Antonella Soddu

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  Politica

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RIFORMA RIDUZIONE NUMERO PARLAMENTARI. “È UNA MISURA DI RAZIONALIZZAZIONE”.

Intervista al Professor Antonmichele de Tura Dottore di Ricerca in diritto costituzionale e diritto pubblico generale presso l’Università La Sapienza di Roma

Di Antonella Soddu  

Il tema della Riforma Costituzionale che riduce il numero dei Parlamentari è sicuramente al centro di un acceso dibattito tra esperti e cittadini comuni. Alcuni giorni fa con 553 voti a favore, 14 contrari e 2 astenuti, la Camera ha votato il quarto e ultimo passaggio per la riforma cavallo di battaglia del M5S e in passato – anche se strutturata diversamente – anche del PD e altri partiti. Un voto - in gergo politico – quasi a maggioranza bulgara. Oggi siamo davanti alla riduzione del numero dei Parlamentari che, comunque si pensi, per il M5s è un successo portato a casa ma, come ci siamo arrivati? Perché è diventato possibile arrivare a questa battaglia? Abbiamo chiesto ad un esperto – il Professor Antonmichele de Tura - Dottore di Ricerca in diritto costituzionale e diritto pubblico generale presso l’ università La Sapienza di Roma - di aiutarci a comprendere meglio questa riforma. A lui abbiamo chiesto se davvero questa riforma è giusta, quali sono i rischi per la democrazia Parlamentare e se è davvero una riforma dell’epoca.

<< Non direi né che è una riforma dell’epoca né che è un disastro. Diciamo che è una misura di “razionalizzazione” che personalmente mi vede d’accordo. Occorre un attimo ripercorrere la storia per capire come mai si è arrivati a questo numero perché in realtà, i numeri hanno la loro importanza e bisogna spiegarli perché altrimenti non si riesce a comprendere a pieno le motivazioni delle scelte che sono fatte. Intanto 630 Deputati e 315 Senatori, oltre i senatori a vita che son 5 e, i senatori di diritto - che son gli ex Presidenti della Repubblica - non erano previsti nel testo originario della Costituzione perché questo prevedeva un numero fluttuante di Deputati e Senatori poiché era legato in misura fissa rispetto alla popolazione. Per cui c’era per la Camera un Deputato ogni 80 mila abitanti e per il Senato un Senatore ogni 200 mila abitanti. Quindi, il numero era legato alla popolazione. Nel 1963 con una piccola “Riforma Costituzionale” con cui si equiparò la durata della Camera a quella del Senato – ricordiamo che prima per il Senato la durata in carica era di 6 anni - si stabilì un numero fisso. Questo numero fisso era tra le altre cose legato a un’epoca in cui mancavano i Consigli Regionali - ancora non erano istituiti – quindi diciamo che l’unica forma di rappresentanza di assemblea in Italia si aveva esclusivamente nelle Camere ed è il motivo per cui si è scelto quel numero. Un numero che non ha particolare valenza significativa in quanto, 630, 700 o 500 non cambia di molto per cui io non sarei cosi disperato nel vedere questa riduzione, che è una misura di razionalizzazione; cioè in fin dei conti un numero complessivo di 600 Parlamentari rispetto ai 915 - che poi sono 920 - non lo vedrei come a la distruzione della Democrazia Rappresentativa. Francamente mi sembra eccessivo.>>


Un altro punto fermo della riforma voluta dai 5S è il risparmio. Professore de Tura, lei sostiene che si tratta di una misura di “razionalizzazione”. Se sotto certi aspetti potrebbe anche esser condivisa, emergono alcune incongruenze. Per esempio, la riduzione del numero dei Parlamentari parrebbe dover produrre un risparmio pari a 10 mld in 10 anni, quindi poco 100 milioni l’anno. Se da una parte la definiamo “misura razionale”, come mai si parla di “misura per il risparmio”? E’ veramente questo il motivo considerato che la cifra che si andrebbe a risparmiare è irrisoria, o c’è qualcos’altro di più importante che la giustifichi?

<< No, io direi che il risparmio è proprio un aspetto assolutamente marginale aldilà delle cifre in libertà che girano in questi giorni. Se si fa un discorso di tipo istituzionale, quello del risparmio è molto relativo. E’ un risparmio di tipo simbolico. Non è questo il punto. Liberando la questione da tutte le implicazioni politiche che ha in senso stretto, la vedrei solo come una riforma di “igiene Costituzionale”. Francamente quasi mille Parlamentari sono un numero probabilmente troppo elevato. E’ ovvio però, che questa misura comporti una serie di misure anche qua collaterali di igiene Costituzionale per cui è chiaro che se 58 delegati Regionali per l’elezione del PdR erano un numero congruo con un Parlamento in seduta comune di 920 persone è chiaro che adesso son troppi e quindi andranno ridotti in parallelo alla riduzione dei Parlamentari. Purtroppo queste piccole misure che a mio avviso si sarebbero dovute prendere direttamente nel testo di questa piccola riforma, in realtà non sta lì dentro per cui mi auguro che siano inserite con i prossimi provvedimenti. Del resto questo è l’accordo politico fatto tra le forze di maggioranza di Governo per dare un piccolo seguito, ripeto, di aggiustamento istituzionale perché la riforma possa andare a pieno regime. >>


Immagino lei faccia riferimento ai contrappesi importanti, quindi alla necessità di ridisegnare elettorali e per non correre il rischio di pregiudicare tutto quello che è l’aspetto della rappresentanza. Quindi una legge elettorale che qualcuno preferisce proporzionale, altri il maggioritario. Qual è la differenza tra questi due sistemi e qual è l’importanza di ridisegnare i collegi elettorali per rendere più rappresentativa questa riforma? 

<< Le leggi elettorali secondo me sono tutte buone e tutte cattive. Nel senso che non esiste la legge elettorale perfetta. Trovo abbastanza singolare che le leggi elettorali siano modificate a ogni cambio legislatura con il retro – pensiero di renderla favorevole alle forze politiche che lo approvano – tra l’altro poi in realtà si verifica l’esatto contrario. Perché dico che le leggi elettorali sono tutte buone e tutte cattive? Perché il problema non è di come si eleggono le persone, è di chi si elegge. Perché se i candidati non sono all’altezza, possono esser eletti con il proporzionale, con il maggioritario, con il plebiscito o con chi sa quale altro sistema ma resterà sempre una classe politica che non è selezionata bene. Se la classe politica è ben selezionata, cioè se i candidati son ben selezionato, che siano eletti con uno o con l’altro sistema da questo punto di vista poco importa. Poi è chiaro che c’è un problema di rappresentatività. Ma è un problema ed è chiaro che il sistema proporzionale che garantisce una maggiore rappresentatività ha come contraltare il fatto che difficilmente si riescono a formare maggioranze di Governo stabili quindi, si ha meno governabilità. Il sistema maggioritario, soprattutto quello a collegio uninominale per cui ogni collegio elegge un candidato, è chiaro che si ha una maggiore governabilità ma ha una minore rappresentatività. Però, ripeto, non esiste né il maggioritario perfetto n e il proporzionale perfetto; ambedue i sistemi poi trovano sempre dei correttivi. Persino il sistema della Prima Repubblica è considerato un proporzionale puro, in realtà era un proporzionale corretto con il cosiddetto “metodo di Hondt”. . Per cui anche qua non è tutto o bianco o nero come a volte la politica fa pensare perché ambedue i sistemi poi trovano dei correttivi. Quindi, ripeto il problema non tanto quello del sistema ma è quello della “individuazione della classe dirigente.>>

A Molti noti e importanti Costituzionalisti - ne cito alcuni, Cassese, Ainis, etc. – in questi giorni nei dibattiti tv è posta la domanda “se nel 2016 gli Italiani al Referendum per la modifica al Titolo V della Costituzione voluto dal Governo Renzi, hanno detto No; come mai oggi chi ha proposto questa riforma allora fu contrario? Le rivolgo la stessa domanda. La differenza tra le due qual è?” -

<<La risposta è semplicissima; la riforma del Governo Renzi era una riforma che metteva un minestrone. Nel senso che c’erano dentro cose molto diverse tra loro per cui il corpo elettorale non è stato messo nelle condizioni di poter scegliere congrua perché - ricordo e me stesso e a tutti – in quella riforma c’era, ad esempio, l’abolizione del CNEL e il Senato Regionale; cose molto diverse per cui si poteva esser d’accordo su una e non per un’altra. Io credo che se si votasse per la riduzione dei Parlamentari ci sarebbe una maggioranza a favore del Si tant’è vero che proprio un sondaggio di pochi giorni fa dava addirittura l’ 80% di Sì alla riduzione. Il discorso della riforma del 2016 è un discorso che non è omogeneo alla riforma di adesso. Anzi, da questo punto di vista do atto che si è scelta la strada costituzionalmente più corretta per due motivi; primo perché la proposta di legge non era di iniziativa governativa - a differenza di quella del Governo Renzi – ma di iniziativa Parlamentare come vuole la correttezza costituzionale. Secondo perché, era specifico di un particolare punto per cui qualora si andasse a referendum corpo elettorale saprebbe esattamente per cosa votare; cosa che non è capitato nella riforma del 2016.>> -

Quello approvato è il quarto passaggio definitivo, qual è il passaggio successivo? Il referendum? 

<<No. Non è detto. Si procede a Referendum se lo chiedono un quinto dei membri di una camera o 500 mila elettori e/o cinque consigli regionali. Per cui non è assolutamente detto che si debba procedere a Referendum.>> 




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