Gianfranco Murtas

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Con Bovio, onore oggi a Salvador Allende e ai nostri liberi muratori cagliaritani, per la democrazia, contro il rozzo qualunquismo (2 parte)

di Gianfranco Murtas


«Serenissimo Gran Maestro della Gran Loggia di Colombia, cari Fratelli del Supremo Consiglio, alti dignitari dell’Ordine, cari Fratelli tutti: 

«guardando indietro, all’inizio della mia vita, ricordo che non ottenni con facilità il diritto a essere membro della Gran Loggia del Cile, perché ero stato uno studente ribelle. E se insistetti nel bussare alle porte della Rispettabile Loggia Progreso n. 4 di Valparaiso, lo feci con profonda convinzione e possedendo i principi massonici inculcati nella nostra famiglia da mio padre, il caro Fratello Ramon Allende Padilla Huelvo, che fu Serenissimo Gran Maestro della Gran Loggia del Cile e fondatore della Loggia le cui porte si aprirono per me in Valparaiso, essendo la stessa la seconda Loggia nel Paese.

«Avevo piena coscienza che l’Ordine non è né una setta, né un partito, e che sgrossando la pietra grezza ci si prepara per agire nel mondo profano. E che è obbligo dei massoni agire nel mondo profano sulla base dei principi permanenti della Massoneria. È per questo, e non per ringraziare (dato che credo che questo termine sia improprio tra fratelli) ma piuttosto per testimoniare sul contenuto generoso delle parole del Sovrano Gran Commendatore e del Serenissimo Gran Maestro, che vorrei ricordare la notte della mia Iniziazione, quando per la prima volta, ascoltando il Rituale, udii che “gli uomini senza principi e senza idee ferme, sono come le imbarcazioni che, una volta rotto il timone, si sfasciano contro gli scogli”.

«Appresi anche che nel nostro Ordine non ci sono gerarchie di natura sociale né economica. Fin dal primo momento divenne dunque più forte in me la convinzione che i principi dell’Ordine, proiettati nel mondo profano, potevano e dovevano essere un contributo al gran processo rinnovatore che tutti i popoli del mondo cercano di effettuare, specialmente i popoli di questo Continente, la cui dipendenza politica ed economica accentua la tragedia dolorosa dei paesi in via di sviluppo.

«Per questo, ed essendo sicuro che la tolleranza è una delle virtù più profonde e solide, in tutta la mia vita massonica, che è già arrivata ai 33 anni, nelle Tavole presentate alle diverse Logge della mia patria ho sempre insistito sulla sicurezza, per me certa, che potevo coesistere nei Templi con i miei Fratelli, anche se per molti era difficile immaginare che questo fosse possibile per un uomo che nella vita profana dice pubblicamente di essere marxista. Questa realtà compresa nelle Logge, fu incompresa molte volte nel mio partito. Più di una volta nei congressi del partito fondato nientemeno che da un Ex Serenissimo Gran Maestro dell’Ordine Massonico del Cile, Eugenio Matto Hurtado, fu discussa l’incompatibilità tra l’essere massone e socialista.

«È più dura l’intolleranza nei partiti politici. Sostenni il mio diritto a essere massone e socialista allo stesso tempo. In questi Congressi dissi pubblicamente che qualora si fosse accettata questa incompatibilità, avrei abbandonato il partito come militante, anche se non avrei mai smesso di essere socialista in quanto a idee e principi. Allo stesso tempo sostenni che il giorno che nell’Ordine si fosse accettata l’incompatibilità tra le mie idee e la mia dottrina marxista, e l’essere massone, avrei abbandonato le Officine, convinto che ivi la tolleranza non era una virtù praticata. Ho potuto vivere questa realtà (essere marxista e massone, n.d.t.), e credo di poter offrire ai Fratelli della Gran Loggia di Colombia solamente una vita leale ai principi dell’Ordine, dentro l’Ordine e nel mondo profano».



È l’incipit del discorso che Salvador Allende, presidente della Repubblica del Cile, tenne alla Gran Loggia colombiana nel 1971.

Una prima riflessione

Nei giorni scorsi mi è capitato di dover pubblicare un osceno montaggio, risultato del fare di menti malate, in cui si vedeva il volto di Giovanni Bovio, già grande oratore del Grande Oriente d’Italia e parlamentare, per un quarto di secolo leader del repubblicanesimo orfano di Giuseppe Mazzini, nel novero degli alti ufficiali complici di Pinochet il golpista e politicamente assassino del legittimo presidente cileno. Il quale preferì darsi la morte nel palazzo assediato dai militari rivoltosi, piuttosto che cedere alla infame prepotenza. Come un eroe antico. Direi: come dopo di lui monsignor John Joseph, quel vescovo cattolico pakistano che nel 1998 si dette pure lui la morte come protesta estrema e disperata, e testimoniale, per la condanna capitale comminata ad un giovane cristiano accusato di blasfemia secondo certi canoni fondamentalisti dell’islam nel suo paese.




Una oscenità quel montaggio fotografico che, messo insieme a un’altra gran quantità di immagini di pessimo gusto, direi volgari e di umorismo zero, in altri tempi avrebbe indotto ad una procedura d’urgenza per sanzioni nette a pro della onorabilità della istituzione d’appartenenza. Nel caso, il Grande Oriente d’Italia oggi affidato in Sardegna a dignitari che assai poca contezza hanno delle testimonianze passate – delle testimonianze più che delle glorie retoricamente e di frequente richiamate per salmodiare il vuoto. Testimonianze di purezza ideale e di sacrificio personale, insensibili ai colori e alle dimensioni dei grembiuli ricevuti e considerati simboli, oltreché del lavoro, della responsabilità associativa e pedagogica piuttosto che del potere: di un potere che è sempre e soltanto di cartone, che s’affloscia dopo una santa pioggia ed è poi da buttare.

È ancora storia recente, mi dicono in molti, l’impegno profuso dal gran maestro Bisi per la pubblicazione in lingua italiana di un libro illustrativo della figura massonica del presidente Allende, eppure un dignitario dello stesso Grande Oriente d’Italia, già onusto di cariche a Cagliari e con nuovi pubblici riconoscimenti dai funzionari (tali purtroppo si sono rivelati) intermedi – nel suo ambito papa Francesco li avrebbe chiamati “funzionari del sacro”, atei dentro, nonostante appunto dimensioni e colori dei paramenti indossati – la combina così clamorosa. 

Io non sono socialista e tanto meno marxista come Allende, sono un repubblicano azionista e mazziniano, lamalfiano e ciampiano (ove si vogliano trovare categorie di riscontro immediato nella storia nazionale corrente); né ho la tessera di una nobilissima comunione umanistica quale è il Grande Oriente d’Italia, che ha inscritto – in quanto corporazione civile e nella testimonianza personale di innumerevoli dei suoi – infinite benemerenze nella storia del paese e che ho amato fin da ragazzo. Da cui molto ho ricevuto ed a cui molto ho cercato di restituire. Sodalizio che anche dai suoi errori, come fu per le incertezze degli anni 1919-1923, ha saputo imparare nel tempo. 

Sempre ho consigliato di leggere e rileggere – sarebbe un esercizio di cultura importante (forse necessaria) per le logge d’oggi! – balaustre e allocuzioni del gran maestro Guido Laj, di sangue cagliaritanissimo, diffuse fra il 1945 ed il 1948, alla ripresa dei lavori massonici dopo i quasi due decenni di esilio francese dei vertici obbedienziali e del Rito Scozzese (allora avevano continuato ad essere orgogliosamente mazziniani quei vertici: Leti, Meoni, Chiesa…, come mazziniani erano quegli altri promotori della Lega dei Diritti dell’Uomo associata alla Concentrazione antifascista parigina… E quanti di loro, nella propria vita professionale e pubblica, ebbero rapporti importanti con Cagliari, da Eugenio Chiesa al prossimo gran maestro Alessandro Tedeschi! Sicché quando mi dicono che nelle logge cagliaritane giustinianee sta crescendo il numero degli elettori della parafascista fiamma tricolore penso a questo come a una bestemmia: ignoranti e inconsapevoli che non conoscono una riga della storia della Libera Muratoria italiana nella quale pure hanno chiesto di essere accolti, né hanno un grammo di consapevolezza di quanta fatica abbia comportato la difesa dei valori della democrazia in contingenze così estreme e così prolungate!). 

Ogni gran maestro ha saputo incidere il proprio nome in una catena di benemerenze facilmente riconoscibili – e fra essi è, dopo Laj, un altro sardo, Armando Corona – com’è ampiamente documentato nel bellissimo e recentissimo libro Gran Maestri d’Italia 1805-2020, uscito a cura di Giovanni Greco, e cui pure io ho collaborato.  

Ma in questi ultimi mesi in cui il caso Bovio che è diventato il caso Allende, dopo esser diventato il caso Mattarella e Napolitano e Fico, il caso irrisione della ritualità hiramitica, il caso del turpiloquio come mezzo ordinario di comunicazione, ecc. è scivolato sotto l’occhio del gran maestro derubricato da qualcuno (a Cagliari) come innocente “goliardata”, si è dovuto constatare che un certo meccanismo virtuoso – virtuoso perché selettivo – si è inceppato: e quel che non si è capito – colpa grave, gravissima – è che un difetto della Massoneria nazionale, della maggiore Obbedienza liberomuratoria italiana, costituisce problema non soltanto nell’ambito fraternale o associativo che dir si voglia, ma in quello propriamente civile, perché la Massoneria del Grande Oriente d’Italia costituisce patrimonio morale della nazione degno di ogni vigilanza, come quel Palazzo Giustiniani che fu vigilato dalla guardia armata negli anni degli assedi fascisti. Quando anche il nostro Melkiorre Melis, giovanissimo, partecipava a quei picchetti. 

(Ragion per cui, lo dico en passant, meriterebbe la Massoneria la restituzione – come peraltro già concordato in più occasioni, in ultimo con l’indimenticato e autorevolissimo presidente Giovanni Spadolini – di uno spazio in palazzo Giustiniani per l’allestimento del museo storico destinato ad essere davvero anch’esso “patrimonio nazionale”!).

Mi trovo qui stretto ad annotare di materie nobili e di materie vili, e ne sono – lo confesso – stravolto, stanco e stravolto, mi sembra tutto surreale. Per puro dovere civico ho dovuto informare, in specie per il tanto che li ha riguardati con l’irrisione da parte di uno sconclusionato, e come peraltro annunciato un mese prima, il presidente della Repubblica prof. Mattarella e già quello della Camera dei Deputati on. Roberto Fico: dalla medesima regia collocata nell’austera basilicale sala dei ritratti dei gran maestri e degli altri decori d’arte di un palazzo Sanjust donato, a suo tempo, alla Fratellanza massonica cagliaritana da Vincenzo Racugno e sverginato con uno stupro indecente e fattosi perfino di gruppo!! con complicità inenarrabili –, era venuto l’insulto a Giovanni Bovio… complice di Pinochet.

Avvertita la procura della Repubblica per l’oltraggio alle cariche dello Stato repubblicano, avevo anche informato, relativamente al nobile ghigno fallico ancora presente in fb in una pagina che compresentava Bovio bendato nella falsa bandiera dei quattro mori (e finalmente cancellato meno di una settimana fa!), la polizia postale. 

Non conoscendo la veridicità dei rapporti informativi al gran maestro Bisi da parte dei dignitari locali, ho naturalmente informato anche lui, che ho letto esser stato destinatario da mesi di segnalazioni varie al riguardo, ma senza conseguenze, senza provvedimenti disciplinari, senza neppure vaghe verifiche… con il misfatto che si dilatava. Ad ognuno il suo.

Testimonianza Alberto Silicani

Ma, dicevo, materie vili – queste di fascistelli senza cervello che giocano con il turpiloquio e gli scempi fotomontaggi la mattina mentre di sera si fasciano del grembiule del lavoro e della responsabilità, dell’onore e della carità (a far cosa? e chi gliela fa fare?) – e materie nobili, altre. Come la testimonianza civile e politica, la testimonianza di una coscienza chiara e di una schiena dritta, quella resa da Alberto Silicani ventenne, nel 1914, due anni prima della sua iniziazione massonica.

Me ne dà lo spunto un passaggio proprio del bellissimo discorso di Salvador Allende. Il quale mi suggerisce anche un altro richiamo storico massonico cagliaritano, che riporta alla personalità cara di Francesco Masala. Ne dirò più oltre.

Cinquantasette anni prima di quel suo intervento alla Gran Loggia colombiana, nella Cagliari bacareddiana allora di sessantamila abitanti il segretario della Camera del lavoro – il sindacato socialista a cui facevano capo le leghe di mestiere della provincia (2.500 gli iscritti) – era Alberto Silicani. E quando, proprio allora, ad Ancona, il congresso del PSI deliberò, nella tesa conta fra massimalisti e riformisti, circa l’incompatibilità della militanza massonica con quella socialista, come proposto da Benito Mussolini allora direttore de l’Avanti! – ecco Silicani alzare la sua voce delicata.



Il 13 maggio appunto del 1914 la sezione socialista si era riunita per discutere e deliberare in ordine alle «dimissioni dei massoni». Ne scrisse Silicani al nuovo giornale locale La Riscossa, essendo Il Risveglio dell’Isola passato al controllo dei massimalisti. «I socialisti ufficiali da un po’ di tempo a questa parte si sono dedicati al poco piacevole sport di demolirsi vicendevolmente. Così accadde nella penultima assemblea composta di undici inscritti; fu una vera cagnara, un seguito di processi alle intenzioni senza la possibilità, d parte degli accusati, di difendersi.

«Il fatto capitò così: il professor Antonio Giunta, ossequiente ai deliberati del Congresso d’Ancora presentò le dimissioni dal Partito perché massone. Tutti accettarono le dimissioni fuorché il sottoscritto che dichiarò non riconoscere l’incompatibilità tra il principio massonico e il principio socialista. A questa affermazione si scatenò un vero uragano di invettive al mio indirizzo ed il lancio dei fulmini fu diretto dal Duce Augusto Dragoni e dallo scultore in legno Gaetano Ciuffo. Cercai di chiarire l’equivoco che si voleva creare intorno alla mia affermazione ma fu tutto inutile. Santi Padri Inquisitori non vollero sentir nulla e, mentre io continuavo a sostenere il mio principio, Gaetano Ciuffo presentò un ordine del giorno proponente la mia immediata espulsione».

Si passò al voto e nominativamente Silicani indicò chi allora volle pronunciarsi per il sì e chi per il no. Concludendone: cinque per l’espulsione, uno contro, quattro si astennero. «In altri termini fui espulso dalla Sezione con la bellezza di… 5 voti fra 50 iscritti, almeno son tante le tessere prelevate… l’espulsione non è valida perché l’ordine del giorno messo in votazione per appello nominale non ebbe favorevoli i due terzi dei presenti come prescrive lo statuto del partito socialista. Il modo d’agire seguito nel processo fatto a mio carico non si differenzia per nulla da quello che seguivano i padri inquisitori del Santo Ufficio.

«Vari socialisti cagliaritani che oggi tentano gettare del fango sull’onoratezza degli ottimi compagni d’Iglesias vogliono fare del partito una chiesuola e la smania d’arrivare li rende talmente ciechi da non accorgersi che a furia di tagliare i famosi rami secchi (che in realtà non esistono) finiranno col recidere il tronco»…

Naturalmente poi c’è altro e molto altro nella lettera-articolo di Silicani ventenne: che, per esempio, accenna a certe intese, prefigurabili negli inediti affettati rapporti fra le testate ufficiali dei cattolici (La Voce del popolo) e dei socialisti (Il Risveglio dell’Isola): «che la scure e la fiaccola si siano unite alla mitra ed alla stola?»; o a certo manovrismo di chi per una nuova carica non esitava a cambiare e rovesciare la propria idea: «… cambia repentinamente rota e diventa intransigente all’eccesso; domani potrà diventare monarchico o clericale come da ammiratore della massoneria è diventato il diffamatore della medesima».

Interessante anche la conclusione: «Non ricorro, per l’ingiustizia commessa a mio danno, né alla Federazione né alla Direzione del Partito, ma sarò sempre più socialista appunto perché privo di quella tessera che vincola la coscienza degli inscritti». Una battuta, a vederla trasferita anche in altra prospettiva, insieme di libertà necessaria e di sconfitta amara.

Ma certo, riallacciandomi alle lezioni-testimonianza di uomini valorosi che, nelle distanze dei tempi e dei luoghi, han detto di sé e della propria coscienza, dovrei aggiungere e precisare, a proposito della trasversalità che potrebbe, a motivo delle stesse loro (e modestamente oggi mie) argomentazioni, essere rivendicata da soggetti di destra vogliosi di iniziazione: il limite è sempre nei fondamentali. Un fascista, se tale è, non vanta quei fondamentali che sono estranei alla sua stessa natura mentale (una sensibilità – prima ancora che una cultura – critica, quale il liberalismo e da esso la democrazia radicale e quella socialista hanno vissuto come luogo interiore e morale generativo delle migliori idealità); i qualunquisti che non concepiscono neppure l’onore delle istituzioni pubbliche, non vantano quei fondamentali – come anche si deduce dalle discussioni e dalle delibere della remota loggia Risorgimento n. 355 allora – anni 1946-48 – guidata proprio di Alberto Silicani; nessuno spirito dogmatico e irragionevole, incapace di mettere in discussione se stesso, vanta quei fondamentali, e la Massoneria non può rinunciare a quegli elementi d’una geometria di base e di indirizzo in vista della sua missione etico-civile ed umanitaria.

Non per nulla la Libera Muratoria è stata condannata e confinata dai regimi totalitari del Novecento – da Stalin come da Mussolini e Hitler e Franco (quanti i massoni garrotati in Spagna!) – dopo che dalle autocrazie (e dalla teocrazia) dell’Ottocento. In questo nostro nuovo secolo per tanti aspetti povero di idealità, in questa nostra Italia così colpita da un verticale abbassamento dello standing della classe dirigente e della rappresentanza, se manca in un qualsiasi candidato che bussi alla porta del Tempio il sentimento della storia e della Tradizione, quel basilare mazzinianesimo valoriale (non catechistico né ovviamente politico-partitico) che identifica nella quotidianità un dovere, nella vita una missione, un fare inclusivo con-e-per gli altri sociali, lontano da ogni egoismo, la porta non dovrebbe aprirsi mai.  

Ed io sto con Allende  

Riprendo con Allende che parla a Bogotà: parla di sé studente che «conobbe il carcere, l’espulsione dall’Università e la “relegazione”» ; con Allende che confessa «Mi interessava aprire un solco, seminare un seme, innaffiarlo con l’esempio di una vita di sforzi, perché un giorno questo seme desse il suo frutto; non per me, ma per il mio popolo, quello della mia Patria»; con Allende che nella realtà storico-sociale cilena sostiene la «lotta delle masse popolari per il rispetto dei diritti dell’uomo» oltre che per «la dignità e per il pane» e dà al suo paese l’obiettivo della piena «indipendenza economica»; con Allende che si fa lirico quando declina le sue speranze politiche: perché «l’uomo della mia terra perda il timore nei confronti della vita, rompa con la sottomissione, abbia diritto al lavoro, all’educazione, alla casa, alla salute e al divertimento».

Ricollega tutto alla pregnanza esistenziale del trinomio rivoluzionario e massonico che rideclina “Fratellanza, Uguaglianza e Libertà”: «la libertà astratta deve cedere il passo alla libertà concreta».




Dice ancora: «La storia c’insegna che poche logge irregolari, come le Lautariane (fondate da Simon Bolivar e altri fratelli stranieri in Cile, n.d.t.), furono il seme e il cemento delle lotte per l’indipendenza. E qui, nella Gran Loggia di Colombia, posso ricordare con profonda soddisfazione che Bolivar, quando apprese delle sconfitte, scrisse a O’ Higgins (massone, liberatore del Cile, n.d.t.) “che desse prova di tenacia”, e queste parole incontrarono eco nel Padre della Patria nostra, dandogli la forza di recuperarsi e di trasferirsi nella sorella terra argentina dove, insieme a San Martin (massone, liberatore dell’Argentina, n.d.t.) ebbe la possibilità di cominciare la battaglia decisiva per la liberazione del Cile. Ebbe per l’estremo Sud America la stessa “visione” che ebbe Bolivar per il resto del Continente. E il 20 agosto salutò le navi che salpavano dalla baia di Valparaiso per cominciare la spedizione liberatrice del Perù con queste parole: “Da questi quattro legni dipende il futuro dell’America”. Furono soldati del Cile e d’Argentina che contribuirono alla liberazione del Perù.

«Per questo, sapendo che nel mondo contemporaneo più che l’uomo sono i popoli che debbono essere, e sono gli attori fondamentali della storia, ho cercato di far sì che il popolo cileno prendesse coscienza della sua forza, e sapesse incontrare il suo cammino. Personalmente ho solo dato un apporto. Sono state le masse popolari cilene, integrate da contadini e operai, studenti, impiegati, tecnici, professionisti, intellettuali e artisti, atei e credenti, massoni e cristiani, laici. Sono stati uomini formatisi politicamente in partiti centenari come il partito radicale, o di nessuna appartenenza politica, quelli che sono confluiti in un programma che innalzò la volontà combattente delle masse cilene».

Ancora: «Il Cile visse la tappa prolungata, ma non sterile, dei governi tipicamente capitalisti. E dico non sterile, giacché sempre ho sostenuto che nel nostro paese la democrazia borghese ha funzionato veramente come tale. Le istituzioni cilene sono più che centenarie, e quest’anno il Congresso della mia Patria, del quale faccio parte da ventisette anni, due dei quali come deputato e venticinque come senatore, compirà 160 anni di quasi ininterrotto lavoro. Anzi, direi di ininterrotto lavoro.

«Per questo non rinneghiamo quello che si è fatto, però comprendiamo che il cammino di ieri non può essere lo stesso di quello di domani. Per questo nel processo politico al vecchio sistema successe la brillante speranza, seminata demagogicamente, di una rivoluzione e una libertà caratterizzate dal riformismo della democrazia cristiana. E nemmeno nego che quel governo, al quale succede il governo del popolo, non abbia compiuto passi avanti nel campo economico, sociale e politico; però sono sempre presenti i grandi deficit che caratterizzano l’esistenza dei popoli come i nostri: casa, lavoro, salute, educazione.

«Non esiste nessun paese in via di sviluppo che abbia potuto risolvere almeno uno di questi elementi essenziali, e meno in questo Continente, dove un vasto settore umano è stato sempre misconosciuto; siano essi i discendenti di Atahualpa o i figli di Lautaro nella mia Patria, l’eroico aruaco, il mapuche, l’indio o il meticcio. E, nonostante che essi abbiano dato il seme della nostra razza, sono stati ricacciati indietro e messi in condizione d’inferiorità e, in alcuni paesi, addirittura rinnegati. Per questo la nostra lotta e la nostra decisione dovevano tendere a dare il potere a un popolo che desidera una profonda trasformazione nella parte economica, sociale e politica, non a una trasmissione del potere da un uomo a un altro.

«Come ho già detto, Serenissimo Gran Maestro, per aprire il cammino verso il suo legittimo diritto al socialismo, il Cile ha una sua propria storia, così come gli altri popoli hanno la loro, ciascuna delle quali avendo caratteristiche peculiari. E la Colombia ha, così come il Cile, una propria vocazione democratica e libertaria. Però noi nel 1938 vivemmo un’epoca diversa da tutti gli altri popoli del Continente, e da quasi tutti i popoli d’Europa e del mondo: il Cile fu uno dei tre paesi del mondo ad avere un “Fronte Popolare”. E un massone radicale, Maestro e statista, Pedro Aguirre Zerda, arrivò al potere grazie all’intesa tra il pluricentenario partito radicale, e i partiti marxista, comunista, socialista e democratico.

«Nella mia Patria, e oltre la mia Patria, si combatté la possibilità di vittoria del Fronte Popolare suonando le campane del terrore e del panico. Si parlò di “utili idioti”, dicendo che comunisti e socialisti si sarebbero serviti dei radicali per instaurare una dittatura. E Aguirre Zerda, radicale di destra [cioè moderato], divenne grande con l’esercizio del potere, perché dette vita al contatto con il popolo e alla lealtà nei suoi confronti.

«E quando un giorno infausto soldati che non rispettarono il patto contratto con la propria coscienza e con la Costituzione politica, si ribellarono con il futile pretesto che sulla facciata della Casa de la Moneda (il Palazzo Presidenziale, n.d.t.) sventolava una bandiera rossa, mentre, in realtà, si trattava della bandiera di un partito... appoggiata al muro, fu il popolo che circondò le caserme. Fu il popolo che senza nessun’arma li obbligò ad arrendersi, senza che sparassero un solo colpo contro una moltitudine disposta a difendere un radicale massone, Maestro e statista.

«Per questo alla radice dell’evoluzione politica cilena ci sono antecedenti che non hanno paralleli, ed è per questo che è difficile capire quello che oggi succede nella mia Patria: per questo è raro che oggigiorno si tema la presenza di un massone o di un socialista alla Presidenza del Cile.

«La verità, Serenissimo Gran Maestro, è che nessuno nella mia Patria, né oltre frontiera, può sostenere di essere stato ingannato. Nel corso di più di un anno abbiamo fatto conoscere il programma di Unidad Popular integrata, come già detto, da laici, marxisti e cristiani; da uomini della penna, dell’aratro e della barra (i minatori del rame, n.d.t.). Tutti quelli che l’hanno voluto hanno potuto conoscere il perché e per chi stavamo lottando. Ho sempre sostenuto che se era difficile vincere le elezioni, più difficile sarebbe stato assumere il governo e ancor più difficile costruire il socialismo. E ho sempre detto che questo era un compito che non avrebbe potuto portare a termine un uomo o una coalizione di partiti, ma solo un popolo organizzato, disciplinato, cosciente, responsabile del suo grande compito storico». 

Ancora Allende: «Nel 1969 fu creata un’impressionante crociata che disseminò il panico della persecuzione religiosa, il timore della eliminazione delle Forze Armate del Cile, dello scioglimento del Corpo dei Carabineros; argomenti semplici però capaci, grazie alla loro malevolenza nascosta, di essere assimilati e di negarci i voti di cui avevamo bisogno. Ho sempre sostenuto che ogni Paese deve cercare un cammino sulla base della propria realtà. Pertanto ho sempre aggiunto che dal punto di vista teorico, almeno per me, il focolaio guerrigliero, la ribellione armata, il popolo in armi o le elezioni, sono altrettanti cammini che possono scegliere i popoli, in funzione della loro propria realtà. Lo dico senza circonlocuzioni.

«Ci sono paesi nei quali nessuno può immaginare che possano avvenire elezioni, poiché non esiste né Congresso (Camera dei Deputati, n.d.t.), né partiti, né organizzazioni sindacali. Per questo percorriamo questo sentiero all’interno delle leggi della democrazia borghese, intenzionati a rispettarle e allo stesso tempo a trasformarle, per rendere possibile un’esistenza diversa all’uomo del Cile, e che il Cile sia veramente una Patria per tutti i cileni. Abbiamo proposto una rivoluzione autenticamente cilena, fatta da cileni, per il Cile. Non esportiamo la rivoluzione cilena per una ragione molto semplice: perché conosciamo, almeno un po’, le caratteristiche di ogni Paese. Per esportare democrazia e libertà debbono esistere delle condizioni che non ha l’immensa maggioranza dei popoli latino americani.

«Per questo, Fratelli della Gran Loggia di Colombia, potete rendervi conto della sincerità della nostra posizione di non intervento. È questa l’esposizione franca della posizione di un Fratello davanti ai suoi Fratelli. La nostra battaglia è dura e difficile perché indiscutibilmente, per elevare le condizioni di vita del nostro popolo, dobbiamo effettuare le grandi trasformazioni rivoluzionarie, che feriscono interessi esterni come il capitale straniero e l’imperialismo, e interessi nazionali come i monopoli e le banche».




Si avvia quindi, il Fratello Allende, il presidente Allende, a dar conto della sua personale esperienza al palazzo de la Moneda iniziata nel 1970. Anche la Rivista Massonica italiana segue quelle vicende.

Per intanto a me resta caro, del lungo discorso fin qui scorso, quel monito incluso in uno sprazzo di confidenza tremendamente bella, cui nella assoluta perifericità della mia vita, ho cercato sempre di ispirarmi, già da bambino: «gli uomini senza principi e senza idee ferme, sono come le imbarcazioni che, una volta rotto il timone, si sfasciano contro gli scogli».

Ven. (?) LP "venticinqueaprilestopardecojoni"

Mi sento cileno oggi, ripensando all’offesa assoluta che un cosiddetto Venerabile di palazzo Giustiniani, proprio a Cagliari, coperto fino all’ultimo da irresponsabili personaggi di cartone gonfiati nei loro paludamenti da un vento effimero ed ingannatore, ha recato a Giovanni Bovio includendolo, di fianco al generale Pinochet, fra i carnefici di tanto prezioso patriota e iniziato massone. E con le virtù di Bovio ed Allende misconoscendo la santità della resistenza antifascista italiana, la santità del 25 aprile, la santità ideale delle formazioni armate antifasciste e antinaziste, dei coraggiosi spesisi, tre quarti di secolo fa, nel rischio della loro vita per la nostra libertà di cittadini del 2020: brigate Giustizia e Libertà, brigate Mazzini, brigate Garibaldi, brigate Matteotti, brigate Osoppo e brigate Fiamme Verdi, brigate e nuclei di combattenti.

Non si tratta ovviamente di celebrare semplicisticamente una pagina di storia non esente da molte contraddizioni, a partire dalle defettibili ispirazioni di talune parti all’azione più esposta – quelle comuniste/staliniste in primo luogo –, ma di aver chiare, nella sintesi politica, che il bene della libertà era tutto da una parte. Dove invece non erano quelli a cui si ricongiungono idealmente gli stolti che pensano oggi di portare l’asfissia del sovranismo nazionalista e della fiamma tricolore nelle logge. Leggere balaustre e allocuzioni del gran maestro Guido Laj, per favore, e nutrire un sentimento patriottico indissociabile da quello della democrazia, nel permanente sogno europeista.



Fonte: Gianfranco Murtas
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