Gianfranco Murtas

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Rileggendo “Sud Est” novant’anni dopo. Un accurato studio di Angelo Abis e Giuseppe Serra in un libro antologico alla ricerca dei nessi tematici ed ispirativi, fra sardismo e fascismo

di Gianfranco Murtas


Il libro che mi sono ripromesso di commentare (quasi quasi andando… per la tangente, non recensire secondo i canoni codificati), molto apprezzandone l’uscita, porta il titolo di Sud Est (rivista culturale del GUF di Cagliari) tra sardismo e fascismo, e la firma abbinata, come autori di un’ampia ed articolata introduzione nonché curatori di una corposa antologia, di Angelo Abis e Giuseppe Serra. Si tratta, per il grosso, di una importante raccolta di contributi contenuti nelle nove annate della pubblicazione, andate dalla fine del 1934 al tragico 1943: una settantina firmati e altri 15 attribuiti alla direzione (che fu inizialmente di Francesco Alziator) o alla redazione la quale, ospitata alla… mensa GUF cagliaritana, in un locale di via Collegio, ad un passo dalla parrocchiale di Sant’Eulalia e anche dal liceo-ginnasio Dettori, e d’estate al… D’Aquila, al Poetto cioè, fu piuttosto mobile in quanto a composizione. Ad Alziator fece seguito, nell’incarico direzionale, Lino Businco e successivamente (dal 1937) questi ma in tandem con Paolo Loy. Di fianco ad essi un nucleo forte e resistente che ebbe anche gambe romane in logica di interGUF (Nino Pagni e Berlindo Giannetti – uno dei tanti aderenti al Manifesto della razza del 1938 e quarant’anni dopo fatto commendatore della Repubblica – in aggiunta a Businco ed Angelo De Martini, Sebastiano Concas e Luigi Castaldi, Antonio Cabitza ed Eraldo Sias ed anche Giovanni Pitzalis, per quattro legislature dal 1953 al 1972 deputato democristiano a Montecitorio: della sua corrispondenza giovanile - fra fine anni '20 e metà anni '30, tempi cioé di colonizzazione africana - con Ovidio Addis ho dato conto nel mio recente Ovidio Addis, "Usciamo dalla solitudine. La Leggenda è finita").

Ottimamente prefata dal giornalista e storico Massimo Magliaro, già manager della RAI e perfetto conoscitore delle cose della destra italiana fra passato e presente, il volume edito dalla Nova Historica reca in copertina il ben noto logo sardo-fascista dei quattro mori (in campo bianco) accompagnati, nella sovrapposizione grafica alla rossa croce di San Giorgio, dal fascio littorio: così come esso fu stilizzato nel 1924 dal noto artista – pittore e xilografo – macomerese Melkiorre Melis. (E sarebbe estremamente interessante approfondire un giorno i termini reali, con quali premesse e quali sviluppi, della adesione dell’artista al regime di dittatura se è vero che egli, negli anni ’45-46, si fece merito di antifascismo di radice sardista: addirittura di aver montato la guardia armata a Palazzo Giustiniani, nella capitale, per difendere l’Obbedienza massonica, alla quale aveva giurato fedeltà in quegli anni stessi, dagli assalti squadristi che colpivano, devastandone e bruciandone le dotazioni, templi rituali e biblioteche della Libera Muratoria pressoché in tutt’Italia).


Nato con testata Sud, il periodico assunse successivamente la definitiva titolazione Sud Est conformandosi alle linee geopolitiche della immaginata espansione imperiale del fascismo: «Sud ed Oriente sono i punti ordinali che devono suscitare l’interesse e la volontà degli italiani», parola di Duce nel 1934. Parola di Duce alla famosa seconda assemblea quinquennale del fascismo svoltasi nella capitale, al teatro reale dell’Opera, nel marzo di quell’anno e di cui esiste il documento (titolo Il discorso del Duce) pubblicato da edizioni che non a caso si chiamano Gioventù Fascista. Ricorderò le primissime battute di quel discorso, evidentemente meritevoli di speciali e meste mestissime riflessioni: «Camerati! Questa di oggi è la seconda assemblea quinquennale del Regime. La terza la terremo nel 1939, non qui, ma davanti alla Casa Littoria, la quarta nel 1944, la quinta nel 1949 e così di seguito, prescindendo ormai dal fatto della consultazione elettorale, episodio che appartiene al passato».

Sud Est dunque, e Sud Est, per intendere Africa e Medio Oriente («oriente mediato e immediato» dice Mussolini), terre di antica colonizzazione italiana, fra Eritrea e Somalia ed Etiopia e territori dell’oriente mediterraneo a presenza araba ed islamica, essendo questo un motivo di interesse del regime, spingendo in Libia (Tripolitania e Cirenaica): prima per ipotizzare, con ambizioni di “protezione”, una interlocuzione culturale ed economica con popolazioni d’altra civiltà da parte del fascismo e tanto da equilibrare le influenze “demoplutocratiche” britanniche e francesi, poi con fatti di guerra e colonizzazione.

Fasciomori alla ribalta

Naturalmente il periodico del GUF cagliaritano va contestualizzato all’interno delle dinamiche del regime di dittatura e delle sue caratteristiche sarde. Molto giustamente i curatori valorizzano la natura sardofascista, o fasciomora perché, com’è noto, la svolta, secondata dal prefetto Gandolfo, prefetto combattente e pronto esecutore degli ordini di Mussolini, portò all’indomani della scissione del PSd’A alla confluenza nel PNF con diretta assunzione di ruoli di dirigenza nelle federazioni provinciali e negli organismi cittadini, economici, sindacali ecc. (scissione e confluenza che avrei più d’un dubbio a considerare di «gran parte» come scrivono Abis e Serra, se gran parte vuol dire “parte maggioritaria” dei Quattro Mori, benché sia poi vero che il trasloco, nel nome del combattentismo e dell’antibolscevismo ed allettato dalla promessa di imponenti investimenti in opere pubbliche, fu massivo e prese città e paesi, il Sassarese come il Cagliaritano ed il Nuorese… e quanto più l’Oristanese! Nel tempo – quel tempo così dilatato che fu la misura di una generazione – il fenomeno dell’“allineamento” alle regole e al costume “nazionale” del regime fu poi inevitabile nutrimento, quasi processo biologico, di molti ex militanti autonomisti e del versante borghese professionale e di quello rurale, di quello già liberista-salveminiano come di quello di radice sindacalista lussiana: si perse o si attenuò di molto la connotazione regionale, il che fu bene e fu male).

E’ anche noto come le elezioni parlamentari del 1924, tenutesi secondo la disciplina Acerbo di un maggioritario esagerato (2/3 dei seggi a chi avesse superato il quorum del 25 per cento), dettero in Sardegna un risultato più che ragguardevole per la lista o il listone fascista o dillo “nazionale”: votò allora il 54 per cento degli aventi diritto e dei suffragi espressi si considerarono validi poco più del 21 per cento. I nazional-fascisti raccolsero (di tale quota) qualcosa come il 61 per cento eleggendo 8 deputati su 12, e in maggioranza essi erano targati fasciomori (nella rappresentanza entrarono anche il gen. Carlo Sanna, il nazionalista Antonello Caprino e il già radicale Pietro Lissia). In testa a tutti – per anticipata dimensione della sua influenza – Paolo Pili che del Partito Sardo d’Azione (allora perfino in chiave dichiaratamente antifascista) era stato addirittura il direttore (cioè segretario politico) regionale e che, fatto deputato del PNF, del Partito Fascista fu anche, tutto insieme, federale della provincia Cagliari (e Oristano) e commissario della Camera di Commercio. Di tanto fu riconosciuto, almeno apparentemente, il dominus assoluto e per qualche tempo divenne anche direttore de L’Unione Sarda: accadde quando, dopo la morte di Ferruccio Sorcinelli – l’editore che veniva dal mondo delle banche (d’Italia e SBS) e delle miniere (Bacu Abis) e aveva tentato la strada dell’ “autodifesa”, della difesa dei suoi interessi economico-patrimoniali “pescecaneschi” cioè, servendosi inizialmente della politica radicale per poi abbracciare il fascismo duro e puro di segno squadrista – il quotidiano di Terrapieno si saldò a Il Giornale di Sardegna, fino ad allora organo dei fasciomori, largamente sponsorizzato da banche e industrie di primaria importanza non soltanto regionale, Comit inclusa.

Questo per dire del successo della formula del sardofascismo che nel tempo, e sempre dentro le logiche di una dittatura, ebbe maturazioni di vario ordine ed anche svolte repentine, già ad esempio con l’improvvisa e imprevista emarginazione di Pili ed i rilanciati rapporti della politica con taluni potentati industriali di livello nazionale (da taluno definito coloniale e comunque monopolistico) ed il sacrificio dei concorrenti interessi locali: si pensi al sistema cooperativo, fra latterie, cantine ed oleifici, ecc.

La letteratura sul sardofascismo è ormai, se non abbondante, certamente sostanziosa e direi anche di qualità. Il fenomeno politico nella sua complessità ed originalità è entrato in molte relazioni e comunicazioni di convegni di studio, in volumi di storia, in tesi compilative e in antologie. Mi piace ricordare sempre il nome del caro amico professor Lorenzo Del Piano come apripista (anche sentimentale lui classe 1922!) almeno nel polo universitario cagliaritano, e con lui naturalmente Francesco Atzeni suo degno successore sulla cattedra di storia contemporanea in facoltà di Lettere – si pensi al loro Intellettuali e politicitra sardismo e fascismo, Cagliari CUEC, 1993. Speculare e certamente di non minore rilievo è stata la fatica ricercatrice del professor Luigi Nieddu, a Sassari, coraggioso studioso che non ha mai temuto di andare controcorrente, pur se – lui come, più modestamente, il sottoscritto – di ferma e solida coscienza e intelligenza democratica e (lui) socialista: non soltanto, a ben citarlo, per il suo Origini del fascismo in Sardegna, Cagliari Fossataro, 1964, ma direi soprattutto per il successivo Dal combattentismo al fascismo in Sardegna (con presentazione di Franco Catalano), Milano Vangelista, 1979, felice uscita che mi offerse l’occasione, quaranta e più anni fa, per un diretto e fruttuoso scambio di corrispondenza con l’autore. Naturalmente non potrebbe mancare da questa appena abbozzata nota bibliografica il nome del professor Leopoldo Ortu, che tante risorse ha dedicato tanto più alla figura di Paolo Pili, sul conto del quale è appena uscito, per i tipi della sassarese Edes, un bellissimo studio curato da Mario Cubeddu dal titolo Memorie di un sardofascista: raccolta piuttosto organica degli scritti autobiografici del leader seneghese del quale si ricorda, per il bene e anche per il male (dal mio punto di vista, intendo, per le molte semplificazioni, omissioni e deboli giustificazioni di tesi, peraltro così come nel più recente e noto memoriale di Enrico Endrich Cinquant’anni dopo, Cagliari Valdès, 1977 in ristampa dalle Grafiche del Parteolla, 2010), Grande cronaca minima storia. Molto dobbiamo anche a Salvatore Sechi – il Sechi di Dopoguerra e fascismo in Sardegna: il movimento autonomistico nella crisi dello Stato liberale (1918-1926), Fondazione Luigi Einaudi, 1969 –, a Luisa Maria Plaisant, a Luciano Marrocu, a Francesco Manconi e Guido Melis – e tutti riassumo nel collettaneo La Sardegna nel regime fascista, Cagliari CUEC, 2000 –, ai relatori al convegno promosso da Fondazione Sardinia nel novembre 1993 all’insegna di “Il Sardo-Fascismo fra politica, cultura, economia” e cui partecipò anche, con una bellissima comunicazione sull’associazione segreta “Il Nuraghe”, l’indimenticata Simonetta Giacobbe, i cui atti furono poi pubblicati dalla stessa Fondazione con il medesimo titolo e nel medesimo anno, appunto Il Sardo-Fascismo fra politica, cultura, economia.

Molto, come ho già accennato, giunse alla causa sardo-fascista dal mondo della cultura, fra accademia e pubblicistica. Maria Dolores Picciau ha repertoriato (così in Studi Tuveriani, n. 1/1999) le molte annate della rivista Mediterranea – promossa dall’Ente di cultura e di Educazione della Sardegna (governato dall’on. Putzolu, compaesano e correligionario ma, si disse, “crudele” avversario personale di Pili) – cui hanno portato la loro attenzione i già menzionati Del Piano ed Atzeni (quest’ultimo anche con una precisa zoomata consegnata alle pagine di Mediterranea 1927-1935. Politica e cultura in una rivista fascista, Cagliari AMD, 2005), mentre varie altre testate periodiche di studio sono riconducibili, pur se ciascuna con una sua autonomia, al filone, da La Regione a Battaglia – Battaglia puntuta e forse “arrabbiata” (anche contro la Massoneria locale, senza spiegare perché, o forse direttamente per insanabili interni contrasti di loggia) – a, direi anche, e sia pure con… qualche azzardo (dato la sua dichiarata e necessitata apoliticità), Il Nuraghe, produzione di quel grande intellettuale di anima incorruttibilmente sardista che fu l’oristanese Raimondo Carta Raspi. Della Picciau, e ancora riconducibile alla materia, è altresì Tra sardismo e fascismo: arte e identità nelle riviste sarde del novecento, ed anche lì, con tutte le specificità del caso, è possibile cogliere alcuni dei frutti più interessanti della cultura isolana di larga parte del primo cinquantennio del secolo scorso e tanto più di quel ventennio imprigionato dalla dittatura.

Ma davvero non era mia intenzione dilungarmi su questi aspetti bibliografici, peraltro qui richiamati ampiamente incompleti e, nonostante le molte righe, quasi a volo d’uccello. Mi interessava partire da qui per arrivare a Sud Est in quanto rivista del GUF cagliaritano ed all’opera antologica di Abis e Serra che in molti, ormai, abbiamo fra le mani ed è stata presentata in apposito convegno alla MEM di recente. Perché di quella rivista gli autori/curatori del nuovo studio individuano la radice ideale proprio nel sardofascismo pur se esso, negli inoltrati anni ’30, appariva – come ho scritto – già ampiamente setacciato, “purificato” e quasi omologato agli indirizzi e alle forme del regime fattosi, nel riconoscibile quadro dell’ampio consenso popolare, nazionale e anche nazionalista, da cui imperialista (oltreché colonialista) e sempre paganamente guerrafondaio. E qui mi pare di dovermi in parte dissociare dalla lettura che del ventennio nell’Isola danno, ancora tutto in chiave sardofascista, i due autori/curatori (che di tanto portano prova evocando il catalogo della editrice di Sud Est modernamente finanziata dalla pubblicità ed il convegno universitario dell'ottobre 1937; né posso trascurare il giudizio espresso in proposito, e convergente con quello di Abis e Serra, da Gianfranco Contu nella postfazione a Tra Sardismo e Fascismo della Picciau).

L’esplicitazione di questa riserva mi offre lo spunto per un’altra notazione che va ancora… a monte del libro all’attenzione. Ma per ancora più evidenziare il consenso al lavoro di ricerca e di scrittura dei due autori: la destra politica nazionale – ma a me interessa qui quella regionale specialmente – non ha avuto per lungo tempo ricercatori e autori che osassero portare in pubblico il frutto del loro studio, fra qualunquismo e Movimento Sociale Italiano: in controtendenza meritoria Abis e Serra che molto hanno prodotto e molto hanno arricchito le biblioteche domestiche più avide di ospitalità, e la mia fra loro. Abis in particolare – per fatto generazionale e per esperienza vissuta – ha potuto anche raccogliere dai testimoni e dai reduci carte e memorie della storia sarda in Salò e con i libri sono venuti anche, tanto più con l’Almanacco di Cagliari diretto da Vittorio Scano, lunghi resoconti e racconti giornalistici di forte presa per la novità del portato. Merito indiscusso e merito da ammirare per il fatto in sé.

Ho scritto in altra occasione, e non mi ripeto, che io stesso ho potuto attingere – ma in misura non certo comparabile con quella d’ordine invece abilmente sistematico che è stata propria di Angelo Abis – testimonianze e storie di ex combattenti allora ventenni o poco più, i quali vivendo poi in democrazia seppero fare la differenza, agevolmente inserendosi nelle dinamiche aperte della Repubblica. Né questa fu vendicativa con i suoi tribunali d’epurazione. Gli stessi pastonisti de L’Unione Sarda degli anni del regime – si pensi a Vitale Cao – scrissero ogni giorno di politica, di parlamento e governo, ancora fino alla morte (per lui nel 1958), e funzionari anch’essi di organica militanza fascista per due decenni ebbero – come capitò a Luigi (Gino) Anchisi divenuto dirigente apicale della Coldiretti – incarichi pubblici perfino a livello europeo per delega governativa ancora negli anni ’60 inoltrati e spazi in prima pagina sul quotidiano di Cagliari. Quel quotidiano diretto da Fabio Maria Crivelli, che pure a Salò aveva detto no – lui allora giovane ventiduenne –, per questo subendo il tormento di ben dodici campi di prigionia fra Polonia e Germania. E si pensi – per l’estrema profilatura del personaggio – addirittura a Lino Businco il “razzista”, così opposto in tutto e per tutto al congiunto professor Armando il mazziniano azionista, premiato da accademie e fatto, anche lui negli anni della Repubblica, presidente dell’associazione nazionale di divulgazione scientifica, nonché – così ho letto – autore premiato ad un festival della Pro Civitate Christiana di Assisi…



Una rivista di juniores e seniores

Io posseggo, in quanto ad originali, soltanto il primo numero di Sud, in cui - senza dire di Alziator che partecipò a quella prima fatica con i redazionali non firmati né siglati (dalla presentazione del numero d’esordio ad alcune note sulla “Settimana di 40 ore”, o sulla “bussola politica”) – compaiono articoli appunto di Lino Businco, e anche di Paolo Ballero Pes, Raffaello Delogu, Nino Fara, Marcello Serra, Vittorio Stagno, Antonio Taramelli, Francesco Zedda. Circostanza, questa, che induce ad una prima rapida puntualizzazione: che, cioè, la rivista che pur era voce del GUF – della Gioventù Universitaria Fascista cioè – s’apriva a collaborazioni che la cultura sarda, e in specie cagliaritana, del momento poteva offrire in campi i più diversi, dalla letteratura alla storia ed archeologia, dalla sociologia alla musica ed al teatro, ecc. Diverse di quelle firme – e delle altre che sarebbero apparse nel tempo – erano di intellettuali già fuori, in quel 1934 dell’esordio, dai ranghi universitari: così Businco e così Delogu, così tanti altri…

E così, ripeto, fu per diversi fra i molti richiamati nell’antologia di Abis e Serra: già laureati e/o in ranghi paralleli all’accademia erano allora Paolo Loy (segretario del GUF e vice del podestà poi federale Enrico Endrich) e Salvatore Deledda, Nicola Valle e Andrea Borghesan, Giuseppe Susini – che lavorava in banca (prima Comit poi BancoNapoli) e associava la critica letteraria alle analisi di bilancio e alle pratiche di fido –, i prolifici Francesco Zedda e Nicolò Fara Puggioni, idem lo stesso Francesco Alziator (laureatosi nel 1932 con la tesi Momenti della drammatica sacra in Sardegna) e quanti altri con lui parteciparono con collaborazioni sempre rinnovate, da Ennio Porrino a Salvatore Cambosu e Virgilio Atzeni, da Sebastiano Dessanay (classe 1903) a Luigi Rachel (quale? quello classe 1905 o quello biografato del 1879? dubbio legittimo) ad Antonio Taramelli (il grande archeologo udinese che al tempo godeva già del laticlavio regio in quel di Palazzo Madama)…

All’esordio di Sud – era il novembre di quel 1934, anno XII dell’Era Fascista – la maggior parte dei collaboratori aveva già la sua età e il suo posto sicuro chi nell’amministrazione pubblica chi nei ruoli docenti della scuola: Businco e Borghesan erano 26enni e d’un anno più grandi Fara Puggioni e Francesco Zedda, Giuseppe Susini era 28enne, Nicola Valle e Salvatore Deledda erano 30enni, e più maturi ancora e anche… anziani gli altri già citati come Atzeni, Cambosu, Rachel… E poiché la rivista protrasse le sue uscite per nove anni e le collaborazioni continuarono nel tempo, potrebbe concludersene che nel parterre degli articolisti via via propostisi al pubblico dei lettori per una buona metà (includendovi anche il rettore Giuseppe Brotzu) erano compresi uomini di… standing sociale già definito ed anche ammirato od osannato. Il che, ovviamente, non diminuisce, ma semmai soltanto meglio precisa e specifica nel quantum, la derivazione o il tratto prettamente giovanile/studentesco della pubblicazione.

La testimonianza di Antonio Romagnino

Di cosa abbia rappresentato Sud e poi Sud Est nella cultura sarda e cagliaritana, giovanile in necessaria prevalenza, ebbi modo di dire qualcosa nella relazione per il centenario della nascita di Francesco Alziator, nel 2009 cioè, e, prima ancora, di discorrerne con Antonio Romagnino che quella stessa esperienza condivise, lui sì ancora da universitario e ancora dopo.

Lettura dei saggi a parte, mi impegnai direttamente, un quarto di secolo fa, in una ricerca, ordinata e finalizzata, sulle collezioni fruibili in specie nella Biblioteca Universitaria, in quella di Studi Sardi (laterale alla Comunale) ed in quella della Camera di Commercio. Sapevo che pezzi della serie erano presenti anche nei depositi della Nazionale di Firenze nonché, a Cagliari, presso la Facoltà Teologica della Sardegna. E classificai allora – collazionando e provandomi a ricostruire idealmente la serie nella sua integrità – quanto m’era dato di trovare anche per rintracciare i percorsi formativi di tanti amici miei che, nella loro giovinezza, di Sud Est erano stati generosi collaboratori, da Immacolata (Zella) Corona – divenuta molti anni dopo perfino assessore alla Cultura psiuppina del Comune di Ferrara – a Luciano Rodriguez, nella maturità dirigente dell’INAM e a lungo importante dignitario regionale del Grande Oriente d’Italia, a numerosi altri. E nel novero, appunto, Alziator e Romagnino, due miei riferimenti nobili.

Ricordò quella sua trascorsa esperienza, Alziator, in una lettera a Remo Branca e da questi pubblicata su Frontiera n. 112-113 del 1977, all’indomani della morte del suo corrispondente: era la testimonianza che gli rendeva l’amico direttore e destinatario che l’avrebbe voluto suo assiduo collaboratore: «La mia non era una carichetta da quattro soldi, come quella che mi attribuisce [l’amico Federale], ma qualcosa di molto più importante: Addetto alla Cultura del GUF, quindi una sorta di condizionatore di cervelli! Il più grave è che, allora, ci credevo ciecamente; ti confesserò, anzi, che ero tra i più entusiasti. Un richiamo alle armi durato dal 1939 al 1945, la casa distrutta dalle bombe, mio padre scomparso senza che io potessi rivederlo, due cugini morti in guerra e molte altre vicissitudini mi hanno fatto cambiare molte convinzioni». Era divenuto elettore socialista, Alziator, nel secondo dopoguerra.

Nei loro capitoli introduttivi, con efficace lucidità, evocando figure di valore come Renzo Laconi – classe 1916 –, Sebastiano Dessanay, Luigi Pirastu – classe 1913 –, Umberto Cardia – classe 1921 –, uomini formatisi dunque negli anni della dittatura, Abis e Serra sottolineano questo genere di passaggi esito di riflessioni profonde, non scambiabili mai per rovesciamenti opportunistici e addirittura sfacciate manifestazioni da voltagabbana, dalle giovanili fedeltà fasciste ai maturi impegni democratici anche nella rappresentanza parlamentare. Segnati dall’esperienza gufina sarda e cagliaritana – come anche si evidenzierà soprattutto «per idee, programmi, aspettative e persino per lo stile oratorio» in loro così diversi dai portati della «componente comunista [proveniente] dall’antifascismo» – essi, e tanti altri con loro, svilupperanno le proprie attività pubbliche recando quel che in gioventù fu – per dirla con Luca La Rovere (l’autore di Storia dei Guf. Organizzazione, politica e miti della gioventù universitaria fascista, 1919-1943)– un’istanza di «più fascismo, più fede, più aderenza ideologica, per portare avanti con mano ferma una rivoluzione che si vuole soprattutto sociale, popolare, antiborghese, anticonservatrice e anticapitalistica». Conclusione dunque: «Sono soprattutto questi gli elementi che porteranno, a fascismo caduto, molti giovani gufini a rilanciarsi nello schieramento progressista sia di matrice marxista che cattolica». E qui meriterebbe ricordare cosa siano stati il comunismo classista e certa sinistra cattolica e comunitarista, magari dossettiana (e fanfaniana), nel secondo dopoguerra…


Circa Antonio Romagnino – uno dei miei maestri civili più cari e indimenticati (approdato, dopo la lunga esperienza della prigionia americana e la scoperta di Toqueville, dal fascismo al liberalismo critico) – vorrei ricordare quanto mi appassionai, per fare a lui dono degli esiti, al censimento dei suoi interventi in Sud Est. Trovai allora – mi riferisco ancora a due decenni fa, e oltre ancora – articoli da lui firmati come “I Littoriali della Cultura e dell’Arte” (a. 2 n. 7, marzo-aprile 1936 XIV), “Il Guf” (a. 2 n. 8, maggio-giugno 1935 XIV), “Grazia Deledda” (a. 2 n. 9, luglio-agosto 1936 XIV), “Stampa e cinematografo” (a. 2 n. 10, luglio-agosto 1936 XIV), “Luigi Pirandello nella vita e nell’arte” (a. 2 n. 11-12, novembre-dicembre 1936 XV), “Il cinema e i giovani” (a. 3 n. 13, gennaio-febbraio 1937 XV), “Visita a Cinecittà” e “Scherzi e fughe musicali”(a. 3 n. 16, 1937 XV), editoriale e “Quattordici ragazze da Berlino” (a. 6 n. 23, marzo 1940 XVIII: scritto da Iglesias, dove il professore aveva iniziato ad insegnare prima di partire per la guerra), editoriale e “Islam contro Inghilterra” (a. 6 n. 24, settembre 1940 XVIII) con continuazione nel numero successivo… Di tanto ritrovamento ho dato conto in un articolo uscito alcuni anni fa, precisamente il 22 novembre 2017, su Fondazione Sardinia: “Antonio Romagnino, l’impronta di un ventenne in una rivista del GUF cagliaritano”.

Accolta la relazione del magnifico rettore Giuseppe Brotzu nel numero del marzo 1938, accolto poco dopo il famoso e vergognoso “Manifesto” (titolo redazionale “Razzismo italiano”), Sud Est – in quegli anni con Mario Zirano direttore e appunto Romagnino redattore capo – accolse pure, naturalmente, il notiziario corrente dell’ateneo cagliaritano e anche qualche illuminante tabella statistica, come quella, ad esempio, degli iscritti all’anno accademico 1937-38 (facoltà e corsi di laurea): 163 e 32 rispettivamente a Giurisprudenza ed a Scienze politiche, 156 e 17 rispettivamente a Lettere ed a Filosofia, 178 a Medicina, 25 a Matematica e 24 a Fisica, 5 a Scienze naturali e 16 a Chimica nella megafacoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali, 38 al biennio di Ingegneria, 18 a Farmacia…

Direi questo: che se prezioso è stato ed è il lavoro antologico di Abis e Serra, particolarmente gustosa – e adopero l’aggettivo nel senso più pieno che l’intelligenza di ciascuno può scorgere in esso – sarebbe la ristampa anastatica dell’intera collezione, previa l’operazione necessaria e già accennata della collazione e integrazione fra i diversi depositi oggi censiti. Ne verrebbe fuori un pezzo importantissimo, di massima significatività della storia sociale e culturale della Sardegna e del suo capoluogo nel lungo periodo della dittatura, fra guerra e guerra, e si potrebbero anche meglio definire i profili formativi di gran parte dei ceti dirigenti, nella politica come nelle professioni o nell’accademia, del secondo dopoguerra.

In tale quadro, perché per certi aspetti convergono i giudizi di Abis e Serra con quelli del professor Romagnino, mi fa piacere qui riproporre lo stralcio di quella certa lunga conversazione che ebbi con lui e potei inserire in un mio vecchio libro (uscito nel 1999): La città chantant, monarchica clericale e socialista. Diario cagliaritano del 1909. Il professore naturalmente, contestualizzando, ambientando nel luogo e nel tempo, allargò il discorso, incalzato dalle domande, e la sua testimonianza fu cosa insieme del documento e dell’impressione. Ecco quel nostro scambio destinato al capitolo “Il Dettori della memoria e… molto altro”.

L’intervista, anno 1999

C'erano, in quegli anni della sua vita di giovane ormai ventenne, o poco più poco meno, delle esperienze culturali di un certo rilievo compiute fuori della scuola?

«Sì, almeno due. Queste si chiamavano essenzialmente Sud-Est e, ma un po' meno, Ariel. La prima è una rivista che sul declinare degli anni '30 – diciamo 1935-36, quando io sono matricola – fu pubblicata dal gruppo universitario fascista. Il titolo è un po' strano e viene dall'aver l'ideatore tenuto presente, e citato anche, mi pare, un discorso di Mussolini, il quale aveva indicato nel mezzogiorno e nell'est le grandi linee di sviluppo dell'Italia imperialista, quindi la rivista era fascista – non avrebbe potuto non esserlo –, non lo nascondeva e si ricollegava alla politica più discussa e negativa di Mussolini che era l'imperialismo. Allora c'era la guerra d'Africa, la guerra d'Etiopia. Poi ci sarebbe stata la guerra di Spagna, e Mussolini mirava anche all'oriente o al medio oriente. La rivista era stata ideata, e se non ideata comunque diretta, per lunghi anni, da Lino Businco. Ed ha cessato di uscire alla vigilia della seconda guerra mondiale, quando Businco se l'è portata a Roma.

«Ad esprimere un giudizio inoppugnabile ed austero su Sud-Est c'è Sotgiu, Girolamo Sotgiu che ha scritto che tutti quelli che hanno fatto cultura, che sono stati in diversa misura forti intellettuali post-bellici, sono stati prima collaboratori di Sud-Est, ad iniziare da Renzo Laconi, oppure dal suo compagno che era Gino Forresu, professore di diritto costituzionale… ma tanti altri, come Massacci che era un altro compagno di Renzo Laconi, socialisti e comunisti negli anni della guerra e dopo, o che erano rimasti fascisti, come Businco stesso, o diventati liberali, facendo insomma esperienze che li avevano staccati più o meno rapidamente dal fascismo».

La domanda che viene spontanea, spero non indiscreta, è la seguente: che cosa ha prodotto quella esperienza?

«Io credo un esercizio. Per molti è stata l'occasione offerta a cimentarsi nella scrittura, a provare quella specie di gioia, di gioco gioioso che è lo scrivere ed il firmare, di gratificazione in se stessa che è il comporre. La collaborazione era gratuita, naturalmente, la rivista avrà raggiunto forse appena mille persone - ignoro quale ne fosse la tiratura – ma essenzialmente di positivo c'è stata questa possibilità di fare esercizio, che è stato utile soprattutto per quelli che hanno continuato ed hanno fatto esperienze più continue e più rigorose. Io non la cancellerei, questa esperienza giovanile, tutt'altro: prima di tutto perché c'è stata, ma poi perché c'è stata anche per la vita degli altri che pur non vi si sono poi più riconosciuti idealmente, o ideologicamente, insomma che hanno superato quel momento.

«Invece l'altra rivista, Ariel, è legata al movimento futurista. Ha gli stessi collaboratori, o quasi, di Sud-Est. C'era o c'era stata, nei collaboratori, una specie di repulsione per il novismo in genere e quel passaggio al futurismo ritardato era un po' un paradosso. In Sardegna c'era una linea tradizionalista, che può identificarsi in Marcello Serra e in Cino Zedda, e di contro ad essa si colloca quel futurismo ritardato, proprio di Gaetano Pattarozzi. Questi avrebbe conosciuto Filippo Maria Tommaso Marinetti a Venezia o, forse, l'anno dopo a Napoli, e comunque i littoriali di Venezia e di Napoli, temporalmente contigui, 1936-37, sono l'occasione dell'incontro. Certo è che Marinetti si trovò di nuovo ad avere una certa notorietà in questa marca di frontiera che era la Sardegna. Perché Marinetti— come anche lui racconta nei suoi Taccuini 1915-1921, che sono stati pubblicati dal Mulino nel 1987 a cura di Alberto Bertoni - con la Sardegna aveva avuto un rapporto molti anni prima, all'inizio del fascismo. Ricordava la sua venuta a Monserrato. Qui aveva abbracciato il "bolscevico medagliato" Emilio Lussu, e si abbracciano perché, anche se l'uno è già fascista e l'altro è antifascista, la guerra combattuta li univa. Il combattentismo è questa amalgama, e sono bellissime parti, quelle dei Taccuini, perché li c'è la poetica di Marinetti: il futurismo è erotismo, a Monserrato le donne abbracciano Marinetti, poi con qualcuna di queste egli viaggia da Cagliari a Sassari e la velocità della macchina è prefigurazione dell'amore, desiderato o consumato non ha importanza.

«Ecco, il futurismo del 1921, che è il più immediato, è ben diverso dall'altro del Pattarozzi degli anni '30 inoltrati. Intanto perché questa stagione ritardata del futurismo è rumorosa, fa clamore e prevalentemente nella città, dove si tengono riunioni e letture pubbliche e specie della Mula di Maccallé, che era il pezzo forte delle recite marinettiane. Ne scoppiavano polemiche, si ricordano i furiosi battibecchi che in teatro nascevano tra conservatori tradizionalisti e futuristi, con le accuse spesso irriducibili da parte dei tradizionalisti, che vedevano nel futurismo quello che era in sostanza, qualche cosa cioè di non sempre severo».


Quelli erano i termini del confronto culturale negli anni del consenso. Mi domando, sotto il profilo della sensibilità civica od amministrativa, se l'istituzione locale, il Comune cioè, abbia costituito in qualche modo anch'esso un valore di riferimento per la società cagliaritana di allora, e magari un'occasione di partecipazione per voi giovani. Quale è la sua opinione?

«La presenza del municipio nella vita cittadina, anche di noi giovani studenti liceali od universitari, era notevole. Il regime sceglieva il podestà in una fascia che aveva un forte legame con la tradizione. I podestà erano di famiglie borghesi che avevano un consenso nella città. Il podestà apparteneva a su connottu cagliaritano - meno forse Tredici, ma certamente Endrich e ancor di più Prunas, che apparteneva a quel Castello borghese-aristocratico di un certo tempo - e quindi questo rendeva autorevole, implicitamente, il potere. Erano uomini, soprattutto Endrich e Prunas - Tredici non ho fatto in tempo a conoscerlo, allora ero proprio bambino –, di una certa visibilità positiva, erano i capi di certi ambienti, persone garbate, e lì può esserci stata l'origine dell'accettazione da parte dei più. Poi si sono anche, forse, guadagnati qualche merito, perché la notorietà di Enrico Endrich, negli anni postbellici, è nata di lì. Endrich è un ex fascista che già alle seconde elezioni politiche in regime repubblicano viene eletto al Senato con facilità. Aveva in piazza un consenso clamoroso. Agli occhi di molti cagliaritani - ma su questo ci vado con cautela - egli ha rappresentato una certa continuità, forse, con la città più remota, magari bacareddiana, pragmatica.

«Un merito postumo io gliel'ho anche riconosciuto ed è quello guadagnatosi nella vicenda della difesa del centro storico, ponendosi in questo anche in contrasto col regime, che era il regime degli sventramenti. Il regime fascista è indicato dagli ambientalisti come devastante. Endrich, invece, si sarebbe opposto alla costruzione di una strada che era stata progettata e che avrebbe dovuto aprirsi press'a poco all'altezza della statua di Carlo Felice ed attraversare Marina. Questa benemerenza pare che sia meritata».

Per fatto (mio) personale

Trattando io questo argomento – e sempre ripromettendomi di farlo, doverosamente, con il massimo di onestà intellettuale di cui sono capace e, va da sé, con piena libertà – non posso e non voglio nascondere di essere, per valori prepolitici oltreché politici, lontanissimo dall’area ideale ed ideologica che, presidiata un tempo dal fascismo e dalla sua ventennale dittatura pagana, lo è stata in democrazia da formazioni come il Movimento Sociale Italiano e poi Alleanza Nazionale, e lo è oggi dal partito detto (direi, pensando a Goffredo Mameli martire della mazziniana Repubblica Romana – la repubblica che abolì costituzionalmente la pena di morte e anche di confisca! –, abusivamente) Fratelli d’Italia, il più conformista e demagogicamente semplicista nella rovesciata comprensione della nostra complessa contemporaneità, tanto sui… vaccini anticovid quanto sul nazionalismo d’accatto che carezza i ras di Russia (il Putin già agente del KGB e mina vagante contro la pace del mondo) e Bielorussia, Ungheria e Polonia... Né si potrebbe obiettare che nella storia contemporanea o nel dibattito pubblico attuale, un fenomeno storico dell’importanza avuta dal fascismo non abbia più ricadute rilevanti – così da dover respingere anche malgiustificate “premesse” come sono queste mie di adesso – sol se sfogliamo l’ultimo o penultimo, recentissimo numero di Il Primato Nazionale, periodico sovranista giunto ormai al suo quinto anno d’uscita (e del quale sono puntuale lettore), che presenta fra i primi titoli dell’impaginato, slogan come “Continuavano a chiamarlo Benito” (con sommario dell’articolo: “La sinistra pensava di aver chiuso tutti i conti a Piazzale Loreto. Si sbagliava. Mussolini rimane ancora oggi una figura viva e ben presente nell’immaginario collettivo degli italiani”, e anche “Uccidendo il padre a Piazzale Loreto, gli italiani avevano creduto di essersi emancipati, ma si sono solo riscoperti un popolo di orfani”).

Figlio peraltro di una stagione della storia nazionale che è quella seguita alla fine della seconda guerra mondiale, il mio antifascismo (di diretta discendenza costituzionale) non può far riferimento in alcun modo ai patimenti imposti alla patria da quel certo regime e dal suo duce, ma attinge esclusivamente ai valori morali nei quali io identifico il meglio della storia civile italiana, dall’illuminismo al risorgimento liberale che ci ha conquistato l’affrancamento dallo straniero e l’unità territoriale e degli ordinamenti, ed al repubblicanesimo che ha segnato, negli istituti di democrazia, la più avanzata maturazione in termini di europeismo (quello dell’Apostolo e quello di Ventotene), di laicità (quella dei democratici riformatori e dei cattolici liberali), di mercato aperto (con input programmatori pubblici secondo la visione, ad esempio, di Ugo La Malfa), di autonomie regionali nelle sue sofferte declinazioni da parte del miglior sardismo dei Mastino, Oggiano e Melis. Insomma, nato mazziniano e azionista, potrei dichiararmi, con molto orgoglio, un “ciampiano” che tiene presente come svolgimento nobile della storia nazionale la sequenza dei tre tempi: risorgimento, resistenza, costituzione. La costituzione repubblicana del 1948 alla cui stesura fu estranea (e peggio che estranea) la destra.

E’ da questo bastione ideale che mi affaccio a riflettere, con il poco che so, sulla storia dell’Italia contemporanea ed anche della politica attuale. Non mi diminuisce la consapevolezza d’esser minoranza e forse minoranza della minoranza, amo la patria e vorrei amarla con la stessa religiosa intensità che fu di uomini come Arturo Carlo Jemolo e con la quale, senza volgari sentimentalismi ma semmai con radicali opzioni civili, l’amarono i martiri risorgimentali e quelli che finirono nei processi e nelle carceri del ventennio, i tanti che nel proletariato (anche mio padre minatore) e nella borghesia operarono negli anni della ricostruzione per restituire dimensioni e solida rispettabilità alla nostra nazione sullo scenario continentale ed atlantico con i patti europei di Roma e già prima con quelli costitutivi della NATO.

Fatta chiara la mia posizione mi concedo di attraversare, o ancora attraversare, in amicizia la fatica di Abis e Serra – dei quali mi sento di dover nuovamente sottolineare l’onestà intellettuale della loro lettura storica del fenomeno GUF ed anche il nitore della scrittura, scevra d’ogni retorica e d’ogni tentazione pur latamente propagandista – e di interpretare e comprendere, se riuscirò, le pagine della rivista che qualificò, negli anni ’30 e fino ai primi della guerra che sconvolse il mondo, la gioventù cagliaritana allo studio.

L’anno 1934, e una guerra dopo l’altra fino all’antiebraismo e oltre

La rivista vide la luce nell’autunno 1934. M’è venuta la curiosità, per una contestualizzazione ancorché leggera e generale, di interrogare internet onde trarre dal deposito virtuale delle memorie storiche, in un attimo soltanto ed dunque senza ricerca impegnata, una lista degli eventi compiutisi, sulla scena nazionale e del mondo, in quell’anno: l’esordio di Paperino in America e la notte dei lunghi coltelli in Germania, l’assunzione dei poteri di Fuhrer (presidenza più cancellierato) da parte di Hitler e l’assegnazione del Nobel per la letteratura a Luigi Pirandello, la nascita di Bevilacqua e della Loren e la morte di Marie Curie… A Cagliari (85mila residenti) si tenne il XXII congresso nazionale di storia del Risorgimento, uscì il Forma Kalaris di Dionigi Scano (prefato dal podestà Enrico Endrich) e fu inaugurato il palazzo delle Scienze… A Civitavecchia, e ancora per un anno (e già da quattro anni), era detenuto, menomato negli arti e offeso nei polmoni, Cesare Pintus, giovane avvocato cagliaritano di formazione mazziniana, destinato a diventare il sindaco di Cagliari dall’ottobre 1944 al marzo 1946. Sarebbe morto di tubercolosi nel 1948.

Ho citato in ultimo la vicenda di Pintus per dire che, registrando il largo consenso popolare che il regime di dittatura vantava in quel tempo (alla vigilia dell’impresa abissina), non posso mai – non lo potrei mai mai – dimenticare che ogni episodio della storia recente lo debbo misurare da un osservatorio etico-civile che non può essere neutro.

Dunque i GUF nascono in Italia, per volontà del congresso fiorentino del PNF, nel 1921 e godranno nel tempo di magnifiche stagioni, tanto più negli anni ’30 e più particolarmente dal 1934 – proprio dal 1934 –, anno di esordio dei Littoriali della Cultura e dell’Arte (Firenze, Roma, Venezia, Napoli, Palermo, Trieste, Bologna), cui parteciperanno in crescendo anche i giovani sardi.

Articolati per settori operativi – cultura ed arte, organizzazione, mistica, preparazione politica, ma anche teatro e cinema, indirizzo professionale, assistenza (a fronteggiare i costi dello studio, ma anche sanitaria), sport, ecc. – i GUF rispondono bene all’ideologia “giovanilista” del fascismo-regime ma già, potrebbe dirsi, del fascismo-movimento avviatosi nel 1919, se è vero che essa muove da quel “combattentismo rivoluzionario” (di ex ufficiali di complemento, ma non solo d’essi) nato dal bisogno di mettere a frutto, pretendendone il riconoscimento, i tanti e troppi patimenti della guerra appena finita con la vittoria… “mutilata”, con il supplemento delle più larghe incomprensioni emergenti nella ingrata società politica. Perché al disagio derivante dalla smobilitazione che nega il soldo ma nega anche e soprattutto un agevole reinserimento lavorativo e professionale, si aggiunge quella sorta di disambientazione psicologica di chi ha vissuto mille giorni fra cameratismo e logiche gerarchiche ed ora deve perfino fronteggiare il dileggio dei… bolscevichi.

Abis e Serra dedicano al tema un capitolo breve sì ma concettualmente pieno ed efficace nella sua essenzialità, richiamando a supporto anche una mirata bibliografia, sarda e non, e meglio di tutto il ben noto saggio di Paolo Nello, docente toscano di grande autorevolezza fra i contemporaneisti italiani, L’avanguardia giovanile alle origini del fascismo. Le suggestioni dannunziane (e fiumane) in mix all’insopportabile grigiore (così era visto e condannato) dell’ “italietta” giolittiana, insieme con l’insoddisfazione e la sofferenza per l’ingratitudine della patria “materiale” (non di quella “ideale”) affogata nell’inflazione e nella disoccupazione di massa, tradussero il giovanilismo goliardico in impegno combattivo e, appunto, rivoluzionario (leggi pure squadrista) antisocialista, non meno che anticattolico ed antiliberale. Non fu bene per l’Italia e i suoi deboli istituti, ma questo fu. Sarebbe venuta la stagione della “normalizzazione” che avrebbe premiato comunque la presenza giovanile facendone parte dei quadri direttivi del PNF, e formalizzatasi, o strutturatasi in ambiziosa organizzazione non soltanto movimentista ma istituzionale fra il 1921 e il 1922.

I GUF nascono in quel contesto normalizzatore ma prendono effettivamente quota, magari qui impropriamente direi “autonoma quota” o comunque conquistano spazi riconosciuti dal partito unico, dal 1926 – quattro anni dopo l’assunzione da parte di Mussolini della presidenza del Consiglio, a due dalla vittoria elettorale e dalla sconfitta dell’Aventino –, in parallelo all’istituzione dell’Opera nazionale balilla le cui organizzazioni – vere e proprie falangi anagrafiche – verranno progressivamente, ma non pacificamente, “statizzate”.

Ai Gruppi Universitari Fascisti e quindi alle riviste che, a Cagliari, fanno riferimento al Gruppo locale, Abis e Serra dedicano altri due capitoli introduttivi, prima di entrare nelle sezioni tematiche che rivelano la chiara prevalenza fra le materie affrontate specificamente in Sud Est, periodico che viene a distanza di pochi anni dacché si è conclusa l’esperienza – breve esperienza – di Pattuglia, la prima testata gufina cagliaritana diretta fra il 1929 e il 1930 – dopo la stipula dei Patti Lateranensi e la celebrazione del Plebiscito – da Italo Stagno: intendo “La politica razziale”, “La politica estera”, “La cultura” come anche s’intitolano, ma con opportune maggiori specificazioni, i successivi approfondimenti che aprono ad una miglior lettura della corposa antologia.


Credo qui utile dettagliare in successione, anche per dare un’idea più completa dell’ampiezza della ricognizione nelle nove annate, ma un certo indugio merita prima, forse, quanto gli autori/curatori scrivono a proposito della presenza femminile in Sud Est: “presenza femminile” invero modesta e quasi marginale. Giustificano l’esiguità di quella partecipazione, Abis e Serra, con la effettiva marginalità femminile nelle iscrizioni ai corsi universitari del tempo (anni ’20, ’30 e primi ’40). La propensione delle famiglie – essi scrivono – a limitare ai licei (e magari alle magistrali) il curriculum studiorum delle ragazze, spiega molto. Nel 1935 – precisano – sono soltanto il 14 per cento le ragazze che si laureano all’università di Cagliari. Hanno ragione, ma forse si potrebbe anche dire che, tanto più dopo l’apertura, nel 1937-38, della facoltà di Magistero… sorella minore (e chissà perché) di Lettere e Filosofia, qualcosa d’importante cambia negli equilibri numerici, di pura statistica, fra i due sessi.

Segnalo ad esempio – limitando adesso il campo ai laureati con tesi d’argomento sardo (e qui riprendendo lo sviluppo del tema “sardista” in capo al “sardofascismo”, e quanto più, nelle discipline umanistiche, dopo la celebrazione a Cagliari del congresso nazionale di storia del Risorgimento! – come nell’anno accademico 1940 (con impianto, cioè immatricolazione dunque, nel quadriennio precedente) e proiezioni al 1945, dei 32 laureati a Magistero ben 24 siano donne ed a Lettere e Filosofia, nel decennio 1935-45, dei 99 neodottori ben 62 siano donne. Più in generale, e indirizzando i riflettori anche sull’immediato prima e sull’immediato dopo il periodo preso in considerazione da Abis e Serra – e comunque ancora in ambito di dominio fascista –, dei 20 laureati in Lettere e filosofia nel biennio 1933-35, 11 sono donne (fra esse Dolores Ghiani, divenuta professoressa di raffinata competenza dantista e anche moglie di Francesco Alziator), e degli iscritti, in tutte le facoltà dell’università di Cagliari nell’anno accademico 1940-41, ben 845 sono le donne a fronte dei 1.241 uomini. Tali resteranno gli equilibri anche negli anni successivi.

Ben s’intende che questa mia puntualizzazione ha valore soltanto di integrazione alla ben meritoria fatica di Abis e Serra. Perché è soltanto per dire che la relativa marginalità della presenza femminile nelle attività redazionali di Sud Est dovrebbe potersi giustificare con altre ragioni, oltre che con quelle di base numerica nelle iscrizioni. Forse ancora per le consuetudini di separazione dei sessi, per cui le riviste di politica – benché Sud Est fosse più che una rivista di politica, molto entrando in essa anche la cultura variamente declinata – restavano appannaggio dei maschi, forse perché la società del tempo, e quella fascista per certi aspetti ancora di più, non assegnava al genere femminile una visibilità pubblica adeguata al potenziale e perfino alle grandezze dimensionali, chissà…

Dicevo: meriterebbe dettagliare in successione, anche per dare un’idea più compiuta dell’ampiezza della ricognizione nelle nove annate, le tematiche trattate nel complessivo migliaio di pagine pubblicate da Sud Est nella sua prolungata e diversificata stagione di vita e onorata dalle sue 2.000 copie di tiratura. Ecco così “Una nuova politica” (firmano Berlindo Giannetti e la redazione), “Politica razziale” (firmano Lino Businco – soprattutto lui –, Ica Macciotta, Italo Mereu e il segreto Italicus che nel 1940 rimprovera la rivista letteraria Quadrivio di aver citato fra i benemeriti Capuana e Gozzano, Pirandello e Serao, Fogazzaro ed Oriani, anche l’ebreo, l’ebreissimo Attilio Momigliano!).

Ecco ancora “Fra cultura e politica” (firmano Francesco Zedda, Marcello Serra, Paolo Ballero Pes, Aldo Cianchi, Angelo De Martini, Antonio Romagnino, Italo Pitzalis - amante del teatro ed ottimanente piazzato ai Littoriali del 1936 - Giuseppe Susini), “Vita di un concerto aziendale" (firmano Nicola Valle, Angelo De Martini, Antonio Romagnino, Ennio Porrino, Nicola Dessy, Salvatore Cambosu e la redazione), “Verso il sociale: I littoriali del lavoro e il corporativismo” (firmano Fernando Mezzasoma, Domenico Delfino, Angelo De Martini, Vittorio Stagno e, profluviale, Mario Pazzaglia, futuro fondatore del MSI sardo e anche consigliere regionale della Sardegna), “Politica estera” (firmano Luigi Pirastu, Attilio Tore, Gino Pinna, Piero Meloni, Mario Pazzaglia, Antonio Romagnino, insistentemente anche la redazione), “I GUF e la nazione in guerra” (firmano Italo Mereu, Marcello Serra, Mario Pazzaglia tenente impegnato sul fronte greco-albanese, Ugo Rossi e Francesco Alziator), “Politica coloniale” (firmano Lorenzo Cioglia, Lino Businco, Carlo Cerruti cattedratico che tratta di impero e veterinaria ed Ubaldo Nieddu).

A chiudere il ciclo è “Vita del giornale”: con Serra, Mereu e Pazzaglia è soprattutto la redazione che riflette su se stessa, su cosa essa è ed è stata nel concreto in rapporto alla sua missione: 1935, 1937, 1940, 1941, 1942… l’esame di coscienza è costante ed accompagna le annate. Né è soltanto riflessione sul giornale, è riflessione sul fascismo, sul regime, sull’Italia, sulla militanza personale… «Noi non vogliamo condannare […] il vecchio per sopravvalutare il nuovo. L’uno e l’altro sono nati da determinate forze storiche e in esse hanno agito adattandosi alle necessità del momento. Il Fascismo del ’30 aveva diverse esigenze di quello del ’21 come, d’altra parte, quello del ’41 si distacca da quello di cinque anni fa – scrive Italo Mereu, giusto ventenne, ogliastrino di nascita, futuro leader qualunquista sardo, giurista e pubblicista di chiara fama negli anni della Repubblica –. Se una critica, oggi si fa, chiara e cruda, ma soprattutto vera […] si fa perché la migliore gioventù è permeata di Fascismo sino alle midolla. Se i diversi problemi del Partito e dell’Idea sono da loro trattati così insistentemente vuol dire che il Fascismo è per loro una condizione di vita […]. Se nonostante la scuola, la stampa eccetera, la gioventù è rimasta sana, vuol dire che il Fascismo ha agito sulle migliori coscienze. Non siamo, in altri termini, a una crisi di valori, ma di uomini. Siamo al problema della classe dirigente che si impone in tutta la sua urgenza e in tutta la sua gravità. Dare a questo problema una soluzione marginale o comunque non adeguata alla sua gravità significa per noi compromettere la Rivoluzione stessa…». L’articolo è del giugno 1941. La guerra è in corso da quasi due anni, cioè dall’invasione polacca da parte della Germania di Adolf Hitler. Da giusto un anno anche l’Italia, alleata della Germania nazionalsocialista (e presto anche del Giappone di Hirohito), è in guerra contro le potenze occidentali, la Francia ed il Regno Unito: da nove mesi le sue truppe hanno invaso l’Egitto, da otto la Grecia, da due la Jugoslavia… una pagina nuova, o uno sviluppo di pagina vecchia sta per aprirsi con l’intervento tedesco in Russia cui seguirà quello italiano… Un problema di classe dirigente del fascismo, o un problema nazionale dell’Italia?

Non mi soffermerò in questa mia modesta nota a dire dei cenni che gli autori/curatori riservano alle trattazioni antisemitiche ed alle specifiche produzioni scientifiche o pseudoscientifiche di Lino Businco che avviava la sua carriera accademica proprio in contemporanea con l’inizio delle pubblicazioni di Sud Est (nel 1934 egli discusse la tesi “Ricerche antropologiche su scheletri di protosardi”). La materia è troppo vasta e importante ed io non credo di essere attrezzato a darne conto puntuale. Mi pare che sia stato comunque opportuno quanto, della rivoltante politica razziale della dittatura fascista, hanno osservato Abis e Serra.

Di quella legislazione che ebbe ricadute anche in Sardegna, dove molte cattedre furono sottratte a docenti di origine ebraica scrissi in un mio breve saggio consegnato agli atti di un convegno svoltosi nel 2003 a Villacidro all’insegna di Ebraismo e rapporti con le culture del Mediterraneo nei secoli 18°-20°, e ne ho poi più recentemente, il 28 luglio 2018, scritto nel sito di Fondazione Sardinia (“Dall’ideale dizionario biografico dell’ebraismo e antiebraismo sardo, nel 1938 e dintorni”).


Ancora restando all’antologia, almeno un cenno merita la prima sezione, quella che volutamente, nel piano dei curatori, anticipa tutte le altre: senza titolo, essa raccoglie gli editoriali e tutta una serie di interessanti pezzi che sembra vogliano marcare, fin dal numero d’esordio, la piena sardità del periodico e così pienamente legittimare quanto s’era annunciato dover essere il fascismo sardo: vale a dire la versione regionale (all’interno del maggior sentimento “politico” italiano) di un regime che non avrebbe potuto prescindere, nella concretezza delle sue attuazioni, dalla specificità storica, spirituale e culturale dell’Isola. E perciò, dopo la ripresa dell’editoriale di presentazione “imperialista” nel primo numero (quello di Sud: «Rafforzando la propria inconfondibile originalità mediterranea, sotto l’educazione del Fascismo, le nostre generazioni potranno marciare con passo saldo verso le mete fissate dal DUCE»), ecco la sequenza dei contributi di storia (e protostoria) della nostra Sardegna:

“Tra sardità e fascismo: la difesa della peculiarità sarda” (di Antonio Taramelli, novembre 1934); “Età nuragica” (Andel, ottobre 1936); “Storia mediterranea. Nuovi studi sull’età nuragica” (Andel, novembre-dicembre 1936); “Lo stagno di Santa Gilla risorto a vita feconda” (E. Del Rio, settembre 1935) “Prospettive agrarie della Sardegna” (Emilio Bellu Satta, settembre 1939) “Opera della bonifica integrale” (Ginevra Thermes, gennaio 1940); “Riorganizzare la proprietà terriera” (di Foiso Fois, marzo 1942); “Decentramento degli studi a carattere industriale” (di F. Mattu e G. Manunza, luglio 1942); “Centro di Studi Minerari” (di Giulio Boi, luglio 1942); ma anche: “Inaugurazione degli Studi. La relazione del Rettore Magnifico Giuseppe Brotzu (redazionale, novembre-dicembre 1936); “L’inaugurazione dell’anno accademico XVIII E.F. La relazione del segretario del GUF” (redazionale, gennaio 1940); “L’Ateneo Cagliaritano” (redazionale, dicembre 1937).

Chiude l’opera una rassegna biografica dei “personaggi che hanno partecipato alla vita del periodico universitario fascista”, in cui Angelo Abis include Gaetano Pattarozzi, Mario Pazzaglia, Marcello Serra, Luigi Pirastu, Antonio Romagnino, Italo Mereu, Ennio Porrino, Lino Businco, Nicola Valle, Salvatore Cambosu, Francesco Alziator, Cenza Thermes, Francesco Zedda, Antonio Taramelli, Giuseppe Susini, Luigi rachel, Antonio Cabitza, Andrea Borghesan, Virgilio Atzeni, Vittorio Stagno, Paolo Ballero Pes, Salvatore Deledda, Paolo Loy, Raffaello Delogu, Nicolò Fara Puggioni, Piero Meloni, Foiso Fois.



Fonte: Gianfranco Murtas
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