Gianfranco Murtas

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Bovio, non solo Bovio. L’irrisione di Hiram l’architetto biblico, la Tradizione rovesciata di valore da un imbecillissimo con molti soci

di Gianfranco Murtas


Alessandro Tedeschi, che fu Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia negli anni ancora dell’esilio antifascista in Francia (e dei convegni delle “massonerie perseguitate” da Hitler, Mussolini e Franco e da altri despoti slavi), ed era allora da poco tornato in Europa dall’Argentina dove con il suo talento aveva costruito la rete sanitaria pubblica dell’intera nazione, aveva insegnato a Cagliari. Giovane professore della facoltà di Medicina. Fatto cagliaritano quando, già da un decennio, operava la loggia Sigismondo Arquer.

Provo ad immaginarmi lo sgomento di Alessandro Tedeschi aggiornato sulle nuove e moderne esperienze massoniche dei suoi, anzi dei nipoti o pronipoti dei suoi, inquilini (o padroni) a palazzo Sanjust.

Nell’ideale areopago dei Gran Maestri e Sovrani Scozzesi

Di Gustavo Canti, che fu Venerabile della Sigismondo Arquer proprio negli anni della residenza cagliaritana di Tedeschi, e allora anche segretario-fondatore della sezione della Dante Alighieri, lui preside dell’Istituto tecnico e collaboratore d’oro della rivista letteraria di Ranieri Ugo (la stessa di Grazia Deledda cagliaritana in quella fine Ottocento!), di lui che fu poi Gran Segretario e anche Gran Maestro aggiunto del GOI, ho già scritto altre volte. Chissà quante volte avrà celebrato i rituali di innalzamento alla Maestria dei Compagni d’arte della sua loggia in quel tempo ancora allogata a palazzo Vivanet (dopo via Gesù-Maria e prima di via Barcellona). Avrebbe mai egli potuto immaginare un pronipote materializzatosi dal nullo pensiero e tutto teso a giocare su internet con la leggenda di Hiram, l’architetto abbattuto dall’ignoranza, dal fanatismo e dall’ambizione prima di restituirsi come energia morale ai nuovi appressatisi, ma con cuore puro, alla sua fossa?


E Ferdinando Ghersi, che fu il primo Sovrano Gran Commendatore del Rito Scozzese all’indomani dell’unità d’Italia, ed era cagliaritano battezzato nella cattedrale di Santa Maria, e nella vita pubblica bella figura di ufficiale dell’esercito più e più volte spesosi in campagne di libertà in patria e fuori? lui avrebbe mai potuto immaginare tanta stupidità messa in campo nel disarmo dei simboli e fra gli applausi dei pari e anche dei superiori?

E il Venerabile Leonardo Ricciardi, che aveva avviato l’impresa della Sigismondo Arquer nel 1889 (giusto al ritorno dei cagliaritani dal gran giorno di Campo de Fiori e dal potente discorso pubblico di Giovanni Bovio), lui, fatto Sovrano scozzese dopo Fera, cosa avrebbe detto oggi scorrendo, una dopo l’altra, le immagini – venti, trenta, cinquanta, forse cento – postate nell’web per la gloria più insulsa di un soggetto accreditato, dicono, dal GOI?

E il Gran Maestro Guido Laj, cagliaritano da generazioni, studente dettorino e collaboratore de L’Unione Sarda da ragazzo, lui che era stato pro-sindaco di Roma alla liberazione dai nazi-fascisti ed aveva vissuto la grande storia, lui avrebbe potuto mai pensare che nella sua Cagliari del 2020 il Grande Oriente d’Italia penasse tanto a mantenersi credibile e che la sede delle sue logge (con i propri tesori d’arte, simboli tra simboli) fosse trascinata nel teatro del ridicolo, consenzienti cento, cinquecento Ponzio Pilato?



E il professor Vincenzo Racugno che nella Libera Muratoria era entrato a far parte nell’autunno 1975, avrebbe mai potuto credere a tanta reiterata manifestazione d’imbecillità consumatasi proprio nei locali da lui donati ed a spese di un’arte missionaria – «prigioni al vizio e bene dell’umanità» – rimasta sconsolatamente paralizzata?

Dopo Corona e Racugno, dopo Giglio e Fadda

E ancora il Gran Maestro Armando Corona – il cui busto bronzeo affianca quello di Giovanni Bovio (e quello di Giuseppe Mazzini) ed esposto esso stesso al rischio degli insulti degli improvvisati teatranti – lui, con una proiezione giusto di tre decenni dacché lasciò il Supremo Maglietto, cosa avrebbe oggi potuto commentare? Che domande avrebbe posto ai responsabili custodi di una sede tanto prestigiosa ed ai responsabili di una istituzione che vive in esclusiva di lavoro morale? E con lui anche il Gran Maestro onorario Bruno Fadda il quale, negli anni in cui ebbe il carico nobile della sua loggia intitolata a un degnissimo erede ideale di Giovanni Bovio – dico Lando Conti –, marcò costantemente l’esigenza di costumi austeri e concentrati, anticonvenzionali in tempi di progressivo rilassamento, lui come si sarebbe espresso?

E l’Ispettore regionale scozzese (e membro di giunta del GOI) Mario Giglio – che nei suoi anni giovanili aveva faticato, con altri falegnami e tappezzieri ed elettricisti, ad allestire il Tempio simbolico e rituale nel secondo piano del solenne palazzo Chapelle (e là conservatosi dal 1960 e per tre lustri e più), cosa mai avrebbe potuto dire di una generazione da cui zampillano imbecilli che rovinano tutto perché ignorano perfino i fondamentali della Libera Muratoria che pure, chissà come, li aveva ammessi a lavorare fra squadre e regoli? 

Mascherati con grembiuli e sciarpe o mantelli – come i nuovi pretini lefebvriani che rifiutano il Concilio Ecumenico e si riaffacciano, con saturni e tricorni, ferraioli e tabarri, a San Pio V e alla battaglia di Lepanto – colleghi essi, i cosiddetti massoni di serie incerta, di Quasimodo? colleghi di Garibaldi? colleghi di Washington? colleghi di Allende? colleghi del maestro Alberto Manzi? colleghi del professor Angelo Garau che operava sotto i bombardamenti ed è stato monumentato all’ospedale civile da Franco d’Aspro? L’impudicizia eretta a virtù ha minato a Cagliari la credibilità del Grande Oriente d’Italia. Inimmaginabile e drammaticamente sconfortante.

(Certo, si potrebbe dire, a minima discolpa, che ancora pochi anni fa imperava in Italia un presidente del Consiglio che irrideva lui per primo l’inno nazionale strizzando l’occhio e moinando balordamente, perfino nelle scuole! alla battuta «siam pronti alla morte!» mentre un suo ministro offendeva la bandiera tricolore derubricata a straccio per il cesso: molti italiani al voto apprezzavano gli show dissacranti salvo poi commuoversi, in occasione delle partite della Nazionale, all’inno e alla bandiera in complemento. Quel cattivo esempio non esime però mai, io credo, dalle responsabilità personali e potrebbero esserci cento Berlusconi e cento Bossi ed altrettanti Di Maio oggi, e coristi con loro a destra e a sinistra, e niente giustificherebbe gli sbertucciamenti a Giovanni Bovio e gli insulti alle massime autorità della Repubblica). 

L’urgenza dei rimedi

La Libera Muratoria è una società di tradizione, di Tradizione. Ed a questo si è arrivati? e perché? e perché nella Obbedienza di più antica e onorata storia italiana? e perché nella sede più prestigiosa fra quelle operative nell’Isola, e dono generoso da doppiamente rispettare?

Quando si scambia la storia per anticaglia, quando si scambia la disciplina rituale per l’antipasto della cena e le agapi per la cena nel sollazzo, quando si scambia un palazzo onorato e onorevole (anche nei tempi dell’avv. Enrico Sanjust di Teulada) per un set d’infima cinematografia, è chiaro che si insinuano anche fra i più i disvalori della cattiva educazione, s’affermano alterità valoriali per cui poi può anche capitare che parafascisti grevi e sovranisti parolai di pensiero leggerissimo rivendichino impossibili compatibilità e vaneggianti relazioni fra le loro messinscene nel Tempio e la pratica civile. 

La ritualità massonica, sedimentazione secolare di una sapienza umanistica che si rende nelle forme dello psicodramma, ed è cosa seria, serissima, non può essere affidata a chi manchi dei fondamentali più elementari. Mentre proprio la generalizzata progressione delle distanze dalle scuole di pensiero – quelle che hanno costruito l’Italia e che il presidente Ciampi amava sintetizzare nella formula «risorgimento, secondo risorgimento (resistenza antifascista), costituzione repubblicana» –, nella società cosiddetta liquida, dovrebbe indurre una Massoneria consapevole di se stessa a marcare il suo essere società anticonvenzionale ed anticonformista, orgogliosa delle sue molte radici e del cumulo delle esperienze storiche che l’hanno vista variamente protagonista, comunque testimone critica, intelligente, religiosa, vittima della prepotenza dei poteri ecclesiastici, dinastici e politici, seme sempre di futuro. E custode – così nel magistero dei suoi più alti dignitari nelle diverse stagioni storiche – degli ordinamenti liberali dello Stato, della separazione cordiale ma netta dai codici della Chiesa, della scuola pubblica, laica e obbligatoria, e promotrice del più ampio arco di istanze egualitarie nel corpo sociale: avvenne con le fratellanze operaie una volta, avvenne con le opere umanitarie nell’abbrivio della legislazione inclusiva dei ceti deboli nel primo Novecento. 

Nella pratica universalista del suo programma e della sua stessa ispirazione e natura, essa combinò sempre patriottismo (mai nazionalismo) ed intese continentali, l’europeismo migliore. Ricordò, trent’anni fa, il Gran Maestro Corona quanto debito noi europei avessimo da ripagare ai paesi colonizzati per lunghi secoli ed oggi al riscatto anche con le terribili (e spesso infauste) traghettazioni mediterranee…

Come possa rientrare nelle riflessioni missionarie della Libera Muratoria il gioco delle maschere portato dai Templi e dai Passi perduti nella rete internet io non lo so, e come questo possa essere accettato da chi porta le maggiori responsabilità istituzionali della Comunione io non lo capisco. 

Ancora di recente ho ricordato quel certo ammonimento del Gran Maestro Corona quando aveva il comando del GOI: «Guai a noi se non elimineremo i maestri di profanità che siedono fra le nostre Colonne, Fratelli che pur cingendo i propri fianchi del grembiule di Maestro sono spiritualmente legati alla Colonna del Nord ed agiscono e si comportano come se la Loggia fosse una pubblica piazza o peggio un club profano. Bisogna combattere il lassismo, generatore di confusione e disordine. E’ urgente ed improcrastinabile instaurare una disciplina esteriore che produca scrupolosa osservanza della sacralità e ritualità della Loggia.

«L’insegnamento e la pratica iniziatica devono accompagnarsi ad una grande disciplina interiore, sicché ogni parola, ogni comportamento, ogni gesto, ogni atteggiamento siano di estrema coerenza con l’assoluta esclusione dei metalli dal Tempio».

Sarebbe ipocrisia piena plaudire questo monito e non trarne conseguenze nel momento.

Prima di chiudere

Ho scoperto soltanto qualche giorno fa che lo scomposto teatro di cui erano protagonisti l’imbecille costumista e l’ignoto spiritato, di fatto aveva repliche da anni e anni. E che coinvolgeva un più largo numero di comprimari e comparse di pari maturità comunionale: valore zero. Alcuni a farsi fotografare anch’essi per le benemerenze della storia futura, altri per complimentarsi reciprocamente della gran prova.





Dal gioco scriteriato con il busto storico di Giovanni Bovio all’insulto ai presidenti Mattarella e Napolitano, risalito e diffuso dalla stanza che raccoglie i ritratti di tutti i Gran Maestri del Grande Oriente d’Italia, dall’unità territoriale e costituzionale della patria ad oggi, il passo non poteva essere che breve. Davvero un passo breve o brevissimo. 

Ma vorrei io, a questo punto e prima di chiudere definitivamente una pagina dolorosa e, per me, di autentico schianto sentimentale e morale, prendermi il mio tempo, quello sufficiente ad arrivare alle conclusioni viaggiando in confidenza con chi ha voluto leggere o condividere queste mie riflessioni. 

Perché mi sono chiesto, più e più volte, come possa essere accaduto che dalla signorilità, dall’esempio, dal vero e proprio magistero personale di fior di galantuomini – come io li ho conosciuti, nel privato e nel pubblico e la cui memoria, da qualche anno, mi sono premurato di celebrare annualmente con l’interloggia cagliaritana nei percorsi del civico camposanto di San Michele –, si sia scaduti così tanto in basso. Come possa esser accaduto che, in questo nostro tempo ultimo, si sia perduto perfino il ricordo della grazia morale e dello stile di uomini ai quali era stato commesso il compito di affermare nella nostra regione e nella nostra città capoluogo i valori umanitari, sociali e democratici della Libera Muratoria, di portare nell’approfondimento tematico delle discussioni fraternali l’esperienza della loro vita e la finezza della loro cultura: da loro il modello, così da Ilio Salvadori e Luciano Rodriguez, così da Giorgio e Oscar Casini e Piero Zedda, così da Walter Angioi ed Achille Tarquini, così da Davide Paganelli e Livio Melis, così da Eugenio Maccioni e Renato Ferrara, così da Mario Sebastiani ed Ennio Fanni, così da Stefano Lanero e Bruno Arba, così da infiniti altri in questi ultimi decenni. Fra i più giovani perduti troppo presto il pensiero corre immediato a Luigi Dessì, ad Enrico Ganga, a Roberto Durzu… creature perfette e che mancano al cuore. 

E’ una domanda che mi sono posto ed a cui ho dato più volte una risposta cercandola nella pressione che, sull’Ordine massonico degli ultimi tempi, ha esercitato una società priva di solidi riferimenti etico-civili, e tanto più senza quelle idealità che in Italia avevano connotato il tempo della cosiddetta prima Repubblica.

Perché qui occorre di avere il coraggio di dire le cose con sincerità – mi riferiscono in particolare alla Sardegna –, anche perché non si trattava, non si è mai trattato, di una diminuzione, semmai di una esaltazione. Mi riferisco al rapporto con la politica, cioè con l’interesse generale (come lo traduceva in sintesi estrema Ugo La Malfa). E cercherò di esporre in maniera spero chiara la mia riflessione.

Fin dalla stagione fondativa, intendo quella cavouriana, la Massoneria nazionale è stata segnata dalla politica: essa è nata da un forte input politico (in parallelo alla Società Nazionale del La Farina). Naturalmente si ragionava di politica come strumento per fare la storia, non le clientele, non i vitalizi di questo o quell’eletto. Per togliere a Garibaldi le maggiori benemerenze nel processo unitario, occorreva – nella considerazione dei liberal-monarchici piemontesi – che in ogni provincia e in ogni città demograficamente importante sorgesse un centro di aggregazione di opinion leader che nell’imprenditoria e nell’accademia, nel giornalismo e nella burocrazia, nella medicina, nella magistratura e nelle arti, sapesse orientare lo spirito pubblico verso gli obiettivi prescelti e condivisi: allora l’unità territoriale, l’unificazione degli ordinamenti, la relazione con la Chiesa. Non sovrapponendo indebiti marchi ideologici sui doveri pubblici, semmai caricando quei doveri pubblici di uno spirito morale per il bene superiore della patria, non da tutti colto e coltivato. Avvenne anche a Cagliari, e i nomi dei fondatori della loggia Vittoria, nel 1861 ne danno ragione. Si pensi al progetto di accademia umanistico-scientifica del 1864, si pensi alla fondazione della Camera di Commercio, con Serpieri, Pernis, Rossi Doria e Palomba…

Nelle vicende anche isolane e del suo capoluogo – adesso si pensi soltanto alla dismissione di Cagliari come piazzaforte militare ed ai piani (allora in boccio) di mutua integrazione fra i quartieri semiautonomi, anche fisicamente oltre che amministrativamente, da sei secoli (!) – i massoni sapevano entrare con le competenze di questo e quello, non portando mai un “interesse massonico” costituito, evidentemente impossibile, ma semmai un contributo d’intelligenza, di analisi delle situazioni che proprio la frequentazione fraternale (per la pluralità degli apporti) consentiva di affinare. 

Non rifaccio la storia, ma in tutti quei lunghi decenni postrisorgimentali e novecenteschi, la consapevolezza dei massoni nostri era di contribuire attivamente allo sviluppo sociale ed economico con guide politiche ed amministrative insieme rappresentative degli interessi in campo e in raccordo con le centrali parlamentari non importa se moderate o progressiste, ma certamente tese a costruire la storia.

Con Salaris (e magari Bacaredda) o Cocco Ortu, con la liberaldemocrazia e l’area della transigenza radicale negli anni del giolittismo, con la sfida dell’estrema repubblicana e socialista a fronte delle persistenti pressioni guelfe, mai quiete se non all’antivigilia della grande guerra (quando nel quadro del patto Gentiloni entrarono in gara ancor più di prima i massoni comunque presenti ora nei blocchi popolari ora nell’uninominale a retaggio notabilare). Storia complessa ma sempre, o quasi, sostenuta da un pensiero alto e forte variamente declinato, che attraversava le logge. Anche quelle sarde. 

Così anche dopo la dittatura e dopo la seconda guerra mondiale: se nel 1945 a Sassari i Fratelli discutevano se potesse farsi proselitismo fra i monarchici – e davano risposta negativa (peraltro poi non validata dalla centrale GOI, impegnata a ristabilire contatti con Comunioni radicate in sistemi monarchici) –, a Cagliari i vari Silicani, Campagnolo e Sanna, mentre condannavano recisamente il qualunquismo destrorso galleggiante fra umori e malumori, decidevano di candidarsi insieme, alle prime elezioni amministrative dopo una vacanza ventennale, nella lista ritenuta… la più compatibile con le idealità condivise e di area democratica certa.

Oggi è il cartone che vince e so di diversi massoni che si sono fatti il loro cartone, senza sostanza ideale e senza respiro anche fra le cosiddette civette. Di qui anche gli allettamenti con formazioni di cartone anch’esse, seppure più spesso e costoso: obnubilamenti fra i simboli di cui perfino si ignora la storia, se è vero che la fiamma tricolore che doveva riunire nel 1946 i reduci fascisti del duumvirato con i Savoia ed i repubblichini di Salò – e gli uni e gli altri erano stati carnefici della Massoneria storica – compare oggi fra le preferenze confuse di molti e troppi, troppissimi.

Vado ad esperienze personali per cercare di dar conto di come una certa ostilità o diffidenza ancora resistente nella società civile verso la Massoneria avrebbe dovuto, dovrebbe, spingere quest’ultima a selezionare sempre più rigorosamente la qualità, onde offrire a sua volta davvero alta e altissima qualità «al bene e al progresso dell’umanità».

Direi così. Ai gemelli imperfetti – l’imbecille dileggiatore e l’ignoto spiritato – ai quali altre volte mi sono riferito con l’amarezza sconfortata che si sa, un riconoscimento lo debbo: avermi essi indotto ad alcune riletture, in questi giorni, per ricomporre emozioni e ragionamenti in una maggiore e migliore dimensione riflessiva. 

Una prima rilettura, invero, è soltanto un ennesimo recupero perché più e più volte vi ho ricorso in polemiche pubblicistiche che mi eran parse doverose. Ne riferisco, brevemente, l’antefatto: nell’ottobre 1993 i “trasparentisti” di certo PDS – da intendersi democratici della sinistra ex comunisti (già stalinisti, poi kruscioviani, poi ancora brezneviani, e ancora andropoviani e cernenkiani, infine felicemente gorbacioviani), in discreta alleanza con il Patto Segni e qualche scampolo del Partito Sardo d’Azione – ottennero, da due fonti diverse (una giudiziaria e una parlamentare) la pubblicazione delle liste massoniche della Sardegna. I giornali per due mesi interi offrirono notizie e più ancora bizzarrie. Per esempio gli aggettivi propri del gergo massonico o i riferimenti territoriali diventarono, nella penna di qualche redattore poco informato, elaborazioni esilaranti: Rispettabile divenne Reale (Rispettabile Loggia dunque divenne Reale Loggia, così la garibaldina nuorese), e Or. di Cala di Volpe divenne, invece che Oriente (città) nientemeno che Oristano (sicché la Loggia Caprera all’Or. di Cala di Volpe pasticciando divenne Loggia Caprera all’Oristano e Cala di Volpe).

Ma anche di più era nel mestiere dei diffidenti chiamati a riempiere la pagina: E qui addirittura retrodato al 1986. A proposito delle presenze di massoni in Consiglio regionale un giornalista del quotidiano di Cagliari scrisse il 6 novembre: «… secondo il quale [Gran Maestro Corona] “il novanta per cento dei consiglieri di quei partiti di maggioranza [Giunta Rais] appartenevano alla massoneria”» – dunque press’a poco 35 onorevoli, un vero affollamento, sugli ottanta dell’Aula; mentre il giornale concorrente, il giorno prima, aveva più realisticamente annotato: «… il novanta per cento dei consiglieri regionali massoni appartenevano ai partiti di quella maggioranza» – dunque press’a poco 2 o 3 onorevoli.

Bertold Brecht e la sua “Lode del dubbio”

Sospinto da queste stravaganze chiamale informative, mi appellai allora a Bertold Brecht, il drammaturgo tedesco di scuola marxista autore dei versi meravigliosi della Lode del dubbio, e ne scrissi da varie parti per assorbire un po’ di saccente ignoranza: 


Sono coloro che non riflettono, a non

dubitare mai. Splendida è la loro digestione,

infallibile il loro giudizio.

Non credono ai fatti, credono solo a se stessi.

Se occorre, tanto peggio per i fatti.


La pazienza che han con se stessi

è sconfinata. Gli argomenti

li odono con gli orecchi della spia.


Con coloro che non riflettono e mai dubitano

si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.

Non dubitano per giungere alla decisione, bensì

per schivare la decisione. Le teste

le usano solo per scuoterle. Con aria grave

mettono in guardia dall'acqua i passeggeri di navi che affondano.

Sotto l'ascia dell'assassino

si chiedono se anch'egli non sia un uomo.


Dopo aver rilevato, mormorando,

che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto.

La loro attività consiste nell'oscillare.

Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua.


Certo, se il dubbio lodate

non lodate però

quel dubbio che è disperazione!

Che giova poter dubitare, a colui

che non riesce a decidersi!

Può sbagliare ad agire

chi di motivi troppo scarsi si contenta!

Ma inattivo rimane nel pericolo

chi di troppi ha bisogno.


Vogliamo tutti farci attraversare dal dubbio? dal dubbio creativo, s’intende, non dal dubbio paralizzante. E dunque vogliamo trarre conseguenze chiare e responsabili da quanto è stato compiuto nelle sale di palazzo Sanjust e da quanto è stato poi segnalato?

Io la mia parte l’ho fatta, mi è costata fatica e anche sofferenza, molta sofferenza. Ma sono disposto a piegarmi se ragioni più forti di quelle che ho rappresentato in questo articolo e nei precedenti sei usciti su questo stesso sito di Giornalia, dovessero dimostrare che tutto, le finzioni e le mascherate, il sovranismo e il parafascismo, il linguaggio greve e balordo e perfino il cartone, davvero tutto insomma abbia ricaduta virtuosa sul bene pubblico e dei singoli.

Don Ferrante ed i suoi apoftegmi

L’altra lettura cui gli eventi mi hanno riportato è forse ancor più, per luce letteraria, appropriata. Manzoni ci presenta don Ferrante, e qui ci sta benissimo tanto più in tempo di pandemia… Ma da lui cercavo un motivo particolare di confronto. Perché, l’ho scritto qualche giorno fa, io considero veramente arduo credere a quanto hanno riferito alcuni intervenuti nella discussione con commenti inviati al sito: che cioè l’imbecille che ha spupazzato Giovanni Bovio (e forse anche l’ignoto spiritato che compare in numerose fotografie in cervellotico dibattito con il professore filosofo del diritto) sia un dignitario del GOI. Ho spiegato perché ritenga impossibile una tale circostanza: perché questo significherebbe che anche la massa elettorale che lo/li ha espresso/i sia della stessa materia, ed anche perché, nel caso estremo di veridicità, le coperture assicurate agli spavaldi sarebbero esse stesse reato morale (non saprei se anche statutario) inimmaginabile nella sua gravità.

Ma detto questo? che conclusioni  posso trarre? Per questo mi rifugio idealmente nello studio di don Ferrante quella volta che il Manzoni ce lo descrive… post mortem ma in rievocazione, in flashback, nel penultimo capitolo, raccogliendo le notizie offertegli dal noto anonimo estensore del manoscritto ispirativo dei Promessi sposi… 

«“In rerum natura”, diceva, “non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe, esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha, veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dotti che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, danno in Cariddi: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci...?”».

E ancora: «“…la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano...”».

Perciò, riferisce Manzoni (appunto recuperando le notizie dall’anonimo), «… His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle”».

Io non voglio replicare don Ferrante, dovrò capirci meglio prima di morire.

Conclusioni

Non è soltanto Bovio, insolentito dall’imbecille-capo ed anche, sappiamo adesso, da numerosi altri della virtuosa compagnia, ora con immagini ora con parole.  

Perché quando si fa teatro, commedia dell’arte – arte per modo di dire –, sotto lo sguardo di quei cinquanta Gran Maestri i cui ritratti affacciano nella gran sala della storia del GOI da cui muovono le sgrammaticature più grevi alla tradizione del Grande Oriente d’Italia e le simulate compravendite degli arredi rituali hiramici quasi si trattasse di un gioco innocente e non importa se anche diffuso in rete (combinato anzi proprio per esser diffuso in rete!), lo scherno rivolto al presidente della Repubblica ed al suo predecessore può essere considerato pertinente al copione.

Ripeto a me stesso la dizione di quella carica: presidente della Repubblica. Di quella Repubblica costata il sangue di migliaia di uomini e donne nella lotta partigiana dopo vent’anni di quella dittatura che aveva fatto pagare ogni prezzo agli spiriti liberi, al Grande Oriente ogni umiliazione e l’esilio, alla minoranza ebraica la legislazione razziale e alla patria tutta il precipizio nella guerra più devastante…

Se azionista di scuola mazziniana, io sono evidentemente piuttosto lontano dalle radici culturali del presidente Sergio Mattarella e del presidente Giorgio Napolitano. Ma essi – degnissime personalità e statisti autentici – ho avuto ed ho alla guida istituzionale della Repubblica che amo, che dovrebbe amare anche chiunque sottoscriva, all’atto della propria iniziazione, il suo “testamento”. La patria, la società, gli ordinamenti funzionali al vivere civile in armonia, nella tensione ideale di comporre dinamiche inclusive, secondo il sogno dei grandi e di Giuseppe Mazzini. E di Giovanni Bovio.

Non commento la battuta replicata in accompagno delle foto dei presidenti. La offro alla riflessione di tutti.




Redazionale. Link dei precedenti articoli di Gianfranco Murtas:

1) A palazzo Sanjust offeso il busto storico di Giovanni Bovio

2) A palazzo Sanjust, per riparare l’oltraggio di una goliardata imbecille. Bovio il santo laico del postRisorgimento

3) A palazzo Sanjust nella fatica di un ripristino di stile. Cordiale rigore attorno a Bovio fatto cagliaritano

4) Bovio coscienza morale insieme della democrazia e dell’umanesimo massonico. A palazzo Sanjust i più ne onorano la memoria e la docenza

5) Il Bovio berteggiato da un imbecille di coda a palazzo Sanjust, il Bovio coprotagonista d’un romanzo di Giorgio Todde nella saga mariniana

6) Per Giovanni Bovio, profeta civile. La Libera Muratoria, i repubblicani, Cagliari tutta dedicano in riparazione


Fonte: Gianfranco Murtas
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Pasquino Lepori

16 Lug 2020

Sig. Murtas, tutta questa attesa solo per questo? Davvero solo per questo? Ma cosa sarà mai, anche per il Sovrano Ordine Scozzese, che lei cita, questo schifo di massoneria azzurra da far accapponare la pelle! Noi pensavamo di veder pubblicate foto dove si cagava sull'Ara o in cui la Spada Fiammeggiante veniva utilizzata a mo' di scopino per il cesso! La smetta, una volta per tutte! Cali un velo di pietoso silenzio su questo nostro povero Hiram Abif, colpito quattro volte ed assassinato definitivamente. I cinque punti della fratellanza sono anch'essi, oramai, divenuti sfuggenti. L'acacia è imputridita, la parola definitivamente perduta.

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Carlo Rolla

16 Lug 2020

Incredibile. Da fratello dignitario di una loggia appartenente ad altro oriente mi attiverò con il mio MV affinché sia informato il Gran Maestro Stefano Bisi, sempreché non lo sia già stato. Ma questa è più questione per i Sovrani Principi Massoni Grandi Ispettori Generali del 33° Grado. Che debbono, mi attiverò io stesso, essere urgentemente informati della gravità di quanto sta accadendo all'oriente di Cagliari.

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Lorenzo Chiara

17 Lug 2020

Ahahahah! Cos'è che vuole Bisi? Il riconoscimento inglese? Sì sucate forte!!!! Pagliacci

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Domenico Palomba

17 Lug 2020

Prego non confondiamo la massoneria vera con questa buffonata da straccioni con le pezze al culo. Po caridadi

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Vergogna Oriente Cagliari

18 Lug 2020

Per chi volesse contribuire alla tutela della dignità del filososo, ideologo repubblicano e Grande Oratore del Grande Oriente d'Italia Giovanni Bovio, segnaliamo questo appello dell'Associazione Culturale Progetto Bovio, con sede a Trani, apparso sul loro sito facebook, contro gli imbecilli cagliaritani autori delle offese a Bovio. Nel relativo post si ringrazia il giornalista Gianfranco Murtas per il suo impegno a favore della verità, teso a fare piena luce su questa odiosa vicenda: https://m.facebook.com/progettobovio/?locale2=it_IT

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Leonardo Manunza

18 Lug 2020

Non vorrei essere nei panni di questo ispettore circoscrizionale che era circondato da simili idioti nella sua officina e non se n'era mai accorto. Posso solo immaginare il ridicolo che lo accompagnerà recandosi in ispezione agli altri! Ma la reale questione è secondo me perché non fanno una bella cosa e si dimettono in blocco da ogni funzione organica alla Comunione? In italia su resta attaccati alla poltrona anche di fronte allo scandalo ed all'infamia. Ma possibile che si abbia sempre la faccia uguale al culo? Termino il mio sfogo amareggiato, lasciandovi questo interrogativo. Grazie dello spazio.

Pasquino Lepori

21 Lug 2020

Dopo il Collegio di sabato 18 e le dichiarazioni dei due Alti difensori dell'indifendibile, la vicenda si chiude così: 1) FIGURA DI MERDA STORICA PER IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MAESTRI VENERABILI DI CAGLIARI; 2) FIGURACCIA E DIMOSTRAZIONE DI TOTALE INADEGUATEZZA DEL PRESIDENTE DEL COLLEGIO CIRCOSCRIZIONALE DEI MAESTRI VENERABILI DELLA SARDEGNA; 3) FIGURACCIA DEL GRANDE ORATORE DEL GRANDE ORIENTE D'ITALIA. CUI PRONOSTICHIAMO UN FUTURO, NEL GOI, DA PANCHINARO TRA I PANCHINARI. CON LA CERTEZZA CHE TRA CENT'ANNI NESSUN SUO BUSTO POTRÀ MAI ESSER MOTTEGGIATO IN QUANTO LA CONSIDERAZIONE SARÀ: “...CHI?”.

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