il lavoro pilotandolo su nuove possibilità. Giudicare l’efficacia dell’introduzione del reddito di cittadinanza senza tener conto di tali circostanze appare fuorviante e scorretto.

Che il reddito di cittadinanza, per come è stato pensato, presenti dei limiti è indubbio, e si dovrebbero introdurre utili correttivi. Affermare invece che con 500 euro al mese si possa preferire poltrire sul divano a cercarsi un lavoro, è un pregiudizio, dato che quella cifra non consente di far fronte al costo della vita. Semmai ci sono situazioni in cui, oltre alla perdita del lavoro sono subentrate difficoltà di salute fisica e psicologica, situazioni in cui l’età rende difficile ricollocarsi etc. Ed esiste una sempre più vasta porzione di cittadini che vive sotto la soglia della povertà. Questi avevano poco più di 200 euro al mese, come misura assistenziale, se mai inseriti come percettori. Molti hanno usufruito del reddito di cittadinanza perchè non esistevano altre misure efficaci di sostegno.

Il reddito di cittadinanza è inteso come stimolo alla riqualificazione e ricerca attiva di nuova occupazione e quindi dovrebbe riguardare solo le persone che per età e salute possono riqualificarsi e lavorare. E in questo caso si può richiedere maggiori disincentivi ai percettori che rifiutino offerte di lavoro, ma solo se queste sono tali da permettere di vivere e non di arrancare precariamente sulla soglia della sopravvivenza. Per tutti coloro che restano tagliati fuori occorrerebbe pensare a misure efficaci di protezione dalla povertà. Esistono ovunque nel mondo occidentale e sono uno dei requisiti di una società che possa dirsi civile. Quanto alle truffe, esistono mezzi per prevenirle, indagarle e sanzionarle, senza farne una leva argomentativa pretestuosa enfatizzando il problema per ragioni strumentali.

Insomma: una riforma appare decisamente opportuna, mentre una abolizione appare, in questo contesto, imprudente se non irresponsabile. Non sorprende che a spingere per l'abolizione siano in genere demagoghi populisti e capi di movimenti politici con una cultura sostenzialmente ideologica, mentre a sostenere la correzione ed emendamento del reddito di cittadinanza sono, in Italia e nel mondo, economisti di alto livello. La destra di un tempo, per inciso, aveva una cultura nazionale socialmente più inclusiva, perchè non aderiva a posizioni liberiste. Oggi invece alcune sue componenti sembrano sposare, sul reddito di cittadinanza, proprio quelle posizioni neoliberiste che a parole affermano di esecrare.

Quanto sopra, nonostante l'ambizione di costituire una riflessione super partes, è naturalmente un'opinione personale e quindi, come tutte, sicuramente incompleta e da integrare con punti di vista prospetticamente differenti.

ED


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Enrico Deplano

15 Nov 2021

Mi scuso per un refuso di cui non mi ero accorto: la n in "inquadrarne" (quarta riga del secondo paragrafo).

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