Gianfranco Murtas

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Efisio Cadoni, il virtuoso del tempo lungo

di Gianfranco Murtas


Ho di recente segnalato, come opera degna di figurare nelle librerie più ambiziose di quelli che amano l’arte e la letteratura, ma anche la battaglia civile per un armonico e condiviso benessere, la trilogia Multa parva, di scritti di Efisio Cadoni: pittore-scultore-poeta e molte altre cose che nel secondo Novecento e anche in questa prima parte del secolo (e millennio) nuovo ci ha arricchito con le sue produzioni naif, ora plastiche ora su pietra, ed i suoi versi nel tempo rifluiti in numerose sillogi.

Estrapolandola adesso dal cofanetto che l’editore Carlo Delfino ha approntato per contenere le oltre millequattrocento pagine di testo ed immagini di Multa parva, vorrei qui presentare la mia introduzione alla… scoperta dell’universo sentimentale ed intellettuale, ma direi anche e soprattutto morale, di Efisio Cadoni sardo e villacidrese, e come tale anche e sempre, virtuosamente, cittadino del mondo.


Tanto per iniziare

Se valesse far proiezioni d’un secolo sul futuro delle vicende scolastiche cidresi – dalle primarie alle medie, al glorioso liceo Piga – perorerei fosse riconosciuta come curricolare, dal 2117 [è il tempo cui risale questo scritto], una materia chiamata soltanto e singolarmente… Efisio Cadoni. Sarebbe un eccellente alimento didattico per i nostri bambini e ragazzi, un modo nuovo e importante loro offerto di entrare nelle complessità della storia locale, che è la loro storia, così come la penna (quella poetica e quella saggio-giornalistica), il pennello o lo scalpello di un intellettuale-artista di prim’ordine l’hanno saputa interpretare, elaborare e raccontare giorno dopo giorno, con costanza d’impegno e progressione sperimentativa e di risultati. 

Perché Cadoni vale per sé, come artista versatile, poliedrico, plurianime di talento felicemente riconosciuto, stimato ed amato ben oltre la Sardegna, ma vale anche come testimone documentario di una comunità vasta e varia che ha dipanato la propria originale laboriosità, insieme materiale e morale, nel tempo lungo che di molto supera il fecondissimo tratto di vita del suo poeta-pittore-scultore (e molto altro: saggista storico ed etnografo, organizzatore di cultura e sapido cronista del suo presente), per nostra fortuna ancora creativo e sorprendente, nonostante o forse, per supplemento, grazie all’età fattasi canuta. Perché questi ultimi settanta (con spiccioli) anni che segnano e misurano l’intimo familiare ed il mestiere di Cadoni, fra la pagina scritta e la tela o la pietra che sono state e sono il suo dialogo col mondo, si giustappongono sì al tempo storico di cui noi stessi siamo stati e siamo coprotagonisti – il secondo Novecento con sfondamento in questi primi due decenni del nuovo secolo e nuovo millennio –, ma paiono strettamente raccordarsi a stagioni trascorse, remote e molto più remote. In esse rinvenendo le radici della nostra pianta storica, purtroppo ignote, per il più, alle giovani generazioni. 

Il lento tempo di Villacidro prima dell’accelerazione modernista

La spiego meglio, per come la sento. E rimando per questo ai filmati che Giuseppe Dessì produsse per la RAI nel 1963: La Sardegna, un itinerario nel tempo ne era il titolo. Filmati che parevano sviluppare, sul piano della immagine, quanto l’originale televisivo La trincea, programmato due anni prima, aveva presentato al pubblico italiano, disvelando una Sardegna arcaica e quasi immobile, suggestiva così come l’avevano vista i famosi viaggiatori dell’Ottocento o del primo Novecento ma ancora ostinata a non seguire (o incapace di seguire) i ritmi velocizzanti d’oltre mare.

Era, quell’originale televisivo, la sceneggiatura della narrazione de Il disertore (Premio Bagutta 1962), con cui aveva esordito, nel celebrativo 4 novembre 1961, il secondo canale dell’emittenza nazionale. La scena era dunque quella della grande guerra (e dei suoi postumi) rivissuta nei timori di una clandestinità ingloriosa e punibile. Ed il bianco e nero anche di queste nuove produzioni filmiche di poco seguite a raccontare l’oggi sardo, con le cineprese che accompagnavano un Dessì insieme guida e pellegrino, mobile da luogo a luogo fra le case aggruppate del centro, lungo le vie-bisce dei saliscendi cidresi o nei rotondi raccordi stradali di Sant’Antonio, di Castangias o di Seddanus, e incontrarsi e dialogare nella lingua natale con i suoi compaesani dei bixinaus, finivano per associare quel 1963 al 1919 o al 1920 dell’evocazione letteraria dello scrittore. Tanto più lo associavano al tempo di prima ancora, quello dell’impianto del lavatoio liberty o quello della regolazione della Fluminera, quello delle mitiche battute di caccia nella fitta boscaglia o quello della scuola peripatetica nella più prossima pineta, quello dei battesimi, matrimoni e funerali dei cidresi di almeno dieci generazioni nella parrocchiale di Santa Barbara o quello anche delle grandi processioni patronali e delle feste religiose e sempre sociali che educavano i piccoli ad essere quel che sarebbero stati nell’età adulta, interni alla comunità dei sentimenti prima che degli averi… 

Sembrava un tempo fisso nel calendario, con gli assetti viari o delle abitazioni che replicavano le forme ricevute da un passato lontano il quale aveva attraversato quasi nello stesso modo l’epopea nazionale della unità d’Italia e l’età notabilare, giolittiana e coccortiana, e perfino il ventennio della dittatura. Gli aggiustamenti erano venuti sì in successione, ma lenti, lentissimi, così come peraltro in ogni altro centro rurale del Campidano e dell’Isola.

Marcavano, quei primi mille giorni del nuovo decennio, l’ultima conferma di una sostanziale immutabilità del corso sociale cidrese, e in generale sardo dell’interno: Dessì la registrava nei suoi documentari, l’Italia del continente godeva di quelle istantanee per il tanto di esotico che proponevano – come ancora poteva essere stato, già nel Novecento, per i racconti di Lawrence, Lilli o Vittorini, infine anche di Piovene – e consumava così i suoi ultimi giudizi. Dovevamo essere noi sardi – eccezion fatta per il presidente della Repubblica pro tempore, di nome Antonio Segni – un popolo di italiani aggregati e spuri, pochi e confusi nel gran numero delle greggi ovine che s’immaginava pascolassero anche al porto o all’aeroporto di Cagliari.

Quei mille giorni costituirono però una cesura fra un “prima” e un “dopo” storico, epocale: e alla modernizzazione civile ed economica dell’Isola, o di molti dei suoi territori anche dell’interno, seguirono altri episodi – in testa a tutto il Cagliari dello scudetto 1969-1970, magari anche l’inimmaginabile visita di papa Paolo VI in Sardegna – che cambiarono la scena, e con la scena i giudizi dei connazionali. Anche oltre le compromissioni della cronaca banditesca, che pure non furono cosa da poco né di breve momento.

La nuova stagione di vita della Sardegna

Erano, il 1962 -1963 – quando Efisio Cadoni, appena lasciato il liceo con soda dottrina, già si misurava con le prime prove poetiche e anche con la tela e le tavolette, annunciando chi o quel che sarebbe stato per mezzo secolo ed oltre – gli anni della svolta per la Sardegna. La politica della Rinascita, che proprio allora s’avviava con l’industrializzazione secondo modelli (a responsabilità compartecipata di tutti i soggetti aventi causa) rivelatisi successivamente sbagliati e coltivando il sogno turistico di cui erano primi segnali le iniziative costiere nel nord gallurese o in quel d’Alghero e nel sud la cementificazione della riviera vacanziera di Santa Margherita di Pula, sembrò allora saldarsi alle accelerazioni moderniste affermatesi in tutt’Italia e nel più vasto continente. Si era come chiuso il ciclo della ricostruzione postbellica, e si era entrati nell’era del consumismo e della secolarizzazione: le produzioni industriali che favorivano (con le celebrate e temute cambiali) le famiglie nelle forniture dei primi elettrodomestici, dai frigoriferi alle cucine, dagli apparecchi tv alle lavatrici ecc., e di lato incoraggiavano una motorizzazione di massa, fra Lambrette ed utilitarie, alimentavano da una parte la trasformazione del costume ed il miglioramento delle condizioni di vita quotidiana nelle case, dall’altra il successo crescente del modulo economico basato sulle fabbriche, che chiamava (dalle campagne) manodopera crescente e fatturava anche per l’export, rafforzando la lira nei mercati internazionali. 

L’energia elettrica diffusa, con step progressivi, in tutt’Italia, e tanto più nel meridione atavicamente depresso, dopo la nazionalizzazione del 1962, e la riforma scolastica con l’obbligo di frequenza e l’assorbimento nella media delle scuole che anticipavano con l’avviamento l’immissione nel mondo lavorativo, aggiungevano condizioni infrastrutturali più avanzate. Se non tutto, certamente molto o moltissimo di quanto aveva accompagnato la vita sociale e quella dei singoli parve essere entrato in una virtuosa macchina del tempo, con progressi palesi negli assetti igienico-sanitari, per il vantaggio di persone e di ambienti, ed anche con l’avvio di un processo di welfare protettivo dei ceti più marginali.

A Villacidro, fotografata dal censimento demografico del 1961 con 10.012 residenti (sarebbero stati 11.266 dieci anni dopo), proprio allora il sogno parallelo del turismo e della industria manifatturiera a larga base operaia era diventato, a scapito innegabile delle sorti dell’agricoltura (o dei suoi miglioramenti possibili), l’obiettivo politico condiviso dai partiti e dai sindacati e la stessa Chiesa – quella diocesana guidata da un pastore sensibile come monsignor Antonio Tedde – combatteva, in quanto potente lobby sociale, per gli investimenti acceleratori dello sviluppo. Perché se già nell’estate 1960 l’apertura dell’albergo Esit, nel gran mare dei pini collinari contati in duemilioni addirittura, aveva fatto pensare ad un salto di qualità nell’organizzazione del servizio ricettivo rispetto alla tradizione piuttosto basata sulle correnti della media borghesia cagliaritana che in paese aveva preso casa e qui trascorreva parte delle mezze stagioni, nel 1963 era stata l’idea (e/o l’illusione) della fabbrica ad aver sfondato: essa aveva portato alla costituzione della Zona industriale (ad imprinting regionale) nella piana di Cannamenda ed originato quel polo tessile che si pensava raccordabile, dai semilavorati, con il sistema petrolchimico intanto affermatosi per adesso, se non ancora con gli stabilimenti, almeno nei piani sponsorizzati dalla politica e finanziati dalle banche pubbliche nazionali e regionali, da capo (Porto Torres) a piedi (Sarroch ed Assemini) nell’Isola.

Ecco qui l’inizio della nuova storia, il modernismo innescato a velocità accelerata che attirò, fagocitò e poi… logorò, in una precarietà complessiva e permanente, molta parte della vita sociale, e di quella morale, dei cidresi. Fu allora, in quegli anni concentrati nell’avvio di decennio – per altri versi, un domani si sarebbe parlato dei “mitici anni ‘60” –, come la cesura fra il “prima” storico, reso efficacemente (nella sua intensa umiltà e timidezza) dal bianco e nero delle pellicole di documentazione, e il “dopo” modernista, conquistatore ed infine distruttore. Quella realtà sociale che arrivava dai secoli s’era fermata definitivamente a quindici anni giusti dalla fine della seconda guerra mondiale: quei lustri erano serviti, e bastati, a Villacidro in connessione con tutta l’Isola e il continente, a riprendersi dagli squilibri che, nell’organizzazione della vita associata, le erano venuti addosso dal fatto bellico (per il paese s’era trattato di dare accoglienza prima alle truppe militari e poi anche agli sfollati cagliaritani, per non dire evidentemente delle conseguenze luttuose nelle famiglie). Si erano allora gradualmente recuperate le cadenze della vita di sempre, appunto fino a quelle prime prospettazioni della Rinascita.

Cadoni artista (la prima mostra nel 1960, lui diciassettenne), Cadoni poeta (i primi versi nel 1958, lui quindicenne), direi prima Cadoni osservatore nella sua sponda di adolescente o giovanissimo, di ventenne radicato in una storia robusta dove contava la sapienza delle generazioni, ed era religione da coltivare l’economia familiare, il lavoro cioè e la casa, Cadoni studente maturato al Piga e in iniziale cavalcata a giurisprudenza, Cadoni disegnatore-progettista del suo futuro professionale che si sarebbe rivelato (fortunatamente) tanto diverso da quello immaginato o sperato, Cadoni polo forte di un sistema di relazioni giovanili ma non soltanto tali e non soltanto chiuse nel recinto del paese, Cadoni cidrese che avverte nativamente, intuitivamente, quell’unicum che è il suo paese d’ombre, versione Ruinalta e versione Norbio, Cadoni è testimone vergine di quel tempo di passaggio, di trasformazione, di nuove conquiste ma anche, si vedrà, di perdite nette, e comunque di rischi impensati: quelli della silente omologazione nel nuovismo senza respiro, senza ideali, senza più mete morali se non nelle minoranze estreme, testimoniali e anche samaritane, con i loro radar valoriali (da lì il volontariato dei recuperi e delle rinascenze degli anni ’70, ’80 e successivi).      

Nella vita sociale i trapassi non sono però mai pieni né magici. Sono graduali, soltanto parzialmente stratificati, registrati in mix vari di permanenze ed innovazioni. Così nelle strutture come, e tanto più, nelle persone, portatrici di abitudini, di convenzioni, di pratiche non tutte facilmente sezionabili né selezionabili, né ancora riformabili. E l’antico – per quanto sia memoria del passato oppure persistenza umanistica – coesiste perciò, di necessità, con il moderno: quest’ultimo non può liberarsi della sua sedimentata coscienza e sa anzi conquistarsi merito quando riesce a dar forma matura a tale mutua relazione e quasi ad una integrazione che rivela, premiandosi da sé, l’originalità dell’approdo.

Un artista multianime, documentarista delle permanenze

Di questi passaggi, fra avanzamenti liberatori e persistenze virtuose, fra persistenze virtuose e e perdite irrimediabili nel corpo profondo dell’essere sardo e cidrese, io credo che Efisio Cadoni sia stato fin qui, a cinquanta e quasi sessanta anni del debutto, l’eccellente documentarista, l’interprete ed il critico, il rielaboratore infine con il genio del creativo. 

E con la parte pittorica e quella scultorica della sua arte – altro potrebbe dirsi della sua poesia – a me è sembrato che egli abbia voluto fissare per la storia futura quella Sardegna che, attraverso le fattezze, i pensieri e le azioni dei suoi abitatori, è come scomparsa per sempre. Come un memento, un rimando alle origini rimaste nel modello per molte centinaia di anni ed a cui non si può sfuggire, ché non sarebbe né merito né vanto. In quelle origini spalmatesi, appunto come una permanenza, nei secoli e nei millenni, a me pare che Cadoni abbia visto l’essenzialità, la semplicità di una vita che pure è stata capace di avanzare nel tempo, nella generazione biologica, negli adattamenti, fino alla svolta ultima e definitiva. 

Per dirla in altro modo: mi è sempre parso che il messaggio di Cadoni maestro del pennello e dello scalpello sia stato quello del profeta che chiama i suoi contemporanei a tener conto della fatica compiuta dai loro avi nel lungo attraversamento, e della importanza di recare nelle complessità del nuovo mondo, o del nuovo tempo, quei dati elementari che infine sono costitutivi dell’umano: dell’umano – uomo o donna – creato per il lavoro, per essere cioè esso stesso creatore, oltre che custode ed amministratore.

Una profezia, quella cui mi riferisco, che porta e manifesta il senso della storia posseduto da chi l’annuncia al popolo come ammaestramento ed irrinunciabile guida del vivere. Si proceda sì nelle complessità del tempo nuovo industriale ed ormai tecnologico a crescenti potenze, ma non si perda la consapevolezza delle lunghe semine e della loro fecondità pur nella modestia delle forme evidenti, quel senso della storia che è, nel concreto, anche il senso di sé e del tutto. 

Ecco il quid, lo specifico della missione artistica di Cadoni, che è anche – così l’ho avvertita – la sua missione umana: quella del cidrese che ha aperto gli occhi al mondo nel tragico 1943, che ha radicato le sue prime esperienze in una famiglia dai saldi ancoraggi nella vicenda lunga del paese d’ombre, in cui mestieri e libere professioni, commerci e insegnamento si sono combinati fra di loro, godendo (con qualche giustificato orgoglio) dei domestici lasciti giovanili di un Bernardu de Linas così come di un Ignazio Cogotti ed ancora, per contro, soffrendo gli echi dei drammatici inverni di guerra per sempre incorporati da babbo Beniamino (pluriferito sul Carso e prigioniero a Mauthausen e Gorki per oltre tre anni) così come dai fratelli di questi, di Ignazio, di Peppino, di Paolo. 

Ne ho accennato, e per un attimo ancora vi indugio per poi… galoppare, se mi riesce, fra le strade del talento proteiforme di cui sono prova i tre corposi tomi di questo Multa parva, che dovrei però associare, senza potermene esimere, ai due altri volumi che nel 1995 e nel 2014 Cadoni stesso ha, in prima persona e/o mediante la curatela di validissimi amici, esitato al fine di dar conto della fatica tante volte decennale, e in progress inarrestabile: Se la parola è una pietra. Efisio Cadoni poesia non poesia, 35 anni d’attività artistica 1960-1995, uscito per i tipi delle villacidresi Edizioni Cartabianca e della Lithosgrafiche srl, e La forma della bellezza (a cura di Flaminia Fanari, Giuseppe Andrea Manias e Paolo Sirena), edito dalla cagliaritana Sainas, che del primo è – pur con una sua autonomia – la continuazione per tutti gli aggiornamenti necessari.

Unitamente alle schede, pressoché perfette, della biografia artistica e letteraria del Nostro ed a una ampia selezione delle critiche da lui ricevute nel corso del tempo, ed insieme anche ad una significativa, gustosa antologia delle testimonianze resegli da chi non ha voluto rimanere estraneo alle onoranze – di vita, s’intende! – per tanta fiorente creatività del pennello e dello scalpello – dirò poi della penna –, i due volumi presentano infatti molte decine di immagini fotografiche che illustrano partitamente, appunto, il versante pittorico o plastico di una ispirazione tanto limpida quanto continua e di una inventiva – pur nel riferimento a pochi temi assolutamente e volutamente prevalenti – sorprendentemente fruttifera.

La galleria è tanto affollata quanto suggestiva e le note critiche – sempre di confessata ammirazione – celebrano empito e tecnica in una rassegna santamente godibile, passando dalle preferite trachiti grigie alle pietre rosa o rosse d’Ozieri o verdi di Sanluri, dalle ignimbriti pure verdi oppure rosse alle terracotte od ai bronzi, dai marmi bianchi di Orosei o di Carrara e neri di Verona ai legni volti per il più alle rappresentazioni di religione e culto. Ed ancora: dalle ceramiche invetriate alle tecniche miste su tela, dagli acrilici su cartone o tavola o dagli oli su multistrato ai murales, alle tempere su cartoncino, alle linoleografie, alle serigrafie… Può bastare?

Le figure che nella corposa materialità della pietra o sul piano della tavola o della tela risaltano come creature vive che paiono volersi raccontare, con eloquio forse piano e sommesso ma spontaneo e necessario, ora in una piazza o in un vialone di paese ora nell’aula di una chiesa, ora nella piana di un camposanto od ancora dalla parete di una stanza di casa, costituiscono e riempiono il mondo di Efisio Cadoni, artista che guarda agli umili dimenticati e ne fa signori della storia, protagonisti o testimoni di vicende personali o di famiglia, di bottega o di campagna, che non sono e non possono essere scarti inutili ma il contributo di partecipazione alla trama sociale nel luogo e nel momento.

Queste figure picchiate con lo scalpello sulla pietra o modellate nell’argilla per averne terracotte o ceramiche, queste altre colorate fissate nelle tavole o nelle tele naif – figure così singolarmente espressive con quelle mani e quei piedi enormi, sproporzionati – raccontano simbolicamente la Sardegna del tempo lungo, la Sardegna rurale, armentizia o coltivatrice, la Sardegna delle produzioni primarie. Cadoni è l’avvocato che promuove e innalza gli anonimi donando loro, o magari restituendo loro, una regalità misconosciuta. Sicché credo mantenga validità certa quel tanto di metaforico cui l’immagine rimanda e che una volta, saranno ormai passati trent’anni, mi parve di poter riassumere così, riferendomi proprio alle maggiori e più clamorose evidenze: intanto alle mani alllusive del «lavoro materiale, cioè “manuale”, il lavoro dei poveri, il lavoro della casa e dei campi e dell’ovile, il lavoro delle miniere e dei cantieri, delle officine artigiane e delle barche, pure, se si vuole, impegnate a tirare su le reti nel mare della Sardegna, nella Sardegna dell’economia preindustriale. Le mani delle donne e degli uomini. E dei bambini col destino già segnato, donne e uomini, lavoratori di domani, della fatica consumata sotto il sole nell’inclemenza del tempo, nell’ininterrotta cadenza, monotona e scontata delle ore, dei giorni e degli anni, nell’ingratitudine della paga e, talvolta, dell’opinione sociale».

E quei piedi poi, altrettanto fuori misura, rappresentazione quasi «d’una figliolanza naturale, fisica, della terra, come l’intricata fascicolazione d’una radice dentro le antiche zolle arse dal calore delle nostre lunghe estati, di giorno e di notte. Piedi che calcano il terreno e segnano, quei passi sempre uguali, come i milioni di grani di un rosario interminabile, un cammino eterno, perenne, quello delle vite senza storia, anonime, le mute storie dei vinti, nell’unica attesa del “giorno del giudizio”. Nelle campagne e nelle gallerie, nelle case, nel rimbalzo alterno d’una angoscia e d’una gioia, d’una speranza e d’una sofferenza. Ma tutto senza storia. Piedi senza neppure l’eredità… d’un’orma».

M’era parso, e ancora resisto in questa percezione, di ritrovare in tutto ciò una conferma all’essere villacidrese di Efisio Cadoni, cittadino di un sistema fisico-sociale così descritto da Giuseppe Dessì ne La ballerina di carta: «Questo è un paese d’ombra, di fantasmi, di case: queste viti, questi alberi di fico, questi vasi di basilico, questi rosai selvatici dei piccoli cortili e i polli, i bambini, la biancheria stesa altro non sono che forme labili posate come farfalle su questa materia inconoscibile». 

Una critica circolare ed un onesto ordinatore

Sia pure con la rapsodica collaborazione di questo o quello, è stato l’artista stesso a farsi ordinatore dei materiali per la stesura dei repertori e poi anche dei testi. E soltanto una mente sfiatata potrebbe scambiare questo per caduta nella vanagloria: perché invece si tratta di un merito supplementare di Cadoni, del quale rendergli supplementari grazie. Nella matura consapevolezza che di tutto debba restare traccia, o direi evidenza, per una futura ricostruzione chiamala anche filologica delle sue produzioni, egli – uomo disincantato dalla generalizzata insensibilità classificatoria degli stessi addetti ai lavori (ma nella categoria stavolta inserirei anche lo storico locale, generalista per definizione, e qui colpevolmente renitente) – ha creduto doveroso provvedere da sé. Aggiungendo fatica a fatica. Perché le schede biobliografiche, piantate in diffusione nel ripasso di oltre mezzo secolo, costituiscono una massa di molte e molte centinaia di unità. Si pensi soltanto alle testate giornalistiche che di lui hanno scritto o di lui hanno ospitato articoli od interviste. Nel gran club – chi lo immaginerebbe? – anche L’Osservatore Romano, oltre a quotidiani e periodici di gran parte d’Italia, non soltanto dell’Isola. Ora per i quadri, ora per le sculture, ora anche per le sillogi poetiche o per le sue trafissioni polemiche magari sull’amministrazione civica o la vita sociale.

Perché – accenno qui ad una variante, non saprei se definirla secondaria, comunque anch’essa di rilievo e qualificante la presenza di Efisio Cadoni sulla scena pubblica per il più, ovviamente, del suo territorio – è da dire che tanto la creatività del suo genio porta alle produzioni d’arte (sempre e intimamente dal largo respiro) quanto la sua coscienza civile muove il giudizio sul parziale contingente, sfogandosi in ogni tribuna gli sia dato di raggiungere. Così che sono numerosi questi affacci critici, talvolta gridati altre volte brontolati, tutti comunque argomentati e impreziositi da una scrittura fine ed anzi dotta. Come a consegnare una autocertificazione – invero mai abusiva – di autorevolezza nella disputa.

Meriterebbe forse uno studio a parte questa fitta partecipazione al dibattito animato dalle osservazioni critiche, condivisibili o meno, o soltanto talvolta condivisibili o parzialmente tali, ma certamente sempre libere, analitiche e provocatrici, e dunque rispettabili, esito di un impulso morale che impegna alla responsabilità, mai alla diserzione o all’indifferenza.

Multa parva, nella sezione D’altro costitutiva del terzo volume di questa opera magna, abbonda di prove di un tale avvertito, corrente sentimento partecipativo alle ideali pagine della dialettica pubblica, ora generalmente culturale ora più strettamente municipale. Potrebbe essere davvero materia di approfondimento, oggetto di scandaglio particolare da parte di qualche giovane locale che, magari in una tesi di laurea, volesse affrontare, con esame del molto disponibile tanto più sulla stampa cittadina e provinciale, il complicato presente cidrese, i termini del confronto aperto fra gli anni della prima industrializzazione e quelli delle curatele fallimentari, fra le stagioni delle amministrazioni di sinistra e quelle piuttosto rapsodiche delle alternative coalizioni cosiddette moderate, fra la rivoluzione socio-religiosa di prete Pittau rimpatriato dal Vietnam e dai cantieri operai di Lione e Torino ed i volontari gravosi oneri dei centri d’ascolto e delle comunità di recupero e residenziali in assorbimento di marginalità.

Altri se ne dovrà occupare ma qui intanto mi permetto di offrire un suggerimento o una indicazione a supporto della ricerca di una chiave interpretativa di quanto da Cadoni è venuto con un taglio polemico, non esclusivamente, ma comunque soprattutto nello spazio della dialettica culturale/civile. Il riferimento è alla pluralità delle firme – firme ora maschili ora femminili – che hanno accompagnato molti dei suoi scritti, appunto quelli critici (e/o puntuti) nel parterre dei contrasti locali e, una volta in specie, quelli evocativi della Villacidro storica, del caldo e magico paese d’ombre e quegli altri delle presentazioni, sempre gustose e competenti, d’arte ed artisti suoi colleghi.  

Lea Apollonio, Tommaso Grande, Franco Ricci, Mattia Sardu Delogu, Espedito Nocida, Lucilla Dònica, Ida Noce, Lauso, Vindice Aurito, Nara Canò ed altri ancora, quasi un collegio universale, con qualche prelevamento dalla mitologia o dai depositi di calembour, dai rifacimenti nominativi dei grandi autori – magari da Thomas Mann a Tommaso Grande –, dalle probabili-improbabili iniziali di questo o quell’ignoto – eelleci, q.e.d. –, dalle matrici personali – don Efis Cai, Efisio Nicola Cadoni –, da altre ispirazioni o fantasie ancora, come ad esempio la ricomposizione per sillabe iniziali dei nomi familiari. E d’altra parte si consideri che già dal 1958, dalla sponda adolescenziale dei suoi tutti spumeggianti, vitalisti ma meditativi quindici anni, fu Joseph Dònica la prima firma, allora in quanto verseggiatore, di Efisio Cadoni: «Solo su di un’altura solitaria / quasi fra cielo e terra stante in aria, / in una notte tacita eloquente / dove il silenzio penetra insistente / nell’animo pensoso di chi sale, / son qui che salgo del pensier con l’ale. / Veggo le stelle nell’immenso spazio / e della lor bellezza mai mi sazio. / Veggo più in là dell’orizzonte il nulla, / veggo l’eternità oltre quel nulla, / veggo la vita mia, con la mia sorte: / oltre la vita, gelida, la morte». (Così nelle pagine di Giovani, mensile illustrato per la gioventù).

Una volta per le recensioni, un’altra per le dediche oppure per le lettere aperte, le scelte dipendono dall’estro dell’autore e un tocco di divertimento accompagna sempre l’occasione: ecco così un’altra, e all’apparenza perfino bizzarra, galleria inclusiva degli Esterinu Beccesa, degli Arremondicu Faifarra, dei Didimu Para, dei Predixeddu Corriatzu, dei Mediusfidius soprattutto, ed anche delle Luisa Col o delle Colluisa…

Si tratta di una riproposizione, per alcuni aspetti almeno, dell’apologo narrativo dell’“uno nessuno centomila”, delle identità variabili o non riconosciute eppure sussumibili dal piano soggettivo, così come potrebbe dirsi di Norbio e Ruinalta, di San Silvano e Cuadu, di Olaspri e Pontario, di Ordena e Parte d’Ispi nella narrativa dessiana: una modalità ispirata dal monadismo leibniziano per dare concretezza di vissuto e orizzonte di collocazione ai protagonisti dei libri.

Chiunque viva le relazioni – ma potrebbe dirsi soltanto… chiunque viva – si espone al rischio (o all’ebbrezza) presente nell’apologo pirandelliano, perché è colto in una soggettività che infine pone problemi di coerenza e di rispondenza alla missione che ci si è data. A me sembra che Cadoni abbia, intuitivamente almeno, attraversato, col suo sé, la regola del drammaturgo agrigentino. Forse questa è anche la sorte di ogni altro vero artista, percepito singolarmente da ogni suo controfaccia. Ma con un rimbalzo di sfida, mi parrebbe, da parte di Cadoni, che veste lui, volutamente, panni diversi ad ogni cambio di commedia, dandosi da sé cento vite, invitando (o costringendo) l’altro a patteggiare ogni volta con una maschera diversa.  

La poesia e l’arte della parola

Viene qui da dire della prima vocazione d’arte, che è di natura letteraria, del pittore-e-scultore villacidrese. Perché contano anche le date, che fissano le progressioni, anche se più spesso le prove in un filone s’incrociano con quelle compiute nell’altro: la stessa matita traccia sulla carta il disegno ed anche scrive il verso, il colore impreziosisce e vivacizza poi il primo, la strofa sviluppa il secondo che ha già sviluppato la parola. Pennello e scalpello in una mano, la stilografica nell’altra sono gli strumenti della relazione sociale che l’intimo profondo di Efisio Cadoni avverte necessaria e prepara onde realizzare il suo io. Perché sarebbe sempre ingannevole compiacersi di un’impossibile, innaturale autosufficienza, del bastare a sé.

V’è – a dire il vero – una testimonianza per certi aspetti, o di prima apparenza, opposta dello stesso autore che, nella premessa a A parole. Storia del paese d’ombre (1988), osserva: «Le parole dei poeti non volano verso gli altri», e ancora: «la parola del poeta esiste… anche quando non c’è chi l’ascolta». Ma la riflessione sembra molto più profonda nella sostanza e pare rovesciare il segno di quel primo annuncio: «Le parole dei poeti… Scavano dentro. Forse non sono neppure udite; sono sentite, percepite come emozioni anche quando sono urlate, declamate. Scavano dentro per fabbricare pensieri. Sono costruzioni di immaginarie realtà. Desiderio di realtà. La parola del poeta è la proiezione dell’oggetto del desiderio, che esiste perché esiste il poeta. E il poeta esiste perché c’è la parola… Essa è un fatto “individuale”, nel senso che esiste anche fuori di lui, contro la sua volontà, per assurdo, in una sua natura mai preterita, silenziosa e presegnica. Il poeta la scova e la trasferisce, nella sua unica forma assoluta, al fruitore cui essa si rivela, insostituibile epifania oggettuale. Nasce dunque con la parola del poeta il primo vero rapporto con l’oggetto-parola, con la realtà-parola».

Cita Odisseus Elitis: «meglio un poeta senza pubblico che un popolo senza poeti», assumendo essere la parola la vita stessa di un popolo: «Tutto esiste in quanto è la parola che lo fa esistere. L’universo senza la parola è un non universo. La parola è il legamento vitale degli uomini fra di loro. Essenziale quindi all’esistenza è la parola con la parola, cioè il linguaggio, la cui funzione è il compimento dell’oggettività attraverso l’espressione, la comunicazione di un messaggio per tramite della produzione dei significati che sono nella parola poetica e che non sono solo la parola, sibbene la realtà desiderata, l’oggettivazione di essa. Il significato della parola è perciò il suo riflesso. E il riflesso altro non è che riflessione, pensiero. Perciò la parola del poeta scava dentro, genera pensieri… Suono e segno, realtà, che da uomo a uomo ritornano verso il poeta che li ha generati; parola che, per quell’assurdo prefato, l’ha generato. La parola cerca il suo oggetto e, trovatolo, vi si identifica. In quell’istante magico nasce il poeta e la parola si fa realtà. E in questo svolgersi della parola si manifesta l’eterno avvicendarsi dell’umanità: immaginazione e fabbricazione del reale».

Ecco il campo largo nel quale s’inseriscono la consapevolezza, la ragione e la modalità poetica di Efisio Cadoni poeta in proprio oltreché cultore della poesia di altri. Certamente tali consapevolezza, ragione e modalità hanno visto una evoluzione nel tempo, dalle prove già coraggiose del giovanissimo liceale verso la fine degli anni ’50 a quelle più mature di oltre mezzo secolo dopo.

Le sillogi – quante sono? almeno dieci partendo da Eden e oltre (1966) e da Il sapienziale (1967), passando per Lenipolis (1985), Poesie da appendere (1997) e Caricature in punta di penna (pure 1997, con lo pseudonimo di Lauso), per arrivare a Novissima una (2000), al poemetto burlesco L’asino d’argento (2002, con Franco Carlini), a In absentia amoris minima (2003), ad Abbecedario della cuoca amorosa. Versi da mangiare e da bere (2006), a Quando ancora era buio (2014), includendo La dea madre- tragedia in due atti (2008) e chissà cos’altro… magari i «trentadue sonetti infernali» di Il viaggio delle streghe (2013) – danno conto, direi temporale e spaziale, della fatica spesa ma anche del felice risultato raggiunto.

La traccia della poesia di Cadoni, e dunque della sua ricerca della parola, del ritrovamento di questa e del conseguente trasferimento al fruitore («cui essa si rivela, insostituibile epifania oggettuale») è, invero, non soltanto nella sua opera in versi, educata e raffinata, ma anche nella complessità della sua produzione letteraria in cui, a tutti gli effetti, entrano i suoi libri classificabili nei distinti generi della saggistica critica tanto letteraria (e/o artistica stricto sensu) quanto storica. Si ricordino qui appena alcuni dei maggiori titoli: Storia ipotetica di un santo illustre sconosciuto nel paese delle streghe (1976) e Sisinnio di Leni. L’uomo chiamato cigno (1993), A parole. Storia del paese d’ombre (1988, cit.), All’ombra del Monte granatico (1998) e Fra i due millenni: il paesaggio dell’uomo: percorsi di devozione e d’arte nei paesi e nelle chiese della Diocesi di Ales-Terralba (2000), il monumentale Villae citra imago. Le radici del futuro (2005) e Cogas. Racconti di streghe tra storia e leggenda (2012). 

Con accredito del tutto speciale potrebbero anche richiamarsi – in quanto celebrazioni solenni della parola cercata e ritrovata – i lavori del grammatico di vocazione appassionata e perfino commovente: La grammatica in piazza. Fonologia. Morfologia (2009, due voll.) e, a complemento, Repertorio del quotidiano o quasi. Prontuario per l’individuazione dell’accento tonico di alcuni verbi (2013) e Tre glossarietti (pure 2013).  

Religione Cadoni

Ma in Efisio Cadoni convivono, ho detto, più vocazioni ed esse rimandano ad una pluralità di missioni svolte sempre con il massimo dell’impegno, con lo scrupolo anzi d’una diligenza ammirevole e inarrivabile, quasi si dovesse ogni volta soddisfare le esigenze di Domineddio in persona.

Oltre a quelli del pittore e dello scultore, dell’organizzatore di cultura e d’arte – di cui la presente trilogia Multa parva (e tanto più il primo volume) è dimostrazione abbondante (con rinvii all’attività dell’ODA così come al percorso Cavete cogas) –, del poeta e dello storico locale, dell’evocatore di tradizioni presenti intus et in cute fra i cidresi (da San Sisinnio alle streghe), dell’ordinatore delle fotografie e cartoline secolari del paese d’ombre (quelle riesposte, per sezioni tematiche, in Villae citra imago), del grammatico e del polemista civico, Cadoni ha indossato altri panni ancora, ed anche per tale esercizio la Sardegna tutta gli deve gratitudine. Mi riferisco al vero e proprio sacerdozio ch’egli ha svolto per disseppellire dall’ingrata dimenticanza dei più il grande ed originale talento di Bernardu de Linas.

Dopo aver pensato a Salvatore Manno, del quale aveva promosso (con una sua presentazione) la ristampa anastatica di Villacidro-Iridescenze già nel 1989, egli ha trasferito su Luigi – Gigino – Cadoni, scomparso nel 1917 a soli 34 anni di età, il centro dei suoi interessi rivalutatori tanto più con una sequenza di convegni aperti a molte voci e i cui materiali hanno infine goduto, almeno in gran parte, l’onore della pubblicazione (così infatti, nel 2009, Bernardu de Linas- Atti dei Convegni, che riferiscono dei primi sette – sui nove complessivi – incontri).

Invero già nel 1987 è stato merito di Efisio Cadoni l’aver riproposto, in reprint, Favolas ed atteras poesias umoristicas in dialetto sardu-campidanesu, volumetto uscito in prima edizione, a Cagliari (per i tipi della P. Valdès), nel 1909; il bis due anni dopo con Unu brutt’animali e sottotitolo Sa storia ‘e su porcu, la cui prima edizione risaliva (per i tipi della cagliaritana Tipografia e Legatoria Industriale) al 1911-1912; il ter con Un hibou dal volo d’aquila. Antologia dalla Poesie, Favolas e Canzonis, curata unitamente a Martino Contu (per i tipi della cagliaritana Condaghes) nel 1994.

Con molto encomiabile anticipo, nel suo A parole. Storia del paese d’ombre lo stesso Efisio Cadoni aveva accolto altre lunghe strofe, quelle 82 manoscritte ed inedite di Concu Franciscu Elenu (riprodotte anche in Un hibou ecc.).

La memoria di quel prolifico ma sfortunato Bernardu de Linas, alias Bernardu Mabiu, alias Civis, alias Febo, alias Temi, alias Vigile, alias Volo, alias… il Signor X di Villacidro – ecco già qui una galleria nominativa suggeritrice di replica – ha trovato così pieno riscatto, nell’ultimo trentennio, grazie alla generosa, oblativa applicazione proprio del nostro Efisio, il quale per la causa ha speso molte delle sue migliori energie. Ma insieme dimostrando che, intuito un merito dagli altri non ancora riconosciuto, costituisce dovere morale prima ancora che culturale votarsi a sanare il vulnus umiliante dell’oblio.  

Fattosi collega di uno zio certamente amato eppure mai conosciuto se non in qualche rara fotografia e nelle ormai ingiallite carte domestiche, in alcune lettere e nelle bozze delle nuove composizioni poetiche o degli articoli destinati ai giornali, il giovane si è prestato all’anziano – ma nelle età dei rispettivi tempi l’anziano era più giovane del nipote, e il giovane più anziano dello zio – in un’offerta certamente sacrificata eppure comunque giusta nella motivazione e promettente nel risultato che infatti può dirsi raggiunto. 

Universalità di un cidrese

Mi vengono in mente alcuni dei nomi illustri dei cidresi moderni. Nel loro prestigio – più ancora di quanto avvenne nell’Ottocento con i Loru, i Todde, i Fulgheri – si specchia la coralità paesana. Gli arbusti non nascono nel deserto. Penso a padre Giuseppe Pittau, gesuita rettore di Università ed arcivescovo, penso anche suo fratello, mondialista non meno di lui, don Angelo, motore colto ed esperto di ogni iniziativa sociale nel vasto territorio, penso al professor Erminio Costa, vanto della scienza medica in America, penso ai nostri, a tanti dei nostri da non elencare per timore di perderne qualcuno di pari merito (magari con l’eccezione, per la virtù dell’uomo più che dello sportivo di rango internazionale, di Fabio Aru!). E’ in qualcuno dei cieli di questo condiviso paradiso sentimentale, il paradiso del Linas e della Spendula, di Giarranas e di Monti Mannu, che io colloco anche Efisio Cadoni.

Credo – ne ho accennato prima, avvertendo però anche dei semi universali presenti nella ispirazione artistica del Nostro – che Cadoni lo si possa capire fino in fondo soltanto mettendolo in stretta connessione con il territorio del quale è figlio. Precisando qui che dire territorio significa alludere all’ambiente naturale – nel cuore della Sardegna centro-meridionale, luogo baricentrico fra il Cagliaritano, l’Iglesiente e l’Oristanese e terminale per secoli delle transumanze barbaricine –, ma anche, e non di meno, a quello sociale portatore di una sua irripetibile storia. Il popolo di Ruinalta, avrebbe detto Giuseppe Dessì, si distingueva nella relazione con la dimensione cosmica delle sue rocce, della sua luce e delle sue ombre, impossibilitato com’era a prescinderne, e per lunghi secoli s’era materializzato come protagonista collettivo di uno scenario unico, seppure mille volte replicato, nella logica delle monadi di Leibniz.  

Sono intimamente convinto che, nella sua lunga e feconda vita, Efisio Cadoni abbia fuso in sé quel radicamento nel proprio territorio naturale e sociale che ne ha profilato l’appartenenza biologica e culturale, nella logica dessiana (e appunto leibniziana) della centralità universale ricapitolativa di ogni altra realtà pulsante, ed una tensione permanente, direi di marchio centrifugo, alla conquista di una consapevolezza universale per scelta o vocazione: una consapevolezza che, se il cristianesimo e l’etica della libertà misurano sul piano ideale e finalistico, l’arte traduce o esprime come cosa provata e riscontrabile, come linguaggio di dialogo positivo fra gli infinitamente diversi.

Vale di nuovo recuperare, seppure soltanto per cenni, le ipotesi di lettura più avanti prospettate. Pubblico poeta dalla sua prima adolescenza, pittore sperimentale e già riconosciuto in quel range anagrafico che lo vede ancora in formazione nelle marce liceali, l’autore di Eden e oltre e di Lenipolis, l’autore di Soldato che bacia la propria madre al ritorno dalla guerra (scultura del 1973) e degli arredi sacri della nuova parrocchiale villacidrese Madonna del Rosario (1980) sembra essere capace di richiamare e riassumere in sé le molte generazioni dei Cadoni villacidresi, esse e le loro relazioni con il vissuto del proprio tempo – il tempo lento dei secoli trascorsi –, con la fatica del lavoro e l’austerità del condursi in casa e fuori, con le responsabilità delle famiglie fondate come step di una impresa, come innesti progressivi, olivi da un olivastro. D’altra parte e in parallelo, quello stesso poeta e pittore-scultore chiamato dalla vita ad onorare la sua comunità, ad educare con la sua valentia ed il suo esempio i giovani del paese d’ombre, appare teso, nella molteplicità delle sue iniziative e delle sue opere, a sviluppare il linguaggio universale, a materializzare quel circuito del bello-buono-vero di antica matrice pitagorica ma di attuale, e direi permanente, validità interculturale.

Tutto qui. Non saprei dire se sia molto o sia poco. Quel che mi sembra si possa cogliere nella cifra poetica ed artistica di Efisio Cadoni, la sua ricerca dell’essenzialità, cioè, nella sfumatura lessicale come nel taglio netto della pietra o nella provocazione dell’abnorme sulla tela, è in questa bipolarità del cidrese e dell’universale, per coniugarne i termini. Ma direi anche di più: perché si tratta di una compagine sociale che sussume le molte sue premesse derivandole dal passo lento della storia più remota, e tanto più quella del XIX secolo, del passaggio dal feudalesimo al regime di proprietà, dal Regnum Sardiniae all’unità italiana, e ne volge gli sviluppi, nel bene e nel male, verso l’accelerazione dei tempi tecnologici e delle svolte dello spirito pubblico e del costume sociale. Quella santa bipolarità chiama ad un pensare libero, ad un distacco da ogni venalità, ed anche ad un autorizzarsi da sé ad essere coscienza vigile e critica di tutti ed a convocare i suoi alla maggior missione: la conquista della terra promessa, la conquista della fraternità mondiale a cominciare da quella di Lenipolis. Le prime parole valgono come guida, avvertimento e sprone, in vista del riscatto plenario. Le pronuncia Beniamino jr., il miglior quadro, la migliore scultura, la migliore poesia di Efisio Cadoni: «C’è molta gente che / sa qualcosa: / sa cos’è l’immaginazione, e sa / anche il significato. / C’è una cosa molto brutta, / il dolore. / E sa cos’è».



Fonte: Gianfranco Murtas
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