Gianfranco Murtas

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Un santo per amico, fra Nicola da Gesturi e cagliaritano per fortuna nostra, cappuccino sardo

di Gianfranco Murtas


E’ uno dei primi ricordi, fuori della famiglia e prima anche del banco di scuola, che mi siano rimasti quello dei funerali di fra Nicola da Gesturi. Mi portò mio padre nel mare magnum della devozione, allora, in quello che era stato per un secolo il viale degli Ospizi ed intitolato poi a Sant’Ignazio da Laconi: accanto all’ospizio dei vecchi, allo stabilimento dell’Infanzia abbandonata, e prossimi anche l’Istituto dei sordomuti e quello dei ciechi. Di fronte l’anfiteatro romano e la facoltà di giurisprudenza ed economia come su dominariu sopra l’orto botanico. Un bagno di folla che fu come un battesimo per immersione per una creatura di cinque anni che percepì allora, come conquista, il senso di certe dimensione esterne, plastiche, ed interiori, fra quantità e sentimento della gente. 

E’ stata una bella iniziativa quella de L’Unione Sarda che ha stampato e, quest’oggi, diffuso gratuitamente, con il giornale, un piccolo ma delizioso libro curato da Paolo Matta sul nostro beatissimo cappuccino sardo e cagliaritano. Che visitò o, meglio, accostò tante case – anche la mia, senza scale – e si offrì al dialogo di silenzi e di accoglienza. Era lui ad accogliere quelli che lo accoglievano per l’elemosina…

Gli dedicai una lunga preghiera laica, forse sulla suggestione delle magnifiche pagine dedicategli da Francesco Alziator e di cui la vedova professoressa Dolores Ghiani riferì la genesi in una lunga intervista (intervista dialogata con il professor Romagnino, nella casa di via Angioy) quarant’anni fa giusti, che potei inserire in uno speciale televisivo che donai a La Voce Sarda, emittente allora quasi all’esordio.

Preghiera laica, o civile, tutta cagliaritana. Certo piccola cosa rispetto al tanto pensato e detto e scritto da innumerevoli autori nostri.

Quel che vorrei fare qui oggi, come a ideale complemento della fatica dell’amico Matta, è di accennare a fra Nicola riconvocando come in assemblea gli scritti, soprattutto di cronaca, che L’Unione Sarda e anche L’Informatore del lunedì di quel terribile (per noi, non per lui) giugno 1958 riservarono al frate nostro. Del quale – trattandosi di poche righe soltanto – oso richiamare un cenno d’onore che dal suo “mito” religioso mi fu strappato allorché detti alle stampe, nel 1999, un libro sulla Cagliari del 1909 (l’anno di nascita di Alziator e Giuseppe Dessì). Questo:

L’anno si chiude a Cagliari, così come nelle parrocchiali di Santa Barbara o di San Sebastiano, a Villacidro ed Arbus, col canto trepido e necessario del “Te Deum”. Esso s’era aperto con i lutti condivisi, in spirito di perfetta fraternità nazionale, per le migliaia di vittime seminate dal terremoto di Reggio e Messina. Collette s’erano aperte in ogni dove, nella città e nella provincia, per offrire un segno concreto di solidale partecipazione.

Sì, anche nella provincia. A gennaio, in un angolo della sua chiesa di Gesturi, colui che sarà chiamato fra Nicola aveva assistito, silenzioso ma fervido, alla messa di trigesimo in suffragio di quelle vittime, celebrata in terno, con la collaborazione del vice parroco di Barumini, e con la presenza di tutti i consiglieri comunali, del maestro elementare e dell’ufficiale postale, insomma delle notabilità più rappresentative di un paese povero della povera campagna sarda.

Quel giovanotto che mette del suo nel coro spirituale della comunità, si prepara a chiedere di entrare in un convento dei cappuccini. L’esercizio è dei migliori: d’estate, per dirne una soltanto, si renderà protagonista di un episodio destinato a restare nella memoria di molti, ammansendo francescanamente un bue che ha appena incornato una creatura di soltanto pochi anni che ancora sta lì, penzoloni sul capo dell’animale, aspettando la salvezza. La città, come quella creatura, non ne ha ancora consapevolezza, ma sta maturando nel suo seno la necessità, l’urgenza di un protettore.

Dicevo di fra Nicola e de L’Unione Sarda. Nel repertorio che qualche anno fa ho compilato delle fatiche di cronista, quasi al suo debutto nella redazione di Terrapieno, di Vladimiro Marchioni – lo sfortunato Vlady per il quale gli editori della SEI, e segnatamente Roberto Sorcinelli, finanziarono parte importante della cripta della Medaglia Miracolosa che accoglie la sua e altre decine e decine di lapidi marmoree, tutte in memoria degli incidentati stradali (“Nella cripta della Medaglia Miracolosa di Cagliari le storie delle vittime della strada. Fra esse, quella di Vladimiro Marchioni, giovane sfortunato cronista de L’Unione Sarda”, in Fondazione Sardinia, 10 dicembre 2018), è ricompreso un articolo da lui firmato il 23 giugno 1958 (uscito su L’Informatore del lunedì). Credo che a Vlady siano attribuibili altri redazionali, pezzi che concertavano anch’essi con quelli siglati o firmati allora da Antonio Ballero e Pietro Leo, da Cicito Vacca e Francesco Alziator, da Edoardo Lobina e Domenichino Olla, personalità tutte di autorità morale ed intellettuale della nostra città, e nomi di interni o collaboratori del quotidiano.




Ecco lo scritto di Vladimiro Marchioni, impaginato su nove colonne sotto il titolo di “Una donna e una bambina miracolate da Fra Nicola”, con occhiello “A pochi giorni dalla morte lo chiamano già santo” e sommario “Commoventi episodi della vita dell’umile cappuccino. Regalò alla sorella il podere avuto in eredità. L’infinita bontà con gli animali. ‘Potrò pregare per te più efficacemente dal Paradiso’”.

Due settimane sono ormai trascorse dal giorno in cui fra Nicola da Gesturi, l’umile cercatore laico dei Cappuccini, è passato a miglior vita in fama di santità, lasciando di sé e della sua vita esemplare incancellabile ricordo in quanti, in città ed in tutta la Sardegna, a lui si erano avvicinati per cercare conforto, da lui erano stati assistiti e sorretti nei momenti più difficili. Due settimane sono volate ma l’eco commossa dei mille e mille commenti sulla sua ieratica figura di mite, povero, semplice, ma pio e saggio fraticello, non si è spenta. E mentre nelle vetrine degli studi fotografici cittadini spiccano le istantanee di fra Nicola, mentre le più diverse inquadrature fotografiche dei funerali del fraticello, della folla assiepata per le strade ad assistere al suo ultimo viaggio, della folla incredibilmente fitta che gli ha reso l’estremo omaggio, hanno coperto quelle consuete dei passaggi, delle istantanee, di cerimonie e di ancor più solenni inaugurazioni, contemporaneamente la leggenda di fra Nicola fiorisce spontanea sulle bocche di tutti, dai più umili abitatori dei sottani ai “signori” dei grattacieli. Ognuno ha qualcosa da raccontare, molti di grazie ricevute, altri di episodi edificanti della sua vita, altri ancora di parole ricche di conforto e di fede incrollabile, i più di grazie impetrate con una fede che a volte cede il passo all’esaltazione, ma i “fioretti” di fra Nicola, che ogni giorno si arricchiscono di fatti nuovi, non sono certo il frutto dell’esaltazione di un popolo che crede ciecamente, bensì il risultato meraviglioso di una vita dedicata assolutamente all’umiltà, alla preghiera, alla ascetica contemplazione, alla sofferenza accettata con gioia, al conforto del prossimo.

Fra Nicola vestì il rozzo saio di cappuccino all’età di trentun anni, ma francescano egli era nell’animo fin da ragazzo. Giovanissimo ereditò dai genitori una casetta ed un podere che gli avrebbe consentito, se non altro, una tranquilla esistenza di contadino. Non accettò per sé il dono, così come giammai nel corso della sua lunga vita, ma donò casa e podere alla propria sorella maritata, mettendosi volontariamente e gratuitamente al servizio del cognato nel duro lavoro dei campi. Lavorò indefessamente la terra che era stata sua e che aveva generosamente donato, per molti anni, intriso le zolle del sudore della propria fronte e le bagnò a volte – come diremo – col proprio sangue. Poi col sopraggiungere dell’età adulta seguì entusiasta la vta della propria vocazione, la via della santità.

Raccontava un vecchio, che proprio nei giorni scorsi è morto a Gesturi, e che era stato per molti anni compagno di lavoro di fra Nicola, un episodio estremamente indicativo della semplicità di spirito e della carità veramente francescana che il buon contadino Giovanni Medda possedeva prima ancora di diventare l’umile servitore di Cristo. “Un giorno un bue gli sferrò un calcio ad un ginocchio che iniziò a sanguinare. Giovanni, non reagì contro l’animale e gliene chiesi il motivo. Mi rispose, come se fosse la cosa più naturale di questo mondo, che il bue lo aveva colpito per fargli capire che era stanco di lavorare, dopo una dura giornata trascorsa sui campi”. Ed ancora si dice a Gesturi che ogni giorno tornando stanco dal lavoro si caricasse sulle spalle una fascina di legna facendo in modo che le spine restassero a contatto con la carne.

Il suo grande amore per gli animali, creature di Dio, è rispecchiato ed illuminato anche da un altro episodio che ricorre spesso sulle bocche di quanti lo hanno conosciuto nel periodo in cui svolgeva le mansioni di cuoco nel convento di Sanluri.

“Avendogli il padre guardiano ordinato di apprestare una trappola per i topi nella dispensa del convento, ed essendo caduto una volta in trappola un topolino, fra Nicola non lo uccise né lo diede in pasto al gatto: mantenendolo per la coda lo portò in un giardino lontano dal convento e lo lasciò libero”.

Venuto a Cagliari fra Nicola iniziò a girare per le strade come questuante per conto del convento. Ben presto la sua figura iniziò ad imporsi all’attenzione dei cagliaritani che ne ammiravano la vita rigidissima, la saggezza innata quasi ispirata che egli manifestava con frasi scarne ma profondissime, il modo caratteristico dell’incedere, sempre con gli occhi reclinanti e la gran barba fluente a sfiorare il largo petto da contadino che mal celava l’umile saio.

E la leggenda di fra Nicola iniziò a germogliare in una miriade di episodi che, sussurrati da principio di bocca in bocca, si propagarono poi rapidamente accrescendone a dismisura la popolarità in tutta l’Isola e perfino al di fuori di essa. Ora fra Nicola non è più fra noi. Ma il tempo, attenuato il dolore per la sua scomparsa, favorisce la rievocazione, i ricordi e quasi quotidianamente pervengono ai frati di San Francesco gli appelli di persone che chiedono il loro intervento nelle proprie case, per constatare inaspettate ed insperate guarigioni, e per udire il racconto di edificanti episodi della vita di fra Nicola.

Una giovane signora narra ad esempio che, disperata e scoraggiata per il fallimento di due gravidanze consecutive, si era ormai convinta di non essere adatta alla maternità. Una notte però la giovane signora sognò il frate che le diceva press’a poco così: “Avrai presto un figlio e gli imporrai il nome di Ignazio. La sua nascita sarà seguita da altri lieti eventi”. Poco tempo dopo la giovane ebbe una bimba, la chiamò Ignazia ed in seguito ebbe altri due bambini”.

Ancora si racconta di una madre che avendo una figlia epilettica, volle ricorrere come estrema risorsa alle preghiere del fraticello. Non si conoscevano, eppure fra Nicola le venne incontro, mentre ancora camminava per il viale che conduce al convento tenendo per mano la propria creatura malata. “Come sta la sua bimba? – le chiese il frate -. Certo l’epilessia è una brutta malattia, ma deve aver fede e pregare. Anche io pregherò per lei”. La bimba guarì perfettamente.

Si dice che una volta ai familiari di una donna che aveva avuto il viso orribilmente bruciato da una vampata di gas ed erano ricorsi a lui per riceverne conforto, fra Nicola dicesse di stare tranquilli perché l’infortunata non aveva nulla. Tornando a casa essi trovarono la donna in buone condizioni.

Proprio nei giorni scorsi infine un uomo ha chiamato a voce alta il padre guardiano dei confratelli di fra Nicola e gli ha raccontato press’a poco questa storia: “Essendo afflitto da una grave forma di vene varicose un giorno chiesi a fra Nicola di aiutarmi. Il frate mi massaggiò un poco le gambe e mi disse di pregare. Dopo qualche tempo ero guarito. Ora della malattia mi resta solo, come ricordo, la pelle annerita superficialmente. Ogni disturbo è sparito da tempo”.

Per terminare questa breve rassegna degli episodi più salienti che si raccontano su fra Nicola riportiamo le dichiarazioni fatte da una donna ad un frate del convento mentre in lacrime rendeva l’estremo omaggio alla salma: “Io padre l’ho visto in Largo Carlo Felice la mattina del venerdì precedente alla sua morte e gli ho fatto l’elemosina. Solo più tardi ho saputo che a quell’ora egli giaceva morente in un lettino della clinica Lai”.

Non a noi tocca ora stabilire quanto di ciò che abbiamo riferito si debba ritenere come realmente accaduto e quanto sia invece parte della fantasia e della immaginazione popolare. Ma una cosa è certa: che fra Nicola fu un uomo ed un frate eccezionale; e basterebbero a confermarlo la profondità e la semplicità strabilianti, in un uomo poco istruito come lui, di una risposta che egli diede un giorno ad un confratello: ricorrendo il 6 dicembre del 1957 l’onomastico di fra Nicola i frati si erano riuniti nel refettorio per festeggiare l’umile confratello laico. Con un paio di versi improvvisati un frate volle augurargli di arrivare a celebrare il “giubileo” ossia il cinquantesimo anno di professione religiosa ma fra Nicola rispose che non ci sarebbe riuscito come infatti è avvenuto. Il frate replicò che essendo più anziano gli sarebbe toccato di morire prima ed allora fra Nicola avrebbe dovuto pregare per lui affinché la sua anima venisse presso assunta in Paradiso. Ma fra Nicola tranquillamente rispose: “Se non è che per questo potrò pregare per te più efficacemente dal Paradiso”.

E dal Paradiso certamente fra Nicola prega. Prega per la “sua” città, prega per tutti coloro che con fede incrollabile gli hanno chiesto protezione, conforto e grazie. Anche per tutti coloro che hanno voluto ricordarsi a lui gettando nella bara, fra manciate di petali, un bigliettino, una fotografia, un oggetto personale, qualcosa insomma che materialmente li tenga anche dopo la sua morte a contatto col servo del Signore. Ma fra Nicola, oltre che pregare dal Paradiso, forse ritorna invisibile nelle stesse strade, negli stessi luoghi della sua questua, e pur invisibile, fa sentire la sua presenza, se vuole, quando vuole. Tutti i venerdì pomeriggio, da anni e anni, fra Nicola bussava alla porta della casa di una famiglia cagliaritana, tutti i venerdì pomeriggio alla stessa ora, sempre puntuale: un trillo di campanello, un piccolo trillo appena accennato. Il venerdì successivo alla morte in quella casa, all’ora consueta, il trillo si ripeté. Lo stesso piccolo trillo appena accennato, e qualcuno della famiglia non esitò ad esclamare: “Sembra il suono di fra Nicola”. E corse ad aprire: fuori nessuno. Un caso qualunque in cento modi spiegabile. Comunque l’emozione fu grande, e se non fu data l’elemosina, come si dava a fra Nicola vivo, in quella casa, si disse una preghiera, si pregò fra Nicola.

Nel campo bello della parentela de L’Unione Sarda (tanto più negli anni della prestigiosa direzione di Fabio Maria Crivelli che meglio poterono accompagnare le vivide memorie di una generazione che le cose e le persone le aveva conosciute) con fra Nicola da Gesturi, s’alzano i contributi di Alziator, parzialmente riportati poi nella selezione antologica, curata da Antonio Romagnino per il Rotary club di Cagliari, titolata L’Elefante sulla torre (Cagliari, 1979): 1° febbraio 1958, 12 luglio 1959, 7 giugno 1961, 18 febbraio 1962, 13 maggio 1963, 17 febbraio 1968… Nella prevalente rievocazione delle scene di guerra, della distruzione di Cagliari si presenta la figura salvifica di fra Nicola da Gesturi riportata poi, dallo scrittore, contratti miracolosi nella sua deposizione alla postulazione canonica incaricata di raccogliere testimonianze circa la vita eroica del nostro santo… Così anche, come una retreoproiezione nel gioco dei secoli, nel racconto biografico di Sant’Ignazio da Laconi, 22 ottobre 1961…










Non mancherei di citare, ancora della famiglia de L’Unione, ma fuori dalla sua foliazione, un contributo dolcissimo e ispirato di Antonio Ballero su Almanacco di Cagliari edizione 1976… Né ometterei la bellissima rievocazione biografica offerta da Bruno Terlizzo, per lunghi anni commentatore di temi religiosi nel giornale, agli Amici del libro e riportata nel primo volume di I Cagliaritani illustri (Cagliari, 1993), raccolta curata ancora da Antonio Romagnino per l’associazione che allora presiedeva.

Un cenno e anche di più meriterebbe la testimonianza personale di Gianni Filippini che, ancora in combinazione fra la collaborazione a L’Unione Sarda (dove era entrato da quattro anni) e quella saltuaria alla RAI, ebbe in redazione allora la notizia della morte di fra Nicola: “È così accaduto – ha riferito in una intervista a Voce Serafica (cf. maggio 2010) – che quella mattina dell’8 giugno 1958 fossi nella redazione di Radio Sardegna, quando arrivò la triste notizia della morte di Fra Nicola e fui incaricato di scrivere un pezzo «a caldo». Lo conoscevo, lo stimavo, ed il mio ricordo divenne un «buon pezzo» che qualche mese dopo ebbe un importante riconoscimento e che accrebbe il mio spirito giornalistico”.



E a proposito di Voce Serafica della Sardegna, la bella rivista della famiglia cappuccina isolana affidata alla abile direzione di Sergio Nuvoli. Giunto al suo centenario, il mensile continua a portare in ogni suo numero una pagina di memoria dedicata a fra Nicola da Gesturi (così in accompagnamento di analoghe sezioni dedicate a fra Ignazio da Laconi e fra Nazareno da Pula, come a segnalare una scia continua di santità francescana nel cuore di Cagliari e della Sardegna intera, ché comunità cappuccine bene funzionano anche a Laconi ed Oristano, ad Iglesias e Sorso, a Mores e Pula). Di recente Voce Serafica ha riproposto alcune sue pagine storiche che meriterebbero una organica raccolta in reprint, e l’editore de L’Unione Sarda ben potrebbe farsi promotore della iniziativa, che certamente sarebbe accolta con grande favore del pubblico.    


Fonte: Gianfranco Murtas
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