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Gianfranco Murtas

Un rivoluzionario-reazionario nel sud dei Borbone: il Cav. Bozzelli raccontato da Francesco Granatiero

di Gianfranco Murtas

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Si disse che fu amico di Piero Maroncelli e Silvio Pellico, patendone anche lui le “prigioni”, ma si disse anche che si facesse passare per liberale quando interloquì (a dirla con l’abate drammaturgo Angelo Volpe, che ne fece una miserabile caricatura) con Attilio Bandiera abbattuto poi, nel 1844, con il fratello Emilio dal fuoco borbonico in quel di Cosenza. Formatosi eclettico intellettuale alla scuola dei padri scolopi e divenuto uomo politico di qualche importanza, riposa ormai da un secolo e mezzo in una cappella «de’ professori di belle arti» in uno dei cimiteri monumentali di Napoli, lui che era stato un militante del sensismo di derivazione francese – tutto viene all’uomo dalla sua esperienza materiale – ed aveva abbracciato nell’età matura la virtuosa causa dell’emancipazione africana, contro l’imperante schiavismo di (vergognosa) impronta europea.

Un po’, si oserebbe dire, come Crispi sulla scena pubblica, seppure in sedicesimo: un rivoluzionario reazionario (o apparentemente tale), sì invero come innumerevoli ne sono registrati nella storia del risorgimento patrio (e molti o moltissimi anche in queste più ravvicinate stagioni che han visto passare perfino dal comunismo dottrinario di tanto Novecento, o da lidi radicali, al paganesimo giocoso e imbroglione berlusconiano esponenti della politica ma anche dell’accademia e del giornalismo). Così il cavaliere Francesco Paolo Bozzelli «giurista, filosofo, politico, pubblicista e critico d’arte», liberale nei moti napoletani del 1820-21 e perciò – spirito puro – incarcerato-esiliato (a Parigi e Londra), e in seconda fase addirittura ministro (dell’Interno e anche dell’istruzione pubblica) del regno Borbone, un regno cupo che tanto faticherà a cedere ai tempi nuovi della storia, e cioè dell’unità d’Italia e, perché no? della democrazia.

Un pugliese di Manfredonia (nato quasi alla vigilia della rivoluzione francese) tutto chiaroscuro ma piuttosto maltrattato dalla prevalente storiografia che – forse ignorando quanta stima ne avesse addirittura Francesco De Sanctis che lo citava spesso nelle sue lezioni universitarie – se n’è occupata, nel tempo, forse con qualche superficialità, o almeno eccessiva rapidità, e crocifisso dal giudizio politico rimasto anche negli atti parlamentari del regno – quello Savoia ormai, con Roma capitale – per le espressioni che non si risparmiò, per sintesi meridionalista ed antiborbonica, il meraviglioso radical-mazziniano Matteo Renato Imbriani. Un sipontino che meritava se non una riabilitazione, almeno un restyling del suo profilo biografico fra pubblico e privato: il restyling che Francesco Granatiero – disegnatore umoristico e storico della satira, abilissimo con la matita del grafico ma non di meno con la… penna dello scrittore (e certamente con l’intuito dell’investigatore) – s’è avventurato a tracciare in un libro recente e bello che mi è arrivato come dono esemplare ed ennesimo di quella fraternità sardo-pugliese che sempre anch’io cerco di curare e diffondere come una religione.




La memoria del Cavalier Bozzelli infamata nella storia s’intitola il volume appena pubblicato dalla Sao Ko Kelle Terre con ricco e gustoso corredo iconografico di varia provenienza archivistica, e prova anch’esso del singolare approccio dell’autore al suo personaggio: un approccio che avviene muovendo dal ritratto ufficiale (quello attribuibile allo sperimentato Gaetano Riccio) e passa al set delle vignette satiriche apparse in periodici napoletani del fatidico 1848 – L’Arlecchino e Il Pulcinella Italiano –, perché è dalla fisiognomica che Granatiero vuol partire alla scoperta dei misteri presenti nel Cavaliere, soltanto in parte rivelati dall’apparente strabismo, fonte di infinite allusive supposizioni dei perché e dei come suo essere sulla scena.

E chissà che proprio questa “ptosi palpebrale” non sia stata la causa di un suo iniziale e prioritario interesse al settore sanitario, nel quale, ancora giovane, Bozzelli fu un’autorità amministrativa in quanto “ispettore generale della soprintendenza generale della salute” del regno Borbone. Dato il supporto documentario fornito dall’autore della monografia all’esame, dovrei aggettivare quella dichiarata autorità con un’“indiscussa”, ma in verità tanto l’ufficio affidato a Bozzelli quanto gli interventi da lui promossi per frenare e assorbire l’epidemia di peste del 1815 – mesto benvenuto al ritorno di re Ferdinando I a Napoli all’indomani del congresso di Vienna – furono discussi (e contestati) non poco, già da subito così ingrigendo l’immagine pubblica del prossimo liberal-rivoluzionario.

Colto ed erudito, eclettico nella sua formazione culturale e nella sua produzione di scritti e fatti, fu visto con rispetto da un gigante (al pari del De Sanctis) come Luigi Settembrini che ebbe comprensione per il pubblico funzionario divenuto anche ministro che, non ignorando quanto futuro potesse dare a Napoli ed alle Due Sicilie, direi a tutto il meridione, l’unità d’Italia (e già prima una assicurazione costituzionale), si trovò a convivere con la “camarilla”, che fu e sarà – in pur mutata versione – male di prima e di dopo la rivoluzione meridionale.




Restano le parole pronunciate al parlamento napoletano nell’estate 1848, dunque nel pieno di questa stagione che poteva a ragione sperarsi costituzionale e tale fu per alcune settimane e divenne poi il suo contrario: «Volli sempre la libertà dell’uomo onesto, e per questo solo ed innocente desiderio, le mie guancie sono anche solcate di lacrime, le mie mani portano ancora l’impronta delle catene… io non curo le ire, bastandomi aver la testimonianza della mia coscienza». Restano, peraltro, a contrario, anche certe posizioni pubbliche di burocrate cortigiano, come conferma delle irrisolte difformità interpretative non tanto della sua buona coscienza, ma del suo giudizio politico su Ferdinando II e su quanto poteva incombere su di lui, fra il rilascio della costituzione – quasi trent’anni dopo i moti del 1820-21 – e il successivo pentimento sovrano, la revoca della carta e l’adesione scellerata all’appello di Pio IX per la difesa della teocrazia romana contro la Repubblica di Mazzini e di Garibaldi, e di Goffredo Mameli…

La monografia di Granatiero si sviluppa non tanto seguendo le tappe cronologiche delle vicende di vita del suo personaggio, ma mettendo a fronte le diverse letture che di questi espressero fior di pensatori del suo tempo e di dopo, da Benedetto Croce fra gli altri, e dalla stampa che, come detto, non mancò di allargarsi, già dal 1848, a irrisioni satiriche sia con la scrittura che con il disegno.

Fu liberale, integralmente liberale, o fu inerte, accidioso e perfino ignavo quando si trattò di difendere i costituzionali o chiamali democratici che nelle tribune o nei giornali s’erano affannati ad esprimere il loro sogno libertario e s’erano invece ritrovati a processo?

Nel gioco dei contrappunti, Granatiero che da sipontino non se la sente di negare una intima simpatia umana per il suo personaggio, propone tutti i punti di vista forse consolandosi dei passaggi polemici in cui il Cavaliere-e-ministro Bozzelli è comunque descritto come «Intelligente, furbo, esperto negli intrighi di polizia» e virtuosamente prudente nel consigliare al sovrano «di non reprimere gli eccessi, ma dirigerli, di eccitarli, assicurando, se non volesse troncare i fili della cospirazione da lui ordita, avrebbe ricondotto bentosto l’ordine…». Realista o pragmatico, scrive Ugo Sirao, autore di una Storia delle rivoluzioni d’Italia (datata 1867), «Bozzelli lasciava correre quegli scandali ch’era sì facile frenare, e mostrava non aver fibra capace di risentirsi degli stessi insulti fatti al re, ed al ministero di cui egli era capo». Così allora, ma poi eccolo «energico e feroce»… insomma complice, obiettivamente tale, della linea repressiva imposta da un sovrano nativamente amante dell’assolutismo, complice della censura nuovamente imposta a stampa e teatro.

Certo è che l’andirivieni dei testi in approvazione, fra i costituzionali ed il re, in quei primi mesi del 1848 e dopo la rivolta siciliana, insomma quelle permanenti incertezze sulla reale (e insincera) volontà del monarca di aprirsi alla storia, scatenò tensioni e anche violenze, e repressioni, e morti, molte morti a Napoli e altrove.

L’insistenza di Francesco Granatiero nel voler restituire a tutti la parola, la libertà del giudizio cioè, tende forse a fare del suo personaggio una specie di contro-Ferdinando, e il suo amor di patria (sipontina) – di Granatiero dico – si esprime nella comprensione e anche nel perdono di certe mancate vibrazioni che si sarebbero volute rivoluzionarie in capo ad un giurista onesto e rivelatosi tirato da opposte funi fra un passato evidentemente da riformare e un futuro tutto da costruire con attori forse non tutti affidabili ed all’altezza della missione.




Ed è a questo punto che le pagine, insieme leggere ed impegnate, de La memoria del Cavalier Bozzelli infamata nella storia prendono una svolta registrando ogni giustificazione alle cautele – o cautele di troppo, secondo una larga opinione – messe in campo negli appuntamenti pubblici dal leale suddito e fiduciario della dinastia: perché è nel racconto documentatissimo della vita privata, anche sentimentale, del protagonista, che Granatiero scopre con tutta chiarezza le ragioni della propria umanissima e discreta consentaneità con il concittadino che aveva dato onore, ancorché forse incompreso, alla terra natia. Né sono sfuggiti al ricercatore, e giustamente adesso considerati, gli atti di attenzione e affetto (per cui basterebbe citare il romanzo storico rimasto allora inedito La Strega di Manfredonia) riservati dal Cavaliere alla sua nobil città voluta (novecento anni fa) da Manfredi di Svevia figlio del grandissimo Federico II e portatore di leggendaria fama. E, con gli atti, i tanti entrati nella scena più privata, ora comparse ora comprimari, tra famiglia, amicizie e forse amori, fino agli epiloghi, ad un estremo autunno di vita consumato in una villa di Posillipo costruita in tempi fortunati nei pressi di un antico insediamento. Chiuse gli occhi, il Cavaliere, nel 1864, appena mille giorni dopo l’unità d’Italia e prima ancora che lo Stato a comando di destra storica unificasse gli ordinamenti dei diversi regni e ducati o granducati convenuti alla potenza di Torino – Roma sarebbe stata ancora estranea al miracolo e anche Venezia – nei più diversi settori della pubblica amministrazione (il che avvenne secondo logica… panpiemontese!).

Accudito dai familiari più stretti – i due fratelli superstiti dei quattro e la sorella Elisabetta – poté forse, nei suoi ultimi tempi di Cincinnato, ripensare alle dinamiche della sua vita che sfiorarono la grande storia («circa due anni di violenta agitazione mi han valuto due secoli di crudelissima esistenza») e alle occasioni di felicità domestica che non poterono materializzarsi, se non con la senese contessa Butini Bourke grande filantropa e competente collezionista d’arte, forse con la leopardiana poetessa Maria Giuseppa Guacci, napoletanissima moglie di un antiborbonico e mortalmente delusa dalla divisa ministeriale vestita per quei pochi anni dal nostro Cavaliere.

Fu un purissimo spirito liberale la Guacci che egli ammirò e forse amò e cercò di onorare partecipando, nel 1849, ad una commemorazione, a poche settimane dalla morte, promossa dall’Accademia Pontoniana. La stella ministeriale di Bozzelli era ancora alta in cielo, ma buia, e la scena nella sala vi corrispose con un qualcosa di surreale: «E nessuno gli offerì da sedere; nessuno inchinollo; nessuno volle rispondere al saluto dell’uomo vituperato, venduto, impudente. Un fremito ed un bisbiglio lo accolsero. Que’ segni erano prova manifesta che ognuno lui maladiceva dal cuore».

Aveva trascorso quasi un terzo della sua vita in esilio, da giovane combattente per la libertà costituzionale: ben 18 anni fra Inghilterra e Francia, dopo un tempo passato nelle carceri partenopee con le catene ai polsi. Ma questo suo passato parve non restituirgli mai quanto la breve complicità con i demoni reazionari di Ferdinando II parve segnalarlo agli occhi dei migliori. Ma ne scrisse Niccolò Tommaseo in una lettera confidenziale allo scrittore molisano Luigi Alberto Trotta… pesandolo nei contro ma anche nei non trascurabili pro: «Forse egli parve doppio perché troppo semplice, infedele al passato perché mal provvido dell’avvenire, mutato perché non seppe ben palliare com’altri le sue mutazioni, e fare a tempo e a misura le debite giravolte; non fu de’ ballerini più destri né de’ più consumati istrioni».

Evocato più e più volte, e non per il negativo, dal prolifico romanziere, e fondatore di testate giornalistiche in quel di Londra, Cyrus Redding, entrò anche, il Cavalier Bozzino, nel lapidario giudizio di Giosuè Carducci – di cui con qualche sofferenza ma altrettanta onestà intellettuale Granatiero dà conto, l’aggiunge cioè… al conto: «Un estetico probabile che finì in un cattivo ministro», una battuta consegnata alle serie di Nuova Antologia, la bella ed autorevole rivista che, mossa dal celebrato Gabinetto Viesseux, ed in cui tanta Sardegna (oltreché Puglia) entrò nei decenni, ancora oggi arricchisce, dando prestigio, la biblioteca di molti.

Fonte: Gianfranco Murtas
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