Gianfranco Murtas

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A cinque anni dalla scomparsa di Bachisio Zizi

di Gianfranco Murtas

Sono trascorsi ormai cinque anni, da quel ferragosto 2014, dalla scomparsa di Bachisio Zizi, intellettuale di gran razza, narratore capace di vivide suggestioni, testimone ed interprete del mondo barbaricino e delle complessità urbane, economiche e sociali del Cagliaritano, evocatore di alcune delle maggiori intraprese aziendali nell’Isola tutta e in tutti i settori, originale autore di testi televisivi, prolifico articolista commentatore di fatti di costume per i due quotidiani isolani, premio speciale della giuria nel concorso letterario “Giuseppe Dessì” edizione 1998. Soggetto egli stesso, con la sua produzione letteraria, di tesi di laurea nelle nostre facoltà umanistiche.

Dal 1968 al 2011 ha pubblicato tanto, anche versi (sulla rabbia dei pastori convenuti per protesta sociale nel capoluogo, nelle pagine della rivista Frontiera diretta da Remo Branca). 

Ho proposto in più occasioni una sua scheda bibliografica credo completa, non soltanto per la parte strettamente editoriale (in volume cioè), ma anche giornalistica. Così come ho cercato di rivelarne i tratti più autentici e maturi della personalità come uomo di banca, dirigente di alto livello, anche nazionale, di un istituto importante come è stato il Banco di Napoli.

Ogni anno, a tanto moralmente costretto da una fruttuosa quarantennale consuetudine, per lunghi tratti perfino quotidiana, il mio impegno è di ricordarlo pubblicamente per quanto egli è stato e s’è rivelato e, direi, per quanto ancora era nel suo potenziale umano e intellettuale di là da essere espresso.

Ogni avventura umana finisce per legge di natura o per accidente sociale e in chi rimane resta come un senso di debito certamente per quanto, dal genio altrui, si è acquisito e tesaurizzato nel tempo, ma anche – e il debito si colora di dramma e perfino di angoscia – per quanto non si è saputo, con lucida tempestività, attivare perché il pozzo desse tutta l’acqua che incorporava.

Così avviene in me pensando a Bachisio Zizi, che sorride nella foto del piano alto di un colombario del civico San Michele in cui la famiglia ne ha collocato le spoglie. Stanco della vita, certamente, Bachisio, nei suoi ultimi anni che si portavano il carico di dolori infiniti: per la morte immatura di Antonietta, pianista e cultrice musicale, per la morte dopo tanta sofferenza di Maria Baldessari, per una vita intera docente di lingua e letteratura italiana nelle scuole pubbliche, la discreta musa del marito scrittore.

Non so se la famiglia – chi è rimasto a servirne la memoria nelle generazioni più giovani – abbia messo in cantiere una qualche forma di ente che concentri, ordinate, le carte di Bachisio Zizi, sia quelle professionali che quelle letterarie, e promuova la conoscenza sempre nuova della sua figura ad Orune e Nuoro, nella Sardegna tutta, oltre il mare anche. Lo meriterebbe Bachisio Zizi, titolare con la moglie (la raffinata autrice di La figlia della Taliana, uscito postumo proprio per delicato intendimento di Bachisio) di una biblioteca tanto vasta quanto qualificata sui fronti non soltanto letterari od artistici (ed ovviamente della saggistica economica, giuridica e politica), ma anche su quelli delle nuove scienze umane, sociologiche, antropologiche, con fughe nelle linguistica, nella semiologia, ecc.

In questa circostanza anniversaria a me compete un cenno – soltanto un cenno oggi, in attesa di poter tornare in argomento con uno scritto apposito – alla ultima produzione narrativa dello scrittore, dopo aver ricordato, ancora una volta, i titoli dei suoi maggiori, conosciuti e riconosciuti scritti: Marco e il banditismo, 1968; Il filo della pietra, 1971; Greggi d’ira, 1974; Il ponte di Marreri, 1981; Erthole, 1984; Santi di creta, 1987; Mas complicado, 1988; Il cammino spezzato, 1994; Cantore in malas, 1997; Lettere da Orune, 1999; da riva a riva, 2001; I supplici, 2002. Titoli, val la pena di sottolinearlo, che, in parte almeno, hanno conosciuto anche nuove e ripetute edizioni (I supplici ebbe anche una segnalazione speciale al Premio Deledda del 2005).

Mi è occorso anche di elencare pressoché integralmente, in vari contributi biografici, le numerose recensioni ricevute da tale robusta produzione, non tutta facile da accogliere in una lettura ordinaria, ma invece piuttosto esigente in quanto alla corrispondenza sentimentale fra l’autore e il suo lettore («Temprato dalla vita dura che ho vissuto»: Bachisio Zizi, come una fabbrica di umanità in Fondazione Sardinia, 14 agosto 2016). 

Fra il 2009 e il 2011 – giunto ad un’età avanzata e non esente da problemi di salute in proprio, oltre che dai pesi psicologici per i lutti ravvicinati e crudeli abbattutisi nella sua casa, e forse per lasciare di sé un’ultima traccia in cui dovremo/dovremmo riconoscerlo ancora e forse per il suo più vero – Bachisio Zizi pubblicò, come ho accennato, altri cinque libri, affidandone la stampa alla Cromografica Roma del gruppo editoriale L’Espresso, nel sito ilmiolibro.it, e caricandosene l’onere.

Li cito tutti, appunto riservandomi di tornare in argomento, magari in occasione di un incontro con i suoi amici più cari, che tante volte hanno affacciato l’idea. La mia proposta, modesta, umile anzi, in un incrocio fra l’umano e lo spirituale, sarebbe di accomodarci in cinque o dieci o venti, nel prossimo autunno, all’ombra del loculo che ne accoglie le spoglie, e leggere – soltanto leggere, senza disturbare nessuno – alcune delle pagine di questi cinque libri: facendo parlare lui, lui solo.

Eccoli i titoli dei libri che l’autore tanto celebrato in altre stagioni, pubblicò sotto personale responsabilità, come un vecchio che, con insistenza forse incompresa dai più, e non senza fatica, si ostinasse, nel suo giardino a curare fiori e timide pianticelle di natura:

Le dolenti cure, 2009; La voce dell’anima. Frammenti di un discorso amoroso ricomposti da Bachisio Zizi, 2009; Dialoghi a distanza, 2010; Un’isola nel mondo, 2011; Fughe e ritorni, 2011.

Si tratta di testi in parte raccolti dalla sua attività di conferenziere, dalle occasioni fornitegli da circoli o scuole o giornali di parlare sé e del suo lavoro, della sua esperienza o della sua ricerca letteraria, del suo mondo morale: così è Un’isola nel mondo. Sono talvolta carteggi con altri autori od amici di vario orizzonte, come Dialoghi a distanza (con Franco Cocco, Ignazio Delogu, Sebastiano e Vannina Congiu Fois, Maria Giacobbe e Margherita Pinna, Francesco e Giovanna Loi, Guido e Leandro Muoni, Gianni Sannio e Salvatore Satta, con altri per onorare la dolce memoria di Maria Baldessari, o ancora per varie significative circostanze di vita); sono riflessioni in cui la letteratura si fa veicolo verso un centro esistenziale, e giocano nella mente e nella coscienza nomi e volti di persone care, vissute o sognate…

Dal tanto ecco qui soltanto una pagina, come un’anticipazione autobiografica: il commento o il ringraziamento per il riconoscimento tributatogli dalla giuria del Premio Dessì, nel 1998.


«Le suggestioni del Paese d’ombre nel Ponte di Marreri»

"Qui come venn'io o quando" ? mi viene da dire pensando ai miei pudori e alle mie ritrosie. Come scrittore sono un padre snaturato. C'è sempre un impulso d'amore che mi spinge a scrivere ma i libri che pubblico non li aiuto a vivere, mi disinteresso quasi di loro, per pudore certo, ma anche per una sorta di ripulsa che mi sono abituato a chiamare "disgusto del compiuto".

Con queste mie chiusure non potevo certo immaginare di poter partecipare a questa festa culturale.

Il mio stato d'animo in questo momento è di contentezza e di stupore, contentezza per ciò che la Giuria ha dato al libro, aprendolo alla comprensione degli altri e risarcendolo di ciò che io non ho potuto o saputo dargli, stupore per una serie di coincidenze che si ricollegano in qualche modo al nome del "Premio" e a Villacidro.

Mi piace ricordare che nel lontano 1981 io non avrei mai scritto "Il ponte di Marreri" senza le suggestioni di "Paese d'ombre" che mi era giunto con dedica autografa di Giuseppe Dessì. 

L'altra coincidenza riguarda la mia attività di dirigente bancario che mi portava a visitare le filiali della mia banca, compresa quella di Villacidro, per promuovere e coordinare le "azioni di sviluppo". Ogni volta che mettevo piede in questa città, e accadeva spesso, lo scambio fra realtà e fantasia che accompagnava il mio anomalo agire bancario, trovava legittimazione ed esaltazione: Villacidro, con l'intraprendenza della sua gente e i fantasmi letterari che la popolano, diventava quasi un laboratorio sperimentale per restituire centralità all'uomo anche nel fare bancario. Di tutto ciò ci sono segni visibilissimi in "Cantore in malas". 

Io non ero destinato a fare il dirigente bancario e tanto meno a scrivere libri; i progetti esistenziali dei miei genitori su di me, non andavano oltre la cava di mio padre, dal quale dovevo apprendere il mestiere di scalpellino. La sorte ha deciso diversamente e ora mi trovo qui, più che mai stupito. 

Mia madre, presente nei libri che scrivo come un paradiso perduto, con gli occhi stanchi dei suoi 98 anni, ha potuto leggere e benedire "Cantore in malas". Se n'è andata un mese fa e non ha fatto in tempo ad assistere a questo riconoscimento, che appartiene a lei più che a me. 



Fonte: Gianfranco Murtas
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