Gianfranco Murtas

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Ricordo dell’arcivescovo Ottorino Alberti e di don Efisio Spettu

di Gianfranco Murtas

Il 17 luglio 2012 moriva a Nuoro, sua città natale, don Ottorino Pietro Alberti, arcivescovo emerito di Cagliari.

Il 14 luglio dell’anno successivo lo seguiva, dopo una lunga malattia, un altro sacerdote della Chiesa cagliaritana fra i più amati: don Efisio Spettu.

Ogni anno cerco di fare memoria dell’uno e dell’altro che, per ragioni diverse, e anche molto diverse, erano entrati nella mia vita. Quest’anno però, sopraffatto da impegni che fatico perfino a gestire con cattiva salute, non ho potuto, pur avendo messo da parte del materiale documentario che avrebbe dovuto, come modesta tessera del grande mosaico, contribuire ai profili biografici – anche della biografia spirituale ed ecclesiale, non soltanto sociale o intellettuale – di entrambi.

Non voglio però mancare, in limine di luglio, di evocarne la figura e il passo fra noi che di essi siamo stati e siamo, per vie originali, debitori di un qualcosa.

E dunque mi limito stavolta a richiamare due scritti monografici che ad entrambi ho dedicato nel tempo triste che mi ha separato dalla loro morte. E qui di seguito, dunque, ecco la prima pagina – la prima soltanto, qui con valore simbolico – di quegli omaggi scritti che avvertii il dovere di rendere loro e che accompagnarono, in qualche modo, i due distinti reading che riuscii ad allestire nel teatro di Sant’Eulalia per onorarli pubblicamente.

Il testo di monsignor Alberti fa riferimento alla simulazione della sua autobiografia, che nel recital potei affidare all’attore Gianluca Medas, due mesi dopo la scomparsa dell’arcivescovo (titolo della monografia: “don Ottorino Pietro Alberti vescovo umanista, sardo e barbaricino – per quattordici anni presule in Umbria, fra la cattedra alla Lateranense e l’episcopato cagliaritano”).

La dispensa dedicata a don Spettu uscì alla vigilia della sua morte, e voleva celebrare il 50° della sua ordinazione presbiterale presentando, fra l’altro, il testo di una lunga intervista (“La mia Chiesa, semplice e complessa, talvolta complicata”) che mi rilasciò sulla sua esperienza di rettore del seminario regionale: esperienza che era cessata nel 2006, per un intervento arrogante e nefasto dell’autorità ecclesiale pro tempore, cui l’intera Conferenza Episcopale Sarda si allineò come sempre paurosa della sua stessa ombra. (Titolo della pubblicazione: “Don Efisio Spettu e la Chiesa come progetto di comunione. Mezzo secolo di servizio presbiterale nell’Archidiocesi di Cagliari, fra ospedale Oncologico ed UNITALSI, comunità di San Rocco e Seminario Regionale”). 


Don Ottorino, Con Nuoro nel cuore, sempre

Nuoro fu fatta provincia il 10 gennaio 1927, settant'anni dopo che la precedente era stata soppressa. Mio padre Gustavo era il capo dell'Ispettorato agrario provinciale, nativo dell'Aretino, in Sardegna allora già da qualche anno. Nuorese invece mia madre Nicolosa, una Costa - della famiglia cui apparteneva la tenuta di Valverde, giù del Monte Ortobene, con una chiesetta rurale rimontante alla fine del 1600: Nostra Signora di Valverde. Per me una seconda casa già da bambino: umile che di più non è possibile, ma... nostra. E infatti lo diciamo: "Nostra" Signora di Valverde. "Nostra", della famiglia e della comunità.

Io porto un bel cognome toscano e dentro di me convivono tante suggestioni, quelle che da ogni città della Toscana zampillano con la storia dei secoli - Firenze e Lucca, Siena e Pisa, Livorno e Arezzo (la provincia di mio padre, che era del Casentino, sul confine con la Romagna e l'Umbria) - ma mi sento sardo e nuorese tutto intero. Dalle origini toscane ho preso quel tanto di universalità che c'è nella grande letteratura e nella poesia, nell'arte - Leonardo, Michelangelo... - e anche nel pensiero filosofico e politico, ma infine è... dal latte materno che noi siamo fatti.

Io nacqui da quell'amore sardo-toscano nel dicembre di quello stesso 1927, il 17, era un sabato. Ero il secondo: Salvatore prima di me; dopo di me sono venuti Pierino e Mariolina.

Da buon toscano, mio padre era portato al linguaggio colorito, ma colorito colorito proprio alla toscana... Mi ricordo che padre Ernesto Balducci, che era figlio di un minatore maremmano dalla bestemmia facile, sosteneva che quelle bestemmie erano delle vere preghiere, perché riportavano il nome di Dio, della Vergine santa e di tutto il paradiso nelle situazioni quotidiane della vita. E' una interpretazione un po' azzardata, ma che mi piace...

Mia madre era invece religiosissima secondo gli schemi tradizionali, austeri e morigerati del suo tempo; frequentava la cattedrale di Santa Maria della Neve e anche la chiesetta-santuario delle Grazie - "Su campanhl'e ss'oro, / sas campanas de pratta, / sas funes de seda... " -, bella nella sua povertà dei secoli, nel quartiere di Sèuna. Bella proprio come San Pietro a Roma.

D'altra parte mi ricordo che Vindice Satta, il figlio di Sebastiano il poeta, sosteneva che la nostra cattedrale, che è di metà Ottocento (dunque non antica e non ricca di marmi e pitture), era la più bella del mondo. Perché il metro di giudizio qui è il sentimento, è esattamente ciò che da quegli altari e da quelle cupole viene al nostro cuore.

Nuoro - 8.000 abitanti quando sono nato io, e tutta la Sardegna 900.000 - aveva ed ha queste chiese umili e belle, a Sèuna e a Santu Predu e nell'altro quartiere del corso Garibaldi, l'antica bia Majore... "Braghera, prena 'e nuscos, in cravatta / of e ses bella, tosta presumìa. / Atteras bortas, cando ses naschia, / fis d'anticas bardanas un'andatta... ".

Anche Santu Càralu era ed è umile e bella, vicino alla casa della Deledda e anche di Francesco Ciusa lo scultore, che adesso vi è sepolto.

La storia antica e moderna di Nuoro conta almeno trenta fra chiese e cappelle, rurali e urbane... Ai piedi dell'Ortobene c'è la Solitudine... Il corpo della Deledda vi fu portato da Roma, a vent'anni e più dalla morte, nel giugno 1959: io ero prete da tre anni, e lavoravo alla Lateranense da tre mesi soltanto.

Nuoro poi aveva ed ha ancora, almeno in parte, grandi feste religiose: quella del Redentore, a fine agosto: - "... a voi tutti che al cèrulo / cadere della sera / volgete gli occhi oranti verso l'immenso altare / dell'Ortobene e al bronzeo Redentore sorgente / tra fior di rosee nuvole offrite il vostro cuore", versi di Grazia Deledda.

E poi le altre, io bambino e adolescente ho partecipato a tutte le feste e alle novene di prima e di dopo la festa: la Madonna delle Grazie - vengono da tutta la Barbagia, venivano in costume un tempo, e i signori del municipio offrivano 12 ceri alla Madonna, 12 quanti erano i rioni di Nuoro quando il paese fu salvato dalla peste...; e ancora il Salvatore, e Sant'Isidoro - Santu Sidore - e San Giuseppe...


Il prete nostro: don Efisio Spettu e i suoi cinquant'anni di messa

29 giugno 1963 - 29 giugno 2013. Cinquant'anni di ministero all'altare e fra le corsie d'ospedale, nei lunghi viaggi con i malati e nelle permanenze a Lourdes e nelle aule giovanili prima della Manno poi del Dettori, nella casa comunitaria di San Rocco e al rettorato del Seminario regionale, dopo che nelle équipe di consiglio o d'animazione tanto allo stesso Regionale quanto al diocesano. Storia di un prete di forte tempra: personalità marcata e singolare già dagli anni di studio, al Seminario minore di Cagliari in quell'inizio degli anni '50 (ancora di esordio, da noi, della pastorale di un monsignor Paolo Botto giovane ed efficientista) e poi in quel di Cuglieri, prefetto rispettato delle classi inferiori. Energico, favorito da un fisico prestante, importante, che ben si distingueva per abilità, rapidità e potenza anche nel campo di calcio. Giusto là dove, non meno che nelle aule e fra i libri, i ragazzi imparano a conoscere se stessi e gli altri fra... vizi e virtù: capacità d'iniziativa (chiamala pure offensiva) o di resistenza, ma anche lealtà nel rispetto delle persone e delle regole, mitezza nella vittoria, pace nella sconfitta, misurato oppure (in qualcuno) smisurato orgoglio, magari insuperato spirito di rivincita... Rapsodicamente agonista e imperatore nel gioco, sportivo sempre, da giovane e anche da meno giovane, capace di chiedere scusa per un possibile eccesso. Con la grazia supplementare - fuori dai momenti di competizione - di una interlocuzione sempre incisiva e anzi saliente (proprio in senso etimologico!), di una voce calda e rassicurante, che fa insieme da guida e da collante, in una compagine che è comunità con l'ambizione di farsi comunione... Voce anche musicale e intonatissima, che un accordo di chitarra basta a chiamare per la missione di incuorare tutti - e quanti sono stati... siamo stati noi molti, nel flusso di questo mezzo secolo trascorso, coloro che nelle camere di degenza dell'ospedale hanno avuto ed hanno bisogno anche di quei canti e di quelle parole, e così nei lunghi viaggi dell'UNITALSI e poi nelle liturgie alla grotta di Lourdes. Così anche in quella chiesa mignon, ma antica e cara, di San Rocco a Villanova: un angolo di campagna in piena città, per ricordare alla città capoluogo quella certa sua dimensione più familiare che ha resistito fino a qualche decennio fa e che l'ha fatta, nella modestia dei suoi spazi, quel che Alziator definì, con metafora indovinata e poetica, «l'anticamera del paradiso».

Don Efisio Spettu celebra il suo cinquantesimo di messa in una condizione di sofferenza, consolato a sua volta dalla buona coscienza del seminatore che non ha mai perso tempo: la coscienza anche di colui che non ha lasciato mai nessuno solo nella sua strada. Egli è entrato nella vita di un numero infinito di persone, nei suoi cinquant'anni di sacerdozio. Direttore spirituale di ragazzi e giovani magari ancora presi dalla morsa del cosiddetto discernimento, dalla necessità di guardarsi dentro per capire a cosa si è chiamati nella vita, secondo logica provvidenziale, o già inoltrati nei percorsi di responsabilità da riconoscersi. Orecchio attento e rispettoso, meditativo, dei travagli confidatigli, consigliere e protettore degli ammalati accompagnati negli attraversamenti difficili dell'esistenza, nel presente e nella prospettiva. Portatore di un marianesimo essenziale, non certo sostitutivo ma strumentale ai migliori viaggi dello spirito, quelli che guardano al mistero ma insieme impegnano alla responsabilità proletaria di una Vigna destinata ad essere condivisa. Un marianesimo, val bene ripeterlo, che nella ferialità come ce la racconta don Tonino Bello trova le sue coordinate, la sua spinta e direi anche le sue suggestioni apostoliche.

Davvero in molti potremmo dire. Per ora si partecipa tutti insieme non a disputarci il nostro Efisio, ma soltanto a dirgli che nei cinquant'anni del suo ministero egli è stato importante nella nostra vita, quella comunitaria e quella personale. Ognuno sa di sé, del rapporto confidenziale con lui, della parola - quella giusta, la più indovinata - ch'egli ha trovato per noi, dell'incontro fraterno che ci ha donato, dentro i nostri affanni, negli azzardi forse anzitempo e nelle rinunce anch'esse forse intempestive, nelle incertezze perduranti e nella confusione di scopi e modalità. Sempre positivo, capace di affacciare nuovi scenari in superamento di quelli infiacchiti, usurati dalle circostanze, magari anche dal nostro cattivo uso…



Fonte: Gianfranco Murtas
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