Gianfranco Murtas

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Ancora insistendo sulla secolare storia del Partito Sardo d’Azione. E ripensando al federalismo regionalista di Gonario Pinna, alle revisioni di Oggiano, ai lavori della Consulta sarda

di Gianfranco Murtas


Fra gli studi più importanti sulla storia della nostra autonomia speciale è, io credo, quello di Mariarosa Cardia, completato sotto gli auspici dell’Istituto sardo per la storia della Resistenza e dell’Autonomia e consegnato all’editore FrancoAngeli nel 1992, dal titolo La nascita della Regione Autonoma della Sardegna 1943-1948. Uno studio che bene si accompagnava, e sotto un certo profilo conchiudeva riunendone i fili segreti, la collana dei dodici volumi sulla Stampa periodica in Sardegna curata nel 1975, in quanto al comitato di coordinamento, da Manlio Brigaglia, Nino Carrus, Virgilio Lai e Graziella Sedda Delitala e uscita per i tipi della Edes di Cagliari (oggi di Sassari). Dodici volumi le cui introduzioni furono affidate ai migliori nostri modernisti e/o esperti di indubitata competenza, da Piero Sanna a Guido Melis, da Antonello Mattone a Luciano Marrocu, da Brigaglia, Lai e Carrus stessi a Raimondo Turtas, da Giuseppe Serri a Gianni Bonanno, da Cesira Vernaleone a Marilena Cannas e, appunto, Mariarosa Cardia. La quale curò in particolare, con una illuminante e corposa introduzione, i due tomi dedicati al periodico sardista Il Solco.  

Fu pressoché in contemporanea con l’uscita della sua monografia sulle fatiche del parto autonomistico isolano, dopo le rovine della dittatura e della guerra, che la Cardia si occupò anche di Cesare Pintus, di cui avevo allora pubblicato il primo saggio biografico (Cesare Pintus e l’Azionismo lussiano) e che costituiva, già da alcuni anni, il soggetto principe di alcune importanti e anticipatrici ricerche – più e meglio ancorate alla fase prefascista ed antifascista che non a quella successiva all’Armistizio – di Aldo Borghesi.

Una bella stagione di fatiche per noi – dico per noi pur di diversa formazione e scuola ideale o ideologica –, che sapevamo di avere presenti e attive sullo scenario politico nazionale la Lega padanocentrica (e pagana) di Bossi e su quello regionale sardo quel certo nazionalitarismo indipendentista che nulla aveva a che fare con il sardismo storico e pretendeva, con i suoi assolutismi, di avviare un palingenitico nuovo ciclo di civiltà. Sicché da democratici oltre che da studiosi della materia alla ricerca sempre dei documenti che… fanno la differenza, era anche con gusto – il gusto dell’attualità, ché la “storia è sempre contemporanea” – che, incrociando i precursori, i Pintus e i Mastino ed Oggiano, i Melis e i Pinna per restare al campo sardista di ispirazione risorgimentale e repubblicana, potevamo inquadrare la battaglia politica sarda dell’immediato dopoguerra nel più ampio campo della dialettica pubblica nazionale. E potevamo anche, in via indiretta, lanciare un messaggio alla politica corrente, tanto più dopo l’esaurimento della esperienza di governo di Mario Melis: se lo statuto regionale andava aggiornato e se la regolamentazione costituzionale delle autonomie territoriali andava anch’essa riformulata (mettendo in agenda, forse e per di più, l’abolizione delle province) tutto doveva potersi compiere con un senso fortemente unitario della Repubblica, recuperando lo spirito della Assemblea Costituente del 1946-1948.

Nella serie dei volumi di “Documenti e Testimonianze” che allora, dal 1989 al 1992, ma poi ancora, con altri titoli fino al 1996, detti alle stampe, accanto al nuovo recuperato dagli archivi privati – a partire da quelli di Antonino Lussu a Cagliari e Pietro Mastino a Nuoro, e da quelli di Saba sassarese e di Siglienti romano-sassarese come quelli dei Melis e di Pinna nuoresi anch’essi, ecc. – potei dunque anche collocare una ampia antologia di scritti della pubblicistica politica che, appunto dopo l’Armistizio, quotidiani e periodici avevano accolto aprendosi come forum di dibattito per meglio selezionare idee e proposte creatrici del futuro.    




Non le ho contate, ma certamente sono state oltre duecento, forse trecento le tessere di quell’ideale mosaico andate progressivamente a comporre la figura della partecipazione sarda alla Repubblica unitaria e, ad un tempo, delle autonomie e, con essa e dopo di essa, alla figura dell’Autonomia speciale isolana destinata al voto dell’Assemblea Costituente in autonomo recepimento (e discutibile revisione) delle proposte della Consulta regionale.

Dico questo per tornare allo studio prezioso della Cardia ed agli affinamenti esplorativi che la studiosa (di formazione comunista) aveva compiuto in particolare sul progetto autonomistico a firma di Gonario Pinna, e poi su quello di Luigi Oggiano – quelli che a me qui interessa rilanciare alla attenzione di chi legge, ché tutto si riporta alla riflessione sul PSd’A che ha appena compiuto il suo secolo di vita – per la discussione in Consulta a Cagliari.

Celebrando la personalità di Gonario Pinna, alla quale per tanti versi sono tornato nel tempo e cui mi sento legato da motivi che dilatano quelli strettamente ideali e politici (per le condivise radici mazziniane, repubblicane e azioniste) e vanno dentro l’umanesimo letterario-poetico cui egli riservò attenzioni acute e studi importanti, è proprio qui, ed a lui, che voglio ritornare. Ancora una volta con l’intento, certamente non esclusivo, di proporre alla militanza sardista di oggi – disorientata e impoverita dalla scempia compagnia dei sovranisti che un tempo volevano relegare il tricolore nel cesso (mentre Bellieni aveva scritto che «il giorno in cui la separazione fosse un fatto compiuto, noi sentiremmo balzare nel cuore un sentimento dolorosamente soffocato sino allora, che ci costringerebbe a rialzare sulle nostre case il tricolore abbattuto») – un modello alto di riflessione e di impegno, fuori ed oltre le bassezze del tatticismo senza respiro.

Eccomi così, in questa ulteriore puntata della rassegna pinniana che il centenario di fondazione del PSd’A mi ha suggerito, riferirmi allo studio della Cardia ed in particolare a quanto da lei riportato nel capitolo sesto dal titolo “La commissione per lo studio dell’ordinamento regionale”.

La nostra storica, docente universitaria ma forte anche di una prolungata e intensa esperienza politica nel Consiglio regionale, incontrò l’avv. Pinna, per una lunga intervista, il 18 giugno 1988. Io arrivai in quella magica casa di Seuna – su Dominariu a un passo dal santuario delle Grazie antiche – nell’estate di due anni dopo, anch’io raccogliendo materiali, quelli di cui altre volte ho riferito. Ma il saggio, insieme scientifico e formalmente elegante, della Cardia, con quella sequenza analitica dei diversi progetti autonomistici – il primo di Pinna e il secondo di Oggiano per conto del Partito Sardo all’interno della Consulta regionale, e quell’altro del democristiano Venturino Castaldi – ma anche delle proposte più o meno organiche avanzate da consultori comunisti (Laconi) e liberali (Sanna Randaccio), ecc., merita una speciale ripresa per il tanto che comunica a chi, del cantiere della Repubblica e dell’Autonomia, avverte i dati morali oltre quelli strettamente giuridici, politici ed istituzionali.   

Pienamente coinvolto nella Concentrazione antifascista provinciale nuorese e regionale – nella successione PRI-Pd’A, fra fine 1943 e inizio 1944, e con uomini della sua parte come Saba e Senes e come Berlinguer e Pintus – Pinna forse più di altri fu presente, in quel passaggio difficile (ma pure esaltante) della nostra storia, nel dibattito pubblicistico spaziando fra quotidiani e periodici, molto consegnando anche alla redazione di Riscossa (a direzione Spanu Satta), pur alternando momenti di densa collaborazione ad altri di distacco (ho contato una quindicina di interventi per il più concentrati tra fine 1944 e primi mesi del 1945).

E peraltro, come già evidenziato, in Gonario Pinna la sensibilità politico-istituzionale sul fronte del federalismo si combina con la cultura sociologica e la riflessione sulla rappresentanza, in capo alle formazioni laiche della vasta area intermedia fra il cattolicesimo organizzato e il comunismo (al tempo di obbedienza stalinista!), dei ceti medi: ciò che fu materia di contrasto personale con Emilio Lussu che pure ne aveva “imposto” la migrazione dalla militanza azionista a quella nel PSd'A (per averne in cambio la fedeltà sardista alla sua corrente socialista e classista nel Pd’A destinata poi alla confluenza nel Partito Socialista Italiano). Per altro, per vie diverse, con altri contenuti e altre prospettive, anche Pinna sarebbe arrivato, nel 1955 – dopo lo sganciamento del PSI dal patto unitario con i comunisti – alla militanza socialista e perfino alla deputazione.

E’ noto come il Partito Sardo d’Azione visse, proprio per la pressione (anche affettiva, non soltanto politica, di Lussu), la grave contraddizione di accompagnare – esso interclassista – il proprio leader fattosi "internazionalista" nelle sue battaglie invece classiste ed ostili alla democrazia riformatrice di Ugo La Malfa e Ferruccio Parri, ed è noto quanto, fra il 1947 ed il 1948, esso rivendicò, con molti scritti di Pietro Mastino e Giovanni Battista Melis soprattutto, la sua alterità rispetto al socialismo. Fino alla scissione lussiana del luglio 1948, alla fondazione del Partito Sardo d’Azione socialista, alla concorrenza subita da tale formazione anche in occasione delle prime elezioni regionali del maggio 1949.

In un tale contesto Gonario Pinna marcò sempre meglio, a mio avviso, la sua posizione azionista, o repubblicano-azionista che nel PSd’A intendeva portare, sul piano della politica economico-sociale, i contenuti che nel Partito d’Azione erano elaborati da Guido Calogero, vale a dire quelli del liberal-socialismo. 

A complemento dello stralcio, interessante e importante, dello studio istituzionale della Cardia offro dunque, come perfetta testimonianza, anche uno scritto di Pinna di taglio invece tutto politico e sul versante intrigante del socialismo. Si tratta di una lettera aperta Paolo Vittorelli, esponente socialista di provenienza azionista (così come poteva dirsi di Fancello e Berlinguer, certamente non marxisti anch'essi), uscita su Il Solco del 19 agosto 1948 con il titolo “La fine del Sardismo?” e da me riprodotta in Titino Melis, il PSd’A mazziniano / Fancello, Siglienti, i gielle.




Mariarosa Cardia: «Il progetto Pinna…»

A seguito della decisione assunta nella riunione del 25 agosto 1945 della Commissione per l’ordinamento regionale, il Psd’a affidò la redazione d’un progetto di Statuto [Schema di progetto per lo Statuto del Governo autonomo della Sardegna] a Gonario Pinna, che aveva alle spalle una solida formazione scientifica, avendo frequentato l'Università di Berlino nel 1921-22 e studiato sul campo l’ordinamento federale tedesco. Il federalismo di Pinna si ricollegava all'elaborazione di Mazzini, di Cattaneo, di Giovanni Battista Tuveri. E’ questo spessore culturale che sottende il progetto statutario che egli presentò alla fine dell'estate deI 1945, suscitando nel partito una discussione - sono parole sue - «incompleta, ma burrascosa». 

Il progetto Pinna aveva, infatti, un nettissimo impianto federale dal quale derivava una Regione con poteri incisivi. Sin nel preambolo, il Psd'a ribadiva il proprio impegno in seno alla Costituente perché il nuovo Stato fosse una repubblica federale e perché comunque la Costituente riconoscesse «solennemente l'autonomia amministrativa ed economica dell’isola» e «la correlativa potestà legislativa ed esecutiva». Il progetto comprendeva tre parti, relative a Stato e Regione, ordinamento della Regione, interni. Allo Stato venivano riservate la difesa del territorio e la sicurezza del paese in caso di attacco esterno, le relazioni con l'estero, il sistema monetario, postale, dei pesi e delle misure, la legislazione sul diritto penale e processuale, l'ordinamento della giustizia e le finanze dello Stato [che risultano però cancellate nel testo originale]. Competenza della Regione erano tutte le altre attribuzioni e in particolare: affari interni; finanze; agricoltura, foreste, caccia e pesca; industria e commercio; trasporti su strade ferrate e ordinarie, servizi postelegrafonici e radio; istruzione pubblica e belle arti; lavori pubblici. All'ente regionale veniva riconosciuto il diritto di partecipare alla formazione dello Statuto italiano, alla legislazione statale attraverso propri rappresentanti nell'assemblea legislativa nazionale, all'elezione del capo dello Stato, e di richiedere una convocazione straordinaria dell'assemblea legislativa statale. Il diritto d'iniziativa e di revisione era attribuito al popolo, mediante la rispettiva richiesta di almeno 30.000 e 60.000 elettori, da sottoporre al consiglio regionale. Per la revisione statutaria era inoltre previsto un referendum popolare. Il progetto definiva il demanio regionale; la piena autonomia doganale; il corpo di polizia regionale; i rapporti finanziari Stato-Regione. Si prevedeva, infatti, che la Regione avesse un proprio sistema tributario e che lo Stato non potesse imporre tributi, ma avesse diritto a denaro, proporzionale alla popolazione e alla capacità produttiva regionale, quale contributo alle spese generali dello Stato. La prima parte del progetto indicava anche l'istituzione di alcuni organismi consultivi: la Camera di agricoltura, «espressione elettiva libera e autonoma degli agricoltori sardi»; la Camera di industria e commercio, espressa da tutti gli esercenti industria e commercio, e la Camera del lavoro, «l'unica, libera, autonoma organizzazione dei lavoratori sardi», a cui si affidavano i compiti degli uffici del lavoro.

La seconda parte, relativa all'ordinamento regionale, individuava quali circoscrizioni amministrative la Regione, i distretti e i comuni. Organi regionali erano il Consiglio, legislativo, della durata di quattro anni e la Deputazione, esecutivo, eletta dal Consiglio. La proposta dettagliava le numerose competenze del consiglio e della deputazione regionale. Il presidente dell'esecutivo curava i rapporti col governo nazionale, partecipando, col rango di ministro, alle sedute del consiglio dei ministri nel quale si trattassero i problemi inerenti la Sardegna. Il testo originale del progetto Pinna presenta, inoltre, diverse modifiche rispetto alla denominazione, al numero e al governo delle circoscrizioni amministrative o distretti o circondari in cui veniva divisa la Regione: dieci, poi sei, poi nove. La definizione dei loro confini era demandata al consiglio regionale e la loro amministrazione era affidata a un deputato distrettuale, prima, e a una deputazione circondariale, poi. Venivano quindi determinati i compiti del comuni, i loro organi amministrativi e le modalità di referendum popolare comunale. Organi di controllo amministrativo e giurisdizionale erano istituiti in ogni capoluogo di distretto (giunta amministrativa di sette membri), e a livello regionale: giunta amministrativa regionale, anch'essa di sette membri e della durata di quattro anni. Analoga composizione e durata erano previste per l'organo di controllo finanziario, la giunta finanziaria regionale, con le funzioni della Corte dei conti.

Nella terza parte del progetto, concernente gli Interni, Pinna individuava una serie di organismi quali l'ispettorato regionale della sanità pubblica, l'ufficio regionale di statistica, il Banco di Sardegna, l'ispettorato agrario regionale, l'ispettorato regionale dell'industria e del commercio, la Borsa valori a Cagliari, le cattedre ambulanti di agricoltura in ogni capoluogo di circondario, l'ispettorato regionale delle comunicazioni e dei trasporti, l'ispettorato regionale delle opere pubbliche. Un intero titolo veniva dedicato all'istruzione pubblica, prevedendo l'obbligatorietà e la gratuità alla scuola primaria; la gratuità e la facilitazione per l'accesso alla scuola secondaria e all'Università, anche attraverso il patronato scolastico; una particolare attenzione ai servizi sanitari e alle associazioni mutualistiche studentesche; l'agevolazione per l'avvio alle scuole professionali, artigiane e artistiche; l'istituzione di un Provveditorato regionale degli studi; la selezione del personale docente tramite pubblici concorsi. Il progetto comportava inoltre che solo le scuole pubbliche potessero rilasciare titoli di studio aventi valore legale, e la libertà per i privati di istituire scuole, ma sottoposte alla vigilanza della Regione e con personale docente regolarmente abilitato dallo Stato o dalla Regione. Era prevista la completa autonomia giuridica e morale delle università, nonché il riordinamento e la razionale distribuzione delle facoltà, «onde evitare inutili doppioni e ottenere che l'isola sia dotata di tutte le facoltà», con particolare attenzione alle facoltà di agraria e zootecnica e di ingegneria mineraria. Infine il progetto stabiliva che nel quarto e quinto anno della scuola primaria e nella scuola media si svolgessero programmi di storia della Sardegna; che nelle facoltà di lettere e filosofia fossero istituite cattedre di storia della Sardegna e di glottologia sarda, e nelle facoltà di giurisprudenza una cattedra di storia del diritto sardo. L'ultimo articolo del progetto, che nel testo originale risulta cancellato, prevedeva che la Regione agevolasse la creazione e lo sviluppo di tutte le forme cooperative.

Il congresso provinciale del Psd'a di Nuoro, svoltosi il 15 e 16 settembre 1945, diede incarico ad una commissione, composta da Gonario Pinna, Luigi Oggiano, Ennio Delogu e Sebastiano Puligheddu, di redigere, sulla base del progetto Pinna, uno schema di Statuto da sottoporre al congresso regionale.




«… e il progetto Oggiano»

Il “Progetto per la creazione del Governo autonomo della Sardegna” redatto da Oggiano attribuiva alla Regione i poteri legislativo esecutivo e giudiziario con piena giurisdizione per affari interni finanze, tesoro, banca sarda e servizi bancari, agricoltura pastorizia e foreste; industria e miniere; commercio, scambi, comunicazioni e trasporti, istruzione e arti, lavori pubblici, affari giudiziari. Allo Stato erano riservati: la difesa e la sicurezza del territorio nazionale; le relazioni con l'estero; il sistema monetario; i servizi relativi all'esercito, alla flotta, alle poste e telegrafi, alle ferrovie, ai pesi e misure, alle comunicazioni nazionali; la legislazione generale «in quanto applicabile all'ordinamento autonomo della Sardegna»; l'organizzazione della giustizia, l'ordinamento costituzionale e la garanzia della libertà e dei diritti dei cittadini. Alla Sardegna veniva riconosciuto il diritto di costituirsi in zona franca e di tenere all'estero agenti o osservatori commerciali propri. Il potere legislativo era affidato al consiglio regionale sardo, composto da rappresentanti eletti uno per mandamento, e della durata di quattro anni. L'assemblea eleggeva i nove ministri, che a loro volta dovevano eleggere il presidente del governo autonomo, rappresentante della Sardegna presso il governo nazionale. La proposta Oggiano definiva inoltre l'ordinamento amministrativo, articolato nel Comune; nel Mandamento; nel governo regionale; nell'ufficio regionale amministrativo con le attribuzioni proprie della giunta provinciale amministrativa e del consiglio di Stato; nell'ufficio regionale dei conti con le attribuzioni proprie della Corte dei conti. L'ordinamento finanziario e tributario comprendeva gli uffici distrettuali delle imposte e del catasto; gli uffici di registro e ipoteche; le commissioni mandamentali per le imposte, tasse e tributi non comunali; l'ufficio regionale finanziario; il demanio regionale. Anche l'ordinamento giudiziario, contrariamente al progetto Pinna, veniva delineato, comprendendo: le conciliature in ogni Comune; le preture in ogni capoluogo di Mandamento; i tribunali a Cagliari, Oristano, Lanusei, Nuoro, Sassari e Tempio; la Corte di appello a Cagliari; la Corte di assise a Cagliari; la Corte sarda di cassazione. Ogni ulteriore normativa veniva rinviata al consiglio regionale sardo.

Dunque, pur attribuendo entrambi forti poteri alla Regione, i due Progetti sardisti si presentavano differenti. Più articolato e dettagliato il progetto Pinna, che disegnava una Regione nell'ambito di una repubblica federale, basata su principi di democrazia, di uguaglianza, di partecipazione e di programmazione. Più snello e generico il progetto Oggiano, mirante ad una comunità regionale nettamente separata dallo Stato, al quale erano riservate le competenze residuali, non attribuite alla Regione, e che prevedeva la costituzione dell'intero territorio in zona franca e una articolazione regionale dell'ordinamento giudiziario. Purtroppo né la documentazione né le testimonianze dei protagonisti di allora consentono di ricostruire il dibattito che si sviluppò dentro il Psd'a nell'autunno-inverno del 1945 intorno ai due progetti. Pinna ricorda l'asprezza dello scontro, la sostanziale incomprensione verso l'impianto federale della propria proposta, l'insufficiente approfondimento della materia. Il progetto che scaturì da quel confronto si basava sulle prime due parti della proposta Pinna, modificate secondo l'impostazione della proposta Oggiano. In tal modo, i rapporti con lo Stato e i poteri statali si attenuavano, per rafforzare l'autonomia dell'impianto regionale, e scomparivano gli istituti consultivi per i settori produttivi e sindacali.

Così modificato, il progetto Pinna veniva approvato dal direttorio regionale del Psd'a e pubblicato su «Il Solco» il 10 gennaio 1946. [Il giornale annunciava la prossima pubblicazione di una terza parte concernente gli organi tecnici dei diversi settori amministrativi. Questa parte non fu mai pubblicata, ma si veda in proposito lo schema di progetto di Gonario Pinna. Il Psd'a precisò inoltre che solo la prima parte dello Statuto, sui rapporti Stato-Regione, avrebbe dovuto essere sottoposta all'esame della Costituente; mentre la seconda e la terza parte rientravano nell'esclusiva competenza dell'organo legislativo regionale. E giornale riportava anche un comunicato del direttorio regionale: «Il direttorio regionale del Partito si è riunito più volte a Macomer ed a Nuoro ed ha - definitivamente - elaborato il progetto per il Governo autonomo della Sardegna. Ha stabilito di pubblicare in opuscolo il progetto stesso - di darne comunicazione a tutte le sezioni perché ne abbiano conoscenza e ne facciano oggetto di discussione - di indire il congresso regionale del Partito per sottoporlo al suo esame. Nel contempo il direttorio regionale ha deciso di dar notizia del progetto al popolo sardo attraverso la stampa, ai vari partiti politici con comunicazione diretta perché precisino il loro pensiero. Il progetto sarà presentato alla consulta regionale sarda e illustrato, per designazione del direttorio regionale, dall'avv.to Gonario Pinna. Il direttorio del Partito sardo ha definito ed assunto le sue responsabilità. La Sardegna giudicherà e deciderà del suo destino»].

Bua, alla fine di gennaio [Cfr. «Il Solco», 10 gennaio 1946, A tu per tu con la realtà], invitava gli altri partiti a unire le forze, a stringersi attorno a una sola bandiera, ad un'unica fede, per un'unica conquista: «La Sardegna ai sardi», dando precisi contenuti - come solo il Psd'a aveva fatto - alla propria concezione autonomistica:

“Autonomia” equivale a “sovranità” della Sardegna con l'esplicazione dei poteri normativi ed esecutivi nella sfera di competenza che a tale sovranità dovrà essere riconosciuta costituzionalmente e definitivamente dalla costituente nazionale. Sovranità che importa il riconoscimento della personalità giuridica, come persona di diritto interno, e come tale titolare della più ampia ed illuminata libertà e indipendenza della sua proprietà e ricchezza naturale regionale (demanio), dei suoi redditi e cespiti (finanza), dei suoi rapporti commerciali di scambio con lo stato italiano ed esteri (inapplicabilità di tariffe doganali italiane sulle importazioni sarde; possibilità di imposizione di dazi fiscali come cespiti di entrata per esigenze straordinarie di amministrazione e di giustizia sociale), di esplicazione dei poteri normativi ed esecutivi riferendosi alla riconosciuta sovranità (autogoverno), non esclusi quelli incidenti il sistema della nomina dei propri amministratori e degli impiegati chiamati a prestare la loro opera.


Discutendone in Consulta 

La Consulta discusse il 13 e il 14 gennaio 1946 la procedura da seguire in merito all'iter statutario. L'alto commissario aveva informato i consultori che il Psd'a aveva presentato il progetto secondo gli accordi presi nella sesta commissione in agosto, e che il 31 marzo sarebbero scaduti i termini del bando di concorso per la presentazione delle monografie sulla situazione economica e finanziaria dell'isola. [Il gen.] Pinna aveva chiesto ai consultori - di pronunciarsi sulla data di riunione della Commissione per l'ordinamento regionale, ma Contu, a nome del Psd'a, aveva chiesto che fosse convocata una apposita seduta della Consulta. Come avrebbero rilevato i liberali, il Psd'a chiedeva una forma «ufficiale per non dir solenne e cioè in seduta plenaria e con illustrazione anche da parte non già di un consultore sardista ma di un estraneo alla Consulta e designato dal Partito sardo». Laconi chiese a sua volta che si acquisisse anche il progetto approvato dalla consulta siciliana. Cocco Ortu insistette sulla richiesta dei dati economici e statistici, preliminari ad ogni discussione, e perché il Psd'a consegnasse alla Consulta anche tutta la documentazione relativa alla predisposizione del progetto sardista. Mannironi si associò alle richieste di Laconi e di Cocco Ortu. Satta Galfrè chiese che il progetto sardista fosse esaminato nella commissione speciale, insieme all'ulteriore documentazione da fornire, nonché una proroga alla discussione onde consentire al Psi di predisporre un proprio progetto. Ma il generale Pinna si oppose a dilazionare oltre il confronto, ricordando gli accordi intercorsi, la disponibilità di un materiale ormai sufficiente ad aprire la discussione, e l'orientamento della maggior parte dei consultori a discutere nella commissione. Laconi concordò con tale linea e anche i liberali, che insistettero per conoscere i dati statistici ed economici e proposero di prendere in esame il progetto per l'Alto Adige. Si concluse, dunque, di attendere gli ulteriori dati dal Psd'a e di riprendere la discussione in commissione, una settimana dopo la loro presentazione.



Gonario Pinna si soffermò a lungo su «Il Solco» sull'illustrazione del progetto sardista. Pur riconoscendone le lacune, le incertezze, le improprietà e i pleonasmi, sanabili con un'attenta revisione e con un ampio confronto, egli riteneva che il progetto non dovesse subire modifiche sostanziali [Gonario Pinna, Punti fermi sul nostro progetto per l'autonomia, «Il Solco», 21 febbraio 1946. Si veda anche G. Pinna, Quale autonomia?, «Il Solco», 10 gennaio 1946], e respingeva con fastidio la ricerca del modello a cui si era ispirato, rilevando che lo schema di progetto obbediva a due preoccupazioni essenziali: «La prima è ch'esso non sia astratto e alieno dalle esigenze proprie della Sardegna nel campo economico e amministrativo, ma che anzi vi aderisca concretamente. [...] La seconda preoccupazione [...] è quella di assicurare il rispetto dei diritti sovrani dello Stato, conservando quei vincoli essenziali di natura giuridica, finanziaria e sentimentale che fanno una Regione partecipe della vita nazionale e dei destini d'uno Stato». L'articolo era rivolto soprattutto a respingere l'accusa di separatismo. Pinna ricordava che il Psd'a aveva combattuto apertamente la tendenza separatista che serpeggiava in seno al partito, ma anche, e diffusamente, nelle campagne sarde; che il progetto di costituzione della Regione autonoma Sicilia, proposto dall'Associazione tra i siciliani residenti a Roma, presentava un impianto ben più radicale di quello sardista [Cfr. il progetto, datato 30 dicembre 1945, «La Costituente», 1946, n. 4.], pur essendo i proponenti decisamente antiseparatisti. E rintuzzava le osservazioni democristiane, citando l'articolo di Enrico Sailis sul «Corriere di Sardegna», «d'intonazione che Castaldi non dovrebbe esitare a definire quasi separatista». In effetti le posizioni espresse da Sailis lo si presentavano, nell'ambito dell'autonomismo democristiano, con una forte vis polemica antistatuale, sì da far precisare alla redazione che l'articolo rispecchiava solo le idee personali dell'autore. Sailis riteneva che per un sardo l'autonomia fosse un imperativo morale ormai assurto al grado di imperativo categorico e, quale esempio dei danni causati dalla burocrazia centrale, portava «il delittuoso sfacelo di alcune facoltà universitarie», tema caro anche a Lilliu. […].




«Il Solco» ritornò più volte sul progetto autonomistico, avendo come principale punto di riferimento l'elaborazione siciliana. Di notevole interesse, ad esempio, l’accennata rassegna comparativa condotta da Pinna. [Cfr. F., Autonomia siciliana e autonomia sarda, «Il Solco», 18 aprile 1946; Gonario Pinna, L'autonomia regionale nel progetto della consulta siciliana e nel progetto sardista, «Il Solco», 18 e 25 aprile 1946; Autonomia siciliana e autonomia sarda, «Il Solco», 2 maggio 1946]. Di notevole interesse, ad esempio, l'accennata rassegna comparativa [G. Pinna, L'autonomia regionale, cit., 25 aprile 1946. Si veda inoltre nelle CRL il fascicolo «Elementi di studio per lo Statuto della regione autonoma», suddiviso in sei partì nelle quali Laconi sintetizza i documenti presi in esame ed espone il parere del Pci: 1) «L'autonomia regionale nel progetto della consulta siciliana e nel progetto sardista - articolo di Gonario Pinna sul «Il Solco» del 18-IV-1946», 2) «resoconti delle discussioni della consulta regionale siciliana sul progetto di Statuto per l'autonomia – “La voce della Sicilia” nn. 156-164»; 3) «Osservazioni e critiche al progetto di Statuto della consulta regionale siciliana»; 4) «Gasparre [sic] Ambrosini: “Autonomia regionale e federalismo” (Austria Spagna, Germania, Urss) Edizioni italiane - Roma, 1944?»; 5) «(P[artito} democratico del lavoro Giovanni Persico “La Regione nella ricostruzione italiana” - Roma - Edizioni di Criminalità, 1945»; 6) «Oliviero Zuccarini: “La Regione nell'ordinamento dello Stato” – Roma - Edizioni di “Critica Politica” - 1945».]

Le differenze fondamentali tra il progetto siciliano e quello sardista erano dovute al fatto che, mentre il primo era frutto di un compromesso tra partiti, il secondo era espressione della tradizione e della volontà di un solo partito; informato al principio unitario il progetto siciliano, informato al federalismo, all'autonomismo integrale il progetto sardista. Nel percorrerne gli impianti Pinna rilevava la differenza tra i due progetti in materia di competenza regionale (nel progetto sardista non vi era distinzione tra competenza esclusiva e competenza facoltativa), insistendo sull'attribuzione di competenza esclusiva alla Regione per alcune materie, quali le comunicazioni e i trasporti regionali e l'istruzione media e universitaria. Su quest'ultimo punto vale la pena di soffermarsi, costituendo esso una delle rare occasioni in cui l'autonomia veniva impostata non solo su basi economiche, ma culturali.

Non vogliamo, certo, con ciò – spiegava Pinna – regionalizzare la cultura e restringere l'orizzonte spirituale dei nostri giovani al confine del mare che bagna la nostra Sardegna, poiché sappiamo bene che estraniare una regione e specialmente un'isola dalle correnti ideali della vita moderna significa umiliarne lo spirito, fissarne per lungo volgere di tempo le stratificazioni culturali e anche sociali, condannarla insomma a una civiltà inferiore. Ma diciamo, al tempo stesso, che la scuola deve, a sua volta, affondare le radici nella terra in cui opera; e che la creazione di nuovi istituti [ ... ], la regolamentazione di corsi, la formulazione dei programmi devono essere affidate alla cura esclusiva della Regione che conosce perfettamente le esigenze culturali, scolastiche, tecniche, ecc. della sua popolazione in relazione alle condizioni del suo sviluppo economico, agrario, industriale, ecc. [ ... ] osserviamo soltanto che è semplicemente assurdo che nelle scuole di Sardegna non si svolga un adeguato programma di storia della Sardegna - bellissima storia la cui conoscenza non rimpicciolirebbe la mente né umilierebbe la cultura di alcuno.

Pinna rilevava inoltre l'analogia tra i progetti siciliano e sardista in materia di demanio regionale e, anzi, la miglior formulazione del progetto siciliano; mentre sostanziali apparivano le differenze per la disciplina dei rapporti finanziari Stato-Regione e del regime doganale, muovendo le due proposte da presupposti totalmente diversi. Una significativa analogia veniva invece riscontrata per il problema delle circoscrizioni (soppressione delle province per far perno sui comuni e sui liberi consorzi comunali). In questa materia Pinna rivelava che vi era stata nel direttorio regionale sardista una discussione «particolarmente fervida poiché sembrava e tuttora sembra a taluno che, almeno in via transitoria e cioè per la prima fase di assestamento autonomistico, sia pericoloso rinunziare a un ente intermedio di coordinamento fra gli organi regionali e i comuni, data l'immaturità di alcuni tra questi [...] e la necessità di evitare anche in seno alla Regione quell'accentramento che abbiamo combattuto e combattiamo». In tema di organi giurisdizionali e di controllo si riproduceva il fondamentale divario tra i due progetti, come pure in materia di diritto di iniziativa e di revisione legislativa. Pinna sottolineava in proposito che nel progetto sardista si riconoscevano al popolo entrambi i diritti, contrariamente al progetto siciliano: «Da una parte si ripete, cioè, la formula che non supera i confini della vecchia concezione parlamentaristica; dall'altra, si vuol ispirare l'attività legislativa ai principi e agli esempi della democrazia diretta, pur sottoponendo l'iniziativa popolare delle leggi e, particolarmente, l'istanza popolare di revisione dello Statuto a condizioni e cautele severissime. A noi sembra che la miglior educazione autonomistica sia proprio in codesto esperimento di democrazia diretta».




Nella seduta del 1° marzo 1946 la Consulta aveva ricostituito le commissioni speciali. Della Commissione per Io studio dell'ordinamento regionale facevano parte Satta Galfrè (Psi), Dore (Pci), Mannironi (Dc), Musio (indipendente). L'alto commissario aveva rilevato che questa commissione, pur avendo un compito importantissimo da assolvere, non aveva fatto nulla e che egli non aveva accolto la richiesta di Sanna Randaccio di porre l'argomento all'ordine del giorno, non essendo ancora intervenuto alcun elemento nuovo. Sanna Randaccio aveva insistito per conoscere dal Psd'a i tempi di presentazione della documentazione. Mentre Soggiu aveva polemicamente risposto: «E se noi non volessimo presentare più nulla?», Contu aveva dichiarato che il Psd'a si impegnava a consegnare entro il 15 marzo 1946 l'ultima parte del progetto con la relazione e l'indicazione delle pubblicazioni consultate. Il generale Pinna aveva concluso annunciando che sette giorni dopo avrebbe convocato la commissione speciale. Tali accordi erano peraltro destinati ancora una volta a saltare.


Orientamenti socialisti

Caro Vittorelli,

Il numero de L'Italia Socialista che pubblica la Sua nota sul recente Congresso regionale del Partito Sardo di Azione mi è pervenuto con notevole ritardo; ma ritengo egualmente opportuno raccogliere i Suoi rilievi per rettificare quanto vi è in essi d'inesatto e chiarire sia la posizione del Partito sia alcune idee che ho esposto nel Congresso.

Io intendo la Sua preoccupazione: «un partito regionale e autonomista, staccato dalle grandi forze nazionali di emancipazione del proletariato, rischia di venire travolto fatalmente sulla scia delle forze conservatrici e di degenerare rapidamente in uno sterile separatismo».

Ma tutta la storia del nostro Partito, e particolarmente la sua attività dopo la liberazione dimostrano l'infondatezza di codesta preoccupazione. Anche nei momenti più critici e angosciosi dell'isolamento della Sardegna dal Governo centrale, anche quando il movimento indipendentista siciliano poteva optare con certa sua fascinosa suggestione sullo spirito dei più delusi dei sardi, il nostro Partito ha riaffermato con altissimo senso di responsabilità il proposito di riprendere e svolgere la sua battaglia autonomistica nel quadro della inviolabile unità nazionale e ha severamente condannato il movimento di Finocchiaro Aprile non solo per la sua antistoricità e per il nocumento che recava allo stesso principio autonomistico ma anche per le sue origini e le sue finalità palesemente conservatrici e feudali.




La nostra lunga e fruttuosa collaborazione in seno alle commissioni costituite per la redazione dello Statuto regionale ha dimostrato ulteriormente la fermissima volontà del Partito di agire nell'ambito dell'unità nazionale; né le riserve fatte circa l'ampliamento della potestà legislativa e dei limiti dell'autonomia finanziaria da attribuire alla Regione incidono affatto su ciò che attiene al rispetto assoluto della sovranità dello Stato. Nessun pericolo, dunque, né vicino né lontano che il nostro autonomismo degeneri nel separatismo.

Ed è forse più serio l'altro rischio, cui Lei accenna, che un partito regionale staccato dalle grandi forze nazionali di emancipazione del proletariato sia travolto sulla scia delle forze conservatrici?

Non credo che Lei voglia sostenere che codesto pericolo inerisca fatalmente ai partiti regionali in quanto tali perché tanto varrebbe dire che essi non possono che difendere interessi di conservazione sociale. E allora, il problema sta nel vedere: primo, da quale travaglio o esigenza storica è nato il nostro Partito e se quel travaglio e quell'esigenza siano ancora vivi; secondo, se e quali interessi di carattere permanente il Partito rappresenti o, in altri termini, quale sia la struttura sociale del Partito stesso.

Tralasciando, per ora, di discutere il primo aspetto del problema (basterà soltanto dire che il «travaglio per la organizzazione vitale dell'autonomia e l'esigenza della difesa degli interessi della Sardegna» sono più che mai vivi e attuali), affermo che la struttura sociale del Partito Sardo d'Azione è la prova migliore e, al tempo stesso, la garanzia più sicura che il partito non potrà mai essere travolto nel giuoco delle forze conservatrici. Contadini e operai, artigiani e pescatori, piccoli proprietari e piccoli pastori, mezzadri e piccoli fittavoli, impiegati e professionisti, cioè proletari propriamente detti e piccola borghesia, lavoratori manuali e ceto medio costituiscono la massa centrale degli aderenti al Partito, una massa che, legata da interessi sostanzialmente affini, non solo consente ma suggerisce quell'orientamento socialista, liberale e democratico che io ho posto a fondamento della mia mozione.

Perché, dunque, se la politica d'un partito è prevalentemente dettata dalla natura degli interessi ch'esso rappresenta o riflette, il nostro Partito potrebbe correre il rischio di venire travolto nella scia delle forze conservatrici? Soltanto perché «è staccato dalle grandi forze nazionali di emancipazione del proletariato?». Ma se non si vuole intendere, e credo che Lei non voglia intendere, che le grandi forze nazionali di emancipazione del proletariato siano soltanto i grandi partiti, noi possiamo dire che vivendo in pieno la vita sindacale non siamo affatto avulsi da quelle forze. Anzi, per evitare codesto isolamento e per intensificare la circolazione di quella linfa vivificatrice e unificatrice ch'è per le masse dei lavoratori la vita sindacale, noi pensiamo di attivare la partecipazione dei sardisti ad essa, indirizzandoli al tempo stesso verso una concezione sindacalista intesa non al mero appagamento di ristretti e talvolta contrastanti interessi di categoria ma a preparare tecnicamente e a educare spiritualmente coloro che dovranno domani assumere la responsabilità della gestione diretta dei mezzi di produzione.

Come vede, siamo ben lontani da quel clima di separatismo politico e di isolazionismo sociale che Lei vede pesare fatalmente sulla vita e sull'avvenire del Partito Sardo d'Azione.

Non è esatto, neppure, dire che il socialismo antistatalista, che è uno dei principi ispiratori della mia mozione accettati dal Congresso, «finisce per essere sotto le parole astratte opposizione allo Stato italiano, caos nel quadro delle istituzioni vigenti e apre la strada, anche se il suo autore certamente non lo vuole, al separatismo».

Che il nostro socialismo antistatalista abbia la sua radice storica nella opposizione allo Stato italiano è verissimo, perché il movimento dei combattenti prima, il Partito [Sardo] d'Azione poi sono sorti da un diffuso e profondo senso di sfiducia verso lo Stato italiano e dalle insopportabili degenerazioni dell'accentramento statale; ma è pur vero ch'esso ha tratto alimento, in sede dottrinaria, dalla critica tutt'altro che recente al socialismo di Stato, fatalmente accentratore e statolatrico a dispetto del finalistico miraggio dell'abolizione dello Stato medesimo.

La concezione antistatalista del nostro socialismo è, in definitiva, la concezione sindacalista del socialismo. Essa può apparire fuori tempo nel quadro delle istituzioni vigenti e, soprattutto, nel quadro dell'organizzazione odierna della vita economica che assegna compiti sempre più vasti allo Stato. Noi siamo dell'avviso che siffatta estensione dell'intervenzionismo statale sia gravemente dannosa per lo sviluppo della libertà e della personalità umana e non assicuri neppure la realizzazione della giustizia sociale; e perciò siamo più che mai ardenti sostenitori della struttura autonomistica dello Stato e dell'organizzazione sindacalista della società. Perciò anche, consapevoli delle difficoltà enormi che si oppongono nella presente fase della vita economica nazionale e internazionale alla realizzazione di codesti principi, pensiamo di dedicare i nostri maggiori sforzi alla costituzione di cooperative di produzione e di lavoro, strumento tecnico e educativo di preparazione solidaristica per passare da una forma di economia esasperatamente individualistica a una forma di economia associata. Il resto verrà da sé o, meglio, lo suggerirà l'esperienza.

Poche parole infine, sulla Sua ultima osservazione. «In quanto all'antiprotezionismo, Pinna vi rinuncia non appena si tratti della Sardegna». Troppo semplicistica, in verità, e molto ingiusta codesta notazione. Io ho detto, e ripeto, che il Partito Sardo d'Azione è stato sempre ed è antiprotezionista, sia per ragioni teoriche sia perché, soprattutto, è convinto che il protezionismo sia uno dei mezzi più disonesti e più rovinosi per arrestare o ritardare lo sviluppo dell'economia del Mezzogiorno; ma, penso altresì che esso non debba nel mondo economico italiano in cui il protezionismo è una seconda natura dello Stato, fare dell'antiprotezionismo ai danni della sola Sardegna. Se lo Stato italiano rinunzierà a proteggere le industrie parassitarie del continente, noi rinunzieremo volentieri alla protezione del carbone del Sulcis; ma non possiamo lasciare, almeno senza proteste, che siano sacrificati gli interessi della Sardegna sull'altare di un principio che viene costantemente e scandalosamente violato e offeso per la protezione di interessi che nessuno oserà considerare di carattere nazionale.



Fonte: Gianfranco Murtas
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