Gianfranco Murtas

 Validato   

  CulturaReligioneMondo

Tempo di Lettura: 81 minuti

A Cuglieri, nelle dinamiche dell’interdiocesi sarda, prima dei fuochi conciliari (e di quelli contestativi). E nella crisi del 1968-71

Articolo di Gianfranco Murtas

In un precedente (e recente) articolo ho proposto una sommaria cronaca della manifestazione svoltasi presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna per la presentazione del secondo volume di Per una storia del seminario regionale di Cuglieri, pubblicato da Tonino Cabizzosu nel quadro della collana Studi e Ricerche di Cultura Religiosa. Testi e monografie, promossa dalla stessa Facoltà e giunta ormai alla sua ventesima uscita.


 Al libro bisognava tornare e qui dunque espongo, con tutta libertà e pari consapevolezza della parzialità dello sforzo, alcune osservazioni di commento e un cenno almeno di contributo positivo, o tendenzialmente integrativo, al lavoro prezioso dell’autore/curatore. Dico prezioso perché tali – preziosi – sono i documenti che esso svela, consentendo a noi, che Cuglieri non abbiamo personalmente vissuto, o abbiamo soltanto accostato nel suo ultimo decennio – ormai mezzo secolo fa –, per interposta persona (di chierici e professori), di entrare nel suo ordinario quotidiano. Un ordinario quotidiano che, evidentemente, proiettandosi in un lungo arco temporale, ha subìto i ritmi e, vorrei dire, i colori e i toni dei tempi diversi di una storia movimentata: ché certo gli anni di impianto e quelli del primo consolidamento – gli stessi che nella vicenda civile si dissero “del consenso” al regime di dittatura – furono altra cosa da quelli dell’emergenza bellica protrattasi per un lustro intero, o da quelli della ricostruzione materiale e immateriale compiutasi finalmente in democrazia e in repubblica che coincisero con il lungo autunno del pontificato pacelliano (più ombre che luci, ma anche luci non a sufficienza studiate finora); furono diversi e ancor più da quelli giovannei e paolini del Concilio annunciato, celebrato e meditato, diversi ancora dagli ultimi segnati dalla contestazione giovanile e dalle nuove libertà donate al mondo credente e alla stessa istituzione ecclesiastica, ed in essa al suo clero, dalle delibere del Vaticano II.

Tante le stagioni della storia generale, della società laica così come della società religiosa, una cui traccia (continuativa e palese eppure anche, inevitabilmente, mediata o filtrata) si ebbe, ed è documentata, in quello stabilimento di studio e formazione eretto nel cuore del Montiferru per volontà del papa Pio XI con lo scopo di base di strappare dalla prigione del campanile le menti e le esperienze umane dei giovani inoltrati nei percorsi del sacerdozio cattolico: fuori dai limiti, non dagli amori, del campanile per maturare un pensiero comunionale oltre l’accademia, o sì, con l’accademia ma più ancora nella coralità di una convivenza larga, interterritoriale, varia per gli input così come per le prospettive future di ministero…

Cresciuti nei seminari diocesani, al più licenziati con i dottorati concessi dagli studi teologici di Cagliari e Sassari, i preti dell’Ottocento e del primissimo Novecento sardo mancavano, nei grandi numeri, delle possibilità intellettuali (e spesse volte anche spirituali) necessarie a cogliere le complessità che soltanto una società larga e stratificata/variegata può rivelare: il pensare sardo invece che il pensare gallurese o bosano, o nuorese od ogliastrino, o cagliaritano ecc. bastava già questo, all’inizio, a dire di un passo in avanti importante. Mischiando le parlate, almeno simbolicamente – ché a Cuglieri i superiori vigilavano, ostili al… millenario idioma dell’Isola, fratello minore del latino e dei volgari neoromanzi del continente mediterraneo – e mischiando soprattutto i tratti segnativi impressi dalle famiglie e dalle parrocchie in adolescenti giunti al liceo, pertanto, già “orientati”. (Soltanto per associazione tematica viene in mente ora il nome di padre Giovanni Battista Vassallo S.J. mandato dal Piemonte in Sardegna a metà Settecento con lo scopo di despagnolizzare l’Isola diffondendovi la lingua italiana, e risoltosi poi, per necessità, a produrre lui cuneese un catechismo in lingua sarda in soccorso dei poveri o sprovveduti curati d’anime chiamati al pergamo!).

Negli anni della seconda formazione – quella appunto liceale e degli studi superiori tra filosofia e teologia (così all’inizio e per un decennio furono strutturati l’ordinamento o la ratio studiorum) – quei lineamenti di stretto rimando dovevano evolvere saldando, attraverso lo studio condiviso e soprattutto la vita in comune, la ricchezza del particolare, gustata e protetta sempre, con quella del generale, non per fascinazione e soccombenza ai codici della omologazione, no: invece per entrare, in progress, attraverso quella esperienza di orizzontalità, nella dimensione comunitaria propria della Chiesa, volta poi anche ai piani ancora superiori, quelli che chiamo “della comunionalità”, i quali sarebbero sempre a rischio d’artificio (il disumanato misticismo) quando non conquistati dalla esperienza faticata.

La Sardegna delle isole belle, con il bisogno di far sistema

E’ importante, secondo me, indugiare su questo aspetto forse neppure illustrato, a suo tempo, quanto si poteva e forse doveva. Perché la Sardegna degli anni di impianto dello stabilimento di Cuglieri e del suo rinforzo ante-guerra era la Sardegna delle distanze, delle “isole nelle isole”. Fare rete, come per le diocesi era sembrato arduo e ingrato fare e soprattutto essere, promuovendo relazione, concordia e condivisione di obiettivi fra le microcomunità sparse (e spesso, appunto, isolate ed anche concorrenti o di tradizione avversaria per spirito di municipio e magari di santo patrono!) nel vasto territorio, significava forse allora soprattutto costruire gli uomini capaci di una visione più larga sia della loro campagna materiale sia soprattutto, o di conseguenza, della loro missione ministeriale.

Se posso osare un paragone ardito ma che forse rende l’idea nell’attualità: se l’idea europeista ha da affermarsi, è nella generazione detta “di Erasmus” che può soprattutto contarsi, perché un grande disegno è cosa che deve poggiare sulle strutture mentali aperte al nuovo da costruire, rischiando il certo conosciuto per il probabile conquistabile o realizzabile.

Il Montiferru, e Cuglieri in esso, fu visto come il luogo baricentrico delle maggiori aree demografiche (in tanto deserto) dell’Isola nostra, quello capace di mediare fra i maggiori capi (anche culturali e sociali non soltanto demografici) di settentrione e meridione, nel quadro includendo anche, con la loro originalità o alterità, le… silvestri Barbagie; vantava, oltretutto, con la vicina Senafer, una storia di prestigio antico, per il rimando a Cornus che dopo aver rappresentato la sede di resistenza sardo-punica alla colonizzazione romana, era stata municipio romano e dopo ancora, nell’alto medioevo, diocesi quasi d’avvio della millenaria vicenda cristiana nell’Isola.

Simbolicamente – e dico simbolicamente, perché quel cui si pensò allora, fra Santa Sede ed episcopato sardo, furono essenzialmente la baricentricità territoriale e la salubrità dell’altura, non le remote glorie belliche od amministrative – Cuglieri costituì il luogo di una “sardità” protagonista di un’alta missione e insieme (almeno teoricamente, e in parte anche praticamente) il più avanzato ricettore degli influssi donati alla Sardegna dalla “cattolicità” della Chiesa. Fu così, dunque, per quasi mezzo secolo, a cavallo delle due metà del Novecento, e di tanto, delle diverse stagioni storiche in successione, e anche, in qualche modo, della dialettica possibile fra sardità e cattolicità, sono testimonianza piena le relazioni dei rettori chiamati alla certamente complessa e delicata conduzione della composita “famiglia”.

Tutto ciò con l’intervento didattico – ma l’aggettivo potrebbe essere più sostanziale, e direi allora… con l’input pedagogico – della Compagnia di Gesù, protagonista con le sue impostazioni, i suoi paradigmi e schemi culturali e religiosi. Ne daranno testimonianza gli stessi studenti diventati preti e anche vescovi che sapranno un giorno “discernere” – grazie proprio all’insegnamento ricevuto – anche i limiti di quell’approccio e di quelle direttive rilevabili pur fra tanta verace umanità incontrata e goduta (e, aggiungo, mai schiacciata dai pesi della dottrina). L’educazione alla libertà – perla d’un patrimonio consolidato nel tempo – costrinse felicemente a cogliere, ad esempio, quelli di più quelli di meno, i rischi della omologazione “comunque” in affaccio e singolarmente sorprendenti a considerare le virtù inculturative dei gesuiti sparsi per il mondo! (fino all’India e al Giappone con Francesco Saverio e alla Cina con Matteo Ricci, e già dal XVI secolo!). Perché – è una riflessione che propongo problematicamente, con pulsione del dubbio – le aperture o le proiezioni missionarie che pur erano legittimate ed anche organizzate nel cuore di Cuglieri, con la responsabilità diretta degli studenti, e fornivano elementi di conoscenza e ideale trasporto a realtà lontane, pure sembravano contrastare con un… eurocentrismo od occidentalismo fatto cardine delle categorie così in filosofia come in teologia o nel diritto canonico, nelle discipline cioè presenti nei piani di studio rigorosamente rispettati.

I rettori costituivano con il proprio vice (e poi due vice) e l’economo, nonché con i direttori spirituali ed il corpo docente, l’area di responsabilità del seminario che viveva con… gesuitico (è il caso di dire) scrupolo la sua missione: quella, appunto, di formare il clero sardo finalmente emancipandolo – l’ho detto – dalle angustie di campanile, e insieme con ciò sviluppando conoscenze e interessi più vasti e perfino estranei allo stretto ecclesiastico o clericale (si pensi, fra il molto altro, alle originalità didattiche, tecnologiche e indagatrici, del padre Furreddu!). Con un rischio nuovo però, forse non appieno considerato: quello di standardizzare la tipologia, piegandola – se si vuol dire così – alle primarie e inderogabili esigenze sociali, di santo soccorso ai poveri, ma alienandola da ogni pur necessario, o… diversamente necessario, richiamo cultural-identitario (di cui la lingua sarda avrebbe dovuto costituire – senza enfasi ideologiche a contrario! – rivelazione. Ma quello fu anche il tempo della repressione, da parte dell’episcopato isolano – per larga parte costituito da elementi estranei alla nostra cultura regionale – della spontanea poetica popolare, e il regime ovviamente approvava).

Invero il quadro sociale e civile si presentò frammentato, fin da subito, anche nelle aspettative migliori di fuoriuscita dalle minorità. Vien facile immaginarlo, solo che ci caliamo virtualmente nella scena dei primi anni o decenni del secolo e almeno fino alla seconda guerra mondiale (che poi significa fino all’esaurimento della sciagurata dittatura fascista, con cui per il grosso la Chiesa italiana aveva trovato modi di convivenza, parternariato o duumvirato ed anche di negativa complicità): perché le stesse difficoltà di comunicazione fisica cui ho fatto riferimento, rendendo difficoltose la mobilità e le relazioni fra i territori, tardava o addirittura impediva di fatto, con la conoscenza – base d’ogni avanzamento –, la maturazione di un sentimento comprensivo largo, nella dimensione, se così si vuol dire, della “nazionalità” sarda, o di una “nazionalità” sarda sedimentata dalla storia ancorché volta, e mai come in campo religioso, alla maggior misura continentale e planetaria, insomma della cattolicità. (Di qui la biunivocità mancata o mozzata nello scambio vitale fra i livelli ricompresi nella virtuosa comunionalità, dal particolare al generale e viceversa).

Comunque, al netto dei rischi – da una parte il sospeso sentimento “nazionale” sardo, dall’altra lo spettro della omologazione – la religione facilitava. S’immaginino i nuoresi che raccontano, nei tempi pur stretti della libera conversazione concessa a liceisti o filosofi o teologi, della loro Barbagia pastorale e transumante o della pescosa costa baroniese, i sassaresi del loro Logudoro giudicale e castellano o degli orgogli medioevali del loro Goceano e Monteacuto, i tempiesi della loro Gallura spalmata fra sugherete e cave di granito, e così venendo a sud, nello scambio di notizie ed esperienze, i cagliaritani o gli oristanesi ed aleresi a dire dei loro campidani agricoli, oltre i centri urbani e verso le antiche curatorie o is iscolcas di Trexenta, Gerrei e Parteolla, Marmilla e magari Sarcidano e Mandrolisai, gli ogliastrini e gli iglesienti delle rupestrità boscose o rivierasche o dei territori minerari d’est e d’ovest, delle piane sulcitane e delle isole-sentinella… Partendo, nello scambio, dalle più immediate rappresentazioni della stessa pietà popolare e delle devozioni, metti negli ideali percorsi mariani, fra Gonare e Mariacquas, Valverde (d’Iglesias, d’Alghero e di Nuoro) e Bonaria, il Rimedio e le Grazie, l’Ausiliatrice ogliastrina e le cento altre Nostre Signore fino al capo alto d’Anglona, a Tergu… un linguaggio comune si poteva e doveva trovare e lanciare come primo esperimento di koiné spirituale e sociale.

Certo Cuglieri significava isolamento, ma pure significava in positivo concentrazione di umanità, di una umanità giovane della Sardegna, prima ancora che della Chiesa sarda. I superiori del seminario, i più dei professori – gesuiti per il grosso provenienti dal continente e dal Piemonte in particolare – non avevano maturato allora, e tanto meno forse lo avevano potuto in tempo di fascismo regime omologante (e di gerarchia cattolica omologante), una sensibilità attenta alle ricchezze anche letterarie e di pietà popolare che la Sardegna poteva offrire, e offriva anzi da lunghi secoli. Ciò nonostante, la grande famiglia seminaristica visse – dal 1927 al 1971 – lunghe stagioni “eroiche”, formative di coscienze e profili culturali che sottotraccia rivelavano la storia che s’animava, pur fra mille contraddizioni, fra mille stop and go, delle dinamiche che sarebbero sfociate, tanto più dopo il secondo conflitto mondiale, nel modernismo sociale (della Repubblica finalmente in un continente pacificato) e nell’aggiornamento (e nella riforma) conciliare. I distacchi estivi in casa – in famiglia e in parrocchia, nella propria cerchia amicale e ambientale – entravano come elementi di una dialettica formativa non da poco, perché nei giovani protagonisti di quell’esercizio le “provocazioni” liberali (invero temute dai superiori che ne riferivano infatti preoccupati nelle loro relazioni annuali) rafforzavano, non indebolivano, le vocazioni autentiche, maturandole sempre più nella prova sociale.

A dire di comunità e comunionalità

Il secondo volume della trilogia Per una storia del seminario regionale di Cuglieri dà conto della vita seminaristica (strettamente collegata con quella accademica in capo agli stessi padri della Compagnia di Gesù) proprio attraverso la riflessione moderatamente critica, di lato alla esposizione descrittiva, che i superiori apicali erano chiamati a stendere ogni anno ed a presentare alla conoscenza e quindi alla corresponsabilità della Congregazione per i Seminari e le Università Cattoliche (dicastero assolutamente strategico nella politica universale – ma anche quanto italiana! – della curia romana) e forse soprattutto (ed in esclusiva nell’ultimo tempo), dell’episcopato isolano: cioè di quei vescovi chiamati al governo canonico della circoscrizione cosiddetta conciliare coincidente ormai da secoli con le tre province ecclesiastiche di Cagliari, Sassari ed Oristano. Province a loro volta includenti, oltre alle metropolitane, le diocesi suffraganee di Iglesias, Lanusei e Nuoro (quelle dipendenti da Cagliari), di Bosa, Alghero, Ozieri ed Ampurias e Tempio (le sassaresi) e di Ales e Terralba (la sola arborense).

In tempi in cui la sinodalità episcopale non era ancora pienamente accolta e le conferenze episcopali regionali si limitavano quasi soltanto alla firma di un documento per l’annuale Quaresima (e poco avevano cementato i periodici ma rari incontri, a cominciare da quello oristanese del 1876! essendo in vita ancora Pio IX autoprigioniero nella città leonina), la chiamata al governo collegiale del seminario sardo con l’abbinata facoltà (per il rilascio dei titoli accademici di filosofia o teologia), costituiva un avanzamento concreto e riconoscibile nello spirito, oltretutto, di quel Concilio ecumenico che si sarebbe convocato e celebrato nella fase finale della parabola. Perché l’intero Concilio, icona esso stesso di una necessaria realtà comunionale, si sarebbe mosso, nei primi anni ’60, su una logica finalmente “partecipativa” o “compartecipativa” con risvolti d’applicazione plurimi: e tanto più sul piano liturgico, non soltanto su quello giuridico-canonico, il popolo di Dio, chiamato anch’esso alla partecipazione, ne avrebbe avuto prova… scenica fin dalle stesse ordinarie e belle concelebrazioni che sembravano aggiungere, non togliere, suggestioni di sentimento al mistero dell’altare.

Invero la chiamata dei vescovi alla diretta ed alta direzione del seminario – da intendersi, recitava il regolamento del 1936, come seminario maggiore delle diocesi senza eccezione – non veniva improvvisa dal Concilio, ma appunto era costitutiva della stessa realtà cuglieritana: l’incarico formativo affidato ai padri della Compagnia di Gesù non doveva “scaricare” i vescovi dalle loro responsabilità, semmai avrebbe dovuto rinforzare tali responsabilità, facendo di ciascun ordinario un impegnato garante del tutto, non soltanto della sua quota diocesana all’interno della più vasta popolazione agli studi. Ma ciò, per davvero, non fu.

Va detto, peraltro, che una certa prossimità a tale carico tutto morale e corporativo poteva rilevarsi nelle varie ordinazioni ai ministeri antediaconali – i famosi “ordines minores” che, partendo dalla sacra tonsura, scalavano l’ostiariato e il lettorato, l’esorcistato e l’accolitato fino a raggiungere il suddiaconato impegnativo alla piena verginità clericale. Essi erano infatti conferiti dai vescovi disponibili al calendario del cappellone, senza distinzione di appartenenza diocesana. Ma insomma, il coinvolgimento nel “tutto” da parte di ciascun presule era piuttosto relativo. Il salto sarebbe avvenuto, come accennato, con la riforma conciliare (e varrà ricordare qui che l’arcivescovo di Cagliari Paolo Botto, e credo anche quello di Sassari Agostino Saba, furono ricompresi proprio nella commissione dei seminari nelle fasi preparatorie del Concilio).

Vedendola dalla parte dei rettori piuttosto che da quella dei vescovi, Cabizzosu rifà la storia del seminario di Cuglieri presentando i documenti e accompagnandoli con sobrie schede introduttive. A parte naturalmente le pagine – poche anch’esse, ma illuminanti – che, associandosi alla prefazione di padre Guglielmo Pireddu S.J., ben riassumono, andando di rettorato in rettorato, gli sviluppi della vita comunitaria nella sua articolata espressione formativa, di studio e pietà. Ed a parte, aggiungerei ancora, alle ben 351 note a piè di pagina, importanti complementi, spesse volte anche biografiche, dei protagonisti.

Lascio naturalmente ai competenti la recensione dell’opera appena esitata: altri può, con autorevolezza scientifica, osare l’indagine interpretativa più opportuna ed approfondita: qui soltanto mi permetto, come accennavo prima, qualche annotazione che valga come contributo a latere, stimolo forse ad una lettura curiosa di 350 pagine ed oltre, fotografia, anzi film, di una esperienza collettiva lunga e ricca.

Come un film in bianco e nero, con protagonisti e comprimari

Conclusasi (per trasformarsi) negli anni postconciliari e anche della contestazione – giusto quando l’Italia dall’autunno operaio del 1969 e dai primi episodi del terrorismo nero generativi di altro e non meno devastante terrorismo, passava a stagioni lungamente e duramente depressive dell’economia sociale – l’esperienza cuglieritana coinvolse, s’è contato, qualcosa come quattromila o quattromilacinquecento giovani, tre quarti dei quali poi, nella successione dei tempi, abbandonarono il campo procedendo per altre strade di vita e professionali, affermandosi in vario modo nella società, facendo famiglia, contribuendo al lavoro morale e materiale dell’Isola tutta.

Darò una lettura tutta personale, ovviamente anche con il documentato supporto offertomi da Tonino Cabizzosu, della pluridecennale vicenda cuglieritana che, anche per ragioni anagrafiche, mi pare di cogliere come si farebbe con una pellicola a due tempi: scorrendo fotogrammi seppiati nel primo tempo, a colori, e anche colori vivaci, nel secondo (quello che rimanda alla fase conciliare e successiva).

La direi così: l’esperienza di quella grande comunità clericale e tutta maschile (come una scuola dell’esercito – ché la Chiesa ha avuto, e forse ancora ha, del suo clero una percezione come di un esercito!), impiantata nell’isolamento del Montiferru, ben potrebbe essere tutta raccolta e tutta raccontata in un immaginario film lungo 16mila fotogrammi, 16mila quanti sono stati i giorni trascorsi dall’inaugurazione della megastruttura, e più ancora dall’avvio dei suoi programmi formativi (culturali e spirituali), all’abbandono per il trasferimento (invero piuttosto confuso e convulso) di classi, camerate e cattedre a Cagliari. Un trasferimento necessario e fattosi forse urgente, nel respiro della grande città e del più evidente e provocatorio chiaroscuro sociale che è proprio di una importante e variegata realtà urbana e non può schivarsi da chi sente di dover essere, nello sviluppo della propria vita, lievito di fermentazione, accompagnatore e guida, elemento minore ma attrattivo.

Mi permetto di citare a questo punto, come supplementari al libro firmato da Cabizzosu, le pagine di altri autori a vario titolo a me cari: intanto quelle di Raimondo Turtas S.J. in Storia della Chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, Città Nuova, 1999 (da pag. 681), e dello stesso padre Turtas in I Gesuiti in Sardegna 450 anni di storia (1559-2009), Cagliari. CUEC, 2010 (da pag. 110). Poi quelle di Luciano Marrocu in Cuglieri dal Settecento a oggi: la storia, la memoria, a cura del Comune di Cuglieri, 2005 (da pag. 82, con integrazione di una intervista a Pietro Obinu, custode del seminario dopo la sua dismissione), e, quelle altre, rapide sì ma utilmente descrittive, di Antonio Francesco Spada (“Il Seminario Regionale di Cuglieri nella Sardegna e nel Montiferru”), in Montiferru, a cura di Giovanni Mele, Cagliari, EdiSar, 1993. Del sedilese/bosano don Spada richiamerei anche il capitolo “Seminari Diocesani e il Seminario Regionale” consegnato al terzo volume della sua Storia della Sardegna Cristiana e dei suoi Santi dall’XVIII al XX secolo, Oristano, editrice S’Alvure, 2001. Né potrei omettere di menzionare qui, sia pure per un fattore puramente, esclusivamente sentimentale, il gigantesco lavoro di Damiano Filia La Sardegna cristiana, che si concludeva press’a, nelle trattazioni tematiche e anche cronologiche, poco in coincidenza con la novità cuglieritana: quando lo stabilimento veniva innalzato e subito abitato con mille emozioni, a mezza strada temporale fra il Concilio Plenario Sardo celebrato ad Oristano nel 1924 e i Patti del Laterano siglati a Roma nel 1929. Una pagina soltanto, meno ancora, del can. Filia dedicata al seminario sull’altura nobile di quel fianco occidentale sardo, sopra Oristano, sotto Bosa e Macomer.

Le dinamiche, interne non soltanto alla vita comunitaria, come sarebbe del tutto naturale, anche per il progressivo mutamento del costume – dai giovani liceisti, filosofi o teologi percepito e/o acquisito tanto più nei richiamati rientri estivi o magari natalizi in famiglia (e così, o perciò, tanto temuti dai superiori) – ma interne altresì agli ordinamenti degli studi dettero corpo, nel tempo, a risultanze assai diversificate. Si pensi soltanto alla doppia pista originaria della facoltà di filosofia e di quella teologica – che pareva puntare ad una intellettualità clericale da lanciare ad armi pari contro l’avversario mondano, laico/laicista e profano (pur se in tempi di alleanza fra trono ed altare, o fra Palazzo Venezia e San Pietro, gli scontri di dottrina dovevano essersi rarefatti!) – e si pensi ai ripetuti aggiustamenti, appunto ancora di ordinamento e piani di studio, databili press’a poco dalla pervadente presa in carico della Congregazione dei seminari, nel 1937, da parte del cardinale Pizzardo.

Il periodo compreso nello studio e nella riproposta dei testi pressoché inediti, o conosciuti forse soltanto da qualche studioso specialista della materia, offertici da Tonino Cabizzosu, è dunque quello che va dall’anno scolastico/accademico d’esordio, il 1927-28, a quello dei saluti per il già deliberato ed atteso, e forse davvero indifferibile, trasferimento a Cagliari, il 1970-71; mancano le relazioni del biennio 1941-42/1942-43 – pieno tempo di guerra – cui suppliscono, almeno in parte, sul piano essenzialmente del notiziario non del giudizio però, gli Annuari. Manca altresì la relazione dell’anno 1937-38 – quello d’apertura del secondo decennio di vita del regionale – e già questa volta è l’Annuario a coprire il vuoto: merito del padre Angelo Aramo, vice rettore e professore di liturgia ed ascetica (e qui sarebbe da precisare, a proposito appunto degli Annuari, che Cabizzosu ne sottolinea l’importanza in quanto “contenitori”, non meno delle relazioni all’episcopato, della mens dei singoli rettori susseguitisi nell’incarico; e circa invece il cagliaritano padre Aramo, l’eccellenza del profilo che l’autore/curatore esprime così: «… diede vita all’Opera catechistica San Giovanni e alla Lega del Sacro Cuore, con la collaborazione dei padri Lacruz e Gallicet. Per questa intensa opera pastorale in favore degli uomini, dei giovani, dei bambini, per il servizio disinteressato alle famiglie e ai poveri, Boschi, nella commemorazione in occasione della sua morte, scriveva: “la personalità più grande che fosse in Cuglieri era pur sempre p. Angelo Aramu”. Nel contempo gli riconosceva il merito di essere artefice di buona parte del nuovo clima religioso sviluppatosi nella cittadina di Cuglieri […]. Nel 1938 fu trasferito a Torino in qualità di promotore dell’apostolato della preghiera. Rientrato in Sardegna nel 1955 fu superiore a Cagliari, 1955-1959, a Savona, 1959-1960, ove morì il 17 novembre 1960. La sua opera principale ha come titolo Storia della Compagnia di Gesù in Sardegna, Cagliari, 1937»).

I rettori – tutti padri della provincia Torinese con cui la Congregazione vaticana e l’episcopato sardo avevano stipulato, come detto, la prima convenzione circa la gestione complessiva, e per la parte didattico/formativa e per quella puramente amministrativa, quasi in coincidenza, val la pena sottolinearlo, con la trasformazione in regime di dittatura dell’ordinamento politico ed istituzionale del Paese, e con breve anticipo rispetto alla laboriosa e sempre discutibile conciliazione – sono, nel periodo, sette, e ad essi opportunamente Cabizzosu dedica, in conclusione, anche una sezione fotografica che sembra accrescere, e certamente vuole accrescere, lo spessore di umanità riscontrabile nei testi a loro firma e quel tanto di biografia riportata fra le note: ecco così  Giuseppe Peano (1927-1930, 1937-1940), Alfonso Martin (1930-1937), Crescentino Greppi (1947-1953), Carlo Bozzola (1940-1947, 1953-1959), Arnaldo M. Lanz (1959-1963), Giuseppe Miglio (1963-1970), Giuseppe Bosio (1970-1971).

Fatti i nomi dei protagonisti sul fronte del seminario, varrebbe farli anche dei loro interlocutori curiali e diocesani, andando a volo d’uccello lungo il 44ennio che tanti momenti ha compreso e cui ho prima accennato: dalla dittatura fascista alla guerra mondiale, dalla faticosa ricostruzione (spesso a marchio guelfo) alla contestazione giovanile sul piano politico, sociale e civile; dal centralismo tardo-tridentino pacelliano al riformismo giovanneo e paolino di formulazione conciliare, ai tribolati assestamenti postconciliari, sul piano delle linee dottrinali, pastorali, liturgiche e canoniche della Chiesa universale. E dunque ecco, a Roma, i prefetti della Congregazione per i Seminari e le Università Cattoliche, nel 1927 già da una decina d’anni autonoma dalla potente sua matrice Concistoriale: inizialmente il cardinale Gaetano Bisleti (che intensamente lavorò di suo per il varo della struttura cuglieritana e che già prima ebbe ripetutamente parte in vicende ecclesiali sarde, tanto più a quelle legate al culto mariano o bonarino), dal 1937 e per trent’anni circa il cardinale Giuseppe Pizzardo (reazionario “principe” di una Chiesa ancora in ostinato ancien régime, nonostante il Concilio nel frattempo celebrato, fu lui a negare risolutamente il placet ai preti operai); nel mezzo si consideri che ad assumere in proprio il governo del settore formativo del clero cattolico fu, per qualche anno, lo stesso papa Ratti. Uomo di studi importanti e continui (dapprima come dottore e prefetto della Biblioteca Ambrosiana e poi di quella Vaticana, sostenitore da arcivescovo di Milano dell’Università Cattolica ch’egli inaugurò nel 1921), Pio XI – non bisogna dimenticarlo – fu il promotore attivo e convinto dei seminari regionali, tanto più nell’Italia meridionale, che furono svariati (fra Marche, Lazio e Calabria, Campania e appunto Sardegna) negli ultimi anni ’20 e quasi al volgere di decennio (che avrebbe significato anche il passaggio dalle calde soddisfazioni concordatarie alle agghiaccianti frustrazioni per la volgare repressione dell’Azione Cattolica). Ciò a marcare una accelerazione dei piani soltanto timidamente sperimentati dai predecessori, e comunque in contesti e modalità diversi dal caso sardo: così fece Leone XIII con Anagni (in chiave laziale-campana), così Pio X con Lecce, Napoli e Catanzaro, poi con Chieti e Assisi; così Benedetto XIV con Bologna.

Quali invece i protagonisti istituzionali sul fronte delle diocesi isolane? Sono una quarantina, pochi di meno, i vescovi chiamati alla supervisione della vita (e dei bisogni) del seminario cuglieritano e chiamati poi, dal 1° luglio 1968, alla diretta direzione di quest’ultimo, dato l’intervenuto passaggio di competenze formalizzato in uno alla riforma della curia romana conseguita al Concilio. Perché allora la Conferenza Episcopale Sarda dovette caricarsi gli oneri visibili (finanziari, logistici ed organizzativi), certamente prevalenti sugli onori tutti soltanto morali e d’immagine, connessi alla formazione dei giovani preti sardi, affidando intanto ad una commissione di tre presuli (rispettivamente per la spiritualità, la disciplina, l’economia) ed al presidente della stessa CES ogni impegno. Fu allora che si sottoscrisse un rinnovo di convenzione con la Compagnia di Gesù per la durata di cinque anni, una convenzione-cuscinetto preparatoria della gravosa cessione alle diocesi dell’intero e complesso governo del seminario. Con nuovi ed inimmaginati patemi quando, poco dopo di allora, e precisamente nella primavera del 1970, da parte del nuovo provinciale dei gesuiti, il padre Vergnano, venne la notifica della disdetta dell’impegno (assai poco convintamente) assunto ed ora definitivamente devoluto al genio direttivo (e allo spirito invero resistente) dei vescovi. Per arrivare quindi ad un compromesso estremo, ad un prolungamento del mandato in corso limitato però ad un solo anno, e già prefigurando quel che sarebbe venuto dopo, ad iniziare dal trasferimento fisico delle classi a Cagliari.

I vescovi dunque. La tabella nominativa, piena di una quarantina di riferimenti personali, pare qui utile compulsarla, ancorché per flash, da almeno due punti di vista: a dare l’idea della complessità delle concrete ricezioni, in sede diocesana, delle informazioni e degli “appelli” pressoché costantemente, lungo oltre quattro decenni, lanciati dai rettori per un soccorso materiale ed immateriale al seminario, ed a simulare nelle verosimiglianze dell’organizzazione delle Chiese particolari, anche per i profili culturali dei singoli presuli al comando, l’impatto dei giovani chierici sia nelle fasi interstudio che in quelle dell’inserimento, dopo l’ordinazione, nella ordinaria vita parrocchiale.

Questo anzi mi parrebbe un ottimo futuro campo di studio di don Tonino Cabizzosu che, anche in quanto docente (e attento all’oggi e al domani), ha sempre mostrato, con le sue pubblicazioni oltre che con i suoi frequenti interventi convegnistici, giusta sensibilità alle problematiche della formazione culturale e spirituale del giovane clero come si sono presentate nel tempo.

E d’altra parte è credibile che nel terzo volume già annunciato, riservato alle testimonianze personali di numerosi partecipanti alle vicende cuglieritane, possano emergere elementi importanti, criticamente illustrativi degli arrivi e, appunto, degli inquadramenti operativi all’interno della vita concreta delle comunità locali, fra altare, aula catechistica, associazionismo e cura (in fraternità o in paternalismo?) di malati e poveri sociali.

I vescovi all’appello

Sono, ho detto, una quarantina i presuli che seguono i loro giovani iscritti e frequentanti i corsi di studio a Cuglieri, fra liceo, filosofia e teologia (poi soltanto teologia per il rimando delle classi liceali – iniziando da Cagliari – ai seminari diocesani). Eccone il quadro a partire dal 1927:

-a Cagliari, Ernesto Maria Piovella fino al 1949 (fino cioè alla difficile ripresa dopo la tragedia bellica) e Paolo Botto (già rettore del vescovile di Chiavari) fino al 1969, coprendo in pieno così sia la fase decadente del pontificato pacelliano che quella riformatrice conciliare, e giungere alle graduali e forse contraddittorie applicazioni degli anni seguenti); Sebastiano Baggio infine, chiamato a… chiudere ed aprire (chiamato cioè a gestire in prima persona, ma con l’autorevolezza della sua porpora oltreché con l’abilità dei suoi trascorsi diplomatici, le complessità e anche le complicazioni legate al passaggio da Cuglieri a Cagliari, allo scorporo della facoltà Teologica dal seminario, alla piena presa in carico del governo di quest’ultimo da parte della CES, alle prolungate fibrillazioni organizzative della logistica);

-tre vescovi anche ad Iglesias: Saturnino Peri fino al 1929 (per il tempo appena di assistere all’avvio dell’esperienza nel Montiferru), Giovanni Pirastru pressoché per l’intero periodo (un quarantennio esatto: attraversando il suo governo diocesano, quasi per parti uguali, l’età fascista e l’età democratico-repubblicana, l’età assolutista di Pio XII e quella riformatrice giovannea e paolina), Giovanni Cogoni nell’anno ultimo della permanenza cuglieritana (da lui comunque seguita con l’esperta intelligenza di ex rettore di seminario, il Tridentino del capoluogo, soltanto in ultimo assurto alle funzioni apicali di curia);

-altrettanti i vescovi ogliastrini, includendo l’ordinario di Nuoro Maurilio Fossati nel ruolo di amministratore apostolico fino proprio al 1927, quando prese lo stallo episcopale (per nove anni) Giuseppe Miglior, già vicario generale a Cagliari, cui successe quindi l’ozierese Lorenzo Basoli: l’episcopato di quest’ultimo, a Lanusei, accompagnò le stagioni storiche del consenso popolare al regime di dittatura e poi della guerra, della ricostruzione, della modernizzazione in uno al consolidamento repubblicano; e così, nei corsi propri della Chiesa, sia le fasi dell’inquietudine rattiana e del pragmatismo pacelliano – a dirle rispetto alla convivenza con la dittatura – che quelle aperturiste ed innovatrici del Concilio e postConcilio;

-più mobili i vertici diocesani nuoresi, passanti in sequenza, fra il 1929 e il 1930, da Maurilio Fossati (trasferito a Sassari) a Giuseppe Cogoni (in sede fino a tutto il 1938, costantemente sorvegliato dallo spionaggio fascista, e salvato forse da un finale riflusso suggeritogli dagli echi tempestosi della guerra di Spagna); traslato all’archidiocesi di Oristano egli venne sostituito, per l’intero corso della seconda guerra mondiale, da Felice Beccaro, ricambiato nel 1947 e così fino al 1970 da Giuseppe Melas, che più intensamente visse quindi i passaggi evolutivi, tutti felicemente in pace, dell’ordinamento politico ormai democratico ma anche visse, con spirito missionario e sempre positivo, tanto la fase ritardante del Pastor Angelicus quanto quella del riformismo conciliare; al suo successore Giovanni Melis Fois toccò partecipare, dall’ufficio nuorese (dopo che da quello tempiese, suo fin dal 1963), alle fasi ultime della vicenda cuglieritana e seguire, dei suoi chierici, il trasferimento nel capoluogo regionale;

-successione di tre presuli anche nell’archidiocesi di Oristano passata da Giorgio Delrio a Giuseppe Cogoni (proveniente da Nuoro) per quasi un decennio (dal 1938 al 1947), a Sebastiano Fraghì che per trent’anni e più avrebbe guidato quella comunità attraversando le diverse stagioni civili ed ecclesiali addensatesi in quel lungo periodo;

-meno “mossa” la suffraganea di Ales che fino al 1945 fu governata da Francesco Emanuelli (forte anch’egli di una trascorsa, e remota, esperienza di rettore di seminario a Cagliari) e dal 1948 – dopo una parentesi di amministrazione apostolica a staffetta fra Giuseppe Cogoni e Giovanni Pirastru – da Antonio Tedde che, al pari di Fraghì e di Melas, ebbe modo di coprire un trentennio e più, tutto sul versante successivo alla guerra e dunque in costanza di vita repubblicana;

-assai segmentata invece fu la “successio” nella metropolia sassarese, passata da Cleto Cassani (che dopo essersi particolarmente coinvolto nelle fasi preparatorie ebbe modo di seguire per circa un biennio l’impianto del Montiferru) a Maurilio Fossati proveniente da Nuoro e rimasto in sede soltanto un anno (per migrare quindi a Torino), al minore francescano Arcangelo Mazzotti (dal 1931 al 1961, trent’anni esatti), ad Agostino Saba (per appena un anno a causa della grave malattia che lo portò rapidamente a morte), a Paolo Carta (giunto a Sassari nella primavera 1962, a pochi mesi cioè dall’apertura conciliare e rimasto in sede per vent’anni giusti);

-tre i vescovi in successione a Bosa: Filippo Mantini (fino al 1931), Nicolò Frazioli (fino al 1956), Francesco Spanedda (nel periodo successivo e fino al completamento);

-due soltanto i presuli algheresi: Francesco d’Errico (fino al 1938) ed il mercedario Adolfo Ciuchini (fino al 1967, rimanendo la diocesi sede vacante fino al 1972, in vista della prossima fusione con la sede bosana);

-tre quelli della diocesi di Ozieri: Francesco Maria Franco (fino al 1933), Igino Maria Serci Vaquer (fino al 1938), Francesco Cogoni (dal 1939 e fino al completamento);

-ben cinque invece i vescovi galluresi: Albino Morera (fino al 1950), l’immacolatino Carlo Re (fino al 1961), Mario Ghiga (nel biennio 1961-1963), Giovanni Melis Fois (fino al passaggio a Nuoro nel 1970), Carlo Urru (in limine, più che altro spettatore della chiusura della megastruttura e del trasferimento di studenti e professori nel capoluogo regionale: trasferimento, come detto, in capo all’episcopato per la parte relativa al seminario (in compartecipazione con i padri gesuiti – fornitori della maggioranza del corpo docente oltreché dello staff direttivo e amministrativo – relativamente alla facoltà).

Questa puntualizzazione mi era sembrata di una qualche opportunità considerando i numeri degli studenti e cioè dei chierici frequentanti e giunti all’ordinazione (al netto dunque degli abbandoni) che Cabizzosu fornisce nel suo saggio introduttivo e che bene si combinano con quelli dei tanti prospetti statistici già presentati nel primo volume della trilogia. Perché in tempi di alti indici vocazionali – spinti certamente da un’ansia spirituale e religiosa sovente alimentata ed accompagnata dalla prossimità fra i parroci ed i ragazzi ed adolescenti del proprio campanile, ma spinti anche, e non raramente, da condizioni sociali suggeritrici di uno speciale, “protetto” e finalizzato percorso di studio –  i flussi da Cuglieri alle diocesi erano certamente continui e più che al turnover (gli anziani non si ritiravano che raramente, o per resa obbligata e comunque tardiva, in pensione!) andavano all’implementazione dei quadri.

Qualche numero di statistica

Ricorda Cabizzosu che gli iscritti nell’anno d’esordio furono 130 (77 filosofi e 53 teologi), dieci anni dopo erano 258 e nel 1947 ben 291, e 236 nel 1957, addirittura 307 due anni dopo; sugli stessi livelli nel quadriennio Lanz, che coincide con la preparazione e l’avvio conciliare; ed ancora negli anni del Concilio e subito dopo, quando i numeri rispondono in sequenza così: 283 nel 1964, 270 nel 1965, 252 nel 1966, 256 nel 1967, 237 nel 1968…

E le ordinazioni? Così nel primo decennio di vita del seminario (quelli del primissimo periodo, a Cuglieri avevano evidentemente soltanto completato i loro studi, compiuti per lo più nei seminari diocesani e collegi teologici di Cagliari e Sassari e, magari, Oristano): 15,12, 10, 17, 19, 12, 21, 17, 26, 34.

E nel secondo decennio: 24, 40, 38, 32, 21… mancano i dati relativi al tragico biennio 1943-1945 (ma le ordinazioni avvennero per certo, e furono orientativamente ogni anno una ventina)… 29 e 25 nel biennio del rilancio fra il 1946 e il 1947.

Si mantennero costantemente (e con picchi abbondantemente) superiori alla ventina le ordinazioni anche nel volgere degli anni fra ’40 e ’50 e ancora nel decennio successivo. Si consideri la sequenza: 21, 22, 32, 30, 37, 33, 26, 32, 20, 22, 21, 21.

Così ancora e più di prima, pur se con una certa accentuata diseguaglianza fra anno e anno, nel decennio del Concilio e postConcilio. Così dal 1960: 21, 18, 33, 39 (nell’anno della scomparsa di papa Roncalli e dell’elezione di papa Montini), 21, 37, 38, 29, 33, 35, 32.

Sono, ho accennato prima, circa millecento i nuovi presbiteri forniti alle comunità parrocchiali isolane dal seminario regionale lungo i suoi 44 anni di vita. La disomogeneità demografica delle singole diocesi, naturalmente, fraziona con sensibili diseguaglianze il dato complessivo fra i territori ed a meglio entrare nel merito delle ripartizioni – valga qui soltanto un accenno – tornano utili le note che l’autore/curatore apposta in calce ad ogni singola relazione, da lui presentata sì con una rapida, essenziale scheda introduttiva ma meglio integrata, come già evidenziato, da un corposo apparato di specifiche. Andando a caso: anno 1956: Cagliari 1, Sassari 5, Oristano 1, Nuoro 4, Ogliastra 2, Ales 4, Bosa 2, Alghero 1… Anno 1963: Cagliari 6, Sassari 2, Oristano 4, Ales 6, Alghero 1, Tempio 2, Bosa 1, Iglesias 2, Nuoro 5, Lanusei 3, Ozieri 4… Anno 1965: Cagliari 11, Sassari 3, Oristano 1, Ales 7, Alghero 1, Tempio 3, Iglesias 3, Nuoro 2, Lanusei 2, Ozieri 2…

Egualmente significative, e non soltanto per l’apporto recato alle schede biografiche dei singoli, sono le note che fanno riguardo ai riconoscimenti dei gradi accademici, così sviluppando o svelando con nome e cognome ed appartenenza, direi con volto e voce, il numero di sintesi rassegnato nella relazione. Così nell’anno 1935-36 ecco la licenza in teologia rilasciata a don Giovanni Casu di Ales, a don Luigi Cherchi di Cagliari, a don Antonio Cascioni di Tempio; il baccellierato a don Nicolino Addis di Tempio, a don Salvatore Casu di Cagliari, a don Pietro Cocco di Lanusei, a don Angelo Palmas (prossimo vescovo, nunzio apostolico in Vietnam) di Alghero… Nel 1952 ecco quattro lauree a Pietro Scano, Vittorio Palestro, Giuseppe Murgia, Michele Monte…

Ripetutamente l’ordinamento degli studi subisce variazioni e aggiustamenti, e di tanto sono riflesso anche i numeri delle statistiche, perfino l’apparenza una volta dell’exploit ed un’altra dell’arretramento: il liceo che si aggrega e si distacca, l’anno filosofico che fa da ponte, ad un certo punto, fra il corso liceale e quello teologico, l’originaria e poi superata divisione fra filosofi e teologi, l’indirizzo pastorale e quello accademico della teologia, ecc.

Il chiaroscuro delle relazioni

Va detto, in linea generale, che le relazioni rettorali si presentano fra loro assai diseguali in quanto al giusto mix fra sintesi ed analisi. Talune sono brevi o brevissime (come quelle di Peano del primo periodo, e ancor più quelle del padre Martin), altre appaiono particolarmente onnicomprensive ed argomentative, diffuse in un gran numero di capitoli e paragrafi (vedi quelle a firma di Giuseppe Miglio). Ad andare per medie aritmetiche, esse coprono le quattro-cinque pagine, sovente appaiono scritte con penna piuttosto… precaria (singolare circostanza se confrontata con la solida dottrina degli estensori). Tutte si chiudono con omaggi di circostanza, oggi forse inimmaginabili, alle “eccellenze” destinatarie.

Più spesso, appunto con maggiore o minore approfondimento, i testi si snodano per aree tematiche: per… rapidi “andamenti” il padre Peano (scolastico, igienico, finanziario, morale), per puntualizzazioni innumerevoli il padre Bozzola (parte disciplinare, pietà e formazione spirituale, condizioni sanitarie, studi, parte economica, e appunto… constatazioni, cause, defezioni, padri spirituali, giornate di preghiera, virtù maggiormente inculcate, ostacoli alla formazione spirituale, esami, svolgimento degli studi nell’anno presente, corso accademico, biblioteca, corsi straordinari, contributi della S. Sede, versamenti delle diocesi e degli alunni, ritardi nei versamenti)…

Rivelatrici anche dell’emergenza dei tempi sono i titoli delle relazioni Bozzola del 1943 e 1944: condizioni morali e disciplinari («Ammiro anche lo spirito di mortificazione degli alunni, per cui nonostante le molte restrizioni quasi nessun lamento pubblico o insubordinazione si è manifestato»), studi, condizioni sanitarie, condizioni alimentari («Abbiamo sempre potuto fornire ai giovani al mattino caffè-latte, a mezzogiorno e a sera minestra e pietanza: carne o formaggio, o pesce in scatola e contorno. La razione di pane giornaliera fu di grammi 300 circa. Provvidenziale fu il riso inviatoci l’anno scorso dalla S. Sede. Col recente aiuto degli Americani abbiam potuto fornire anche un po’ di merenda: zuppa con pane»), condizioni finanziarie («Le uniche entrate furono le £. 10 giornaliere dei singoli chierici, mentre la spesa per il solo vitto si aggira sulle £. 22 giornaliere a testa e tende ancora ad aumentare… per terminar l’anno senza aggravi bisognerà mantenere intera la retta del III trimestre aprile-giugno, riducendo però la permanenza in seminario dei chierici a poco più di due mesi, cioè bisognerà inviare i chierici in vacanza ai primi di giugno»), prospettive per l’anno a seguire («Alla fine dell’anno scolastico la cassa e il magazzino saranno vuoti; rifornirli coi mezzi ordinari colle nostre sole risorse finanziarie non è possibile. Potremmo arrischiarci a riaprire il seminario soltanto se a fine di agosto potessimo avere in magazzino una scorta sufficiente e non comparata di cereali e di legumi. s. ecc, rev.ma mons. arcivescovo di Oristano è al corrente dei quantitativi che ci occorrerebbero e ha escogitato piani concreti per provvederli»), chiusura dell’anno scolastico (dopo le prove di maggio), esami d’ammissione.

S’affacciano nelle relazioni (e negli accompagnamenti esplicativi di Cabizzosu) le sperimentazioni tentate anche e soprattutto in chiave aperturista (di garanzia del valore legale degli attestati) con la presentazione dei liceali agli esami nella scuola pubblica. Rilevante il consuntivo proposto (anche per i motivi di riflessione autocritica dell’istituzione seminario) dal rettore Giuseppe Miglio nella sua relazione del gennaio 1964: nel triennio di sperimentazione (1960/1963): promossi 31 su 47 i candidati di terza liceo, 63 su 83 quelli di seconda, 29 su 69 quelli di prima.

Non meno interessanti in quanto documenti rivelatori dei tempi nuovi attraversati sono i rapporti, in particolare, dei padri Miglio e Bosio cui è toccato di accompagnare la comunità seminaristica appunto negli anni ’60 e fino alla fine. Perché oltre ad affacciarsi le problematiche relative ai passaggi del testimone “proprietario” del regionale – non più la Congregazione romana ma l’episcopato isolano – fanno massa esplosiva le pulsioni contestative proprie del dopoConcilio e anche dei movimenti giovanili attivi sulla scena sociale dopo che in America e in Francia, e in generale nell’occidente sviluppato ed opulento, anche in Italia e nell’Isola (ad esempio con l’occupazione delle facoltà universitarie di Cagliari). Perfino la formalizzazione delle rappresentanze, presente in campo accademico nell’ordinamento pubblico, entra negli statuti del regionale: insomma, gli studenti entrano in gioco come soggetti compartecipi del governo complessivo dell’Istituzione un tempo tutta gerarchica. Emerge la fatica, per non dire la pena, dei responsabili che, chiamati alla novità, per loro stessa formazione e condizionamento anagrafico e nonostante l’impegno non riescono ad adattarvisi agevolmente.

Spigolando fra i faldoni

Quasi come per un… gioco di curiosità, che spero non ferisca (certamente non lo è nelle intenzioni) il valore e il merito dell’opera che spererei presente, aperto e segnato – cioè letto e studiato –, sul tavolo di tutti i preti in esercizio presso le comunità isolane, e tanto più magari dei giovani cosiddetti “tradizionalisti” che stanno progressivamente e aggressivamente coprendo il campo sotto lo sguardo intontito di molti vescovi (i quali, pur di far numero, rinunciano a verificare le congruità), punterei a concludere con qualche estrapolazione esemplificativa o rappresentativa ora di costanti ora di evoluzioni (o involuzioni) registratesi nel lungo tempo cuglieritano, ma insieme possibile termine di confronto con le modalità formative affermatesi nel tempo presente.

Si tratterà di collocare idealmente ogni brano nel suo contesto temporale, entro le coordinate cioè della cultura clericale ed ecclesiale – distinzione lessicale sempre importante! – inevitabilmente segnate anche dai più complessivi influssi sociali, così di quelli di lungo periodo come di quelli contingenti. Si avvertirà, in linea generale, un internismo fattuale pressoché assoluto nelle puntuali rilevazioni del primo trentennio ed un progressivo problemismo a far data, press’a poco, dall’evento conciliare e in relazione con quanto, nella stessa società civile, andava montando in termini di critica di statu quo e gerarchie autoprodotte…

A)-1928 e dintorni…

E’ del padre Peano la prima relazione presentata ai presuli isolani riuniti a Cuglieri per la loro conferenza annuale, il 12 luglio 1928: «Conforme all’istruzione per i seminari s’è cercato di dare maggior importanza alla filosofia ed alle scienze. Si sarebbe potuto fare di più se non si fosse dovuto insistere a lungo nelle materie letterarie e per vero dire sulla grammatica dove si rilevò generalmente insufficiente preparazione per compiere con vantaggio i corsi di liceo. Nel corso teologico oltre le materie principali: dommatica, S. Scrittura, morale, diritto, storia ecclesiastica, si sono potute insegnare alcune materie secondarie, come pastorale, S. eloquenza, liturgia, greco biblico, ed un corso speciale di mistica; restando per l’anno prossimo l’ebraico, la patristica, la storia dell’arte. Anche l’azione cattolica nella sua importanza moderna e pratico sviluppo dovrà avere la sua parte nell’insegnamento.

«Quanto al metodo tenuto fu data la parte principale alla dommatica col testo di S. Tommaso, integrandone la parte positiva e l’ordine dalle questioni coi trattati del p. Pesch. Ma il vero testo fondamentale è sempre l’angelico dottore. Più che abbondare nel materiale esercizio della memoria si è avuto di mira l’esercizio dell’ingegno e della riflessione nell’approfondire la verità ed impossessarsi del concetto, con speciale riguardo al lato pratico ed utile delle cose, discendendo dalla teoria alle applicazioni pratiche della vita. Così per esempio all’insegnamento della s. eloquenza si è unito l’esercizio della predicazione nel refettorio dove ognuno dovette dar saggio delle sue qualità oratorie.

«Stimolo e mezzi per profitto degli alunni furono: una giusta esigenza nelle interrogazioni giornaliere sulle materie antecedenti. La facoltà data agli alunni di accedere alla biblioteca, purtroppo ancora insufficiente di libri specialmente moderni in certe materie indispensabili. La facoltà di consultazione nelle ore fissate presso i professori. Soprattutto le frequenti esercitazioni scolastiche, nella soluzione dei casi di coscienza, nelle dispute private e pubbliche, alle quali ultime, (e l’anno prossimo saranno due) sarebbe di grande sprone per gli alunni, e un ambito onore per noi, la presenza di qualche ecc.mo vescovo».

E così l’anno successivo, lo stesso padre Peano: «Passando al canto devo notare che il “Regolamento” assegna una sola mezz’ora di scuola, e si può creder poco al bisogno, noi vi suppliamo con un quarto d’ora di esercizio ogni giorno. All’ora settimanale di liturgia si aggiunge la preparazione di cerimonie alle varie funzioni fra l’anno. Alla scuola di eloquenza (un’ora settimanale) si aggiunge l’esercizio di una predica all’anno ad ogni teologo che si tiene in refettorio, e la spiegazione settimanale del Vangelo che si fa nella scuola.

«Durante queste vacanze avremo la scuola di arte sacra che verrà fatta dal padre Briccarelli della “Civiltà Cattolica”. Anche il p. Vaccari dell’Istituto “Biblico” verrà a tenere qualche conferenza di Scrittura e orientalismo, rimanendo per l’anno prossimo a completare le materie secondarie con una trattazione speciale sull’ azione cattolica che non fu possibile combinare, come era nostra intenzione per quest’anno.

«L’anno scorso all’epoca delle conferenze ci trovavamo in grave ammanco di circa 30.000 lire per mancati versamenti da parte degli alunni. Acciò si poté riparare quasi tutto nell’autunno. Quest’anno, con maggiore attenzione economica e frequenti pressioni sui debitori ci troviamo in migliori condizioni: abbiamo potuto raggiungere il passaggio tra il dare ed avere, ma nella carta però, non nella realtà ancora. […] nel fatto molti non possono pagare».

B)-Negli anni ‘30

Scrive il padre Martin (presente a Cuglieri ormai da un triennio) a consuntivo dell’anno scolastico/seminaristico 1933-34: «La salute dei chierici in generale è stata buona, senza attacchi d’influenza; piuttosto accennano a crescere malattie di esaurimento, che trovano soggetti predisposti in organismi deboli. Abbiamo due chierici ritirati in sanatori; altri hanno dovuto restare in famiglia per periodi più o meno lunghi.

«Per promuovere gli studi si è aumentato di un soggetto il personale docente; così si è potuto separare in tre corsi distinti gli alunni del liceo filosofico, restando solo riuniti i corsi di filosofia di secondo e terzo anno e qualche materia secondaria. […] in teologia dopo il corso di propedeutica gli alunni del corso accademico hanno un corso distinto da quello seminaristico. Nel corso accademico l’anno scorso alcuni conseguirono il baccellierato; altri si prepararono ora alla licenza.

«Quanto alla pietà, […] più che in altri campi, si corre pericolo di sbagliare, dato che dobbiamo arguire solo dall’esterno quello che passa nelle anime. Ad ogni modo le pratiche di pietà si fanno con esattezza, aiutati anche dal canto liturgico, assai ben curato dal p. Boschi».

Ed è ancora il padre Martin che scrive di come sono andate le cose nell’anno 1935-36 (conclusosi per il regno d’Italia con l’arrampicata fascista al titolo imperiale in quel di Etiopia): «Durante l’anno la salute generalmente è stata buona: qualche piccolo attacco di malaria, d’influenza e qualche caso di nevrastenia e nulla più. Invece sono stati un po’ numerosi quelli che non sono rientrati puntualmente il giorno fissato, adducendo motivi di salute. La cosa mi dispiacque, ma in generale non posso dubitare della sincerità della scusa e bisogna concludere che anche dal lato della salute i nostri chierici stanno molto meglio in seminario che in famiglia. Riguardo allo studio da una parte siamo in condizioni di favore per la mancanza assoluta di distrazioni esterne e della regolarità delle lezioni».

Nel 1939, alla vigilia della solenne canonizzazione del beato Salvatore da Horta, è il padre Peano – tornato già da due anni alla guida del regionale – a firmare la relazione (riferita all’anno 1938-39, tempo di leggi razziali e vigilia di nuova guerra) indirizzata ai vescovi isolani. Scrive fra l’altro: «Sarebbe dunque sommamente da raccomandare che si facesse per tempo una accuratissima scelta nei seminari piccoli, rimandando presto certi soggetti o per indole o per ingegno scadenti dove è facile prevedere che non faranno buona riuscita occupando solo il posto di altri giovinetti di ottima speranza, che ne restano esclusi. Anche in questo campo si deve constatare che chi comincia bene è a metà cammino».

E ancora: «Da due anni la S. Congregazione ha stabilito che si debbano fare gli esami trimestrali in tutta le scuole, per fare un ripasso generale della materia spiegata. Non vi ha dubbio che questo nuovo metodo di rinfrescare la materia studiata, non porti dei veri vantaggi rendendo più leggiera la preparazione agli esami finali: pure per molti basta quel piccolo sforzo per abbatterne la forza e restarne bisognosi di riposo mentale per qualche settimana».

C)-Negli anni ‘40

Nella prima relazione del suo rettorato, quella relativa all’anno 1940-41, padre Carlo Bozzola si rivela molto scrupoloso nell’articolare analisi ed eventualmente proposte migliorative. Eccone appena un assaggio (si tenga presente quanto il quadro mondiale ed ora anche italiano sia intanto sconvolto dalla guerra in atto, dai richiami militari che giungono in quasi tutte le famiglie e dai lutti notificati dai supremi comandi, per cui sembra che Cuglieri costituisca ancora – ma sarà ancora per poco – un enclave astorico): «Defezioni. Quest’anno le defezioni dal seminario non furono né troppe, né gravi: un aspirante al 1° anno di teologia non è rientrato dalle vacanze; 8 filosofi (1 del 3° anno, 3 del 2°, e 4 del 1°) lasciarono il seminario dietro loro richiesta, sotto la guida del p. spirituale e col consenso del loro ecc.mo vescovo […]. Certo sarebbe desiderabile che le vocazioni deficienti, o incerte fossero scoperte, studiate e decise già fin dal ginnasio, sia per risparmio di denaro e di sacrifici da parte delle diocesi, sia per il vantaggio finanziario e morale degli stessi giovani e delle loro famiglie.

«Padri Spirituali. Alla pietà e all’esercizio delle altre virtù ecclesiastiche si dà dai superiori tutta quell’importanza che esse meritano, come a fondamento essenziale della formazione clericale. Si è cercato di dare maggior impulso alla parte spirituale colla nomina di due padri spirituali, uno per i teologi e l’altro per i filosofi. Essi potranno così con esortazioni e con colloqui più frequenti attendere più di proposito e con maggiore intensità a dirigere le coscienze, e a guidare le volontà.

«Giornate di preghiere. Le varie giornate di preghiere, riservate alla santificazione del clero, alle missioni, al Papa, alla Vergine SS. (i sabati e in modo speciale il 1° del mese) al S. Cuore di Gesù, mentre cercano nella varietà di riaccendere maggiormente la pietà dei chierici, aprono insieme il loro cuore alle grandi idealità dell’apostolato.

«Esami. Se si rivolge l’attenzione agli esami dell’anno scorso si deve fare una lieta constatazione. Negli esami dei corsi teologico e filosofico nessuno fu ritenuto nella sessione di ottobre e nessuno per conseguenza fu obbligato a ripetere l’anno. Negli esami di ammissione sopra 64 candidati, 2 soli furono respinti (nella sessione di giugno), nessuno in quella di ottobre. Risultato veramente consolante che si deve sì forse a maggiore benignità ispirata ai professori dalle condizioni preoccupanti nelle quali si svolsero gli esami, ma certamente e specialmente ad una migliore preparazione data nei seminari minori, notevole in modo particolare in alcune diocesi.

«Durante i mesi estivi la S. Congregazione indisse un concorso per i lavori di vacanza. Il concorso era obbligatorio per tutti: i concorrenti del nostro seminario furono 60. Numero esiguo se si considera in sé assolutamente; soddisfacente invece se si pensa che parecchi del corso accademico non potevano prendervi parte perché occupati in lavori loro propri, e molti altri specialmente del 1° anno liceale, perché intenti a prepararsi alla sessione autunnale degli esami. Tuttavia molti si sono sottratti per mera pigrizia e indolenza. Per la premiazione la S. Congregazione inviò £ 2.000 da distribuirsi in premio di £. 400, 4 di £ 200, 6 di £ 100 e 4 di £ 50.

«Corso accademico. Più fervido e redditizio fu l’impulso dato agli studi nel corso accademico. Oltre il contributo dato dai professori sia con articoli in diverse riviste, sia nella preparazione più o meno prossima per la stampa dei loro propri corsi, anche gli scolari, specialmente del III, IV e V anno, oltre lo studio assiduo e serio dei trattati svolti nella scuola, hanno tentato con esito alle volte lusinghiero il lavoro personale d’indagine scientifica. Si comprende come non tutti gli ascritti al corso accademico arriveranno alla laurea; qualcuno dovrà forse ritirarsi dal corso; qualche altro dovrà accontentarsi dei gradi inferiori.

«Biblioteca. Alla biblioteca si è portato tutto quel contributo che si poteva in tempi tanto difficili. Sono entrati quest’anno 1.668 volumi; parecchi frutto di regali, donazioni e industrie del bibliotecario e dei professori; moltissimi furono comperati. Vi si spesero £ 9.000. A questa somma già abbastanza rilevante è poi da aggiungersi quanto fu speso per la legatoria. Il denaro fu ottenuto in gran parte dalle tasse versate dagli alunni della facoltà, in parte colla vendita di doppioni a noi inutili, in parte col sussidio di £ 1.000 dato dal Ministero della Pubblica Istruzione attraverso l’interessamento del soprintendente alle biblioteche della Sardegna. Si capisce che vi contribuì in parte notevole anche l’amministrazione del seminario, specialmente per le riviste e per la legatoria».

D)-Negli anni della ricostruzione

E’ di padre Crescentino Greppi la relazione relativa al 1951-52: «È lagnanza antica sempre ripetuta e pur sempre vera che i chierici hanno poco tempo di studio, troppo poco in proporzione delle scuole e delle materie da studiare. […]. Per ovviare a questo inconveniente si è apportata una modifica nell’orario giornaliero delle scuole in modo da dare sempre libera la serata dopo il passeggio e trasportando l’ora di scuola che abitualmente si faceva dopo il passeggio al mattino prima di pranzo; esperimento che ha avuto discreto successo.

«Nel corso liceale è stata iniziata la riforma degli studi secondo gli ordinamenti della S. Congregazione dei Seminari. Il corso liceale dura quattro anni: le materie letterarie e scientifiche del liceo governativo devono essere svolte nei primi tre anni in modo che sia possibile alla fine del terzo conseguire la licenza liceale. Nel IV anno si completa lo studio della filosofia speculativa specialmente della teodicea e della etica inserendo nel primo trattato lo svolgimento dei sistemi filosofici moderni e nel secondo un vero corso di sociologia. Inoltre nel IV anno viene data una larga parte allo studio dell’ascetica ed anche alla pratica della vita spirituale come una vera propedeutica al lavoro da compiere nella teologia per la propria formazione personale. […] per l’ammissione alle facoltà teologiche è stato raccomandato che i candidati ad esse siano in grado di potersi iscrivere alle università governate con parità di titolo il che si ottiene appunto mediante la licenza liceale».

Dopo Greppi è tornato padre Bozzola al rettorato cuglieritano. Così scrive, fra l’altro, relativamente all’anno 1954-55: «Studio. A mio giudizio tutti i professori sono ben preparati; parecchi sono conosciuti e stimati anche fuori cli Sardegna, e attendono alle loro mansioni con ogni impegno. Anche da parte dei giovani in complesso c’è serietà di applicazione; non manca però purtroppo in alcune classi della zavorra che non rende quanto sarebbe richiesto e che frena lo slancio degli altri, per mancanza o di capacità o di fondamenti sicuri. Benché cerchiamo di usare verso costoro una buona misura di comprensione è pur necessario tuttavia una certa severità anche negli esami. […]

«Quest’anno per la prima volta è stato realizzato l’anno filosofico tra il liceo e la teologia. L’esperienza mostrerà negli anni venturi il modo migliore di farlo rendere; già fin d’ora si può prevedere che i giovani arriveranno in teologia meglio formati filosoficamente, con una cultura più vasta e anche più formati spiritualmente. L’anno venturo, dovendo ritornare ad insegnare nel 1° anno di teologia, ora vacante, i due professori che ora reggono il maggior peso dell’anno filosofico, bisognerà aggiungere un altro professore di filosofia.

«Si è cercato di completare lo studio delle materie scolastiche con conferenze integrative di missionologia ’95, di azione cattolica ’96, di azione sociale, ecc; in particolare nelle vacanze natalizie ci fu una tre-giorni catechistica, tenuta dal r. Fratel Leone delle Scuole Cristiane […]; per carnevale poi una tre-giorni sociale con conferenzieri vari ed esperti nei diversi rami. A raffinare il gusto artistico e a sollievo dello spirito furono invitati vari complessi musicali a tenerci tre concerti vocali-istrumentali; all’interno poi del seminario le varie camerate si sono accuratamente preparate ad una riuscitissima gara a premio di canto gregoriano».

Così ancora l’anno successivo, lo stesso padre Bozzola, fortunatamente più istituzionale che collaterale: «Elezioni amministrative. Quasi tutti i chierici, come già nelle altre volte, sono iscritti nelle liste di Cuglieri e voteranno qui. Nelle elezioni precedenti, si mandarono a casa, nelle ultime, solo i teologi, per aiutare nella propaganda e nella preparazione. A me sembrerebbe, la loro opera, nelle presenti circostanze superflue, data anche la loro inesperienza, controproducente e distrattiva assai sia per lo spirito come per lo studio nell’imminenza degli esami.

«Vacanze estive. Dati i gravi pericoli che le vacanze estive in famiglia presentano per la perseveranza e la virtù dei chierici, la S. Congregazione ha nuovamente e rigorosamente insistito che esse siano limitate a due mesi. Ora se i giovani dovessero, come negli anni precedenti partire ai primi di luglio, dovrebbero essere richiamati ai primi di settembre, prima ancora che il tempo si sia rinfrescato e per di più quando ancora scarseggia l’acqua. Sembrerebbe quindi conveniente rimandare la partenza dal seminario dopo il 10 luglio, per fissare poi il ritorno verso la metà di settembre.

«Parte economica. Dati i forti aiuti in danaro ed in generi da parte della S. Congregazione dei Seminari si è potuto far fronte alle spese sì da pareggiare i bilanci e da evitare ulteriori aumenti della retta dei chierici. Gli invii di generi alimentari da parte della POA e dell’ENDSI ci han dato la possibilità di contenere le spese, nonostante i continui e rilevanti aumenti che si registrano sui mercati. La Santa Sede ha dovuto poi sobbarcarsi a gravi spese sia per il rifacimento del terrazzo sia per il rinnovamento in corso dei servizi igienici degli studi».

E)-Alla vigilia del Concilio

E’ di padre Arnaldo M. Lanz la relazione riguardante l’anno 1959-60 (articolata in ben 31 capitoletti). Valgano a recepirne lo spirito i seguenti passaggi: «Un grande difetto notato sensibilmente nella maggioranza dei nostri giovani è lo spirito naturalistico e la difficoltà di quella visione soprannaturale di tutti gli aspetti della vita che è fondamentale per una vera formazione ecclesiastica; i nostri maggiori sforzi sono in questa direzione, come per converso le maggiori pene avute quest’anno sono in gran parte dovute alla mancanza di tale spirito soprannaturale. I difetti principali dei giovani per questo riguardo sono: la difficoltà di vedere la volontà di Dio nelle prescrizioni del regolamento, nel compimento dei loro doveri scolastici, nelle disposizioni dei superiori e dei professori; la facilità di esprimere giudizi avventati, di criticare; la poco abnegazione e mortificazione di se stessi; la troppa importanza data alle notizie sportive o mondane; isolati casi di prese di posizione politiche discutibili; molte mancanze originate dal rispetto umano etc. etc.

«Con queste osservazioni non crediamo tuttavia di avere oscurato il panorama delle belle qualità dei nostri figliuoli. Consolante in genere lo spirito di pietà, alimentato ottimamente dai padri spirituali coi colloqui, con le meditazioni predicate, con i regolari ritiri mensili, con le feste di camerata in onore dei santi protettori. Ogni settimana vi è la conferenza del p. spirituale, sia per i teologi che per i filosofi, nella quale si svolgono temi di formazione clericale ed ecclesiastica. Alla confessione si accostano regolarmente, il fervore eucaristico è abbastanza alto, alimentato dai turni di adorazione a tutti i primi giovedì del mese, con la benedizione eucaristica nei mesi di ottobre, di maggio e di giugno, e con le solenni “Quarant’Ore” introdotte da quest’anno.

«Le funzioni liturgiche sono molto curate. Tutti i diaconi da quest’anno devono fare il corso pratico di cerimoniere, in modo da poter dirigere in seguito ogni funzione liturgica più importante. La devozione alla Madonna è coltivata non solo con le consuete pratiche del rosario quotidiano, e della visita alla Madonna, ma con il sabato a Lei consacrato con lo speciale canto delle litanie lauretane, una meditazione particolare ogni primo sabato di mese, il mese di maggio predicato per turno dai diaconi e dai professori, e con lo splendore liturgico delle grandi solennità mariane.

«Con l’ingresso nel seminario tutti i giovani della prima liceale si consacrano alla Madonna nel giorno dell’Immacolata, dopo un’adeguata preparazione. E tutti gli anni questa consacrazione si rinnova nello stesso giorno».

Mentre l’Italia politica travaglia in vista degli approdi che saranno quelli del centro-sinistra, cioè della partecipazione socialista (e socialista ancora marxista), e mentre la Chiesa universale entra nella stagione (di speranza e di conflitto) di preparazione al Concilio indetto da papa Roncalli, a Cuglieri il padre Egidio Boschi è impegnato nella realizzazione «dell’opera più grande»: l’erezione di una statua monumentale in bronzo al Sacro Cuore su un’alta colonna nel parco retrostante l’edificio. Da parte sua il rettore Lanz stende, e trasmette ai vescovi, la relazione-fotografia di un anno – quello 1960-61 – particolarmente impegnativo per la complessa compagine cuglieritana. Eccone alcuni stralci:

«Problemi principali di governo. Sede e funzionalità del seminario. Ampliamenti. Formazione dei seminaristi. Ritorno alle tradizioni antiche. Cauti aggiornamenti. Per quanto riguarda la sede e la funzionalità del seminario, sono stati risolti i problemi più urgenti derivati dall’aumento dei seminaristi. Discussa a fondo a Roma la questione, sotto alcuni aspetti anche desiderabile, di dividere liceo e filosofi dai teologi con la creazione di un altro seminario in sede più centrale e meno disagiata di Cuglieri, tale soluzione è apparsa almeno attualmente impossibile, soprattutto per ragioni finanziarie, non essendo la Santa Sede in condizioni di affrontare le spese ingenti che tale edificio richiede.

«Così si è ripiegati ad una soluzione provvisoria ed esperimentale di lasciare gli studenti di liceo dell’archidiocesi più numerosa di Cagliari al loro liceo. Si vedrà meglio in seguito quale soluzione s’imporrà come definitiva. Intanto la S. C. dei Seminari e l’Amministrazione dei Beni della Santa Sede ci ha fatto chiedere lo studio di un progetto di ampliamento, che permetta la capienza di 380-400 seminaristi.

«Si è cercato di migliorare l’attuale seminario, che ha avuto una pulizia generale e ricoltura, da terminarsi nella prossima estate. Si sono fatti quattro nuovi bagni, servizi rinnovati in parecchi piani, e per i parlatori, si è allestito un duplice nuovo dormitorio con riscaldamento, per i giovani più delicati, bisognosi di maggior riposo, si sono date più cure alla biblioteca ed al suo rischedamento, e non essendo sufficienti i contributi di £ 50.000, o £ 100.000 annue della Santa Sede, con permesso del r. padre provinciale si è devoluta ad essa la somma di £. 2000.000, da parte della comunità dei padri professori che vi applicano i redditi dei loro ministeri apostolici e da parte degli onorari per circa un milione all’anno.

«Per sfruttare meglio gli avanzi di una comunità così numerosa (358 persone) abbiamo fatto costruire i locali per un allevamento razionale di suini, ed in un anno e mezzo di gestione, abbiamo già risparmiato acquisto di carni per un totale di quasi due milioni. Per poter definitivamente ottemperare ai desideri espressi dalla S. C. di stare alle norme stabilite circa la fine e l’inizio dell’anno scolastico e che i nostri predecessori non potevano seguire per la stagionale riduzione dell’acqua da parte del Comune, si è venuti ad un accordo col medesimo per poter costruire una vasca-cisterna di una capienza di 20 m.c. la quale ha permesso un più regolare afflusso d’acqua anche agli ultimi piani dell’edificio, e garantire almeno lo stretto necessario nei giorni di luglio o di settembre. Tuttavia tale problema non è ancora completamente risolto, non bastando l’acqua del paese, ma con ricorsi che abbiamo fatto alla Regione, abbiamo ottenuto che tutto il problema idrico della città fosse studiato ed avviato alla soluzione, con la concessione di un primo contributo al Comune per il rinnovamento delle condutture del paese, fatto il quale, la situazione migliorerà.

«Nello stesso tempo con l’acquisto di un terreno contiguo al seminario, abbiamo avviato alla soluzione il problema dei campi di gioco, che erano insufficienti, e lo sono tuttora, dato il numero elevato e l’età dei nostri giovani seminaristi bisognosi di moto e di ginnastica».

F)-Nel cuore del Concilio giovanneo e paolino

Ancora il rettore Lanz l’anno successivo: «Formazione morale e spirituale. Le attività parascolastiche nelle varie associazioni: di cultura di A. C., del circolo missionario, dell’Opera Catechistica etc. sono assai fiorenti. I teologi, dal secondo anno in poi hanno inoltre l’esperimento di insegnare il catechismo, ed i diaconi lo fanno nei paesi circonvicini, con ottimo risultato.

«Esami alle scuole statali. Una menzione particolare merita l’esperimento cominciato di presentare gli alunni alle scuole statali per gli esami di ammissione alla terza liceale, onde rendere più facile il conseguimento della maturità classica, secondo il consiglio della Santa Sede. Gli alunni furono divisi per questa volta in vari Istituti, dato che gli Scolopi di Sanluri non poterono accertarne più di 19, essendo già oberati di lavoro. I giovani si presentarono come privatisti: 1 ad Alghero, 3 a Villacidro, 19 a Sanluri, 16 a Bosa, 9 a Oristano, totale 48. Di questi 48 furono promossi 33, respinti 10».

E l’anno successivo ancora (quando in Concilio ha già esaurito la sua prima sessione e papa Roncalli ha ceduto alla malattia e passato il pastorale petrino a Paolo VI: «Vacanze estive. Prima della guerra le vacanze estivo-autunnali erano divise in due periodi, uno trascorso in seminario, e l’altro nelle rispettive diocesi per 40 giorni. Il tempo di vacanza in seminario era regolato da un orario che permetteva grandi passeggiate, molte ricreazioni, prolungato riposo, e veniva impiegato in due corsi, scelti fra i seguenti: a) azione cattolica; b) amministrazione ecclesiastica; c) archivistica; d) pedagogia catechistica; e) arte locale; f) missiologia; g) assistenza spirituale alla gioventù; h) storia ecclesiastica locale; i) encicliche e documenti pontifici; l) cultura igienico-sanitaria; m) agraria (chimica agraria, floricultura, apicoltura, zootecnica e altre culture particolari). Lo stesso tempo serviva poi per i rimandati ad ottobre ad opportuni ripassi, e per tutti a completare la lettura della Sacra Scrittura, a promuovere la lettura delle opere dei padri ed a completare l’insegnamento della pastorale con esercitazioni pratiche.

«Attualmente, col fatto che i seminaristi non restano più nel seminario regionale, ma passano tutto le vacanze dal 10 luglio al 15 settembre o a casa propria o nei seminari diocesani e le loro ville, questa organizzazione si è perduta. In qualche seminario, si cerca di supplire in qualche modo, ed anche noi abbiamo messo durante l’anno scolastico alcuni dei detti corsi. Tuttavia non è la stessa cosa; e perciò per il vantaggio dei seminaristi e della loro formazione, pare conveniente studiare un modo comune ed un programma ciclico comune estivo da svolgersi nei vari seminari, perché non si abbiano troppe lacune, o ripetizioni dei medesimi soggetti. Se si fosse sicuri che tali corsi saranno realmente fatti, si potrebbe rimandare anche a questi corsi estivi lo studio delle lingue, che ora teniamo durante l’anno scolastico, per alleggerire un poco le ore di scuola, già troppo cariche.

«Musica sacra. Pare conveniente anche studiare l’ordinamento dell’insegnamento della musica sacra, con una uniforme disposizione dei programmi nei cinque delle scuole medie, in maniera che gli alunni arrivino al regionale più o meno allo stesso livello, e possano continuare coi programmi del liceo e della teologia; mentre attualmente vi è troppa diversità di preparazione nelle diverse scuole».

G)-Fra riforme ed adattamenti nel postConcilio

Dall’estate 1963 è rettore padre Giuseppe Miglio, che resterà in carica fino al 1970. Le sue relazioni sono tutte lunghe ed articolate. In esse, anche nelle cronache descrittive, è evidente il passaggio conciliare. In crescendo si proporranno alla grande comunità seminaristica del Montiferru le grandi questioni della libertà e della rappresentanza, dunque della soggettività attiva e partecipe, dei giovani studenti, liceali e teologi. Eccone in sequenza una rassegna, ad iniziare dalla relazione dell’anno datata 17 febbraio 1965:

«All’inizio dell’anno scolastico, si sono potuti avere in seminario due turni contemporanei, ma distinti per i teologi, predicati da un venerato sacerdote di Verona, e per i liceisti. Gli alunni del IV corso, che per lasciare la possibilità ai maturandi di terminare gli esami di settembre, hanno ripreso la vita di seminario una settimana dopo, si sono raccolti alla Madonnina per un corso di esercizi, speciale per loro, di otto giorni interi, che ha portato un buon frutto per l’orientamento di vita, per rassodamento di vocazioni, per fissare la fisionomia di questo anno particolare di filosofia: tutto questo dopo il triennio liceale, che avrebbe potuto, per l’assorbimento di energie nello studio, attenuare il lavoro formativo e anche ingenerare dissipazione, superficialità, poche convinzioni e diminuzione di entusiasmo.

«Si cerca pure di tenere nel dovuto conto la disciplina, inculcando regolarità, presupposto di un lavoro sereno e proficuo, senso di responsabilità, amore concreto di opere verso il Signore e la propria formazione. Non è così semplice ottenerlo».

Dalla relazione del 24 aprile 1966: «Personale. Qualche mutamento è stato operato dall’anno scorso: p. Giorgio Melis, professore di filosofia, rientrando a Dalat in missione, nel Vietnam, ha lasciato il posto a p. Josto Sanna, che già dodici anni prima aveva tenuto la medesima cattedra al regionale. P. Pasquale Di Girolamo ritornava a Cuglieri, dopo aver coperto la carica di rettore all’Istituto Sociale di Torino, e prendeva il posto del p. Guido Col, come prefetto d’ordine e professore di storia in alcuni corsi. P. Vittorio Volponi, già direttore spirituale per quattro anni in questo seminario, dopo essere stato superiore in una residenza di duro lavoro a Carrara, sostituiva il p. Bartolomeo Cavaglià, direttore spirituale del liceo, da qualche tempo indebolito nella sua salute. Nel luglio scorso, la comunità del seminario perdeva il caro f. Vincenzo Volpe infermiere [arrivato a Cuglieri nel 1937 vi rimase fino al 1965 stimato come una delle figure gesuitiche più cordiali perché sensibili ad ogni sofferenza e ricco di brio e ottimismo].

«Ad un mese dall’inizio dell’anno scolastico, si rese necessaria una grave sostituzione per l’improvvisa malattia del carissimo dott. mons. Francesco Sole, colpito da un inizio di trombosi e paresi parziale, ricoverato d’urgenza a Sassari ed invitato dai medici ad un lungo periodo di riposo. Il caro mons. Sole, da ben 38 [anni] professore di S. Scrittura nel seminario regionale, aveva tenuto con assiduità il suo delicato ruolo, distinguendosi per sicurezza di dottrina, prontezza d’ingegno, amore incondizionato per il suo seminario e per i seminaristi.

«Dato l’anno già inoltrato, si dovette fare qualche spostamento di materie nell’ambito dei professori di teologia, per permettere a p. Umberto Wernst licenziato in S. Scrittura al Biblico e già professore di S. Scrittura vetero-testmentaria per vari anni nella facoltà di Chieri, di prendere gradatamente le ore di lezione, lasciate scoperte da mons. Sole».

Dalla relazione datata 9 maggio 1967 (distribuita in ben 38 capitoli): «Seguendo il proposito già espresso nella relazione annuale dell’anno precedente, si è cercato di tradurre in pratica qualche progetto che avrebbe condizioni ambientali migliori per una possibilità di formazione, che tenesse presente il gran numero, i corsi diversi con i relativi centri di interesse, la gradualità di formazione, le diverse età. In una costruzione unitaria come è la nostra, si sarebbe dovuto dividere anche come struttura di locali, in modo da poter favorire una certa autonomia, conveniente ad un determinato gruppo piuttosto omogeneo, senza d’altro canto muovere a quegli elementi comunitari, che pure favoriscono altri aspetti della nostra vita di formazione. La convinzione che fosse necessario avere due vice-rettori, perfettamente autonomi che potessero seguire i loro chierici o seminaristi in tutta la giornata, ha prospettato come indispensabile […] la divisione del refettorio, che, non ritenuta necessaria dall’Amministrazione dei Beni, è stata condotta a termine verso la metà di settembre scorso solo per un susseguirsi di ritardi e malintesi e a spese dei padri (i quali, fino al presente, non si sono ancora pentiti di aver impiegato in tale lavoro circa 650.000 lire). A prova fatta, la divisione appare utile, conveniente e proficua e dà la possibilità di un trattamento diverso dei teologi, come lo richiedono l’età e il grado di formazione.

«Erano pure pronte per settembre le diverse palestre di gioco con due campi sportivi per il calcio, che hanno reso possibile una vera autonomia tra liceo e teologia. Si è accentuata la fisionomia del corso filosofico, come anno a sé stante, con una certa vita autonoma. La sua sistemazione di studio, scuola, dormitorio, cappellina è avvenuta al Il piano, sfruttando qualche ambiente non del tutto occupato.

«Sta per andare in funzione l’impianto di vaschette di pediluvi (60 in tutto), sparse in tutti i dormitori un impianto, di cui dobbiamo ringraziare l’Amministrazione dei Beni, e di cui si avvertiva la carenza. La chiusura del porticato con vetrate fece sentire la convenienza di una migliore sistemazione degli impianti igienici accanto agli studi.

«È quasi pronto un abbozzo per la revisione della parte riguardante la formazione spirituale della vita di orazione alla luce dei Concilio e dell’Istruzione sulla liturgia. Ci proponiamo di rivedere anche le altre tre parti: formazione intellettuale, umana, pastorale da proporre alla considerazione delle eccellenze vostre reverendissime. È troppo importante che chierici e seminaristi sappiano con sufficiente chiarezza come li vogliono la Chiesa e i loro vescovi, oggi; e sono anche impazienti, perché, se ci sono strutture da cambiare o modificare, ci si metta coraggiosamente in questa direzione, i passi fatti nel nostro seminario rispondono a questi principi cercare di trattare i tre gruppi in modo diverso, avendo riguardo dell’età, della formazione, delle finalità particolari (per noi la difficoltà, come già notai altre volte, è che si tenda a livellare libertà più del conveniente ai liceisti, meno invece ai teologi)».

Dalla relazione datata 9 giugno 1968: «Vita spirituale. Come sempre nella formazione del clero, la pietà resta al centro delle cure e delle attenzioni degli educatori di un seminario. Fin dall’inizio, abbiamo usufruito della divisione in tre gruppi autonomi, grazie alla possibilità che ci offrono le tre cappelle: esercizi separati, predicazione più appropriata, gradualità nella proposta delle pratiche spirituali: più consistenti per la teologia e il corso filosofico, meno per il liceo. Continua a svilupparsi l’impulso dato dal Concilio e dal Consilium per la liturgia, anche se questa va qua e là creando qualche scompenso e un desiderio di novità e talora di sazietà, appena si confermano pratiche tradizionali anche se rinnovate.

«L’affievolito spirito di fede, l’uso meno frequente e forse meno convinto dei sacramenti, l’aumentato influsso distrattivo e assorbente dei mezzi di comunicazione sociale, il diminuito attaccamento alla preghiera, il poco gusto liturgico delle Funzioni solenni sono alcuni punti che fanno maggiormente difficoltà e che attirano l’attenzione dei padri spirituali e dei superiori. A questi si possono aggiungere, in particolare per il liceo, una accentuazione del problema affettivo (nel quale non così facilmente si riesce a raggiungere l’equilibrio tra l’impostazione tradizionale e la sana apertura dei nostri tempi) e una difficoltà maggiore nello spirito di mortificazione, di ubbidienza, di offerta della propria libertà al Signore.

«Liceo. Il 30 maggio 1967 si conclusero felicemente tutte le pratiche per il riconoscimento legale del nostro liceo classico annesso al seminario, con il riconoscimento simultaneo delle tre classi, di cui una con due sessioni. Si e potuto, così, conchiudere l’anno con gli scrutini, presenti il commissario governativo. Gli esami di maturità, che seguirono, poterono svolgersi per gli scritti nello stesso locale del seminario per gli orali, gli alunni scesero a Bosa, al liceo dove era di sede la commissione governativa. Buono fu l’esito: i 19 regolarmente iscritti sono stati tutti promossi, dei quali uno con la media di 8/10, altri sei con la media dei 7/10. Quest’anno, fin dall’inizio, si poté godere il beneficio del riconoscimento legale, con lezioni più regolari e con maggior tranquillità nello svolgimento di programmi.

«Disciplina. Continua e si aggrava la difficoltà dell’educazione disciplinare dei seminaristi. […] L’efficacia di tale formazione dipende anche dalla bontà oggettiva di tali norme, che devono essere adattate all’età, al corso di studi; oggi devono ispirarsi, oltre che alle norme tradizionali ancora valide, a quei principi di pedagogia e psicologia, che giustamente vengono segnalati come atti ad influire positivamente nella formazione.

«Di qui la necessità, affermata nuovamente, di avere al più presto un Regolamento, a cui ispirarsi. Inoltre, nel nostro seminario due difficoltà, già segnalate, vengono di nuovo sottolineate: la convivenza a gomito a gomito di due gruppi, se non tre, diversi (teologi – filosofi – liceisti) e la difficoltà di curare e di dare rilievo alla personalità del singolo piuttosto che al gruppo a cui appartiene. Per la prima c’è un condizionamento reciproco, causato dal medesimo ambiente, che torna a svantaggio di tutti; per la seconda che richiederebbe un aumento di educatori, sopratutto come assistenti tra liceisti.

«Ciò che e ritenuto buono, si vuole che sia subito tradotto in pratica, non rendendosi sufficientemente conto che sta in questo la difficoltà: comporre il nuovo col vecchio e preparare le volontà ad aderirvi. Ci sono i bene intenzionati, ma ci sono altri che con facilità si adagiano su posizione di comodo. Il mezzo, proposto da tutti come necessario, è il colloquio, il dialogo: un lavoro di comprensione, di spiegazione, di motivazione, molto logorante e, alcune volte, apparentemente senza risultati. Mezzo che è stato molto più che in passato messo in pratica, quest’anno. Ci si può chiedere se oggi ci sia maggiore o minore disciplina di ieri. È difficile rispondere. Se si guarda ad un ordine esterno di massa, a qualcosa di quadrato e di uniforme, da tutti seguito e controllato da vicino, potremmo dire che si è in fase di regresso; se invece ci si dovesse chiedere se è cresciuto nei seminaristi un uso più cosciente e più volontario della libertà, un maggior senso di responsabilità, un più rapido incentivo a maturare e a riflettere, non oserei dare subito una risposta positiva, ma sono più propenso a vederne un aumento almeno in un certo numero di chierici.

«È vero: in un clima simile, dove l’espressione dei propri pensieri e sentimenti non diventa subito un atto di accusa di colpevolezza, è più facile che i meno orientati influiscano con la loro incertezza e con atteggiamenti oggettivamente errati sugli altri. Però è anche vero che si riesce a conoscere qualcosa di più della semplice corteccia: le aumentate occasioni danno la possibilità di una maggiore correzione. Tuttavia rimane vero che, alcune volte, un taglio energico risolverebbe una situazione e aiuterebbe di più i migliori. E bisognerà agire così, quando appare sufficientemente chiaro che non si agisce con intenzione retta e si nascondono altri fini.

«Formazione pastorale. È stato un settore fecondo di iniziativa, che ha rotto un po’ la monotonia della vita interna, e nel medesimo tempo ha suscitato problemi e interessi formativi di un certo rilievo. I chierici di IV e III anno teologico, più numerosi che in passato, hanno lavorato nelle parrocchie vicine.

«Anche a Cuglieri non mancano occasioni di catechismo domenicale o nelle scuole. Come conseguenza del pellegrinaggio a Lourdes, si sono svolte in alcune parrocchie vicine giornate lourdiane, che hanno ricordato quanto fatto ai piedi della Madonna, con assistenza e visita agli ammalati. Il corso filosofico è stato impegnato al completo nel catechismo alla Colonia vicina e ha organizzato tre giornate, con triduo e visita alle scuole, pro vocazioni, con vero profitto loro e delle popolazioni incontrate. Per i liceisti non sono mancati incontri con studenti loro coetanei, preparazione della giornata missionaria e di quella della lebbra e fame, cineforums molto seguiti, incontri con altri gruppi su base scoutistica. A tutto questo si possono aggiungere conversazioni, tavole rotonde con personalità dell’Isola, con tre giunte diocesane di azione cattoliche […], partecipazione ai vicini convegni della “Madonnina”, incontro con opere parrocchiali (come a Nuoro) e con opere caritative (Nuoro e Cagliari e Bosa)».

H)-In avvio dell’ultima stagione

Dalla relazione Miglio datata 20 luglio 1969 riguardante l’anno seminaristico 1968-69 (articolata in ben 51 capitoli): «Vita spirituale. È qui dove si incontrano maggiori difficoltà. […] affievolimento dello spirito di fede, di sacrificio, di vita eucaristica e sacramentaria, di preghiera, insofferenza per le pratiche spirituali regolari e anche comunitarie; poco compresa e perciò poco accettata la vita di raccoglimento per la crescita dello spirito. Difficile parlare ai giovani ed essere accettati, guai ad urtarli in qualche loro suscettibilità, sottentra la sfiducia. Crisi di direzione spirituale: deve avere doti rilevanti il padre spirituale per riuscire ad impostare col giovane un lavoro sistematico e soprattutto perseverante: preferirebbero fare da soli, cavarsela da soli nelle difficoltà; oppure sono più disposti ad aprire il loro animo verso i propri compagni o qualche amico piuttosto che verso i più anziani, che, secondo loro, non possono capirli. Si registra qui frammentarietà di indirizzi, perdita di tempo e, forse, esperienze sterili.

«Nonostante tutto questo, all’inizio si era cominciato molto bene I liceisti hanno avuto, a fine settembre, una due giorni di orientamento della vita di seminario e poi quattro giorni di esercizi, divisi in due gruppi con due direttori diversi, È la prima volta che si riducono per i liceisti i sei giorni di esercizi spirituali, che facevano come i teologi: non li sopportavano più; forse una sana gradualità li avrebbe meglio aiutati.

«Nell’ambito del nuovo aggiornamento degli Statuti di facoltà, viene un po’ cambiata la fisionomia dell’anno, che seguiva la maturità classica: il così detto corso filosofico. Finora era un periodo dedicato allo studio della filosofia e insieme rivolto ad una più intensa formazione spirituale, anche come conseguenza della decisione ormai maturata di voler accedere al sacerdozio. Ora è sostituito con un biennio filosofico teologico più impegnativo dal punto di vista dello studio. Tuttavia gli alunni vengono dal liceo, sono stati assorbiti dall’esame di maturità, possono avere il problema della vocazione ancora aperto, una mentalità forse impreparata o digiuna di una impostazione seria di vita ascetica.

«Ecco la proposta. Per quanti passano dal liceo al biennio filosofico-teologico, consacrare tutto il mese di ottobre a questo lavoro spirituale, che a grandi linee dovrebbe avere questo duplice scopo primo, attraverso otto giorni di Esercizi ignaziani, giungere ad una vera scelta o ad una conferma della scelta fatta, poi, attraverso una esercitazione di una ventina di giorni, maturare un approfondimento di principi ascetici e porre le basi di una vita comunitaria formativa.

«Studio. Liceo. Dopo il riconoscimento legale, programmi e altre determinazioni vengono puntualmente segnalate dal Provveditore, e si cerca di metterli regolarmente in pratica. Con questo anno scolastico sono state tolte le lezioni di filosofia teoretica e rinviate a dopo il liceo Finora non si nota nessun intralcio da parte dell’autorità statale.

«Particolare cura esigono gli alunni del primo anno per la diversa preparazione, con cui accedono ai liceo: nel confronto con altri di diverse provenienze affiorano le lacune o il poco esercizio, recando disagio ai giovani e ai professori. I risultati alla maturità – l’anno scorso – sono stati buoni […]. Di quest’anno, allego il risultato generale degli scrutini di giugno di I e II e il risultato finale degli esami di maturità dei nostri 21 candidati. Corso filosofico. Innovazione di base: già da quest’anno fa parte della facoltà teologica. Perché un alunno possa essere ammesso, è sufficiente che sia munito di un titolo che dia la possibilità di accedere agli studi universitari civili: praticamente per noi la maturità classica.

«Si è ritenuto opportuno, fin dall’inizio dell’anno, di nominare accanto al preside (che attualmente si identifica col rettore) un prefetto degli Studi.  È stato cosi nominato p. Mario Serra S. J, professore di dogma, e gli venne affidato tutto quanto riguardava l’ordinamento interno degli studi teologici e filosofici.

«Un’altra innovazione piuttosto rilevante venne introdotta con la soppressione di lezioni diverse tra i due corsi accademico e seminaristico, là dove è possibile, tutti frequentano le medesime lezioni, diversi restano i programmi di esami, il loro metodo e il valore del risultato. Tale innovazione, se ha portato un effetto psicologico iniziale buono, ha dato risultati inferiori al previsto: diversa capacità di assimilazione, nuovo disagio per il fatto che si fanno corsi uguali con diverso valore e degli alunni accademici o no poco incentivo allo studio da parte degli alunni del corso seminaristico. È probabile che questo disagio si andrà attenuando almeno perché saranno pochi gli alunni del corso seminaristico (diverso criterio per essere ammessi al corso accademico) e per la prospettiva (ma quando) di poter ottenere un qualche diploma riconosciuto civilmente, che dia testimonianza degli studi fatti (diploma pastorale?).

«Alcuni si applicano a dovere e almeno in prossimità degli esami studiano: l’averne messe tre di sessioni, li occupa più di prima. Circa il modo con cui si sono svolti i trattati, c’è stato un sovraccarico verso la fine in dogma, e un numero piuttosto discreto di corsi opzionali o ausiliari che ha disturbato una certa regolarità di studio: si cercherà di eliminare, se possibile, tale inconveniente.

«Non mancano qua e là osservazioni per i professori, più o meno oggettive e giustificate: si sa che è il settore più delicato, in cui uomini di una certa età devono rivedere il loro metodo e rinnovarsi, non certo molto aiutati in questo da testi, che ancora non esistono. Il lavoro più impegnativo della facoltà, dopo quello scolastico, è rappresentato dalla revisione degli Statuti secondo le Normae quaedam pubblicate il 20 maggio 1968.

«Altre norme particolari sono messe oggi praticamente in discussione: a) circa il modo di vestire: c’è confusione e forse bisognerebbe, se si crede opportuno, dare qualche indicazione; b) sembra che la prescrizione tassativa circa il fumare sia praticamente elusa. Fumano di nascosto, sopratutto a passeggio; e si insinua una forma di slealtà, che mi pare si ripercuota anche sul resto. Non so se sia opportuno cambiare metodo e insistere con la persuasione, più che con la proibizione; c) si va diffondendo sempre più l’uso dell’autostop, sia nel venire in Seminarlo e nell’andare a casa; sia talora nel passeggio o nel fare apostolato. […]. d) Purtroppo qualcuno crede di dimostrare la propria emancipazione o superiorità […] comperando e leggendo riviste, che non c’è nessun dubbio nel definire pornografiche: non posso esprimere che rammarico e in modo generico, perché non mi fu possibile trovare il colpevole o i colpevoli.

«Formazione pastorale. Per me l’unico inconveniente serio del seminario di Cuglieri è che non vi è offerta facile, a portata di mano, di possibilità apostoliche per ogni seminarista, anche liceista […]. È la consapevolezza della necessità di un tale esercizio pratico e insieme l’insufficienza delle possibilità a Cuglieri che ci ha fatto fare in questi anni uno sforzo, che forse può sembrare non in equilibrio con le esigenze di studio, di raccoglimento e di vita spirituale propria del seminario.

«Siamo noi pure in una fase di riflessione su quanto si è fatto […]. Sopratutto abbiamo sentito la necessità che ci fosse un vescovo incaricato della Pastorale, che appoggiasse tale azione, correggesse eventuali esagerazioni e ne desse un ampio respiro, impegnando e occupando anche il periodo estivo. Ci siamo accorti che ci vuole una certa oculatezza nello scegliere le parrocchie e una preparazione accurata di qualche incontro.

«Dialogo. Fin dall’inizio di quest’anno sia per esigenza scolastica […] sia per la mentalità diffusa in tutti i ceti sia per l’influsso post-conciliare, si fece molto sentire il desiderio degli alunni di essere ascoltati in tutti quei settori formativi, in cui o sono i diretti interessati o sono l’oggetto principale. […]. I settori interessati sono stati sopratutto due: quello scolastico e quello formativo disciplinare. Il primo va ricevendo una codificazione negli Statuti di facoltà per i teologi-filosofi; per i liceisti ci si orienta alla partecipazione ai consigli di classe dopo assemblee non tanto di tutto il liceo, quanto piuttosto dei singoli corsi. Così pure si fece in quello formativo-disciplinare: rappresentanti eletti dai singoli corsi, che si riuniscono per proporre, per chiarire, per collaborare.

«È forse prematuro parlare di risultat.i C’è stato del rodaggio, delle difficoltà a capirsi, a mettersi d’accordo tra gli alunni per i rappresentanti, a definire lo scopo, se cioè solo per rivendicazioni o per collaborazione, entusiasmi e pessimismi; dubbio sul valore della loro partecipazione se solo consultiva o in qualche caso deliberativa; battute d’arresto. Hanno chiesto il dialogo diretto coi vescovi incaricati del Seminario: lo hanno avuto tre volte. Non è piaciuta del tutto la formula. Erano i primi tentativi. Gli alunni, in genere, hanno riconosciuto di avere avanzato proposte o marginali o certo non per una formazione più impegnata e responsabile. Tuttavia, parlo dei teologi, hanno delle osservazioni da muovere. […] In genere, vado notando un vivo desiderio di farsi conoscere dai loro vescovi, e l’osservazione più corrente verso i loro educatori è che non hanno per svariate cause maggiori possibilità di dialogare con loro.

«Condizioni sanitarie. Quest’inverno, nonostante la chiusura dei porticati, lamenti per l’umidità in particolare nei dormitori; ma ormai anche a questo si sarebbe rimediato con l’impianto di riscaldamento in tutti i locali. Il cibo, pur sano e normalmente abbondante, non incontra molto il gradimento dei seminaristi, che ora, nonostante i miglioramenti sul passato, sono forse più esigenti: desiderano che sia cucina sarda e si spera, se cambiano le suore, di avere anche questa possibilità. Altra difficoltà sorge dalla monotonia della confezione cibi: sempre uguale, dicono! Ci vorrebbe fantasia per la cuoca, ma quando si deve preparare per 300, credo che ci si può perdere facilmente di coraggio.

«Forse sarà opportuno rivedere anche il menù dei chierici per aggiornarlo, se si ritiene utile, conveniente e possibile. Una visita, di cui si sente sempre di più la necessità e l’urgenza, è quella psico-pedagogica, da compiersi da una équipe di specialisti di provata fiducia. Nonostante i tentativi fatti in Sardegna, o non si è trovata persona competente e sicura oppure, se si è trovata, troppo occupata! Ho avuto assicurazioni dal rettore del seminario regionale di Assisi che un gruppo di specialisti del centro psicopedagogico dell’ateneo salesiano di Roma è a disposizione per tali visite nei seminari. Tale centro, quest’anno, ha visitato sette seminari. Mi sono già messo in relazione e appena conoscerò se sia possibile che vengano anche in Sardegna e a quale spesa, riferirò ai vescovi per una eventuale autorizzazione anche a Cuglieri. Credo che la prima volta dovrebbero essere visitati tutti, teologi e liceisti, in seguito basterà ogni anno visitare quelli che entrano in I liceo e nel primo anno del corso filosofico-teologico, e qualche caso più dubbio.

«Amministrazione economica. È trascorso il primo anno di amministrazione ordinaria a carico dell’episcopato sardo. Mi pare che la spesa sia stata contenuta nei preventivi annunciati: fra qualche giorno verrà redatto il consuntivo esatto. Migliorie sono state apportate: rinnovato l’impianto docce dei chierici, la nuova macchina a nafta e automatica: una spesa veramente necessaria e utile. Per interessamento dei padri è stata pure rinnovata completamente l’aula magna e resa molto più funzionale e attrezzata. L’attrezzatura sportiva è stata arricchita: campi di pallacanestro, di tennis, di pallavolo, nuovi o rinnovati. In questi mesi sono in corso, a spese dell’Amministrazione dei Beni, i lavori per il riscaldamento in tutti i locali, distribuzione di acqua calda, rinnovamento di alcuni servizi dalle suore e dai padri e camere ospiti, impianto di lavapiatti in cucina: forse verrà cambiato qualche pavimento.

«Sentiamo la necessità di una diecina di camere, che si potrebbero ricavare facilmente da un camerone: per ora nessun aiuto viene promesso dalla Santa Sede: potrebbe venire incontro l’episcopato? Sarebbe pure desiderabile mettere a posto l’aula così detta degli accademici, che è molto povera di attrezzatura e con banchi molto vecchi e logori: si tenterà un preventivo da sottoporre all’approvazione. Nella previsione del bilancio del prossimo anno bisognerà tener presente alcune voci particolari: il riscaldamento richiederà un aumento di spese generali: c’è chi dice sui 3 milioni. Si crede opportuno mettere una tassa per il riscaldamento per ogni chierico? Nel cambiamento delle suore è probabile che si debba fare una Convenzione con le nuove: saranno sufficienti gli stipendi attuali (£ 15.000 mensili)? Il personale di servizio, perché giovane, è pagato in ragione di lire 22.000 mensili, oltre le assicurazioni: è probabile che non si possa più fare a quella cifra, e forse bisognerà sceglierlo tra persone più anziane. Se si dovesse attuare veramente la visita psico-pedagogica, a carico di chi sarà la spesa? Bisognerebbe già preventivarla. Se verrà presa in considerazione e ritenuta opportuna la proposta di distribuire equamente il numero dei seminaristi, che iniziano il liceo tra Cuglieri e Cagliari, ne verrà una diminuzione nella spesa per i professori.

«Secondo il n. 9 dell’allegato al n. 4 della Convenzione tra l’episcopato e la Compagnia di Gesù si prevedeva per il prossimo anno accademico 1969-70 un organico di docenti adeguato. Per ora si prevederebbero 3 docenti di dogma (uno in più); due di fondamentale (uno in più); 1 e 1/2 (cioè un solo semestre) di Sacra Scrittura; due di filosofia […]. Circa la biblioteca, in aprile, a Roma, era stato dato l’incarico ai tre vescovi commissari di interessarsi per un vero aiuto, anche attraverso Enti pubblici: sarebbe urgente concludere qualcosa, almeno per l’inizio del prossimo anno scolastico».

I)-E basta così

L’ultima relazione del rettore Miglio è datata 29 agosto 1970. Ad aprile papa Paolo VI ha incontrato a Cagliari i chierici insieme con il clero regionale riunito nel seminario diocesano di San Michele. Siamo quasi alla vigilia del trasferimento nel capoluogo, dopo che della facoltà, dell’intero regionale. Ecco alcuni stralci del rapporto rettorale: «Attualmente la richiesta più notevole da parte dei chierici è la libertà nelle pratiche spirituali cioè, lasciare a ciascuno di loro la facoltà di scegliere quando e dove fare la meditazione, se andare a messa al mattino, a mezzogiorno o a sera, poter recitare in privato la compieta.

«Studio. Corso Filosofico-Teologico. Con l’inizio del nuovo anno scolastico sono entrati in vigore ad experimentum i nuovi Statuti della facoltà […]. L’applicazione integrale degli Statuti venne fatta per il primo anno del primo ciclo, corrispondente al primo anno del quinquennio filosofico-teologico, per il resto si è cercato di mettere in pratica quei punti degli Statuti, che erano compossibili e risultavano già sufficientemente studiati e resi concreti. Tra questi la nuova composizione dei consiglio di facoltà e dei vari consigli minori, con una partecipazione (in proporzione del 20-25%) degli alunni.

«Invece la scontentezza per qualche professore (comprensibile sempre in un corpo accademico) e un incidente d’esame nella sessione di febbraio, provocò una tensione notevole tra alunni e direzione, che per difetto di spiegazioni, chiarificazione e fiducia e per altri motivi, per sé estranei alla scuola (era in discussione la disdetta della Convenzione), provocò verso la meta di aprile le dimissioni dei rappresentanti degli alunni e una battuta d’arresto nell’ambito della collaborazione. Dopo paziente attesa, in cui si cercò di dissipare i malintesi, e la mediazione del commissario per gli studi, vennero eletti altri rappresentanti, uno per classe, e si poté riunire in giugno il consiglio di facoltà, che affrontò questioni per il prossimo anno e sopratutto avviò il discorso sui metodi di studio, rinnovamento che ha un certo carattere d urgenza. La realizzazione dovrebbe essere graduale, ad experimentum, con verifiche entro breve scadenza, per rilevarne vantaggi o svantaggi e correggere gli eventuali errori, in ordine ad un affievolimento della serietà degli studi, ma ad un modo migliore, più attivo e più responsabile di approfittarne.

 «Si va affermando piuttosto una ricerca dell’essenziale, del più pratico, del più funzionale, talora del più comodo, rigettando tutto quanto – dicono – sa di “convenzionale”, di “etichetta”, di “stile”. È uno degli aspetti della contestazione giovanile, oggi. È difficile far capire che il rispetto per gli altri in una comunità, le circostanze, la missione pubblica del sacerdote impongono una limitazione di libertà personale anche nelle forme, un vero stile di vita, in cui – tra l’altro – potrebbe manifestarsi una certa austerità, un dominio di sé, spirito di mortificazione, equilibrio, per poter arrivare a tutte le categorie di persone. Così, un altro punto difficile è l’esercizio di volontà o dominio di sé, ottenuto attraverso la fedeltà ai nostri doveri quotidiani, ad un orario, al lavoro, ad una certa dipendenza: stentano a crederci che si possa diventare uomini con tali mezzi!

«Una norma, praticamente contestata, è una levata pronta, ad orario fisso. Anche qui vorrebbero che fosse ciascuno a determinare quando e come, organizzandosi responsabilmente (!) la giornata fin dal mattino. Bisognerebbe certo instaurare un altro metodo, che forse solo è possibile quando il numero è ristretto; e con una possibilità di dialogo frequente e immediato. Evidentemente anche ora erano date le motivazioni; ed erano queste che dovevano influire sul giovane, perché, nella sua buona volontà, aderisse nell’animo a quanto a tutti insieme era proposto di fare. Tra gli alunni, sopratutto teologi, in particolare nella seconda metà dell’anno, molte volte si trattarono tali argomenti, in riunioni tra di loro, coi loro vescovi, attraverso scritti. Si lamentava la lontananza dai superiori o forse l’impossibilità ad essere vicini (nel senso da loro desiderato) per il numero degli alunni e quello esiguo degli educatori.

«Si aveva ormai in vista la nuova struttura formativa dei teologi per il prossimo anno 1970-71, nell’attuale seminario regionale. Una conclusione a cui si è giunti e può indicare una strada da percorrere: non innovare nulla prima di conoscere esattamente il fine che ci si propone di raggiungere: fine, che deve essere conosciuto e condiviso da tutti, educatori ed alunni, e poi usare i mezzi al fine, ma anche qui, dopo che si è raggiunta comunitariamente la persuasione che quei mezzi possono essere realmente efficaci. E procedere per ogni cosa in questo modo. È in questa visuale che si rende non solo opportuno, ma necessario un certo numero di sacerdoti esperti e di buona volontà che servano ad animare ed a orientare con la loro presenza e azione. Anche per questo motivo la nuova strutturazione non viene prefabbricata da un Superiore, ma deve sorgere dagli sforzi concordi e secondo la raggiunta maturità ed esigenza di tutti. I modi e i tempi non sono previamente fissati.

«Visita psico-pedagogica. Nelle relazioni degli anni precedenti e spesse volte nell’esame coi vescovi di singoli casi di alunni, si era parlato con insistenza della necessità di farsi aiutare da qualche psicologo, per risolvere dubbi sull’indole e le manifestazioni di qualche giovane. Documenti ufficiali della Chiesa e della Sacra Congregazione in questi ultimi tempi insistono perché accanto agli altri educatori non manchi uno psicologo, che possa essere utilmente interrogato dai giovani ed educatori o si possa consultare con facilità.

«Ecco perché l’anno scorso, nella relazione annuale, proposi di offrire ai chierici una visita psicopedagogica proposta che venne approvata, dopo aver preso visione delle condizioni. Si svolse in due tempi: ai primi di novembre quattro psicologi salesiani del Centro psico-pedagogico di Roma vennero ad eseguire tests su tutti i chierici e seminaristi per circa 16-18 ore complessive. A metà febbraio, ritornarono con i risultati, accompagnati dal direttore don Mario Tejera. Di due tipi sono stati i risultati: uno per ciascun chierico, consistente in una scheda personale, consegnata e spiegata agli interessati; l’altro desunto dall’insieme dei tests personali e che doveva riflettere quali fossero i pregi e i difetti in maggiore evidenza nell’ambiente secondo una valutazione media statistica.

«Da quanto mi consta, lavoro serio, oggettivo e veramente utile il primo, che potrà servire come traccia sicura per una attività personale. Gli alunni erano stati consigliati a fare vedere la scheda a persona di fiducia, che li guidasse spiritualmente. Il secondo, che va prima di tutto giustamente interpretato, ha reso visibili a tutti problemi e situazioni latenti, che ad un occhio attento e vicino all’ambiente del seminario già da tempo non erano sfuggiti. Questa diagnosi ha suscitato una certa reazione e un notevole acuirsi dei problemi presenti in seminario.

«Tirocinio pastorale prima del sacerdozio. Sempre più spesso, in questi ultimi anni, nelle adunanze di scrutinio dei candidati agli ordini maggiori, in particolare al presbiterato, si è insistito da parte degli Educatori interessati perché l’uno o l’altro dei candidati attenda, maturi, faccia qualche tirocinio pastorale, dilazioni gli ordini, compiendo, ultimati gli studi, un anno di esperimento pastorale, fuori seminario, da diacono. Il problema si fa certamente sempre più grave, perché alcuni veramente non sembrano maturi, qualcuno ancora incerto, qualche altro poco provato, anche perché del periodo più adatto e più ricco di prove, quale è quello vissuto fuori seminario, durante l’anno o d’estate, non si hanno quasi notizie.

«Questa immaturità o incertezza può esserci anche senza una colpa specifica: non è stato sufficiente il tempo per maturare, sono ancora psicologicamente giovani e instabili, sono più problematici. È una nota dei nostri tempi. Certo, la decisione di dilazionare il presbiterato, quando è ritenuta conveniente, deve essere presa a tempo, piuttosto verso l’inizio dell’ultimo anno che verso la fine, quando già tutto il meccanismo delle ordinazioni si è messo in moto. E deve essere già altrettanto chiaro che cosa si debba far fare al diacono e presso chi, se si intende poi avere dati sicuri circa la maturità raggiunta.

«Amministrazione economica. La novità dell’anno e stato l’impianto di riscaldamento in tutto il seminario, quello dell’acqua calda permanente esteso a tutte le camere, i servizi, le docce, e il rinnovamento di servizi e di docce nell’appartamento dei padri, delle suore e dei chierici. Inoltre è stata sistemata una macchina lavastoviglie a vapore. La spesa, che si aggira sui 50 milioni, è stata sostenuta dall’Amministrazione dei Beni della Santa Sede […]. L’impianto ha già funzionato, quest’anno, regolarmente, con soddisfazione di tutti. È stato pure revisionato e rifatto tutto il tetto della cappella.

«Rilievi sul bilancio consuntivo dell’anno 1969-1970. Era stata preventivata una entrata di £ 90.836.848: in realtà si ebbe una entrata superiore e cioè di £ 92.945.415. Si era preventivata una spesa di lire 88.595.000: in realtà si spese £ 96.994.262. Il passivo al 30/VI/1970, unito a quello iniziale del 30/VI/69 di £ 2.197.903, è stato di lire 6.246.750. Il contributo finanziario dell’episcopato dal luglio 69 al 30 giugno 70 è stato di £. 48.897.137, perché arrivarono in tale periodo lire 9.130.260, chiesti all’episcopato per l’esercizio 1968-69 e rimasti in maggior parte in riserva attiva. Quali sono le voci che hanno determinato il disavanzo di £ 6.246.750? La principale è quella dell’acquisto dei generi alimentari: preventivati £ 33.700.000, spesi £ 42.292.130; e tra i generi alimentari la voce che ha fatto salire di più la spesa quella della carne […]. La spesa giornaliera di vitto pro capite e risultata di £ 663, al posto di £ 456 dell’anno precedente. Poi l’aumento del salario ai domestici da £ 10.700.000 a 11.809.259 La manutenzione ordinaria dell’edificio: da 3.500.000 a 4.914.050.

«Rilievi sul bilancio preventivo (provvisorio) per l’a 1970-71. Bisogna coprire il passivo di £ 6.246.750 dell’anno scorso. Non è stata aumentata la retta dei chierici: complessivamente £ 110.000(?) annuali. Si è calcolata la spesa per 4 animatori in £ 60.000 mensili per ciascuno (come è stato detto che verrà dato nel seminario di Cagliari). Sono quasi inalterate le spese generali (manutenzione, arredamento, riscaldamento, illuminazione, ecc.) perché, purtroppo, non diminuiranno che poco con la diminuzione dei chierici. Si sono aggiunti £ 2.000.000 per la Biblioteca».

Ed ecco finalmente l’ultimo rettore cuglieritano e l’ultima relazione dal dominariu. La firma padre Giuseppe Bosio a conclusione dell’anno seminaristico 1970-71: «Mi sembra che i seminaristi abbiano riacquistato di mano mano fiducia verso i superiori e, eccettuato forse un gruppetto, anche verso il seminario come istituzione. Mi si assicura che sono scomparse molte finzioni, come pure molte critiche verso superiori e professori, o che queste almeno hanno perduto quel carattere di preconcetto, di acidità emotiva, di irrazionalità che un tempo le distingueva.

«Per una ristretta minoranza, invece, il nuovo metodo pare sia stato addirittura dannoso. Mancanza di volontà e di senso della propria responsabilità, indecisione nella scelta della vita sacerdotale, o scelta non ispirata da ragioni del tutto soprannaturali…: sono vissuti in seminario come in una buona pensione, senza commettere gravi mancanze, ma senza un visibile impegno se non a parole. Hanno così appesantito l’ambiente ed anche screditato, presso gli esterni, l’efficacia educativa del nuovo metodo. Qualora un simile comportamento, protrattosi ormai per un anno, dovesse perdurare, bisognerà forse intervenire d’autorità, anche perché i volenterosi non ne soffrano ulteriore danno.

«Ma anche in un giudizio di insieme, valido per la generalità, si debbono registrare delle note negative a) Da parte dell’équipe, oltre le deficienze già accennate, devo aggiungere che, nell’impegno di far vivere i singoli gruppi, abbiamo trascurato o non siamo riusciti a dar vita ad una “comunità” del seminario, e nella stessa vita di gruppo, non siamo quasi mai riusciti ad andare oltre gli incontri strettamente spirituali, come messe, meditazioni, verifiche di vita e simili. b) Da parte degli alunni, abbiamo riscontrato incostanza di comportamento sia a livello individuale, con alternanza di periodi di fervore e di abbandono, sia a livello di massa. Così, dopo due mesi di slancio da novembre a Natale, si è verificato un calo, quasi di sonnolenza, da gennaio a metà febbraio. Stanchezza fisica ed anche morale degli animatori, divagazione per le vacanze natalizie trascorse in famiglia, preparazione degli esami della sessione invernale, sono certamente attenuanti valide ma non sufficienti per giustificare quella pausa nello impegno collettivo.

«Grazie agli esercizi spirituali e agli animatori, si è poi ripreso il cammino fino a maggio, quando le preoccupazioni degli esami finali hanno di nuovo avuto il sopravvento. c) Altra nota negativa per gli alunni è l’esagerata stima di quanto essi chiamano “essenziale”, “funzionale” (e che spesso e soltanto “più comodo”), con rifiuto di quanto sa di “tradizionale”, dimenticando che la missione pubblica del sacerdote e altre ragioni esigono un determinato stile di vita, anche di austerità, di mortificazione, di distinzione dal mondo. Questo vale per il comportamento esterno, dentro e fuori del seminario, e per l’osservanza dell’orario stabilito, soprattutto per la levata, la recita comune delle lodi e la regolare frequenza alle lezioni scolastiche. A questo riguardo, credo doveroso riconoscere che noi ci siamo dimostrati troppo tolleranti. È stato uno dei punti cruciali di dissenso nella équipe educativa. Ma credo che gli stessi alunni si siano resi conto di avere in molte cose esagerato, e che quindi un ritorno, anche imposto, ad una maggiore severità sarà da essi accettato facilmente.

«Gli studi. Per quanto riguarda la facoltà teologica a) Si è proceduto alle modifiche degli Statuti richieste dalla S. Congregazione con lettera del 3 ottobre 1970 al Gran Cancelliere, ed accettate integralmente dal consiglio di facoltà. Molto laborioso è risultato il rifacimento dell’art. 34 riguardante l’ordinamento degli studi del 2° ciclo (di specializzazione), che ha dovuto essere completamente rielaborato, prima in varie adunanze del Consiglio degli Studi, poi in tre sedute del consiglio di facoltà. L’abbiamo già seguito quest’anno, dietro suggerimento del p. Dezza, e speriamo ottenga ora il gradimento della S. Congregazione. Gli Statuti, così rinnovati, sarebbero pronti per essere sottoposti alla approvazione “di massima” della S. Congregazione.

«In dogmatica, in S. Scrittura e in qualche altra materia si è adottato il metodo attivo con alternanza di lezioni cattedratiche e di studio a piccoli gruppi, seguiti tutti personalmente dal professore e integrati da frequenti colloqui individuali. Il frutto è buono. c) Dall’ottobre 1970, abbiamo esteso al II anno del primo ciclo (ossia, del quinquennio istituzionale) l’applicazione integrale dei nuovi Statuti, e con il prossimo 1971-1972 l’estenderemo al III anno. d) Il consiglio di facoltà, radunatosi alla fine di giugno, ha apportato alcune modifiche al biennio fondamentale, sia riguardo alla distribuzione delle materie nel I e nel II anno, sia riguardo alle ore di lezione che risultano lievemente aumentate. e) Si sono di volta in volta determinati alcuni punti del Regolamento a specificazione degli Statuti dove questi contengono soltanto delle indicazioni generiche. È un lavoro che resta da completare, e ci ripromettiamo di farlo nel prossimo anno accademico. f) Nell’anno accademico 1970-1971, sette sacerdoti sono stati approvati per la laurea con la difesa della dissertazione dottorale. Resta loro il compito, troppo spesso trascurato, di pubblicarne almeno un estratto per poter essere proclamati “dottori in s. teologia”. Inoltre, undici seminaristi del V anno si sono “licenziati”, secondo la legislazione del 1931 e gli Statuti del 1939.

«Per quanto riguarda l’impegno scolastico: a) La quindicina di sacerdoti e religiosi che frequenta il biennio di specializzazione osserva che i corsi sono troppo impegnativi. La realtà è che i corsi sono e devono essere destinati a chi può dedicare tutto se stesso agli studi; per chi contemporaneamente deve svolgere anche altre mansioni (di viceparroco, di insegnante, ecc.) un biennio non può assolutamente bastare se vogliamo raggiungere, com’è nostro dovere, il livello scientifico richiesto dalla S. Congregazione. b) Molti alunni del quinquennio istituzionale non si impegnano abbastanza regolarmente nello studio dei trattati scolastici. Lo rimandano al mese o mese e mezzo precedente gli esami, sobbarcandosi così ad una grande fatica, senza però ottenere la necessaria sedimentazione della materia. Negli altri mesi, o leggono scriticamente (sic) un po’ di tutto per “aggiornarsi”, o presumono di potersi già incamminare verso una specializzazione, mentre mancano di quella che le Normae quaedam chiamano la instituto generalis seu substantialis. Intensificando ed estendendo lo studio a gruppi, sotto la guida dei Professori, speriamo di ovviare a questi inconvenienti».

Riferendosi personalmente al presidente della CES, cardinale Sebastiano Baggio, nuovo arcivescovo di Cagliari, così conclude il padre Bosio: «Amministrazione economica. Il conto consuntivo dell’anno scolastico 1970-1971 si è chiuso al 30 giugno con un attivo di £ 10.666.888. Può essere che il preventivo fosse stato redatto con una certa larghezza; ma la somma risparmiata è anche e forse sopratutto dovuta alle doverose economie che ci siamo imposte […]. Anche la spesa del vitto è stata inferiore al previsto, a causa della diminuzione delle presenze. In questi conti non compaiono i due milioni che vostra eminenza ha generosamente elargito alla Biblioteca nello scorso gennaio. […] la facoltà stessa non potrà sopravvivere se la biblioteca non disporrà di parecchi milioni ogni anno, per l’acquisto di libri e di riviste specializzate. A mio giudizio, è questa una carenza così grave della nostra facoltà, che domani potrebbe esserle fatale.

«Conclusione. Giunto al termine di questa sommaria relazione – che è anche l’ultima da parte dei pp. gesuiti –, non mi resta che ringraziare vostra eminenza reverendissima e gli altri eccellentissimi vescovi della Sardegna della comprensione che ci hanno sempre dimostrata, e chiedere sinceramente scusa per quanto abbiamo fatto e non era di Loro gradimento, per quanto non abbiamo fatto e sarebbe stato da loro gradito. Per la parte di responsabilità che ho avuto quest’anno, mi conforta il ricordo di una norma sentita dalle labbra di S.S. Giovanni XXIII, pochi mesi dopo la sua elezione: “non è vero che bisogna fare ciò che si deve bisogna fare ciò che si può”. Posso assicurare l’eccellentissimo episcopato che tutti, con rettitudine d’intenzione, abbiamo cercato di fare ciò che abbiamo potuto o saputo nelle circostanze concrete e non facili nelle quali ci siamo trovati, e nei limiti certo troppo ristretti delle nostre capacità».

 





Fonte: Gianfranco Murtas
RIPRODUZIONE RISERVATA ©



letto 286 volte • piace a 0 persone0 commenti


Devi fare log in per poter commentare.

Scrivi anche tu un articolo!


Articoli Correlati


In difesa della diocesi di Ales-Terralba
di Gianfranco Murtas


Settant’anni fa il mesto congedo di Francesco Ciusa, l’artista e il massone
«Nel bacio del Signore» si spegneva settant’anni fa, all’ospedale civile di Cagliari, Francesco Ciusa, il grande artista, il maggiore degli scultori sardi del Novecento.