Turandot, la storia del quarto enigma e la luce di un’alba mai sorta
di Giuseppe Speranza

è in scena dal 24 giugno al 2 luglio Turandot, dramma lirico in tre atti e cinque quadri, il capolavoro di Giacomo Puccini in un nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, eseguito con il finale composto da Franco Alfano, sotto la direzione dell’Orchestra e del Coro del Maestro concertatore Michele Gamba, e la regia di Rafael R. Villalobos, che ne ha curato anche i costumi. Maestro del Coro, Giovanni Andreoli, mentre il Coro delle voci bianche del Conservatorio G. P. da Palestrina è stato preparato da Francesco Marceddu.
La scenografia, di Emanuele Sinisi, è caratterizzata da un emiciclo di struttura metallica che occupa tutto lo spazio scenico con scale e passerelle dove si riuniscono di volta in volta i protagonisti.
Le luci sono di Felipe Ramos, mentre i movimenti coreografici sono di Josè Ruiz.
Rafael R. Villalobos ci propone, prima che il sipario si apra, una delle frasi più iconiche di 1984 di George Orwell: “E tu, adesso che mi hai visto come sono veramente, riesci ancora a guardarmi?”, come una possibile chiave di lettura alla sua Turandot e ai suoi protagonisti.
A un secolo dal debutto al Teatro alla Scala, per il regista spagnolo, Turandot non è soltanto un capolavoro musicale e teatrale, ma una metafora della nostra decadente società. In scena, l’opera, come lui stesso ha dichiarato nell’intervista rilasciata a Stefano Valanzuolo, rappresenta la distonia di un mondo autocratico verso cui ci stiamo lentamente avvicinando. Turandot è un’opera - prosegue il regista - che ci parla dello scontro tra opposti: morte e vita, ghiaccio e fuoco.
Il regista, nel rispetto del libretto di Giuseppe Adami e Renato Simoni, ha cercato con molto coraggio di ricollocare la storia in un altro contesto, ambientandola ai tempi di oggi, prendendo spunto da Orwell, dai giochi mortali di Squid Game, da Blade Runner (film del 1982 diretto da Ridley Scott) e da Il Signore delle mosche di William Golding.
Per il regista, il senso dell’intera opera risiede nel quarto enigma, che Puccini lascia senza risposta. La morte di Liù è un punto di non ritorno. Svelati i tre enigmi: la speranza, il sangue e Turandot, Calàf realizza troppo tardi di aver sacrificato la vita di Liù, unico amore puro e incondizionato della sua vita. Resta sullo sfondo una profonda malinconia e solitudine, che il regista paragona a quella dell’artista che a fine spettacolo, dismessi gli abiti di scena, torna a casa in totale solitudine, resa lieta da un incontro fugace con un rider, che diventa simbolo della nostra società: un mondo di lavoratori precari dove le persone vengono pagate per pochi euro al giorno.
La delicatissima e incantevole Liù, rappresentata in scena da una notevole Maria Novella Malfatti e Darjia Augustan, è l'immagine speculare di Turandot. Liù per amore salva la vita di Timur, Calàf, di Turandot e del popolo. Il suo sacrificio segna la rinascita di Turandot, permettendole di risolvere il suo conflitto – Gelo che ti dà foco e dal tuo foco più gelo prende! Candida ed oscura! Se libero ti vuol ti fa più servo. Se per servo t'accetta, ti fa Re! - La tragica morte di Liù costringe la principessa ad abbandonare la sua freddezza glaciale, accettando la propria umanità e la vulnerabilità delle emozioni.
L’imperatore Altoum e la pricipessa di ghiaccio, Turandot, vengono rappresentati volutamente senza trono, con abiti comuni di pessimo gusto. Essi si muovono in tutto lo spazio scenico come persone comuni. Turandot nei suoi movimenti gesticola, fa le smorfie, usa il rossetto, non si comporta e non si muove come una principessa. L’Imperatore Altoum, suo padre, con indosso parrucca, occhiali di plastica e abito con frange di colore rosso, tutto rigorosamente made in China, è inguardabile. Beninteso, non ci troviamo difronte a un evidente e grossolano errore del costumista, ma a un chiaro messaggio del regista. Altoum e Turandot sono, rispettivamente, Imperatore e Principessa, padre e figlia, che, proiettati nel tempo presente, sembrano non avvertire il peso e la responsabilità del loro status. è come se, “orfani di Padre - autorità simbolica”, la cultura e la storia millenaria della famiglia cui appartengono non li abbia mai intaccati. è lo specchio desolante della nostra decadente società, dove la classe politica e la società civile non possiedono alcuna cultura istituzionale e di appartenenza storica.
Nella società distonica e decadente tratteggiata dal regista emerge sullo sfondo un appiattimento di valori, l’assenza del Padre, che in chiave psicoanalitica, rappresenta un conflitto con l’autorità simbolica e, nel più profondo, un conflitto col Padre, evaporato da tempo, di cui siamo tutti oramai orfani, come spiega molto bene J. Lacan e a M. Recalcati. Nel pensiero di Jacques Lacan, il Padre (l’autorità simbolica) nella società è una funzione strutturale. Il suo ruolo principale è introdurre la Legge, ossia l’ordine. Ordine che, nella visione distopica del regista è totalmente assente, così come è assente la figura del Padre.
Rafael R. Villalobos, di questa decadente e distopica società ne tratteggia, a modo suo, i contorni, le contraddizioni, i protagonisti che li fa vivere nell’emiciclo metallico che caratterizza e occupa tutto lo spazio scenico.
A dispetto delle numerose contestazioni, Rafael R. Villalobos, a mio sommesso avviso, ha superato la prova. La struttura e l’impianto scenico resiste, tiene. L’idea di fondo è buona, per quanto perfettibile in alcuni punti. L’arte richiede libertà assoluta per continuare a esprimere il suo potenziale critico ed emotivo. Forme d'arte come l'opera lirica e il teatro di prosa sopravvivono nei secoli proprio perché registi, cantanti e attori le reinterpretano, rendendole specchi sempre attuali della società in cui viviamo.
Al di là del contributo registico scrutinato, il finale tuttavia non mi convince, non per i motivi sollevati dalla critica più severa.
Ed invero, a mio avviso, la storia del quarto enigma è la storia della luce di un’alba mai sorta. Con la morte di Liù l’opera sembra arrestarsi, incapace di trovare una giusta soluzione alla profonda e intima esigenza di metamorfosi di Turandot.
Chi è davvero Turandot? Per Simone Di Crescenzo “Turandot è il femminile rimosso che ritorna, è il trauma che si ripete senza poter essere assimilato, è la Cosa che il desiderio maschile ha costruito quando ha smesso di riconoscere nell’altra una persona. è l’archetipo spezzato che la musica di Puccini ha reso intuibile, senza poterlo spiegare completamente”.
Chi è davvero Turandot? è l’enigma al quale Puccini non seppe dare una risposta, motivo per il quale ha lasciato l’opera incompiuta, sino alla sua prematura scomparsa; è l’enigma al quale l’opera, ancora oggi, per fortuna, ci lascia senza una soluzione.
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