Gianfranco Murtas

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Un libro per don Mario Cugusi, presbitero generoso ed orgoglioso della sua mente libera

di Gianfranco Murtas


Siamo dunque ai cinquant’anni di messa di don Mario Cugusi. Un traguardo evidentemente importante, per grazia di Provvidenza, nella vita del dotto presbitero oggi responsabile della comunità religiosa di Serdiana, ieri di Sant’Eulalia in Cagliari, prima ancora attivo in altre comunità ecclesiali della diocesi, in altre vicarie, animatore dei chierici al Regionale ed assistente della FUCI cagliaritana. Un prete che si è sempre dato interamente agli incarichi via via ricevuti perché in essi ha visto la missione scelta e per la quale era stato scelto, ed ha visto nelle sante dinamiche della ferialità le persone alla cui vita era chiamato a legare la sua. Sicché egli tutto ha messo sempre al servizio dei suoi: la propria cultura umanistica, le sue abilità sociologiche, la sua spiritualità avanzata, la sua spontanea carica empatica ed aggregante, se stesso integralmente anche con i suoi difetti.

Ci penso: se fossi chiamato a dire con un solo aggettivo, a sintetizzare in una battuta semplice come io senta la persona di Mario Cugusi presbitero, anziano di comunità cioè, per come l’ho conosciuto, me la caverei così: un generoso e una intelligenza/coscienza libera e indipendente.

C’è un nesso fra i due stati che parrebbero, a una prima considerazione, quasi un ossimoro. Perché la generosità implica sempre una relazione mentre l’indipendenza fa pensare ad un sé nell’autosufficienza. Ma Cugusi è complesso: perché l’autosufficienza che gli assicurano i filosofi che ha frequentato per tutta una vita, e sono ancora i suoi segreti consiglieri, egli l’ha giocata, e sempre la gioca nel rapporto con il potere, anche quello ecclesiastico: la sua dignità non è mai stata barattabile, e le prove a dimostrazione sono state numerose. Ha scelto di fare il professore nelle scuole pubbliche, con la sua cattedra di filosofia, e il prete lo ha fatto non per mestiere; ma proprio perché ha scelto d’essere prete non per mestiere il suo spazio di lavoro, quello tipico del ministero, egli lo ha riempito di relazioni – ecco la generosità – e di progetti condivisi con altri nella ideazione così come nella realizzazione.

Direi che, come ogni altro prete dovrebbe sentire – ma non tutti sentono, paghi di un leaderismo di cartone cui li ha cresciuti un certo sistema –, nella relazione egli dà compimento a se stesso, energizza la sua complementarità, riconosce il se stesso della Sequela mai solitaria. Mai da solo, sempre con gli altri. Nella logica, spiegherebbero i teologi, del Regno, che è fraternità sognata e praticata, offerta e ricevuta, goduta nell’oblazione e goduta nella ricezione.

Il misfatto compiuto nel 2010, e che ha condannato nel giudizio della storia ecclesiale cagliaritana l’arcivescovo Mani, è stato proprio questo: non soltanto non aver compreso, il presule, la qualità solidale generatasi creativa ed espansiva in Sant’Eulalia fra le diverse componenti della comunità, ma aver negato, con lo sfogo d’un imperio sordo e di vergogna, il diritto a quella qualità solidale di essere l’anima d’ogni cosa, così nelle attività formative e catechistiche di bambini e ragazzi ed adulti come nelle iniziative culturali e sociali sviluppate giorno per giorno, dalla scuola al teatro, dall’oratorio al tanto di “civile” (si pensi all’area archeologica) donato a Cagliari e al suo tempo di nuova storia.

Nella vicenda dell’allontanamento di don Cugusi dalla sua comunità in molti abbiamo avuto ciascuno la propria parte.

Di quanto ho sentito di dover fare, talvolta in proprio, talaltra d’intesa con altri, detti conto in numerose occasioni e non vale ripeterlo. Molto pensai allora di consegnarlo, come documento per la storia, e come testimonianza di responsabilità, al libro da Chorus a Cresia scritti di storia e d’impegno ecclesiale 2008-2011.     

Esterno, non estraneo, all’associazione Cresia che allora si costituì attorno a personalità di gran valore come Paolo Fadda, Salvatore Cubeddu, Bachisio Bandinu e numerosi altri, partecipai con spirito di volontario alle sue iniziative, tanto più scrivendo. Scrivendo allo stesso arcivescovo più volte, scrivendo sulla stampa, scrivendo in internet, scrivendo a diversi uffici – basti questo sostantivo generico – della curia vaticana e di altre sedi.

In quello stesso contesto dovetti interessarmi anche di altre questioni che pure, direttamente o indirettamente, si legavano al “caso Cugusi”, perché tutte riportavano al cattivo governo canonico e pastorale – cattivo naturalmente nel mio, o nostro, giudizio opinabile, e ancora oggi confermato – dell’arcivescovo funzionante. Fra quei “casi vari” il più noto è quello di un diacono fermato alla ordinazione e addirittura portato in tribunale, al vicariato di Roma, con accusa di calunnia. E condannato fu egli infatti, secondo ogni attendibile previsione che non dava credito d’onore a niente di quel vicariato retto prima da Ruini, poi da Vallini. Condannato secondo previsioni ma… riabilitato per sorpresa finale! Un intervento d’autorità di papa Francesco che, fatte studiare le carte da una commissione di esperti di sua fiducia, annullò tutto, mettendo nero su bianco che quel processo era inconsistente sul piano sostanziale come pure sul piano formale!

Ho naturalmente il rammarico che il giovane diacono portato poi al presbiterato carezzasse allora e carezzi ancora oggi le suggestioni dei lefebvriani, che io riprovo invece nettamente; ma qui era in gioco altro, e sono contento di aver avuto, anche in questa vicenda, la parte che mi competeva come dovere di coscienza e cui fui sempre consigliato e incoraggiato dal mio amico fraterno don Efisio Spettu oggi in benedizione.

Aggiungo anche altro, per scrupolo o, se possa dirsi così, con spirito autocritico: che nella impresa contro quello che noi ritenevamo il malgoverno canonico e (soprattutto) pastorale dell’arcivescovo Mani – per il cattivo esempio bellamente profuso (si pensi soltanto alla “mezza busta” alle cresime di Serri) – noi ci collegammo a prefetti e segretari di congregazione che non rispondevano certamente al nostro modello di Chiesa schietta, semplice, sì sì, no, no… Ma quelli erano i cardinali interlocutori per il loro ufficio, e li pensammo puri (mentre tali, per il più, non erano)…

Ma non voglio allargare troppo. Intendendo mostrare nel concreto, ancora e sempre, la vicinanza solidale a don Mario Cugusi detti dunque alle stampe – non per venderlo, soltanto per donarlo agli amici interessati – un volume che riunisse intanto i miei numerosi scritti di argomento ecclesiale usciti negli ultimi tre anni, ma poi anche e soprattutto desse dettagliato conto del faticoso impegno profuso in una battaglia contro l’arroganza clericale sempre miope, incapace di superare l’asticella della cronaca, ma pure dolorosa per chi ne è, volta dopo volta, vittima.

Da queste trecentoventi pagine intervallate da una decina di fotografie delle opere di soggetto religioso del mio amico fraterno Franco d’Aspro – quasi a dare sostegno d’arte e della sua nobile leggerezza alle… obbligate concentrazioni di parole – traggo e ripropongo qui un brevissimo ed unico estratto: quello titolato “Per un riconoscimento dei meriti civici di don Mario Cugusi”, uscito in due puntate il 16 luglio e 14 agosto 2011 sul sito di Cresia e con le poche righe che lo introducono.


Per un riconoscimento civico

Il quinto dei documenti riguarda don Mario Cugusi: la proposta di un riconoscimento municipale a lui per i meriti civici. Ho scritto, come sintesi, per gli spazi web della Fondazione Sardinia: «Il servizio reso dalla parrocchia di Sant'Eulalia fra il 1980 ed il 2010 per la promozione sociale e culturale della comunità storica e di quella straniera di recente insediamento nel quartiere della Marina: scuola di recupero e corsi di alfabetizzazione, teatro e cinema d'essai, museo ed area archeologica, oratorio ludico/sportivo interetnico ed ospitalità ecumenica, gemellaggio col Kossovo (per il soccorso scolastico e sanitario) e molto altro come proiezioni spontanee di un modo di testimoniare il cristianesimo partecipativo aperto alle diversità rispettoso delle distinzioni fra la sfera politica e quella spirituale ma nella logica dell’"umanesimo integrale che fu orientativo del Concilio Vaticano II».

E ancora: «Don Cugusi è stato protagonista, nei suoi tempi a scavalco di secolo e millennio, di quel che in altre epoche erano stati a Cagliari preti di profonda dottrina e spiritualità e non minore genio pastorale come don Mosè Farci a San Lucifero o don Mario Floris a Sant'Eulalia. Perché la comunità ecclesiale deve saper essere quel lievito nella pasta sociale che concepisce se stessa soltanto nella logica dell'amicizia fra ogni espressione dell'umano. Per questo la sua immagine di prete-filosofo immerso nella concretezza dell'oggi me lo ha sempre rivelato in una dimensione caramente "laica", dialogica e anche, perché no?, profetica. E l'accostamento alle vittime dell'inquisizione, all'apparenza azzardato o enfatico, mi è servito per segnalarne le coordinate intellettuali, cioè la libertà del pensiero, che è sempre l'incipit, insieme con la capacità morale di fronteggiare ogni arroganza oppositiva, per "fare" al servizio dell'uomo».

E dunque… 

Molti anni fa presentai nel teatro di Sant'Eulalia un libro, dedicato a... Giordano Bruno e più particolarmente al mito bruniano nella Cagliari umbertina e giolittiana, e ancora nel primo fascismo. Una storia… municipale della città capoluogo nell'era di Bacaredda con qualche scampolo temporale a supporto estremo e prima e dopo, ma una storia letta e riproposta secondo una chiave né socioeconomica né politico-partitica, bensì singolarmente ideologica: quella dei contrasto fra clericali e anticlericali. Un contrasto paragonabile a un grande fiume, con molti affluenti però: e questi erano i soggetti, ora individuali ora associativi, vanamente riconducibili, a quelle composite formazioni protagoniste dello scontro dialettico, valoriale e civile.

Questo incipit vale adesso soltanto per evidenziare l’apparente anomalia di un libro così presentato – con tutta simpatia, la mia s’intende per la parte democratica e liberale – nel teatro di Sant'Eulalia. E illustrato, fra gli altri, da un "bruniano" (non ideologico s'intende!) competente, che nei suoi corsi di filosofia al liceo non saltava il capitolo, anzi.... vi insisteva suscitando interesse e anche qualche passione nei ragazzi. Per il sistema teorico di frate Giordano, o meglio, per alcune sue intuizioni sull'universo infinito e per la sorte che gli toccò fare bruciato vivo dall'Inquisizione a Campo de' fiori.

Di più: un libro (titolo Dei circoli anticlericali e del monumento a Giordano Bruno) a lui, al professore, omaggiato nella dedica a stampa «A Mario Cugusi, parroco di Sigismondo Arquer e di Giordano Bruno». Perché parroco della Marina dov'è, nel pettine stradale sopra la via Roma, proprio la via Arquer (così ribattezzata…negli anni della eccellente sindacatura Bacaredda), e dove era – nella parte della via Argentari poi ridenominata Mazzini (nientemeno!) – quel busto di frate Giordano offeso e sdegnato che nel 1926 si volle togliere di mezzo, da parte degli illusi residui popolari e dei fascisti, con la scusa che nel settimo centenario della morte di San Francesco neopatrono d'Italia sarebbe stato meglio onorare la circostanza con una grande statua dell'Assisiate...

Arquer e Bruno, due teologi – uno laico l'altro ordinato - che fecero la stessa fine e che Cagliari che pur era quella città spagnolesca e clericaleggiante in certa hight (dark hight) e nelle masse popolari dei rioni sorti tutt’attorno a chiese importanti e chiese filiali non aveva mancato di onorare con una certa insistenza. Al primo era anche stata intitolata, nel 1890, una loggia, che poi avrebbe avuto più duratura collocazione giusto alla Marina, nella via Barcellona, inaugurando la propria sede, con l'ostensione del labaro verde, forse il giorno del primo centenario garibaldino. Frate Giordano avrebbe invece ispirato svariati sodalizi, in parte studenteschi (non ultimo quello cui partecipò, anche il Gramsci studente liceale, quando il Dettori era anch'esso alla Marina), in parte animati da personale maturo e collaudato nell'accademia come nell'amministrazione o nell'avvocatura... 

Una certa notte i questurini con gli addetti del Comune allora affidato al commissario regio Vittorio Tredici (fra i primi fascio-mori della tormentata stagione) sequestrarono frate Giordano infilandolo in un sacco, dove egli rimase al buio per un anno e mezzo. Pare che poi Giovanni Gentile, già ministro della Pubblica Istruzione, avesse convinto Mussolini a far liberare il prigioniero, il quale non rivide però la luce piena ma qualche chiarore sì, in una nicchia dell'atrio della regia Università. Da dove, nell'immediato dopoguerra, fu portato nella facoltà di Lettere trasferita in via Corte d'Appello (dove adesso è il dipartimento di Architettura), e da qui nel 1960 a Sa Duchessa. San Francesco intanto era stato sistemato in piazzetta Carlo Alberto, spalle della cattedrale.

Quel Giordano Bruno cagliaritano era stato voluto, fra il 1911 e il 1912, da un comitato del quale facevano parte molti repubblicani, oltreché appartenenti ad altri circoli politici, parapolitici, culturali ecc. Non mancava naturalmente la massoneria— così come era avvenuto per l'erma di Giovanni Bovio, inaugurata allo square delle Reali nel 1905 –, e fu proprio un assessore comunale massone – Romolo Enrico Pernis – ad accoglierlo per la Municipalità dalle mani del presidente del Comitato esecutivo ed organizzatore. Fu due mesi dopo che, davanti al vecchio Dettori, era stato piantato, con sentimento più ghibellino che guelfo (bianco o nero che fosse), un altro busto ancora, quello di Dante Alighieri. Si era proprio, nel 1913, a ridosso della ricorrenza del 20 settembre.

A proposito. Per ricordare il 140° anniversario di Porta Pia, ci trovammo lo scorso anno nella palazzina della Società Operaia - sodalizio che pure tanto deve, prima ancora che alla benevolenza del sindaco Bacaredda che fu fra i promotori quell'insediamento a sa Butanica, al mazzinianesimo del fondatore, l'operaio-industriale, consigliere comunale e dignitario massone Stefano Rocca –, convocati dal professor Tito Orrù. Eravamo in molti, e in molti parlammo ognuno per la propria disciplina. Fra essi don Cugusi che parlò da prete, ma senza copione da prete, con la mente e la coscienza del prete piuttosto... Riconoscendo anche lui, come già fece Paolo VI nel centenario dell'evento, un segno provvidenziale nella caduta del potere temporale dei papi avvenuta nel l 870. E spiegando perché.

Don Mario Cugusi! Il parroco che ha catalizzato le migliori forze cittadine, anche amministrative (e senza discriminazioni o preferenze), per la trasformazione evolutiva del quartiere della Marina: trasformazione fisica e trasformazione sociale, con gli strumenti essenziali della promozione culturale attraverso la scuola popolare nelle aule che un tempo erano le abitazioni dei preti in servizio – scuola per i nostri che volevano recuperare gli anni persi, scuola di alfabetizzazione per gli immigrati in cerca di inserimento –, con il cine-teatro aperto agli esordienti e agli sperimentalisti, con l'oratorio della pedagogia festosa, con il museo d'ogni cosa bella e l'area archeologica che ha via via conquistato rinomanza internazionale... Con un esercizio del ministero essenziale e partecipato, con la cura delle anime – si potrebbe dire semplicemente – che in nulla e mai si permetteva di fiancheggiare le aspettative venali (elettorali) dei clericali di turno, i democristiani di una volta e quelli rimodulati di dopo... Con la spinta alle attività "proprie" della Chiesa, riscoperte dal Concilio giovanneo e paolino, che educa all'umanesimo integrale: quell'umanesimo che guarda il Cielo dalle realtà e dalle responsabilità della storia e non filtrando artifici e suggestioni di formulari apodittici, o muovendo dalla resa disperata di chi nulla trova essere significativo, per sé, attorno a sé... E dunque attivando un modello catechistico semplice e gioioso, che insegna a guardare al "senso talentuoso" della vita da spendere evangelicamente (quanta prossimità c'è in questa visione "missionaria" fra il cristianesimo che è una fede religiosa e il mazzinianesimo che è una dottrina morale e politica!) in una realtà interculturale e addirittura interetnica dalle dimensioni sempre più impegnative...

Le persone e i luoghi. Quella parrocchiale antica del Seicento, forse del Cinquecento ma con preesistenze addirittura del XIV secolo, una chiesa bellissima e cara alla città come poche altre, salvata letteralmente dallo sfacelo dei crolli, delle fenditure, delle vene di umidità, dell'instabilità. E recuperata nelle profondità dei suoi tre livelli giù giù, oltre il carnaio amministrato per secoli della storica Congregazione del SS. Sacramento, fino alle prime colonne monumentali, ai suoi percorsi interni.., luogo cli studio assolutamente gratificante, entusiasmante anzi, per scuole di archeologi e di storici. E non soltanto recuperata questa chiesa parrocchiale preziosa, ma rilanciata con sistemazioni anche d'arte (si pensi soltanto alle vetrate policrome) che rispettano la storia e attualizzano insieme la funzionalità liturgica secondo le regole postconciliari.

Con un quartiere che per tre lustri guardava i fianchi e sbirciava gli ingressi di questo cantiere delle sorprese, di questo cantiere che diventava un regalo per la Cagliari del primo Duemila che riscopriva se stessa, o forse conosceva per la prima volta se stessa in questo largo settore delle sue edificazioni a monte dell'area portuale risalenti all'urbanistica romana... E prima c'era stato quell'altro cantiere del Santo Sepolcro, sito anch'esso pregevole per l'archeologia e l'architettura, per la storia religiosa e per quella dell'arte. Tutto il bello offerto gratuitamente alla comunità e ai suoi bisogni spirituali e sociali. E un nuovo cantiere era in ultimo alle viste, a Santa Lucia, fra le vie Sardegna, Napoli e Barcellona. La chiesa abbattuta [recte: colpita] dalle bombe dopo una vita onorata di sette, forse otto secoli […].

La rinascita della Marina nel trentennio di parrocato di don Mario Cugusi è un film da un milione di fotogrammi. Socialità e cultura, la cultura come promozione di responsabilità e spirito civico, la religione come promozione di libertà personale e sociale, come chiave di scoperta del senso delle cose, in cui la trascendenza non è una evasione ma semmai un motivo supplementare di impegno nella comunità civica...

Ho rivisto in questi giorni dei filmati che furono girati a supporto di alcuni miei servizi televisivi sui quartieri cagliaritani fra storia e cronaca. Era il 1981, giusto trent'anni fa. La Marina di allora era ancora quella del 1944 o 1945, dell'indomani dei bombardamenti, quando il sindaco Pintus contò nella cinta urbana ben 862 edifici completamente distrutti e 1.647 più o meno danneggiati per un complesso di circa 4.000 abitazioni. L'avarizia statale negli anni della ricostruzione, l'inadeguatezza di molte amministrazioni susseguitesi negli anni e nei decenni, non risolsero né tutto né molto... A cento metri dagli specchi della via Roma o del Largo, depositi di immondizia s'alzavano ogni qualche passo sopra le macerie della guerra che la mia generazione non ha conosciuto altro che per le rovine persistenti.

Una generazione – quella anziana – di abitanti della Marina, qui da tempo immemorabile s'è via via consumata per debito di natura. Sono scomparsi in particolare i lavoratori del mare i pescatori del piccolo naviglio gli scaricatori del porto commerciale e le loro mogli che facevano comunità di vicinato d'estate e d’inverno. Tutto adesso è cambiato, il porto s'è allontanato per lasciare secondo il progetto comunale lo spazio alle barche degli sportivi ricchi. Non è un male certamente quando tutto è ordinato secondo la visione dell'interesse generale. Molti dei vecchi sono morti e intanto i loro figli sono stati costretti a farsi famiglia nelle nuove periferie cittadine. Senza perdere però il contatto con i parenti superstiti con gli amici fedeli, con la parrocchia del loro battesimo e della cresima, del loro matrimonio molto spesso, dei funerali dei loro genitori. S'è visto quando don Cugusi è stato ingiustamente trasferito con un'ingiunzione arrogante, strillata giusto un anno fa.

Al posto dei vecchi scomparsi, al posto dei giovani che sono andati a crescere le loro famiglie in boccio a Mulinu Becciu o a Sant'Elia, o magari a Quartu e a Sestu, sono arrivati giovani e coppie con bambini di mezzo mondo: non soltanto i senegalesi e i marocchini, i cinesi e i filippini che sono ormai ovunque, di più: gli egiziani, i pakistani, gli indiani, e magari anche i malesi e gl'indonesiani, e dallo Sri Lanka e dal Bangladesh, gli orientali. Hanno riempito le case rimaste vuote, si accontentano di poco. Hanno aperto negozi d'artigianato e chincaglierie etniche o alimentari di supporto alla comunità immigrata, in diversi si sono impiegati in ristoranti con le qualifiche più modeste... Molti degli uomini, gli apripista, si sono fatti raggiungere da moglie e figli, ed i gruppi familiari si mostrano in una colorita e vivace espansione quasi come grappoli di relazioni nazionali e internazionali... Ma senza chiusure, anzi con una ansia di conoscenza di questo mondo nostro che è il mondo della loro nuova vita... Mentre i loro bambini che frequentano il Satta alle elementari, o la Manno alle medie, e socializzano con i libri, tu li senti la sera ai campi dell'oratorio di Sant'Eulalia giocare a basket con istruttore un ragazzo del Senegal, e parlare tutti l'italiano – siano essi indiani o africani o filippini – e magari anche lo slang cagliaritano. Intuisci la fortuna che abbiamo noi di poter allargare le nostre conoscenze del mondo non dai libri ma dalle persone...

Sì, l'oratorio parrocchiale ma in generale tutte le strutture educative e ricreativo-sportive o teatrali di Sant'Eulalia reimpiantate, reinventate da don Mario Cugusi, da lui accudite e sviluppate lungo tre decenni con agenda quotidiana, sono la sede centripeta di una variegata platea di soggetti che hanno cambiato – arricchito – Cagliari.

La parrocchia ha funzionato in progress, lungo tre decenni, come luogo di accoglienza, orientamento e accompagnamento, ma con una abilità di pedagogia civile – se l'espressione vale ad esprimere un fenomeno molto complesso (per il quale sociologi e antropologi potrebbero dire molto utilizzando le loro categorie) – che ha saputo smorzare ogni rischio o pericolo che nell'angiporto di tutte le città importanti di mare, come possono essere Genova o Napoli o Palermo, l'immigrazione massiva da altri mondi e altre civiltà porta inevitabilmente con sé. E tutto questo con poche, scarsissime, quasi nulle risorse materiali. Con la qualità degli uomini offertisi alla missione, piuttosto.

Se ne potrebbe dire, della Marina e della sua parrocchia, e degli uomini che si sono prestati al servizio comunitario con una umiltà pari soltanto alla intelligenza ed al valore del progetto in cui al sostantivo integrazione mai si è accompagnato l'aggettivo “omologante”! Della fraternità (anche religiosa) offerta alla comunità ortodossa nelle sue varie declinazioni e obbedienze autocefale. Della prossimità ai fedeli dell'islam, incoraggiati in ogni modo all'adempimento dei loro precetti alla pratica delle loro devozioni spirituali.

C'entrano i santi martiri Sigismondo Arquer e Giordano Bruno in questi passaggi della trentennale pastorale sociale di don Mario Cugusi? C'entra il sentimento della distinzione fra le istituzioni della Chiesa e quelle dello Stato laico, laicissimo così come lo vive questo prete colto e alla mano, popolare? C'entra la sua consapevolezza della necessità e della urgenza di una continuativa e cordiale collaborazione in ogni "materia mista" fra il pubblico (aideologico per definizione) e l'ecclesiale? L’esperienza ha dettato i titoli: dal rilancio di ogni manufatto architettonico che è ricchezza della città, e di ogni opera d'arte che ha attraversato i secoli affinando il gusto anche estetico della popolazione alla difesa di ogni presidio educativo per la formazione delle giovani generazioni, o assistenziale per l'accompagnamento, ma nella aggregazione non nell'apartheid, degli anziani e dei deboli, degli stranieri...

Tutto c'entra, mente e cuore giocano sempre nella stessa squadra. Eppure un anno fa un vescovo simpatico per la parlata toscana ma inautentico quant'altri mai nel dire e nel fare, ha creduto che il suo potere di burocrate religioso valesse, come nei tempi dei vescovi conte, più del vangelo e del sentire diffuso di una larga comunità. E ha licenziato il parroco di Sant'Eulalia, umiliandolo così come un cardinale fiorentino di cui nessuno ricorda più il nome umiliò una volta un prete che si chiamava don Lorenzo Milani, il cui nome tutti invece ricordano e onorano per tutte le ragioni.

La domanda è la seguente, ed è rivolta alla comunità civile cagliaritana, così come più specificamente e rivolta al Municipio di Cagliari nella persona del sindaco Massimo Zedda verso il quale nutriamo molta fiducia – la stessa che non nutrivamo e mai abbiamo nutrito nel suo predecessore: perché ad un cittadino di tante benemerenze civiche l'Amministrazione non offre, il Municipio cli Cagliari, un segno di ringraziamento, un riconoscimento pubblico, giusto nell'anniversario della sua ingiusta rimozione, in tal modo incrociando il sentimento condiviso dei cagliaritani di ogni orientamento religioso e politico che nel parroco di Sant'Eulalia hanno visto, per trent'anni ogni giorno, l'instancabile, generoso, ardito protagonista della promozione sociale di un intero quartiere?

Dai molti ai quali mi sono rivolto per comprendere se vi sia oppure no un idem sentire circa questa iniziativa che a me pare doverosa e giusta sul piano proprio della cordiale consentaneità fra l'istituzione comunale e la cittadinanza pur nella pluralità delle sue opzioni religiose e politiche, ho avuto vari incoraggiamenti. In ultimo quello di un consigliere comunale di largo prestigio professionale ad onta... dell'età ancora giovane, e portatore di un grande amore alla città che, nella recente conversazione avuta con lui, molto mi ha colpito e potrei anche dire commosso. Ringrazio pubblicamente Guido Portoghese per la generosità dell'approccio all'idea che gli ho manifestato che molto mi fa sperare non soltanto per il buon esito dell'iniziativa, ma anche – dato il lucido sguardo offertomi sulla sua appena avviata esperienza di consigliere comunale – per la qualità del servizio amministrativo che da lui stesso e da non pochi altri del suo gruppo politico o della sua coalizione potrà venire a questa nostra povera Cagliari, «bella come l'anticamera del paradiso» - secondo l'intuizione lirica di Francesco Alziator – ma odiata, non si sa perché, da un ceto politico che per lunghi anni l'ha costretta, sotto l'apparenza provvidenziale, nella stretta rete di un clientelismo incapace di generare futuro.



Fonte: Gianfranco Murtas
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