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Gianfranco Murtas

Storia e chiesa. Quel ponte fra Sardegna e Birmania, le fatiche di p. Deledda e dei vescovi Balma e Cao

di Gianfranco Murtas

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È il racconto biografico, ed in prevalenza autobiografico, di un giovane logudorese della prima metà del Novecento il nuovo (e recentissimo) libro che Tonino Cabizzosu ha licenziato, cofirmandolo con Rosalia Deledda, nella già ricca e sempre pregevole collana dell’Archivio storico diocesano di Ozieri: P. Giovanni Deledda dal Logudoro alle foreste della Birmania (1917-1950). E quel che colpisce di più, del tutto, e d’immediato, è forse la brevità del percorso umano compiuto dal protagonista che ha indirizzato la sua vita, fin dalla prima età e con speciale energia mentale e spirituale nell’adolescenza, verso un impegno religioso totalizzante, con l’orgoglio di una nativa sardità da donare a lontani meridiani – nello specifico: distanti da casa cinque ore di fuso orario –, e dunque a società decisamente “altre” per storia e cultura quali erano (e sono) quelle dell’Indocina birmana (oggi Myanmar). Un ponte fra la Sardegna mediterranea ed un estremo oriente con resistenti mitologie e pratiche primitive od espressioni religiose di ardua decodificazione che fa pensare – ma per rimbalzi all’incontrario, dalla Birmania alla Sardegna – a quella che fu la missione di tanta parte della vita di un presule che, lui però già anziano, servì la Chiesa cagliaritana (ma anche ozierese!) nel secondo Ottocento: intendo l’arcivescovo Giovanni Antonio Balma che, nato esattamente cento anni prima di padre Deledda, lavorò da vescovo-missionario in Birmania – nei regni di Ava e Pegù – per undici anni (in due riprese) e, rientrato in patria, proprio ad Ozieri, qui amministrando ben 20mila cresime, fu inviato da Pio IX che poi lo preconizzò alla vacante diocesi di Cagliari, da un lustro pieno – ma potrebbe anche dirsi da due lunghissimi decenni, per il contenzioso con il governo prima di Torino poi di Firenze (e di Roma infine) – priva del suo capo.


Remote ascendenze

Certo è poi che, frugando nelle pieghe della storia ed incrociando scelte e vicissitudini di uomini che, dalla nostra isola, guardarono all’estremo asiatico con implacabile fervore evangelico, altri, prima di padre Deledda, ne ritroveremmo da scoprire (anche negli imperiosi ritorni che rassomiglierebbero a quelli di monsignor Balma), e in un tempo più prossimo a quello proprio dell’oblato di futura elezione sarda che non a quello, a noi assai più vicino, del religioso ozierese.

Mi riferisco in particolare allo scolopio Federico Cao Sanna che, nativo della diocesi alerese, fu fatto da Pio VIII, giusto alla partenza missionaria (con il titolo antico di Zama tunisina), delegato apostolico, e dunque vescovo, in Birmania. Durò una decina d’anni quella sua esperienza umana e cristiana nelle regioni di Ava e del Pegù con previsti allungamenti a Nobek, Sabaroa e Kiandorva, e ancora a Nianjo e nella costa di Tenafrerim e nell’isola di Pulegium, secondo il notiziario fornito (per la nobile penna forse di Vittorio Angius) da l’Indicatore Sardo, il periodico cagliaritano di tratto codino coltivato dai fratelli Martini e non disdegnato da altri dell’intellighenzia, più o (più spesso) meno liberale, sarda. (Tornò in Italia nel 1840 con due ragazzi birmani destinati forse alla militanza clericale e, dopo che dal dicastero della Propaganda Fide, fu accolto in udienza, monsignor Cao Sanna, dal pontefice, allora papa-re e reazionario, buon comandante la ghigliottina sempre attiva nella Roma del tempo).

Certo è che, a rassomigliare l’uno approccio all’altro, è la persistenza di un certo rigore dottrinale o catechistico – quello proprio del tempo, e prolungatosi fino al Concilio –, tanto più nei termini delle forme dell’etica familiare e coniugale: « I cristiani di questo luogo, al numero di circa duecento, - scrisse monsignor Cao Sanna, ed echi vi saranno nei rapporti di padre Deledda, cento anni dopo – li trovo per la maggior parte inconfessi, chi da 10, chi da 12 e da 15 anni, per la maggior parte congiunti, figliate in illegittime unioni uomini con donne germane gentili, e viceversa…». Per il resto «mi servo dell’idioma portughese che malamente parlo, per farmi sentire da questi miseri…»: parole ancora di Cao.


Missionario catechista

Altro ancora potrebbe osservarsi confrontando il fare dell’uno e dell’altro e dell’altro ancora. Ma per intanto valga dire che se la vita di monsignor Balma si sdipanò, in una successione di uffici i più vari, in un arco temporale relativamente lungo (fino al 1881, tanto da conoscere e piangere anche la caduta del potere temporale pontificio!), e già quella di monsignor Cao Sanna conobbe anch’essa, e prima e dopo della sua pratica missionaria, la chiamata a servizi in patria, nelle diocesi del papa-re), quella di padre Giovanni Deledda restò compressa in un’età che piace riflettere in quell’altra, troppo breve ma pur quanto intensa e paradigmatica! nientemeno che di Gesù di Nazaret, concentrandosi in uno strettissimo biennio di apostolato oltre frontiera. Di esso ci sono rimaste le cronache in una ventina di lettere che il libro venuto alla nostra lettura riporta nei testi integrali e inviate da Calcutta e Lashio (ai confini con la Cina), Sin Wi e Burma, Chaung-Yo e Man Hpang, e da altre località ancora – ultima, lunghissima e indirizzata al fratello, quella datata 23 luglio 1950, appena una settimana prima della morte per malaria sopravvenuta a Nauriyplo.

Ordinato presbitero nel 1941 dal nuovo vescovo ozierese Francesco Cogoni s’era preparato, padre Giovanni PIME, alla grande missione con studi e bagni spirituali protrattisi per quasi tre lustri, fra i Tommasini del Cottolengo torinese, il seminario diocesano ozierese e quello, appunto, del nuovissimo PIME di Trentola-Ducenta, nel Casertano, fino al corso di teologia frequentato fra Monza e Milano. Per sette anni dopo l’ordinazione egli fu ancora uomo di seminario ma dalla cattedra (prefetto e/o docente o assistente educatore) là dov’era stato da alunno, ora a Monza ora a Ducenta, ed anche ad Aversa (centro anch’esso legato, ma per storie dolorose, alla Sardegna e ad uomini del suo clero). Nel mezzo Carbonia, la città ancora fresca di inaugurazione minerario-fascista, la sua Ozieri e pure la Calabria.

Finalmente il gran viaggio, dall’Italia verso est. Dal Canale di Suez e poi da Calcutta partono le prime lettere a superiori e confratelli datate aprile 1948 – giusto nei giorni segnati in patria da tremende tensioni politiche ed elettorali (dal sapore epocale): quelle relative al primo parlamento repubblicano ed allo scontro fra socialcomunisti e democristiani. Vien da dire che tale circostanza di calendario suscita speciali riflessioni, a voler scomodare categorie forse, nell’ordinario, impraticabili. Come se il giovane religioso, poco più che trentenne e già teologo fatto, giocasse allora la sua vita lasciandosi alle spalle contingenze e dinamiche della storia studiata e partecipata, la storia della terra natia, per inoltrarsi in un viluppo di inaudite ed imprevedibili stagioni evangeliche, davvero a largo raggio, da condividere con chi tutto ignorava della civiltà greco-romana come di quella veterotestamentaria dell’ebraismo e, tanto più, del… già due volte millenario seme cristiano.

A Calcutta – quella stessa città ormai agita da una suora-madre Teresa già loretana ed ora missionaria anch’ella per speciale vocazione –, dopo 38 giorni di viaggio in nave, e a Rangoon dopo un’altra settimana di mare, ma non prima di aver visitato a Madras la tomba dell’apostolo Tommaso. Il bacio alla terra birmana, «la nuova patria». Nella terza ed unica classe di un treno arrugginito il viaggio procede verso… la fine del mondo. Attraversando un’immensa risaia, nel mezzo di «centinaia e centinaia di pagode buddiste: i templi del diavolo… Un esercito di bonzi vicino alla stazione, tutti vestiti in giallo, con la testa rasata, vecchi di 80 anni e ragazzi di quattro anni» . Eccolo il primo sogno del giovane religioso ozierese: sostituire alle «chiese consacrate a satana, un grandioso santuario alla Gran madre di Dio» .

Troverà conferme, nel tempo avvenire, questo sogno di larghe, massive conversioni – in gara ostile a quelle dei protestanti che pur vantano anch’essi i loro missionari – e di monumenti di pietra da innalzare al cielo fra foreste e fiumi, come a dire l’effettività della risposta d’ogni possibile continente terreno all’alta chiamata? Per intanto, mentre «quattro quaderni grossi (in tutto, più di 400 pagine)» partono alla volta dell’Europa con il dettaglio dell’avventuroso viaggio (da pubblicare sull’edizione ozierese de L’Osservatore Romano), ecco – tutta da raccontare – la quotidiana lotta contro i serpenti «nel muto strisciare della giungla» : «le vipere velenose non si contano, poiché la Birmania sembra la patria dei rettili».

L’aneddotica missionaria, anche quella drammatica, prende corpo e velocità di trasmissione. E tutto sembra riflettere, nei propositi, la buona legge del catechismo: «Seduto a terra ho alla mia destra la seconda moglie del capo, e alla mia sinistra, vicino all’altro Padre, il capo villaggio. Vuole farsi cristiano però… vuole conservare anche tutte e due le mogli. Questo non è possibile, e perciò ora sta pensando se è meglio salvarsi l’anima e stare bene dopo la morte, oppure tenersi le due mogli e rimanere col diavolo».

«Parecchie volte fui derubato di tutto, compreso, mi vergogno a dirlo, i calzoni che avevo addosso. A vicenda i banditi e i comunisti entravano armi giapponesi alla mano, e guai chi avesse opposto la minima resistenza. Il povero villaggio ove mi trovano era diventato un inferno. Quante volte ho dormito sui grossi alberi di damarindo, nascosto nel denso fogliame mangiando le sue agre bacche!».

Nel tempo ancora d’esordio della sua fragile indipendenza, dopo il protettorato inglese seguito alla sconfitta dei marziali colonizzatori giapponesi, è questa la Birmania in cui si sviluppa la missione evangelica di padre Deledda. Natura e meteorologia modellano la cultura e il sentimento collettivo, dettano il senso del tempo e la filosofia di vita di una… babele di popoli che parlano, in un territorio immenso, 130 idiomi diversi. Gode, il religioso sardo, dei successi suoi e della rete missionaria cattolica: «ho qui la prima scuola di tutti gli Stati Wa. Ho 20 ragazzi, fino a ieri selvaggi: ora parlano in shan, in birmano e in inglese che è una meraviglia. Il capo degli Stati Wa, un birmano buddista… ne è rimasto entusiasta».

Certo colpisce il tratto totalizzante dell’impegno, secondo una visione di obiettivi e anche di modalità dettata dai tempi che sono ben lontani da quelli che un giorno si chiameranno ecumenicamente conciliari, di ponti fra diversità e così segnati più che da esasperazioni proselitistiche e da slanci anche eroici (sbagliatissimo sarebbe dire fanatici). L’umanitarismo fu anche allora la base dell’intesa, ma il supplemento di carità fu forse riservato, e comprensibilmente, in esclusiva ai “propri”…

A precedere le 150 pagine del suo epistolario, del padre Deledda il volume presenta un’ampia antologia del diario personale 1948-1949, già uscito sulla rivista Venga il tuo Regno, ed una raccolta di testimonianze sulla sua opera e la sua morte, e fra esse quelle degli ozieresi padre Giuseppe Zintu (della Consolata) e padre Antonio Ghisaura PIME, dell’avvocato Niedda e del poeta Oggiana, ecc. Nel novero i medaglioni apparsi nel tempo sul settimanale diocesano Voce del Logudoro. Di speciale gradevolezza i canti missionari insegnati dal religioso PIME negli anni che, ad Ozieri e altrove, precedettero immediatamente la sua breve-lunga, e comunque, definitiva trasferta asiatica: “La bara del bonzo”, “Preghiera missionaria”, “Santa Caterina (biribin biribin biribin)”.

Nell’intreccio biografico calato evidentemente soprattutto sulla scena della sua faticosa e altrettanto generosa missione asiatica, merita rilevare il pregio dell’inquadramento storico offerto da Tonino Cabizzosu nelle prime pagine del bel libro, cui neppure manca una apprezzabile appendice fotografica. Già in altre circostanze, e tanto più nel pur recente Francesco Cogoni, il Vaticano II nell’azione di un vescovo pacelliano ed anche, ma per tempi più prossimi, in Una “Voce” per il Logudoro e il Goceano 1952-2002, lo storico illoraese, ora responsabile dell’Ufficio Beni Culturali della diocesi di Ozieri, si è soffermato sulla sensibilità ed esperienza missionaria della chiesa d’antica storia che fu di Bisarcio e Castro. Sicché pare indovinata e illuminante la diffusa ed approfondita introduzione tesa a valorizzare spiritualità e radicalità – pur (come detto) con cadenze storicamente modulate – della opzione missionaria come espressione di carità operante in un disegno cristocentrico cui dona un supplemento di umanità la dimensione mariana bellamente espressa nella testimonianza evangelica di chi, diocesano sardo, e qui logudorese,, nelle strade più scomode del mondo s’è posto guardando ai precedenti ed esempiandosi per i futuri, ed ha così anticipato, accompagnato e seguito (anche con la formula del “fidei donum” orientata in specie all’America latina) padre Deledda: i citati Zintu e Ghisaura, e Francesco Solinas Leoni inviato in Venezuela, Sebastiano Saba ed Angelo Angioni (prolifico scrittore) ed anche Giovanni Carta destinati all’immenso Brasile…


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