Gianfranco Murtas

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Un medico meraviglioso, passato come un sogno. A un anno dalla morte, Franco Cossu nel ricordo dei suoi, e quanto dei pazienti che ha curato

di Gianfranco Murtas


E’ passato un anno e per chi, con la sua, ha incrociato la propria vita fin dall’adolescenza la relazione non s’è interrotta. Magia dell’umanità che ci fa complementari e permanentemente necessari l’uno all’altro, magia della fede nella giornata sempre incompiuta e dunque ancora e sempre in sviluppo. Francesco Mario – Franco per tutti – Cossu, medico meraviglioso, tanto competente quanto meraviglioso, e uomo semplice, alla mano e generoso lo abbiamo perso alla pratica dei servizi della sua professione purtroppo, ma non lo abbiamo perso, noi che per lunghi anni abbiamo camminato con lui, al sentimento e alla confidenza del cuore.

Impossibile staccarsene. Tutte le condizioni erano propizie, per lui giovane medico, alla fine degli anni ’70 – per galoppare in una carriera pilotata (con le migliori intenzioni s’intende!) dai maestri, o dai baroni. Ma non volle. Egli, che mi era amico e sempre solidale, mi divenne maestro allora: 25-30enne. Mi mostrò quanto la dignità personale che gli derivava da una educazione giusta e severa, austera nel dispiego delle empatie familiari ed amicali, si potesse tradurre in cosa fatta già in quel primo appuntamento con la vita da adulto, la vita professionale cioè. Tutto quello che avrebbe avuto nel tempo se lo conquistò con il senso del dovere ed un militante spirito di sacrificio. E fece guardie mediche per anni e anni, sacrificando notti e fine settimana e insieme collaborando alla clinica nella quale si era formato, al SS. Trinità di Cagliari. E studiando per la specializzazione, e poi per il primariato.

Fece famiglia allora, famiglia d’incanto, valorosa nelle premesse e nello svolgimento delle esperienze. Enza, Andrea ed Elena sono stati il suo mondo, non chiuso però, anzi attraversato dalle mille relazioni d’amicizia sempre lealmente coltivate con senso spontaneo di laica religiosità.

Fu assistente e poi aiuto della clinica urologica dell’università di Cagliari: così per dodici anni, e per dieci – dopo – primario al Nostra Signora di Bonaria, a San Gavino Monreale, responsabile dell’Unità ospedaliera di urologia; e dopo ancora, dal gennaio 2003 e fino al pensionamento, nel novembre 2018, direttore della divisione di urologia e del dipartimento cure chirurgiche del San Francesco di Nuoro.

Autorevole per competenza professionale, autorevole per esemplarità nella conduzione del suo settore, riferimento per i colleghi e il personale infermieristico, dono autentico per i malati. Ci tornerò.

Parlando di un amico

Io lo incontrai nel partito più bello del mondo, quello repubblicano degli anni della segreteria nazionale di Ugo La Malfa, padre della patria. Allora, noi ancora adolescenti, identificavamo l’antico partito dell’Edera – l’Edera della Giovine Europa in cui simbolicamente si associavano le fratellanze della Giovine Italia, della Giovine Germania e della Giovine Polonia, dunque per traslato le genti latine, quelle anglosassoni e quelle slave – con la figura del suo leader, politicamente schierato già 21enne, nell’Unione Nazionale Democratica di Giovanni Amendola, contro il fascismo, e galeotto antifascista, a San Vittore, 25enne. Era stato a Cagliari, La Malfa, nel 1926, appena laureato, a svolgere il servizio di leva, e il suo reparto a San Bartolomeo era quello dei “puniti”. Sapevamo del suo lavoro di opposizione clandestina contro la dittatura, sapevamo che negli anni della resistenza, con il Partito d’Azione pieno di mazziniani e di gielle, era stato capo politico a Roma neppure negandosi alle arrischiate azioni militari, come quando si muoveva nelle campagne laziali per raccogliere gli aviolanci degli alleati…

Per cinque, sei, dieci anni – quelli finali delle superiori, quelli universitari, quelli dell’esordio professionale – avemmo lui, La Malfa, come riferimento ideale e politico. E noi della FGR – la Federazione Giovanile Repubblicana – che avevamo la nostra sede cagliaritana in via Sonnino 128, dove il PRI pareva un pezzo di facoltà di Scienze politiche, con i professori che venivano a far lezione di storia e di diritto, a far conferenze e a produrre libri (Bruno Josto Anedda licenziò allora il suo Vittorio Angius e il primo volume del Diario di Giorgio Asproni), facemmo la nostra parte, senza eroismi ma con disciplina e serietà. Partecipando ai dibattiti degli adulti, prendendo iniziative di varia natura, perfino allestendo mostre d’arte e sfilando per la pace nel Vietnam e contro le sciagurate prime prove dello stragismo. 

Tutte le stanze della sede PRI-FGR presentavano, in tavolette 20x20, le foto dei grandi del Risorgimento, mentre ad Asproni ne era riservata una di dimensione doppia. E ci accompagnava il busto storico di Giovanni Bovio, il continuatore del repubblicanesimo italiano dopo la morte dell’Apostolo genovese. Venivamo educati – noi allora 18-20enni e poi di poco più grandi – ad associare la storia presente a quella delle trascorse generazioni, e dalle punte migliori di quelle generazioni, nel risorgimento e quindi nell’antifascismo e nella faticata costruzione della repubblica ci sembrava di imparare ad essere cittadini degni del titolo. 

Nelle grandi idealità, eravamo solidali con le elaborazioni politiche che erano state per lunghi anni anche del sardismo, fino ai cedimenti del PSd’A alle tentazioni (allora in timido affaccio) del nazionalitarismo, della statualità (si sarebbe detto poi dell’indipendentismo e oggi del sovranismo, teorie tutte lontanissime dal nostro sentire). Noi giovani lì già padroni di casa, accogliemmo allora i sardisti che, usciti dal loro partito, confluirono fra i repubblicani non più cugini ma fratelli. Erano, per definizione molto semplificata, gli amici di Armandino Corona, e figuravano fra essi numerosi semplici militanti tanto più della Marmilla – nel novero soprattutto agricoltori e coltivatori diretti –, intellettuali, professionisti, avvocati e ingegneri e medici, funzionari regionali, a Cagliari anche un bel numero di signore e ragazze… Una bella umanità: fu una bella umanità davvero che, nella dialettica che sapemmo imbastire con lei – e quanto più nei tempi elettorali e congressuali! –, ci aiutò nella nostra crescita personale e civile. Scrivemmo documenti e attaccammo manifesti, ci incontrammo con gli altri dei diversi movimenti giovanili operanti a Cagliari, diventammo adulti sperimentando.

Con Roberto Dessì e Pier Giorgio Cadeddu, con Alberto Manfredi e altri dieci e anch’io, con noi Antonello Mascia che era un fratello maggiore e più colto di tutti, Franco Cossu fu giovane uomo di squadra, buon ascoltatore, misurato ed educato sempre, leale nella offerta delle sue considerazioni, disponibile ogni volta alla partecipazione, al fare. E intanto marciava con gli esami. E anche amoreggiava, discreto e perfetto in ogni occasione, portatore di una cordialità spontanea e larga.

Ragazzo a Is Mirrionis, la scuola

Figlio di un carabiniere di radici oristanesi, era nato a Orani – temporanea tappa della carriera paterna – e però giunse a Cagliari, altra e definitiva tappa di servizio del padre nell’Arma, che era ancora bambino. Fu nel quartiere di Is Mirrionis – lui in una palazzina di via Trincea dei Razzi –, nel quartiere che allora – fine anni ’50 – era un moto perpetuo, una città nella città, una città che cresceva ad ogni minuto in mattoni e soprattutto in residenti. Quante giovani famiglie in boccio s’addensarono allora dall’area di sa Duchessa e da quella detta di Saint Tropez, costeggiante Monte Claro, fino all’altura di San Michele col suo castello trecentesco, fino alla distesa che portava al nuovo camposanto civico… Quanti bambini iscritti alle elementari di quartiere e presenti alle messe domenicali della parrocchia della Medaglia Miracolosa (quella condotta dal mitico vincenziano padre Nicola Abbo) che allora, nella piazza San Michele, cercava di attrezzarsi di una chiesa più capiente e moderna… e con le sue associazioni, le sue iniziative sociali ed educative, il suo cinematografo…

Le medie le frequentò, Franco Cossu, alla n. 8 di viale Sant’Avendrace, poi fu la stagione del liceo scientifico, nel passaggio riorganizzativo fra il Pacinotti (che si spostava nella nuova sede di via Liguria) ed il Michelangelo che occupava lo storico stabilimento di via Grazia Deledda. Si iscrisse qui, assegnato alla sezione E (dove si insegnava il francese, forse ancora prevalente sull’inglese fra i corsi di lingua straniera). E trovò, con essi legandosi in fraternità, nuovi amici fra i compagni di classe o di sezione… Franco anche a correre nella pista d’atletica, all’Amsicora, per tenersi allenato nei muscoli e nella respirazione, per sua scelta e suo gusto.

La maturità nel 1972, poi – ancora e sempre in parallelo alla militanza repubblicana – il tempo universitario – a Medicina naturalmente –, quando s’allargano e approfondiscono le conoscenze scientifiche ed intellettuali e maturano ancora le esperienze umane. Nuovi incontri con coetanei che saranno con lui professionisti negli organici ora universitari ora ospedalieri lungo tutta una vita. La laurea nel 1979 e da subito – ne ho accennato – è inserito come medico interno della clinica e divisione urologica del SS. Trinità. Dal 1982 è qui assistente ordinario, nel 1984 conquista il diploma di specializzazione. Nel 1990 è aiuto corresponsabile nella stessa clinica e divisione dell’ospedale di Is Mirrionis. Porta la stessa responsabilità, nel 1991, a San Gavino (ASL di Sanluri) dove, acquisito il titolo primariale, eccolo due anni dopo responsabile della sezione urologica e dal 1999 direttore UOS Urologia. Tappa a Cagliari per qualche mese, quindi dal 2003 a Nuoro, finalmente, dove ancor meglio – ma grazie alle esperienze maturate una dopo l’altra, una in grappolo con le altre – può esprimere il suo talento e professionale e umano.

Tappe professionali

L’ospedale nuorese vive, nei primi anni del 2000, tutte le trasformazioni che la legislazione nazionale e quella regionale impongono al sistema sanitario, i reparti si aggregano in dipartimenti, e Franco Cossu ne assume una delle guide, diretto interfaccia degli amministratori della ASL. E alleva, nel servizio quotidiano ai malati, una nuova classe di chirurghi. Con lui altri medici di vasta esperienza ed altissimo valore sia professionale che umano: nel capoluogo barbaricino così come in tutta la provincia (e oltre ancora) si sa che cosa valga il locale dipartimento chirurgico intanto apertosi, perfino da apripista, alle nuove tecniche operatorie (quelle della robotica).

Ha un che di apostolato il suo servizio a Nuoro. Non c’è, in città, chi non conosca il dottor Cossu e non lo apprezzi, eppure lui è, per temperamento, sempre riservato – sì cordiale ma riservato –, lontano da ogni presenzialismo o mondanità: è tutto lavoro e tutto incoraggiamento e conforto per i malati, e i parenti e gli amici dei malati. Dopo quarant’anni di professione sente ancora la medicina come l’aveva sentita da ragazzo, coltivando il sogno di diventare medico, di essere cittadino al servizio della sua comunità con una competenza certa. La medicina come missione, e non c’è un grammo di retorica a dichiararlo. (Ogni volta che, per spinta interiore, gli davo questo riconoscimento ammirato, lui si schermiva: Guarda che mi pagano! e allora lo ammiravo e gli volevo bene il doppio). 

In una carriera piena – quarant’anni spesi nel servizio pubblico della sanità, anni spesi nella cura fra visite, analisi, interventi – quanti potranno esser stati? trentamila forse i pazienti affidatisi alla perizia professionale di Franco Cossu… Quante persone – donne e uomini, ragazzi e anziani – debbono a lui, alla sua competenza, il recupero di salute, e alla sua umanità la fiducia mai svanita di potercela fare…

Anche quella visita personale ai pazienti da lui stesso operati – essi al primo intontito risveglio dopo l’intervento –, senza delega della incombenza a un assistente, ma magari con la compagnia dell’assistente chiamato a imparare sempre meglio come si affianca l’umanità al mestiere, è stata una sua caratteristica. Così ha fatto da giovane medico, così ha continuato sempre, sino a fine carriera.

Infine si è ammalato anche lui, e ha lottato per quanto gli è stato possibile, con una esemplare maestria di vita. Per mille giorni s’è sottoposto alle cure, ai dolorosi e ripetuti interventi operatori che stavolta sulla sua carne altri medici hanno eseguito con l’intento generoso di restituirgli la salute e donare altra vita, vita piena, agli anni immaginati del riposo (relativo) dopo il pensionamento.

Fra Cagliari e il San Raffaele di Milano ha combattuto e sofferto. L’hanno sostenuto, con le virtù della persona integra quale sempre egli ha saputo e voluto essere, gli affetti migliori della famiglia, di tutti e di ciascuno. Singolare e necessario quello del piccolo di casa, che porta il suo secondo nome: Mario, il bimbo che cerca il nonno fra le stelle, scrutando il cielo serale con il suo telescopio.   

Come quel giorno a San Sebastiano

C’erano forse cinquecento persone il giorno del congedo nella parrocchiale di San Sebastiano a Cagliari. Ebbi l’onore di doverlo ricordare ai presenti con poche parole, e, commosso, Andrea ed Elena mi sostennero.

Da quel breve discorso recupero soltanto poche battute, quelle finali, e nuovamente gliele dedico con ogni senso di partecipazione alla sua umana vicenda che non posso considerare conclusa.

Con il poeta Tagore, indiano universalista di Calcutta, ci è caro immaginarti pronunciare parole come queste:

Ho ricevuto il mio congedo. / Ditemi addio, fratelli miei! /

M’inchino a voi tutti / e prendo commiato. /

Ecco, rendo le chiavi / della mia porta / 

Rinuncio a ogni diritto / sulla mia casa. / 

Vi chiedo soltanto / ultime parole gentili. / …

Per molto tempo fummo vicini / di casa […] 

Ora si fa giorno, / e la lampada che rischiarava /

Il mio buio cantuccio s’è spenta. /

E’ giunto un richiamo / e sono pronto al mio viaggio.

E conclusive valgano qui, accoste a quelle del vangelo di Gesù di Nazaret, le parole cadette dell’altro nostro amato fratello poeta Rudyard Kipling, britannico nato a Bombay, rinato ecumenico a Lahore, dove incontrò – lui anglicano – Saul, l’ebreo di Aden e Din Mohammed, Amir Singh, il sikh e Castro delle officine di riparazione, cattolico romano. 

Invoca Kipling, invochiamo anche noi, membri di una sola famiglia – cristiani, umanisti ecumenici, liberi muratori e costruttori: 

Oh, Potenza segreta e nascosta / le cui tracce cerchiamo invano, / 

sii con noi nell’ora / della sconfitta e del dolore; / 

Cosicché… anche se abbattuti, / proprio perché abbattuti, / [da questo lutto]

noi si possa sorgere e costruire ancora, / In piedi! A costruire ancora!


    



Fonte: Gianfranco Murtas
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