Gianfranco Murtas

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Bovio, ancora lui, fra Asproni ed Efisio Marini, Silicani e Chiarle, Salvador Allende e la buona Massoneria di chi ci crede (prima parte)

di Gianfranco Murtas


Frangar non Flectar è il titolo distintivo di una loggia giustinianea fiorentina che appartiene alla stagione del grande sviluppo massonico italiano collocabile nella “modernizzatrice” (ma pure tenacemente Tradizionale) gran maestranza di Lino Salvini: un alto dignitario (medico e docente di medicina nucleare nella vita professionale) che, al netto dei suoi inciampi (circa gli abusi di Licio Gelli su cui ancora non s’è chiarito abbastanza), fu uomo di prospettive, che cercò, parzialmente riuscendoci, di ricomporre l’unità con la Comunione di Piazza del Gesù, di procedere con quel dialogo di fraternità con la Chiesa cattolica già avviato da Giordano Gamberini con il paolino don Rosario Esposito, il salesiano don Vincenzo Miano ed il gesuita padre Giovanni Caprile, di perfezionare le intese con la Gran Loggia Unita d’Inghilterra onde ottenerne, a circa 140 anni di distanza dalla fondazione torinese del Grande Oriente Italiano, l’esclusivo riconoscimento. Tanta acqua sotto i ponti…

La sto prendendo alla larga confidando nell’interesse paziente degli eventuali lettori, massoni e non massoni, nel loro gusto dei viottoli non soltanto delle strade maestre e superbe. Si arriverà infine alla meta.

Fu, la stagione salviniana degli oltre duecento “innalzamenti di Colonne” – come si dice con il simbolico e suggestivo lessico muratorio –, quella che con la Frangar non Flectar vide svariate logge prender forma anche in Sardegna: dalla nuorese Giuseppe Garibaldi (riveniente da un gruppo cosiddetto P di originaria costituzione neoferana in quanto loggia Ortobene, regolarizzatosi negli anni ’50 in una sfortunata loggia Gennargentu) all’oristanese Ovidio Addis (in felice rimbalzo da una più volte demolita e rinata Libertà e Lavoro), alla gallurese Caprera (allora d’impianto nella promettente costa di Arzachena, ora a Tempio Pausania). E di più: alla cagliaritana Alberto Silicani, sorta con motivazioni ritualistiche molto avanzate, alle due Risorgimento, una ancora a Cagliari (di spiccato sentimento civile ed ampia presenza giovanile) e l’altra a Carbonia (in riequilibrio con la storica Giovanni Mori, cioè con la loggia che aveva registrato nel 1969 l’ammissione di Armando Corona). Furono graduali ma importanti riassetti della rete territoriale in Sardegna, quelli ormai di quasi mezzo secolo fa, e base degli sviluppi più recenti, se è vero che il GOI comprende oggi 49 logge di cui ben 27 nel capoluogo.

Magma ed ecumenismo

I numeri li ho fatti diverse altre volte: sfioravano, in tutta l’Isola, i 300 i quotizzanti nel 1975 – anno centrale dell’ottennio Salvini –, hanno superato i 1.500 oggi, di cui ben oltre 900 a Cagliari. Qui operano, più o meno fruttuosamente – mi dicono con qualche stentatezza i più – un’altra decina di Obbedienze rituali di rimando massonico, portatrici di varie sensibilità, e comunque, in Sardegna, tutte con storia corta e accrediti internazionali piuttosto modesti. L’annuario del ministero dell’Interno in epoca ancora recente, anzi recentissima, segnalava la Gran Loggia Regolare d’Italia – costituitasi in seguito alla nota scissione dal GOI nel 1993 – e la Gran Loggia Italiana di Rito Scozzese, la Gran Loggia Federale Italiana, la Ser.ma Gran Loggia d’Italia e la Ser.ma Gran Loggia Scozzese Indipendente d’Italia discendenza Montenapoleone Palazzo Nelsi d’Eril, la Gran Loggia d’Italia UMSOI e il Grande Oriente Italiano di Piazza del Gesù, il Grande Oriente Scozzese e il Grande Oriente di Francia, la Federazione delle Logge di San Giovanni e il Diritto Umano, il Supr. Consiglio d’Italia e San Marino, naturalmente Palazzo Vitelleschi ALAM (derivazione – come obbedienza mista – dalla storica Piazza del Gesù tutta scozzese), ed ancora il Supremo Consiglio dei Riti Confederati (richiamantesi alla ritualità egizio/cagliostrana ed alle gerarchie del Rito Antico e Primitivo di Memphis e Misraim)…

E’ un magma, mobile quant’altri mai, questo massonico anche in Sardegna: le Obbedienze nascono, si fondono, si sfondono, si trasformano nelle denominazioni e nelle strutture, nei riferimenti prossimi ed ultimi: si tratta di una realtà difficile da fotografare, che invece meriterebbe d’esser colta – anche come fenomeno sociale – nel suo processo evolutivo, al fine di penetrarne, con risultato, presupposti e ragioni, identificandone le dinamiche, prevedendone gli approdi.  

Potrebbe dirsi, semplificando di molto il discorso: è voglia di Massoneria, voglia di ritualità in un tempo che ci ha liberati (e chissà se per il bene) dalle forme canoniche o disciplinate… a scuola e in chiesa, in ufficio e anche in caserma!, ma anche voglia di riflettere – di lato o in alternativa alle categorie della religione – sui sistemi dell’essere e dell’esistere, sulle armonie naturali e necessarie fra il microcosmo della terra e il macrocosmo del cielo come le scoperte scientifiche, vuoi nella genetica vuoi nell’astronomia, indurrebbero a cantierare… Non solo: anche voglia quotidiana di relazioni umane, non escluse certamente quelle del mutuo soccorso, virtuose quando il mutuo soccorso è conseguenza e non motivazione d’una militanza in questo ambito particolarissimo… Forse anche gioco di società – non si trascuri questo aspetto direi meno commendevole –, borghese o piccolo borghese, così nel recupero di formulari rilanciati a mo’ di maliosi codici segreti come nella suggestione delle gerarchie rovesciate rispetto a quelle delle comunità aziendali o civili, nei riconoscimenti dati e ricevuti secondo categorie autoreferenziali… Ci può essere tutto e il contrario di tutto, virtù o molta virtù, sperimentazione, illusione, retropensiero, calcolo…

Indugio un attimo sull’associazionismo in quanto tale. Cagliari divenne davvero Cagliari, finalmente superando la rappresentazione trecentesca del Dittamondo, o se vogliamo quella cinquecentesca della Cosmographia del Munster (per i contributi, anche topografici, offerti da Sigismondo Arquer) quando, dopo la dismissione della secolare piazzaforte militare e l’abbattimento delle mura, i quartieri – sbozzando dai loro perimetri – si fecero veramente anime della città en marche, prima di Bacaredda e soprattutto con Bacaredda sindaco. Perché allora la mobilità ordinaria e quotidiana di migliaia e migliaia di residenti fu come veicolata e registrata, nelle direttrici e negli incroci, secondo logiche sportive e patriottiche o reduciste, teatrali e musicali, politiche e protosindacali, proprio dall’associazionismo. Il quale fu motore di modernità in questo nostro capoluogo di provincia che, per il di più che offriva – fra ospedali e studi d’avvocato, università o scuole superiori e banche, porto, Partenone e redazioni di giornale e altro ancora – seppe, allora davvero, tirare i fili delle relazioni con l’hinterland quasi prefigurando l’area vasta o metropolitana.

L’associazionismo. Già dai risorgimentali anni ’60 ma poi con migliore organizzazione dal 1890 anche quello massonico impiantò il suo cantiere, i suoi cantieri anzi, a considerare quel tanto che seppe promuovere nei comitati d’iniziativa, una volta sul piano dell’umanitarismo (metti la Croce Verde o magari il Dormitorio pubblico) un’altra su quello culturale e formativo (metti la Corda Fratres o l’Università popolare, o la Dante Alighieri)… Presente ad ogni manifestazione patriottica o democratica, con l’ostensione dei suoi labari – si cominciò nell’anno stesso della morte di Mazzini, il 1872, per accompagnare al Monumentale le spoglie di Enrico Serpieri – con gran dispetto dell’arcivescovo Balma –, se ne fece fiero vanto dalle luci di palazzo Fulgher nel luglio 1907 per il centenario garibaldino – e manifesti, proclami e corone d’alloro e di fiori, per l’Apostolo genovese o per il Generale sardizzato a Caprera, o per il XX Settembre, puntualmente ogni anno. E ancora per sostenere la proposta di una statuaria sempre a crescere, e per rinvigorire il sentimento nazionale italiano della cittadinanza: dopo Verdi (1901) e fino a Dante Alighieri e Giordano Bruno (1913), passando per Giovanni Bovio ed i quattro risorgimentali di palazzo Picchi (l’ing. Cesare Picchi, fratello dell’impresario, progettò quello e altri importati edifici in città, ed era incardinato nella nuovissima ambiziosissima Sigismondo Arquer acquartierata a palazzo Vivanet e prossima a migrare alla Marina).  

Ecco qui, dopo il quadro rapidamente costruito, le considerazioni. L’associazionismo e l’associazionismo massonico, quello storico giustinianeo e quello delle altre denominazioni di recente radicamento: con quali caratteristiche, con quale missione, con quali risultati.

L’associazionismo e le sue ragioni

Potrei semplificare, per non azzardare troppo: che cosa qualifica e distingue componente da componente? Dico naturalmente il mio parere e nulla di più, sulla base degli elementi tanto di studio quanto di esperienza, maturati nel tempo. Ma altri ben potrebbe rettificare od integrare, e certamente sarebbe utile. 

Il pensiero si volge – come per un possibile parallelo, o per sostenerci con le analogie – all’ecumenismo della pratica ora facile ora difficile, a Cagliari stessa, in quest’ultimo decennio o poco più, fra le Chiese storiche e quelle di nuovo impianto. Si considerino le comunità ortodosse che, secondo la linea dell’autocefalia loro propria, hanno, oltre la condivisa fede e la condivisa dottrina teologica, autorità di riferimento diverse ed autonome, chi nel Patriarcato di Mosca (russi, bielorussi e ucraini), chi in quello rumeno di Bucarest, chi ancora in quello di Costantinopoli: venute da noi ad arricchire non ad impoverire lo spirito pubblico e il sentimento religioso di cattolici ed evangelico-battisti di più remoto insediamento ed efficace vita sociale, ma anche di avventisti e, magari, mormoni ecc., esse sono state accolte ed ospitate e si sono organizzate. Lo spazio è largo, c’è posto per tutti. E procedono con i loro programmi catechetici, di devozione e di culto liturgico, insieme rivelando però ineliminabili scarti di “deposito storico”, di Tradizione territoriale cioè, rispetto alle comunità di antica penetrazione (che non è soltanto religiosa ma sociale).  

Spostandomi al mondo delle logge (e prescindendo dalle utilità strettamente associative), provo adesso a dirla così: condiviso l’interesse generale all’esoterismo interpretativo del soggetto-Uomo e del soggetto-Universo, sono le tematiche rituali e latamente filosofiche così come sono quelle dell’attualità civile ad imporsi negli ordinari calendari di lavoro degli ensemble di diversa derivazione e collocazione. Soltanto dei giustinianei è stata però fin qui – invero in Sardegna come in continente e in Sicilia – la frequenza o la insistenza degli approfondimenti lungo il binario “Patria-Massoneria”. Leggila in altro modo: Risorgimento e Massoneria, Stato liberale e Massoneria, Grande guerra e Massoneria, Antifascismo e Massoneria, insomma storia nazionale (nel più vasto quadro continentale) e sistema delle logge. Perché qui è stata ed è la missione prima delle logge del Grande Oriente d’Italia: non per soddisfare un bisogno neutro e forse indistinto di associazionismo, ma per rispondere ad una chiamata civile e democratica come sappiamo l’intesero, ciascuno a suo modo ma in convergenza, Cavour e Garibaldi, e Mazzini che ne fu il singolarissimo gran maestro per… cooptazione ideale (oltre cioè la formalità rituale) tante volte confermata nel nord e nel sud dell’Italia allora ancora gran cantiere di unità democratica.

Se Gramsci definì la Libera Muratoria come «l’unico partito reale ed efficace che la classe borghese ha avuto per lungo tempo», e protagonista del Risorgimento unitario, resta nei verbali delle logge e dei consigli dell’Ordine o delle giunte di governo, dei capitoli scozzesi e di quelli simbolici, e soprattutto nella pubblicistica, abbondantissima, tanto ufficiale quanto ufficiosa degli anni che, oltre la fase crispina, portarono a quella giolittiana, la considerazione che la Massoneria italiana ebbe di se stessa come puntello dello Stato liberale in apertura progressiva agli istituti di democrazia – tanto negli allargamenti del voto popolare o nell’abolizione della pena capitale (ci si ricordi di Zanardelli) quanto nella riforma della scuola – e, non senza contraddizioni, per una politica estera di alleanze anglo-francesi e per una definitiva soluzione del problema degli irredenti: così con la gran maestranza Lemmi, così con le successive gran maestranze di Ernesto Nathan ed Ettore Ferrari… Quelle stesse che, almeno per gran parte, coincidono con il magistero anche di Giovanni Bovio.

Se una sensibilità vi fu, nel Grande Oriente d’Italia nei lunghi decenni che dall’Ottocento portarono e introdussero al secolo successivo, essa fu proprio quella, se non di divenire “partito dello Stato”, certamente di farsi appoggio della stabilità degli ordinamenti e sostegno della loro evoluzione verso maggiori libertà. Ne fu prova, a pensare ora alle Forze Armate, l’impegno profuso, in campo politico e legislativo, perché non fosse negata ai militari l’appartenenza alle logge. Numerosi furono in tutto il Paese, e anche nelle logge sarde – qui almeno cento su mille, fino all’inizio del fascismo – gli uomini, di vario grado (ufficiali, sottufficiali e reclute), dell’Esercito o della Marina e corpi collegati. 

Non minore fu allora, ed ebbe anche toni missionari nel vissuto di molti protagonisti diffusi un po’ in tutte le regioni d’Italia, la sensibilità pedagogica presente nelle diverse officine della Libera Muratoria che fu quella stessa di Michele Coppino ministro dell’Istruzione pubblica, in diversi governi della sinistra storica depretisiana – del Fratello Depretis cioè (ma già aveva iniziato con Rattazzi – il Fratello Rattazzi – nella destra più aperturista). E quanto contò allora un funzionario ministeriale e insegnante lui stesso, sassarese d’origine, come Salvatore Delogu, capodivisione alla Minerva incaricato della scuola primaria (e dal 1877 segretario del Consiglio superiore di Pubblica Istruzione)… Si trattava di educare alla coscienza ed alla responsabilità d’essere italiani, non più soltanto palermitani o fiorentini, torinesi o romani, veneziani o sardi o pugliesi e campani… La scuola, innanzitutto la scuola elementare, doveva aggiungere alle piste dell’istruzione aritmetica o delle scienze naturali, quelle della conoscenza letteraria, geografica e storica, non per omologare ma semmai per dare la consapevolezza agli alunni del più largo range in cui la comunità d’appartenenza si collocava e doveva utilmente relazionare…

Segnalerei, a tal riguardo, l’ultimo o il penultimo numero di Massonicamente, diretto da Giovanni Greco, che proprio al rapporto fra la Libera Muratoria e la scuola italiana ha dedicato uno speciale approfondimento. E direi di più, volgendoci anche alle opportunità offerte dalle tecnologie – in specie televisive – in sviluppo nel secondo dopoguerra e fino ai primi anni ’60 del Novecento: quando l’Italia rurale sempre più decisamente s’avviava ad essere potenza industriale e quando le politiche governative, dapprima del centrismo quindi del centro-sinistra, seppero assorbire gradualmente ma significativamente le aree del depressivo analfabetismo allignanti così nel Veneto come in Sicilia e Calabria e Sardegna… Quando, dunque, un massone come il maestro Alberto Manzi che la mia generazione ricorda con singolarissimo affetto entrava quotidianamente nelle case sostenendo eroicamente l’impresa d’emancipazione delle nostre famiglie povere e semplici.

La Massoneria e la scuola

Ecco, la Massoneria e la scuola: la Massoneria come “partito” ecumenico – ovviamente sempre entro i fondamentali della democrazia liberale e di una spiritualità inquieta – che accompagnava lo sviluppo civile e materiale della patria, in parallelo a quello degli istituti di governo e rappresentanza.

Per i giustinianei questo era il corso ordinario, naturale, del loro lavoro. Ancora a Cagliari ed ancora lungo tutti gli anni ’60 del secolo scorso, ma ancora dopo… anni ’70, anni ’80… di tanto si trova traccia ora nei verbali (Tavole cosiddette “architettoniche”) ora nelle personali Tavole cosiddette “di tracciamento”, o tematiche. Del suo mi fece omaggio, molti anni fa, per le classificazioni del mio Archivio storico generale, uno dei leader della Comunione sarda del tempo, Vincenzo Delitala, che accompagnai allora nel suo doloroso declino presso l’INRCA cagliaritano ed alla cui tomba al Civico di San Michele sempre accompagno i massoni anziani e quelli nuovi che mi chiedono gli uni di rinnovare una memoria, gli altri di gustare una scoperta. (E allora lì è bello, ripassando i profili di fior di galantuomini, comprendere come il ceto magistrale sapeva educare all’interno i neofiti, in una gradualità che richiedeva i suoi tempi, educarli a modelli di moralità e rispetto civico, di attenzione culturale – anche nelle espressioni verbali! – e politica, al rispetto indefettibile alla Repubblica ed ai suoi istituti). 

Ecco la differenza sostanziale – positiva non negativa – fra l’Obbedienza di Palazzo Giustianiani e le altre che, valorose e meritevoli senz’altro nei loro intenti di radicamento e sviluppo, pure mancano di questo avito patrimonio morale: il che le obbliga ad andare subito ai massimi sistemi dell’uomo vitruviano ed altro – fascinosi di per sé e anzi meravigliosi com’è di tutta evidenza – o alle suggestioni dei rituali delle più antiche e lontane religioni misteriche… ma sempre… bypassando la realtà storica, o storico-politica, che ci ha fatto quel che siamo oggi noi come comunità nazionale nel maggior raggio europeo e nel cuore del mare mediterraneo, interetnico, interreligioso, interculturale, certamente interpolitico. Realtà storica o storico-politica, la nostra, la cui tematizzazione conserva una sua permanente attualità. Basti soltanto pensare agli attentati, ancora relativamente recenti, alla unità della patria, proprio sul piano giuridico-territoriale, quali furono ipotizzati e predicati come sante virtù dai leghisti della Padania, dell’ampolla dell’acqua del dio Po e di quant’altro corredo ideologico con bandiere e stracci (e come, qui in Sardegna, avvenne con le insulse predicazioni nazionalitarie/nazionaliste, oggi sovraniste magari all’incontrario, del “nos sardos, bos italianos”).

Per questo, per la consentaneità italiana secondo l’ispirazione che l’indimenticato presidente Ciampi – europeista e mille volte antisovranista perché mazziniano – ancora due decenni fa illustrava e proponeva a tutti e in specie ai ragazzi delle scuole incontrati, lungo il suo settennato, in tutte le province del Paese – Risorgimento, Resistenza antifascista, Costituzione –, per questa consentaneità unificativa dei giustinianei, e non importa se elettori socialisti o liberali, riformisti o radicali, repubblicani o sardisti o di neoformazioni comunque richiamantesi alle consolidate scuole del pensiero politico continentale – ancora riusciva (spero riesca) al Grande Oriente d’Italia di procedere nella sua missione anticonvenzionale, anticonformista, in direttrice contraria ai pervadenti disvalori della società liquida, come prima era avvenuto contro le fratture del cosiddetto pensiero debole.

Come società di Tradizione – etimologicamente tradizione da “tradere”, da “portare a nuovo”, da “consegnare”, tutto il contrario della musealizzazione dunque! – la Libera Muratoria italiana costituiva (costituisce?) tanta parte della “memoria” della patria in formazione e della patria formata, della patria nelle cadute, della patria nelle costrizioni fasciste perfino, della patria nuovamente però in risalita e ricostruzione, fino ai nuovi scenari della modernità tecnologica, economica ed anche, naturalmente, politico-istituzionale (con il regionalismo interno e con le parziali devoluzioni di sovranità agli organismi sovranazionali). Memoria e testimonianza: così, singolarmente, nel nostro Paese tanto segnato, nel tempo, dalle turbative guelfe dello stato pontificio e poi della prolungata autoestraneazione dei cattolici dall’elettorato e dalla rappresentanza, ed infine dalle complicazioni della dittatura (e dal duumvirato fascismo-Chiesa nel ventennio, fino alle leggi razziali e alla seconda guerra mondiale). Memoria e testimonianza: sì nei suoi numeri modesti, quasi irrilevanti, ma con un portato morale invidiabile… impreziosito dall’esilio quasi ventennale in terra francese, impreziosito forse anche dalla riflessione autocritica circa una impropria debolezza, nei primi anni ’20, verso l’arrogante e volgare minaccia fascista. Memoria e testimonianza: come mi pare di dover, sempre più spesso, affacciare come campo nuovo di lavoro in sviluppo delle storiche campagne di libertà, oggi sul campo appunto della ricerca scientifica, davanti ai nodi della bioetica che si presentano alla umanità (dal testamento biologico alla fecondazione assistita, al suicidio assistito… Mai per dire sì o no, come un pacchetto chiuso, ma per sostenere l’approfondimento argomentativo di tutti i sì e di tutti i no, in una immersione tutta umana nel gran mare delle complessità). Oppure oggi sul campo, non meno problematico e complesso e complicato, delle migrazioni massive dal mondo povero a quello opulento: per capire ragioni e dinamiche, per intervenire con politiche integrate e sovranazionali che abbiano in sé il senso della storia e sappiano considerare ad un tempo aspetti economici ed aspetti culturali-religiosi (si pensi soltanto all’impatto con certa cultura islamica importata in un occidente a sempre più bassa consapevolezza delle sue origini giudaico-cristiane e della sapida compresenza di minoritarie componenti ereticali e/o illuministe).

Soltanto domande

Il fenomeno anti-Bovio scoppiato a Cagliari degli scorsi mesi (e forse anni) è tutto qui. E’ nella perdita dell’anima di chi, in questo francobollo del mondo che è la Sardegna, ha assaltato il monumento senza comprenderne il significato più intimo, per il quale non occorre grande cultura ma grande cuore. E il grande cuore può battere, e spesso soprattutto lì batte, nel petto delle persone semplici ma leali e trasparenti, di una sola parola. Quelle che sanno vedere l’ “oltre” e lo sanno meditare macerandolo nelle lezioni dell’esperienza personale e collettiva. Come in una chiesa davanti al crocifisso, ad un simulacro della Vergine Maria o di un santo, magari un santo locale – metti fra Nicola da Gesturi – con il quale si erano condivisi, nella varietà dei tempi, un luogo ed i colori del suo cielo, il caldo del giorno e la godibile frescura della lunga sera, ed uno scenario ora pieno ora vuoto fra strade e palazzi, il passo fra alture e discese, sì anche a Cagliari, anche nel centro di Cagliari… E penso adesso a quel certo negozio di telerie di Mario Lai, nella via Manno, a pochi passi dalla chiesa di Sant’Antonio abate ed oratorio della Madonna d’Itria, in cui quel certo giorno di novembre giunse la notizia che la Questura aveva preparato una perquisizione alla casa massonica di via Barcellona 29-31: lui, il titolare di quella fortunata licenza commerciale che era il figlio nientemeno che di Agostino Lay Rodriguez e anche il “doppio” segretario della sezione repubblicana e della loggia Sigismondo Arquer (che allora contava più monarchici che repubblicani), aveva quindi di tutta fretta organizzato il clandestino trasferimento delle carte – 35 anni di verbali, di atti, di corrispondenza della sua officina scozzese – e forse anche di qualche quadro appeso al muro. Bovio non lo aveva, né lo avevano potuto prelevare e salvare, neppure Carducci e Garibaldi forse, di loro non avrebbero immaginato il sequestro. E meno ancora avrebbero potuto immaginare la distruzione materiale (per mano o piccone di vandali) dell’altro Bovio, quello di marmo bianco collocato dai giovani e loro compagni di fede nello square tutto alberi, lo square che nel secondo dopoguerra sarebbe stato ribattezzato, a risarcire la memoria delle troppe vittime della dittatura, a Giacomo Matteotti. 

E’ mancato il cuore grande in chi ha spupazzato Giovanni Bovio modellato in quel gesso pesante oltre un secolo fa da un nostro giovane artista cagliaritano, cagliaritano e massone ventenne, cresciuto alla scuola romana di Ettore Ferrari: Giuseppe Boero. Che questo non l’abbiano capito i dignitari che GOI che hanno stoltamente, con penosa prova di miopia, alzato barricate in difesa dello scempio è il dolore maggiore, di cui fatico a rendermi conto. Perché è la loro stessa responsabilità istituzionale ad essere stata travolta dalla incapacità di comprendere il portato valoriale in gioco, in ciò contraddicendo radicalmente il senso più elementare della propria personale militanza di servizio (non di comando): nella perdita dell’anima si rischia, per il cattivo esempio di quelli che pur dovrebbero, per anzianità od esperienza o responsabilità dignitaria, custodire come un tesoro quanto ricevuto da chi li ha preceduti (direi ci ha preceduti) ed ha faticato per noi, di essere travolti tutti quanti, di smarrire e forse abbattere i più valorosi: con quale vantaggio? con quale vantaggio che superi la misura del tempo breve che è dato alla nostra vita di umani? quale testimonianza nostra potremo lasciare, in questo punto dell’universo che è Cagliari, accanto a quella da chi, come Mazzini e come Bovio, come Asproni e come Alberto Silicani e quanti altri con lui delle logge sarde, e, nel grande scenario del mondo, come Salvador Allende ancor di più offeso dalle ultime malefatte, ha lasciato un segno, un modello di rigore morale, democratico e patriottico? 







Annoto tali riflessioni mentre i telegiornali e la stampa riferiscono delle prepotenze del bielorusso Lukashenko, e nella protervia dell’errore – proprio quello che la teologia chiama “peccato contro lo Spirito Santo”, che ha una declinazione laicissima nell’avversione alla evidenza cioè! – scorgo una comune origine e natura: un egotismo fuori forma e misura. D’altra parte è l’intera millenaria storia umana che dimostra una evoluzione verso campi sempre più larghi di libertà. Non senza contraddizioni e rallentamenti e perfino temporanei arretramenti, ma lo scontro è sempre fra la virtù e la vigliaccheria o, al meglio, la paura inconfessata. E Lukashenko presto o tardi sarà sconfitto, Putin non sarà annoverato fra i grandi della storia, e da noi… Bovio uscirà dalla tenzone più glorioso di prima e chi oggi non ce la fa a veder chiaro, né si risolve a dimettersi per incapacità, troverà qualcuno ad addebitargli confusione e codardia d’oggi.

(Mi permetto, in questo breve angolo personale protetto dalla parentesi, un cenno appena a quanto mi dicono esser stata una accusa rivoltami, in assenza, di… sicariato mercenario. Mi è occorso di accompagnare a morte quattrocento – quattrocento! – ragazzi e giovani pressoché allora miei coetanei, negli anni, lunghi anni, in cui quotidianamente vivevo la vita delle comunità, delle carceri e degli ospedali, tanto più nel reparto dei malati di Aids, quando anche finii querelato davanti a un giudice per aver difeso la causa dei senza difesa: credo di avere maturato in me, nella sedimentazione giornaliera delle esperienze, nette distinzioni fra ciò che vale e ciò che non vale. Ogni accusa di venalità perde sostanza ai miei occhi. Né, battendomi per l’onore di Bovio, ho paura della solitudine: ho vissuto sempre fra minoranze, e spesse volte solitudine nelle minoranze. Ma pur qualcosa dovrà voler dire l’educazione ricevuta in casa e il buon esempio dei miei indimenticati maestri). 

Società di Tradizione nel mondo nuovo

A questa rapida ricostruzione e a queste ultime amare considerazioni e domande mi ha portato, per combinazione sì lessicale ma anche morale ed etico-civile quel motto latino che accompagnò, nella stagione dei fervori cui ho accennato all’inizio, l’innalzamento delle simboliche Colonne fiorentine della n. 881 così come, poco meno di cento anni prima, quello delle Colonne fisiche, di pietra, al Verano della capitale per accogliere le spoglie onorate di Giorgio Asproni: Frangar non Flectar. E fu Bovio – ha raccontato l’amico e Fratello indimenticato Lello Puddu, così alla vigilia della propria giovanile iniziazione genovese, sessanta e più anni fa – a volere quel distico che valeva come il giusto profilo d’un uomo integro. Bovio, chiamato tante volte, in futuro anche in Sardegna – per Vincenzo Bruscu Onnis e Giovanni Battista Tuveri ed Efisio Marini – a celebrare per i posteri la fecondità d’una memoria, non mancò già quella volta di mostrarsi pronto ed all’altezza. Bovio e Asproni!




Trascorrendo questi scorsi giorni ferragostani con i libri, nell’eremo in cui sto cercando di dare corpo, con le pagine ma anche i pannelli grafici e fotografici, alla storia della statuaria civile cagliaritana nell’era bacareddiana e ad uno stradario massonico che, se saprò completarlo, ho la sensazione mostrerà qualche sua originalità… nazionale (nel suo campo ovviamente), mi è occorso di recuperare molte carte che registrano la relazione di Giovanni Bovio con i sardi, giusto ad iniziare con Giorgio Asproni del quale fu l’ideale continuatore, in Parlamento, nelle file dell’opposizione repubblicana, dal 1876. Frangar non Flectar un’altra volta ancora, un motto che ben potrebbe anche applicarsi a lui stesso, a Bovio come ad Asproni.

Tito Orrù e Carlino Sole sintetizzando, in una nota del Diario politico del gran Bittese, la biografia di Giovanni Bovio hanno scritto: «Durante gli ultimi anni della sua vita Asproni ebbe a Napoli frequenti contatti politici col Bovio».

La nota spiega un passaggio del Diario, quello datato da Roma – Roma finalmente capitale! – il 18 febbraio 1874: «Il Ferrari è rigonfio delle lodi da me scritte sul suo libro La Filosofia della Rivoluzione. Non v'ha dubbio che è uomo d'intelligenza superiore; ma io vedo i Lombardi inclinare quasi tutti al materialismo. Le mie corrispondenze al Pungolo sono lette a Napoli e nella Camera. I giudizi imparziali piacciono. Il Bovio m'invita a collaborare in un giornale repubblicano che si vuole stampare in Napoli. Io velo infervorerò: ma mi riserverò di prendere impegno al lavoro».




M’è capitato, tempo fa, di trovare la lettera (purtroppo senza data) cui fa riferimento il diarista. Eccola, ed eccoli a dialogo Bovio ed Asproni: 

«Napoli San Giovanni Maggiore 24

«Riverito e nobile Asproni,

«Dicesi da tutti ch’Ella scriva da Roma la bellissima corrispondenza al Pungolo, la quale fa la fortuna di questo giornale. Se mettiamo noi giornale repubblicano e durevole non vorrà scriverla per noi? Non oseremmo spezzarla, come spezzata pareva, forse per ragioni astiose, quella di poche sere addietro, la quale cominciava con la Filosofia del Ferrari e saltava alle cose della Camera.

«I patriotti più liberi La riveriscono e mi creda sempre Suo devotissimo Giovanni Bovio». 

Bovio nel “Diario” di Asproni

E’ un campo ancora da esplorare questo dei rapporti fra Giovanni Bovio e Giorgio Asproni (che ebbe ripetute residenze napoletane, alla direzione de Il Popolo d’Italia e perfino in uno stallo del Consiglio comunale!), così come quello d’amicizia e frequentazione con altri sardi – in specie col Marini (di cui fu assiduo a Napoli e compagno di soccorso, entrambi inquadrati nella Croce Bianca, al tempo della epidemia colerica). E mettendo questo con quel che si sa delle relazioni con i giovani repubblicani e radicali (e socialisti) di Cagliari, si potrebbe spiegare del perché e del come sia andata sviluppandosi da noi, prima della Massoneria e poi con la Massoneria e il suo specifico, la condivisione di idealità fra il filosofo di Trani e la Sardegna. Includendo nel novero anche i sassaresi, Gavino Soro Pirino per primo e magari Enrico Berlinguer, Pietro Satta Branca, Pietro Moro, Giuseppe Ponzi, chissà forse anche Giuseppe Castiglia e Antonio Zanfarino, ecc.

Annota Asproni, a Roma, lunedì 10 giugno 1874: «Il Prof. Giovanni Bovio mi ha scritto gentile invito per intervenire al banchetto che la democrazia napoletana dà al deputato Felice Cavallotti. Da Domenica lo differirono al 3 Giugno nella speranza che io c'intervenissi. Mi sono scusato con una lettera molto cortese. Nella Camera è stata approvata la legge anco sui porti del Mezzogiorno…».

E domenica 4 luglio 1875, in una sosta a Salerno, allargando lo spettro delle sue considerazioni: «Sono venuto per l'anniversario di Carlo Pisacane. Ho trovato nella stazione di Napoli Giovanni Nicotera col fratello Pasquale e con la famiglia tutta. Avevano un salone vagone, e per forza mi obbligarono ad andare con loro. C'erano i deputati Colonna di Cesarò, La Cava e Vastarini-Cresi. C'era l'Avvocato Verratti, il Bovio ed altri. Non parlo di ciò che si è fatto qui: domani farò pubblicare una lunga mia relazione sul Pungolo di Napoli. Alfonso Origlia gridava a perdita di fiato: «La Monarchia rovina l'Italia. Di sua natura è sempre maligna e divoratrice». Gli umori qui sono democratici. Anzi i repubblicani stessi hanno timore dei progressi che fa l'internazionalismo. Fra breve saranno invero formidabili».

E, a Napoli, venerdì 21 aprile 1876, nove giorni soltanto prima della morte: «Tornato a casa mi sono messo a letto, perché la tosse mi molestava di molto. Stassera ho avuto la visita di Matteo Imbriani. Egli mi ha detto che l'esistenza del giornale L'Italia degli italiani è assicurata per un anno. Ci lavoreranno Zuppetta e Bovio. Voleva che io ne assumessi la direzione: mi manca il tempo, e le forze non bastano. Gli ho promesso una corrispondenza-articolo per settimana. Matteo Imbriani è pieno di coltura e d'intelligenza. Ora è ardente repubblicano. Crescerà il numero dei partigiani del governo a popolo, or che la Francia consolida la sua repubblica, e le Monarchie cogli atti loro e con le scostumatezze si discreditano».

Si tratta di annotazioni fugaci, episodiche, di quanto la memoria ha fissato, a fine giornata, in quanto all’evento. Il più, la sostanza delle cose cioè, entra nella corrispondenza e negli articoli di giornale. Ed è lì che bisognerà cercare. Fortunatamente la ricerca è in corso ad opera di diversi studiosi. E seppure sia da dirsi che se fra Asproni e Bovio ci fu come un ideale passaggio della staffetta parlamentare – l’uno cessò nel 1876, l’altro nel 1876 esordì a Montecitorio – certo la residenza napoletana, in alternanza con quelle genovese e torinese, fiorentina e romana, di Giorgio Asproni creò numerose circostanze di collaborazione fra i due leader democratici, l’anziano e il giovane.

I maestri massoni nati opinion leader

Nei limiti delle mie capacità s’intende, ho cercato di portare il discorso, o il confronto di idee, sui dati basilari della storia da cui tutti sorgiamo e cui tutti siamo stati educati, chi nella politica come me chi in altre coordinate associative come gli (incompresi) avversari di Bovio oggi. Ho cercato di prospettare idee che potessero, con argomenti non fumosi, dove il tutto vale nulla e il nulla vale tutto, centrare la nostra coerenza fra il dire e il fare. Si sa che gli inquisitori di un tempo lontano, quelli che consegnavano al braccio secolare i corpi vivi da bruciare in pubblico per… pubblica purificazione, indottrinavano la scena con parole del Vangelo chiare e solenni, ma di cui avevano rovesciato il senso.

Io non so se avrei la tempra di Sigismondo Arquer e se saprei scrivere una mia Passione, come lui fece nei lunghi anni di detenzione prima del sacrificio estremo. O la tempra di Giordano Bruno. O quella dei coraggiosi, anche giovani e giovanissimi, che per l’idea dell’Italia unita, prima ancora che dell’Italia repubblicana, nel risorgimento avevano offerto la loro età e la stessa vita: fra essi Goffredo Mameli figlio di cagliaritano e di remote origini ogliastrine, per il quale undici anni fa chiesi al vescovo di Lanusei di promuovere un solenne pontificale con tutti i presuli della Sardegna, per impetrare il perdono alla Chiesa fattasi carnefice, a Roma, con le armi dei francesi di Luigi Napoleone in quel drammatico giugno e luglio 1849. Non so se avrei la tempra degli antifascisti, anche di quelli sardi e cagliaritani, anche di quelli che frequentavano la loggia intitolata al santo nome di Sigismondo Arquer, e pagarono ogni prezzo, come i miei fratelli repubblicani non massoni Cesare Pintus e Silvio Mastio allora ancora giovanissimi…

Ma non mi è chiesto nessun sacrificio eroico, mi è chiesta soltanto la dignità della coerenza fra il dire e il fare, fra il dire in privato e il dire in pubblico. E in circostanze minori, direi minime. Perché tradire anche questo piccolo atto fiduciario o non onorare questo piccolo spazio fiduciario?



Nel mio La squadra e il compasso. La Massoneria in Sardegna, storia e cronaca, presentato ora sono sette anni proprio a palazzo Sanjust (dove un lustro prima avevo portato il busto di Giovanni Bovio, ancora fortunatamente custodito da Franco Turco in quel di Quartu e dove, nell’occasione del centenario bruniano a Cagliari, allestii una mostra delle bellissime caricature – artistiche caricature! – massoniche della belle époque), ho ricordato quel certo documento che nel 1865 circolò per la città, ostile alla loggia ancora simbolica (sarebbe diventata scozzese due anni dopo): la Vittoria, quella stessa celebrata dal marmo del Ricovero di mendicità che avrebbe menzionato i suoi benefattori e ben visibile ancora oggi. Ostile e prima ancora ingeneroso quel foglio che dovette passare di mano in mano come i famosi “goccius” dello stesso periodo e di mano sodale certamente. 

Il volantino chiamava la Vittoria “Loggia Massonica degli Amici in Cagliari”, di rito scozzese e “Uffizio nell’antico Spedale S. Antonio”, e la qualificava con espressioni tanto eccessive quanto incredibili: «desiderosa di tutto sconvolgere, e, affettando filantropia, contrafacendo in sacri riti e obbligandosi a orrendi giuramenti, di spargere la corruzione, di innovare ogni cosa intorno a religione, leggi usi e costumi, e di formare una Società affatto nuova e tutta a pro degli Amici (una vera Camorra!)». Elencava poi, con le funzioni espresse in lingua francese, i nomi costituenti l’organico dell’ensemble ancora compatto dopo il ritorno del fondatore De Lachenal in Piemonte e l’affidamento del suo Maglietto a Smeraldo Scannerini, un medico militare in forza all’ospedale castrense del capoluogo.

Scorrendo quel piedilista emerge come, nella città del tempo – Cagliari aveva da poco superato i 33mila residenti ed era ancora ingessata nei suoi quattro quartieri –, avevano dato la loro adesione alla Libera Muratoria, e al suo programma politico-obbedienziale, professionisti di massimo livello (naturalmente nel campo delle idealità liberali), banchieri e medici, avvocati e impresari, consiglieri comunali e professori. La società classista di metà Ottocento aveva dettato, qui come e più che altrove, le sue indicazioni e la comunità rituale dai ceti borghesi e di alta istruzione prendeva i suoi artieri che dovevano essere, nel frangente storico, degli “opinion leader”. Nel giornalismo e nella accademia, nella economia e nel variegato mondo professionale, essi dovevano educare e organizzare le forze intellettuali e civiche a pro del disegno governativo: patria unita e ordinamenti liberali, una sola politica estera e militare, una sola politica interna ed economica, un solo sistema giudiziario e fiscale… Impresa storica.

E’ chiaro che la graduale democratizzazione di quella società elitaria avrebbe allargato l’area delle adesioni o delle cooptazioni, e in questo – bisognerebbe dire – la Massoneria, non soltanto quella italiana, sarebbe diventata sempre più corporazione sociale interclassista, meglio realizzando la sua vocazione di trasversalità non soltanto politico-ideale (entro i fondamentali di un liberalismo democratico) ma anche, appunto, sociale.

La società di massa quale noi siamo diventati adesso e già ormai da svariati decenni, ha posto e pone problemi ulteriori e nuovi circa l’aggiornamento delle regole proselitistiche. Ma niente ha mai cambiato, né lo avrebbe potuto, quella missione comunionale che deve incorporarsi nei singoli, in ogni militante: e che si traduce, a dirla in breve, nella consapevolezza che ogni atto della cronaca è costruzione di storia. L’azione civile è mossa, per un massone, da un’ansia religiosa, l’ansia della costruzione, l’ansia della ricapitolazione dei lasciti aviti cui si dà nuovo futuro. 

La domanda quindi è la seguente: sono, siamo, i liberi muratori di oggi – con tessera o senza tessera – opinion leader nel fare esemplare, nel fare morale, nell’argomentare con carità e però sempre insieme severità non nell’eludere ma nello “stringere” la materia del confronto di idee? Il Tempio non è il bar, il qualunquismo e il fascismo comunque declinato, la fiamma tricolore (degli epigoni del duumvirato e di Salò) oggi ardente fra i simboli dei partiti al voto, sono l’esatto contrario, rozzo e volgarissimo, dello spirito secolare della Libera Muratoria.     




Fonte: Gianfranco Murtas
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Primo Battaglia

23 Ago 2020

Sarebbero poi gradite delle scuse formali del GOI verso il giornalista Gianfranco Murtas, nonché la sua piena "riabilitazione". Fa sorridere, certo, esprimerci così, perché sembra esserci trasformati in una specie di dittatura sudamericana, ma questo è quanto nella scellerata estate cagliaritana targata 2020.

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Primo Battaglia

23 Ago 2020

Aggiungiamo che della nostra corrispondenza con la email difesa@centrobovio.org è stata messa a conoscenza anche la Segreteria di una Loggia di Cagliari (per fatti non inerenti alla vicenda). La quale è quindi informata, come lo siamo noi, che una comunicazione riservata al Gran Maestro, inoltrata a maggio da Cagliari, ha circolato fuori dal GOI. Preghiamo il Maestro Venerabile di questa Loggia di riferirne al Presidente del Collegio. Di modo che possa essere avvalorato quanto da noi riferito.

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Primo Battaglia

23 Ago 2020

Precisazione in merito all'articolo di oggi su L'Unione Sarda. Il Gran Maestro Stefano Bisi afferma di escludere che il Presidente del Consiglio delle logge locali possa essere l'autore delle vignette su Bovio. Lo registriamo ma segnaliamo di aver ricevuto, nei giorni scorsi, comunicazione dalla email difesa@centrobovio.org di una comunicazione a lui riservata, ma inoltrata anche al Collegio sardo, datata 21.05.2020, in cui alcuni Fratelli, altri dal sodalizio da noi costituito, facevano riferimento, denunciandoli, con nomi, cognomi e dignità ricoperte agli stessi fatti da noi successivamente segnalati. Quindi presumiamo si sapesse che L.P. è attualmente il Presidente del Consiglio dei Maestri Venerabili di Cagliari! Al di là di un erroneamente indicato, nell'articolo, "Collegio di Cagliari", che effettivamente non esiste trattandosi di un "Consiglio". Ora, a quattro mesi dalla segnalazione, dice che lui non può fucilare nessuno. Bene, nessuno vuole spargimenti di sangue, ci mancherebbe. Ma un provvedimento nei confronti dell'autore dello scempio, no? Abbiamo provveduto ad inoltrare a L'Unione Sarda il testo della comunicazione di maggio oppurtunamente oscurato nei nomi ed in parti non di interesse per la vicenda. Vedremo se basterà a convincere tutti noi che non basta togliere la parola "razza" dalle Costituzioni, ma serve poi intervenire volta per volta a fare ordine dove questo viene sovvertito. E domandiamo, se L.P. si dimettesse urgentemente da ogni dignità ricoperta in seno alla Comunione? Per noi sarebbe finita ogni ulteriore rivendicazione ed il Gran Maestro liberato da questo grave imbarazzo.

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