Gianfranco Murtas

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Un azionista al Quirinale, 1999-2006

di Gianfranco Murtas


Nell’immaginario collettivo entra come una suggestione sempre gradevole e d’ammirazione il traguardo centenario delle età. Anche io ne sono coinvolto e l’ho pensato, questo ormai trascorso 2020 – mentre il 2021 altri ne presenterà fra le amicizie personali d’un tempo, amicizie ancora e sempre da onorare –, specialmente collegandolo alla figura politica che di più ho amato dopo lo sfascio (per Tangentopoli) della cosiddetta prima Repubblica: dico di Carlo Azeglio Ciampi. Dopo Ugo La Malfa (1903-1979) e Giovanni Spadolini (1925-1994), è alla sua personalità che ho guardato con maggiore e durevole trasporto di consentaneità democratica.

Mischiando file d’argomenti diversi, composi e pubblicai un libro, anni addietro, già quasi venti, in cui espressi questo sentimento motivandolo. A chiusura d’anno ho piacere di riproporlo quel sentimento (e nonostante la datazione di alcuni passaggi della nota che lo esprimeva). 

So bene trattarsi di una “pedana” di minoranza: però come sono i più pieni di universalità le monache ed i monaci di clausura – soltanto in apparenza estranei al mondo –, così sono convinto che non esista soggettività più piena di consapevolezze nazionali ed intimamente democratiche, impegnate sempre per una società coerentemente inclusiva, che nelle minoranze estreme: distanti dagli interessi in competizione e invece calate nel mazziniano, religioso senso del dovere, che è come dire nei valori di patria ed universalità civile da servire nella quotidianità, quale che sia il campo operativo di ciascuno.

Del presidente Ciampi sono stato colpito, come maggiormente espressive delle sue personali idealità etico-civili, la volontà, tenacemente serbata, di visitare tutte e cento le province d’Italia – lo fece pienamente nel suo settennato; la sottolineatura della compresenza nella storia d’Italia, da Dante al Risorgimento, dell’anima cattolica e di quella che egli chiamava “umanistica”, per dire laica e civile; la formula tante volte ribadita con quella discreta, asciutta, antiretorica modalità pedagogica che era tutta sua, circa le tre tappe fondamentali della storia dell’Italia moderna e democratica: Risorgimento, Resistenza, Costituzione.

Non posso mancare di considerare un’offesa al decoro delle istituzioni, i “buu” che dai banchi della destra berlusconiana, parafascista di Alleanza Nazionale e della Lega bossiana vennero più volte, a lui indirizzati e alla senatrice Levi Montalcini, tutte le volte che la presenza del senatore di diritto e della professoressa premio Nobel si ritenne necessaria a Palazzo Madama per assicurare la fiducia ai governi Prodi. Quella destra volgarissima, come tanta destra ancora oggi, mancava del senso dello Stato. Non era la destra civile e patriottica, e competente negli affari pubblici, dei cavouriani o degli Einaudi e dei Croce, degli altri del liberalismo nazionale, fino a uomini del nobile livello di Giovanni Malagodi. Purtroppo era quella destra che, brutta come un tempo, si candida oggi al governo dell’Italia, e trova spazio e titoli per la grave inadeguatezza delle forze oggi al potere soltanto per un fortuito più cospicuo numero di seggi parlamentari.

Carlo Azeglio Ciampi

Leggo, sulla stampa nazionale, della visita dal presidente Ciampi a Torino ed in Piemonte. Per onorare, prima di tutto, la grande memoria di intellettuale e statista di Luigi Einaudi, professore e governatore della Banca d'Italia e poi presidente della Repubblica - proprio come Ciampi -, dopo aver avuto anche esperienze ministeriali (al Bilancio, in era degasperiana). E con Einaudi grandi della storia nazionale che alla città di Torino si collegano direttamente [nella parte liberal-monarchica], da Cavour a Vittorio Emanuele II.

C'è stato però un terzo momento di questa visita di stato del nostro presidente all'antica capitale: gli incontri con Norberto Bobbio ed Alessandro Galante Garrone, entrambi novantaduenni ma sempre lucidissimi nel pensiero ed ancora impegnati nella scrittura di articoli per la Stampa e di pagine di libri sempre nuovi da affidare a un editore.

Il mazziniano livornese Carlo Azeglio Ciampi visse nella sua gioventù (nel 1946, per la precisione) una esperienza di militante azionista, ed un anticipo di essa è testimoniato in un diario che l'ultimo fascicolo della Nuova Antologia (luglio agosto 2001) ha pubblicato in parte. Il partito proprio allora andava prendendo forma per presto dissolversi per il noto contrasto ideologico fra i socialisti lussiani ed i democratici lamalfiani.

E' probabile - non posseggo, al momento, il dettaglio della cosa - che egli, allora ancora studente universitario, giovane di 24 anni, sia rimasto nel partito, per il vincolo ideale e culturale che lo legava in qualche modo a Guido Calogero, il filosofo teorico del liberaI-socialismo (proprio del manifesto liberal-socialista Ciampi si era fatto postino, passando da Sulmona a Bari).

Un presidente della Repubblica di estrazione azionista e mazziniana - Ciampi è socio d'onore dell'Associazione Mazziniana Italiana - compensa la tradizione democratico-repubblicana per il suo contributo alla causa, appunto, e democratica e repubblicana dell'Italia moderna. Dopo un presidente liberale come Einaudi, uno socialdemocratico come Saragat, uno socialista come Pertini, e vari cattolico-democristiani come Gronchi, Segni, Leone, Cossiga e Scalfaro, pareva giusto premiare -- sul piano dei più alti valori di cultura civile - l'area di più diretto richiamo mazziniano ed azionista. Poteva essere Spadolini - il grande, rimpianto Spadolini— è stato Ciampi.

Ho dedicato molti studi alla partecipazione dei sardi al movimento repubblicano-azionista, protagonista fra i maggiori sia nella lotta al fascismo che nella costruzione dei nuovi ordinamenti costituzionali nel segno della democrazia postbellica...

Oltre a Lussu c'erano diversi isolani di gran nome, nella maggior dirigenza del partito della spada fiammeggiante ricollegante ai al movimento di Giustizia e Libertà (ma non solo a quello): c'era Mario Berlinguer, aggiunto dell'alto commissario per l'epurazione dei fascisti dalla pubblica amministrazione; c'era Francesco Fancello, reduce da tredici anni fra galera e confino, divenuto direttore dell'Italia Libera e membro dell'esecutivo politico del Pd'A; c'era Stefano Siglienti (e con lui la straordinaria moglie Ines Berlinguer, sorella di Mario) che nel 1944 passò dal carcere di via Tasso, nella Roma occupata dai burgundi, alla guida del ministero delle Finanze nel primo governo di CLN presieduto da Bonomi (costituito all'indomani della liberazione della capitale).

In epoca recente il dibattito storiografico sull' azionismo, nel più ampio e complesso quadro della revisione del giudizio storico sulla guerra partigiana e di liberazione (da taluno reinterpretata in chiave, quasi deidealizzata, di "guerra civile"), è tornato di attualità, forse anche perché lo sbandamento nel riferimento dottrinario accusato dall'area socialcomunista tout court esigeva un rimpiazzo o un riposizionamento anche sul piano ideologico, del PDS ed oggi dei DS. Proprio per appagare queste necessità sono infatti venuti, negli ultimi tempi, i progressivi riconoscimenti alle grandi memorie liberal-democratiche o socialiste-liberali di Piero Gobetti e dei fratelli Carlo e Nello Rosselli...

In tutta modestia, anch'io mi situo in quell'area ideale, cui sono approdato, per autonomi percorsi, fin dall'uscita dall'adolescenza, allorché, diciottenne, mi iscrissi alla FGR, la Federazione Giovanile Repubblicana che molto viveva l’ascendente etico-politico di personalità come Ugo La Malfa...



Fonte: Gianfranco Murtas
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