Gianfranco Murtas

 Validato   

  PersonaggiCulturaStoria

Tempo di Lettura: 142 minuti

Chiude il caso Bovio a palazzo Sanjust. Affabulando sì, e ricordando, soprattutto però riflettendo...

di Gianfranco Murtas


Facciamo precedere il seguente testo da poche righe di presentazione. Si tratta di un articolo per alcuni aspetti anomalo o singolare per la forma e certamente inusuale per i contenuti “confidenziali” affidatigli dall’autore a conclusione del cosiddetto “caso Bovio”. Affabulando con chi considera suoi maestri di vita pubblica, in una rappresentazione che potrebbe dirsi onirica, sognante, Gianfranco Murtas compie una “passeggiata” ordinata-disordinata nella storia massonica di alcuni decenni a mezza strada fra l’immediato secondo dopoguerra e i più recenti tempi di questo scorcio di XXI secolo. Lo fa muovendosi deliberatamente entro il perimetro sardo, e cagliaritano in specie, evidentemente non senza qualche rapida proiezione sulla maggior scena nazionale (e internazionale) tanto massonica quanto politico-sociale. 

Se bene abbiamo compreso, egli indica nella stagione storica degli anni ’60 e ’70 e anche subito precedenti e subito successivi le potenzialità virtuose della istituzione liberomuratoria operante nell’Isola e nel suo capoluogo, che considera per gran parte oggi compromesse da una dirigenza complessivamente lontana dalle idealità che dettero senso e guida alla esperienza morale di molte logge del passato, e fra esse certamente quelle sarde. La “società liquida” cui l’autore fa spesso riferimento, mutuando la definizione dai saggi del filosofo, o filosofo-sociologo polacco Zygmunt Bauman, nella riflessione che egli ne propone qui concentrandola nello specifico massonico regionale sardo, è la ragione del cambio “di sostanza”, non soltanto “di pelle”, della Libera Muratoria. Affidata ad una dirigenza “molecolare” coinvolta per gran parte anch’essa nel fragmentismo di una certa modernità, la Libera Muratoria isolana e cagliaritana è arrivata a contraddire se stessa in un tremendo crescente conformismo, rovesciando addirittura i suoi fondamentali e di tanto facendosi perfino orgoglio. Come se – dice a latere Murtas azzardando parallelismi estremi ma indicativi – ai preti fosse data licenza di bestemmiare in chiesa o ai professori di irridere a Dante, Leopardi e Manzoni e così guadagnare gradi nella carriera.

Questo è avvenuto di recente, ed è parso clamoroso più negli ambienti “profani” che in quelli “iniziatici”, quando da parte di un locale dignitario caposquadra – con tanti seguaci di pari bizzarria – si è arrivati incredibilmente all’insulto (immotivato e sgradevole) al presidente della Repubblica e ad altre cariche dello Stato, a carezzare i versi del nazi-fascismo in un mischio di insistite volgarità sessiste, a canzonare la stessa ritualità massonica e le figure nobili della tradizione patriottica democratica e, nell’attualità, i suoi stessi “pari” dell’oggi, i colleghi cioè portanti la responsabilità direttiva delle altre logge cittadine. Appunto nella inerzia, e talvolta è parso (o è stato) nella approvazione del numero uno del distretto isolano, disattento l’occhio del dignitario sul quale direttamente incombeva (e incombe) l’obbligo del presidio, nella quotidianità fraternale, di correttezza e civiltà. Al quale, o ai quali – nel mucchio mettendo il pur affollato corpo Ispettivo e altre dignità apicali (i chiamati consiglieri dell’Ordine) – tutto è sfuggito, dall’assalto ai contenitori protetti di materiali riservati ai furti balordi e doppiamente immorali se si pensa alla Torah ebraica, allo sfregio dei vessilli della simbologia storica.

Nella sua libera affabulazione, Gianfranco Murtas porta una testimonianza derivatagli dalla conoscenza (e spesso personale confidenza) di un numero considerevole di massoni sardi, dalla militanza umanistica che lo ha unito a loro fino alla morte e tutto qui ha rielaborato, fra idealità e sentimento, a difesa di un ordine segnato o innervato da una peculiare e matura sensibilità storicista ed oggi sul ciglio doloroso del suicidio, nel pericolo drammatico cui lo hanno portato gli scriteriati alla sua guida. Si tratta evidentemente di una lettura tutta soggettiva dell’autore: essa vale per sé e merita rispetto, crediamo non attenda commenti né di condivisione né di contestazione. Ma vale anche, crediamo, come attraversamento di una parte non marginale, e sia pure datata, della vita pubblica isolana, quantomeno nella figurazione delle esperienze umane e associative di tratto morale o etico-civile compiute da molti suoi protagonisti. 

Ci rendiamo conto benissimo che un tale documento offerto alla lettura di un pubblico vasto, in parte interno e in parte esterno sia alle vicende proprie della Libera Muratoria sia a quelle stesse più ampie della Cagliari e della Sardegna di cinquant’anni fa press’a poco, possa a taluno risultare non interamente intelligibile. Come racconto d’un “interno di famiglia”, esso può essere colto pienamente da chi certe dinamiche e certi riferimenti anche personali possegga, ancorché non approfonditamente, nel patrimonio delle proprie conoscenze. E comunque a tutti queste “confidenze” sono donate quasi come consuntivo d’una vita e testimonianza di una incorrotta fedeltà ai valori umanistici che tanta parte sono stati della generazione nata nella società povera all’indomani del tragico secondo conflitto mondiale ed impegnata, nel tempo, verso risultati sempre e comunque di bene comune. (Red.


Sulle scale con l’orgoglio delle sigle

Caro Armandino, caro Mario, caro Paolo, carissimi miei, tanta parte della mia vita ho avuto la ventura di associarla alla vostra… e mi sono immaginato questo nostro incontro d’oggi come un dovere, un lieto dovere, un bisogno forse…, per riunire ricordi e soprattutto sentimenti e riflessioni…, per fissare come un sigillo pubblico la verità di una relazione tra Fratelli-padri e Fratello-figlio durata ad oggi, e senza farne mai cosa d’amministrazione e tessera, mezzo secolo.

Incontrarci dove? Ho pensato: nel salotto rosso, residuo di un arredamento, più vecchio che antico, dell’appartamento al secondo piano scala D «1.a porta a sinistra» di palazzo Chapelle, al civico 22 della piazza del Carmine: salotto della nostra dignitosa povertà quasi francescana ancora resistente in quel passaggio di decennio, fra ’60 e ’70 – cinquanta, sessant’anni fa –, ma pieno di storia cagliaritana. Un salotto che noi abbiamo condiviso, negli spazi dei Passi Perduti d’un tempo che sapeva conservare lo spirito delle empatie virtuose, delle reciprocità sincere e positive, il gusto del fare insieme collaborando, e del non disturbare nessuno, tanto meno offendere mai nessuno. Ci riuscì quasi sempre, anche se non fu tutto facile, naturalmente. Qualche caduta l’avemmo noi e gli altri, ma il più, il quasi tutto fu di qualità nell’impegno e anche nel risultato. Credo ci conforti oggi e per sempre, questo. Merito forse dei numeri modesti, ma certamente anche di un certo diffuso sentire le relazioni sociali: dico delle relazioni interpersonali “concentrate”, franche da distrazioni, anche dalle più banali, comprese quelle ordinarie che oggi diremmo… del telefonino, dello smartphone, del tablet, dei social-mostri, ecc. Ci parlavamo e ci ascoltavamo, ci ascoltavamo e ci parlavamo. Non ci parlavamo addosso e a capriccio e troppo spesso interrompendoci, e incasellavamo nella memoria quel che ci veniva detto, speravamo contasse nell’altro quel che noi avevamo detto a lui. Cercavamo di essere lineari, senza riserve mentali e giochi imbroglioni, non affastellatori di un detto e non detto e seminatori volontari di equivoci con ombre corte od ombre lunghe… e guasti incontrollabili, a non finire, nell’ambiente sociale. Figurarsi quanto incasellava quel ragazzo, quasi ancora adolescente, fra voi personalità fatte, perfino autorevoli ciascuna nel suo ambiente professionale, e anche politico, nei giri sociali che allora si sapeva governare con la presenza e l’assunzione di responsabilità. E dove vi avevo trovato, prima che in piazza del Carmine.

I dorotei dell’onorevole Garzia, al piano di sotto o su e giù per le scale, non potevano capire questo pezzo di tardo risorgimento in abito scuro vespertino, questo pezzo anche di generoso neoregionalismo più o meno progressista che noi rappresentavamo, quel misto d’anagrafe e di profili, almeno di quelli scoperti, conosciuti in città. La sera popolavamo atrio e scale di quel bellissimo palazzo sobriamente elegante con la sua corte interna, ed essi ci chiedevano, incuriositi più che interessati, democristiani soverchianti e padroni, convenzionali, estranei alle idealità che erano soltanto nostre. Noi altri salivamo le scale e le scendevamo salutando discreti e non allargandoci mai con nessuno. Ciascuno di noi aveva l’orgoglio della propria appartenenza – e tutte erano appartenenze di minoranza ideologica e politica – e tutti godevamo, in casa ogni settimana, fuori casa ogni giorno, dell’abbraccio ecumenico delle sigle, come aveva creduto di esprimersi, sia pure con parole più prosaiche, più spicce e d’esperienza, Francesco Bussalai che ci aveva lasciato dolorosamente, dopo tanto pesto soffrire, nel buio finale del 1972. Tu, Mario, ne presiedesti i funerali rituali nel cimitero di San Michele, l’orazione la tenne Umberto Genovesi: tu presidente del Collegio circoscrizionale – te lo dico ma lo sai da te, autorevole e molto, molto rispettato ed anche amato a Cagliari come a Sassari e Carbonia, ad Oristano e Nuoro – e Venerabile della loggia Hiram, e Umberto, pure lui in forza alla loggia Hiram, rendevate onore al fondatore primo della Sigismondo Arquer, cioè dell’officina da pochi anni formatasi a Cagliari come evoluzione del cosiddetto “gruppo di lavoro” P, ma poi anche tante altre cose, soprattutto Gran Sacerdote del Capitolo Ichnusa dell’Arco Reale in piedi da un anno, e che da allora rallentò ogni attività. 


Ricordi come poi, soltanto pochi mesi dopo, dovemmo replicare con Anton Francesco Branca, che della Sigismondo Arquer era l’Oratore? Lui lussiano, socialista lussiano, lussiano dacché era ragazzo, e 19enne segretario della Camera del lavoro – proprio come Silicani trent’anni prima –, s’era fatto protagonista con i più anziani della scissione del 1948, e aveva occupato con la nuova bandiera dei mori in lutto la sede del Partito Sardo al Corso, che allora e per qualche tempo s’era chiamato della Repubblica, ed aveva perciò patito processo e fastidi giudiziari… Anton Francesco, nobilissima figura. Poi fra le Colonne ne avrebbe preso il posto Lionello, il figlio tanto fiero del padre perso da giovanissimo che per questo aveva voluto passare allora dalle Colonne della Hiram a quelle appunto della paterna Sigismondo Arquer. In fondo le logge sono vasi comunicanti, con distinzioni ma anche con corridoi…

Tante volte si era detto o sussurrato di quale fosse il carattere politico della Massoneria sarda, se un carattere politico c’era: se ne scrisse anche, azzeccandoci più o meno, questa o quella volta. Certamente – mi riferisco soprattutto a quel passaggio di decennio ed ai primissimi anni ’70 – l’influenza socialista e socialdemocratica era prevalente a Cagliari e forse anche a Sassari; i partiti, il PSI e il PSDI, erano stati uniti dal 1966 per tre anni, poi era venuta la nuova scissione, non saprei se anch’essa ispirata, come si disse, da Giuseppe Saragat, che era allora presidente della Repubblica. Però, almeno a Cagliari, nella Massoneria di Cagliari, conflitto non ci fu, ci fu molta civiltà, e i socialisti e i socialdemocratici rimasero, giustamente, fra le Colonne, in buona armonia. Ricordo anche che voi, Mario e Paolo, che eravate di trascorsa militanza socialdemocratica e dopo la scissione vi eravate nuovamente schierati con il Partito Socialista Unitario, poi di nuovo PSDI, nel 1974 optaste per il PSI, insieme. Ho rivisto i giornali: “Si dimettono dal PSDI Mario Giglio e Paolo Carleo”. Noi, Armandino, ce ne stavamo tranquilli nel Partito Repubblicano, che presto avrebbe avuto anch’esso un passaggio dalla socialdemocrazia: con il prof. Farina guidò l’operazione Ignazio Cella, massone figlio di massone. Era nel piedilista della Hiram, Ignazio, altra gran bella persona, che alla Regione dirigeva il settore Pesca. E con noi ce n’erano diversi socialdemocratici elettori più o meno impegnati e socialdemocratici di livello, a cominciare da Leopoldo Biggio, ripetutamente consigliere comunale, e appunto Umberto Genovesi, che dal 1968 era il presidente dell’Ente Flumendosa e dal 1972 e per quattro anni sarebbe stato deputato. 

Ci fu, per Genovesi ormai deputato, una proroga in attesa di migliori intese fra Regione e Ministero dei Lavori Pubblici. Ricordo, e ricorderete certamente anche voi, di come sul finire del 1975 l’on. Bucalossi, titolare dei Lavori Pubblici nel bicolore Moro-La Malfa, avesse nominato presidente dell’Ente il repubblicano Lello Puddu, anche lui in forza alla loggia Hiram, appunto in ricambio di Genovesi che era anche segretario regionale dei socialdemocratici. 

Ci fu allora, fra novembre e dicembre 1975, un contenzioso, tale fu per quanto cordiale nelle forme e nei toni, che oppose socialdemocratici e repubblicani. Non piacque ovviamente al PSDI di perdere la presidenza dell’EAF, e Genovesi scrisse al ministro e al proprio segretario nazionale Tanassi: «L’allora Segretario Regionale del PRI, lo on.le Armandino Corona, ci riconobbe, a nome del Partito, il diritto del PSDI ad ottenere, per un suo membro, la presidenza dell’Ente, che d’altra parte risulta essere l’unica posizione di controllo di potere pubblico attribuita ai socialdemocratici sardi. Di converso, venne riconosciuto al PRI il diritto alla designazione dei suoi rappresentanti a livello di presidente di Enti Ospedalieri e, più precisamente, dell’Oncologico di Cagliari e di un nosocomio di Oristano».

Ora è chiaro che sto evidenziando la cosa non certo per aumentare o diminuire i meriti dell’uno o dell’altro e meno ancora il diritto dei partiti di maggioranza – dato quel sistema di… lottizzazione equilibratrice di cui non veniva data rivelazione alla pubblica opinione per il fair play invalso… quando possibile, e perciò sempre, fra le forze politiche – di avere la responsabilità amministrativa degli enti pubblici, compreso il Flumendosa che era classificato come ente funzionale territoriale. Sto ricordando la cosa per dire come anche quella ferita nei rapporti fra i due partiti peraltro contermini in quanto a orizzonte politico non incise nella relazione fraternale e repubblicani e socialdemocratici in loggia mantennero, così come con i socialisti o i liberali e sardisti, relazioni sciolte, libere, amicali, altro dovendo entrare nelle considerazioni della militanza di loggia. 


Lello non poté contare, ecco questo potrebbe essere interessante dirlo, su un direttore generale come Filippo Pasquini, massonissimo dal 1925 iniziato a Palermo, che era stato anche lui alla Hiram, e anche Oratore della loggia… ma certo l’ing. Roberto Binaghi fu egualmente perfetto nel suo ufficio. Non era massone ma si portava dietro con quel cognome anche quel nome, l’ing. Roberto Binaghi, che ci ricordava, come figura storica, suo nonno e artiere anche lui della prestigiosa Sigismondo Arquer prefascista: tra i fondatori del partito radicale a Cagliari nel 1904, soprattutto medico chirurgo di fama nazionale, autore di centinaia di pubblicazioni e rettore dell’università per sedici o diciassette anni, dopo Oddo Casagrandi, anche lui medico, che era stato, prima della grande guerra, l’apostolo delle campagne antitubercolotiche… Casagrandi, preside e rettore che si era messo a disposizione dell’Assistenza civile al tempo della grande guerra, era allora Saggissimo del Capitolo Rosa+Croce della loggia Sigismondo Arquer e aveva sposato quella Carmen Rossi, sua allieva, che doveva diventare, con la Paola Satta e la Antonietta Campagnolo, l’asse della loggia femminile nel 1915… lo riprenderò dopo l’argomento che mi pare meriti.    

Ma volevo tornare alla nostra Hiram, a quegli anni fra ’60 e ’70… Non mancavano i socialisti come Fausto Capra, ma molti socialisti erano confluiti soprattutto nella nuova Sigismondo Arquer, lì una certa tradizione libertaria l’avevano portata uomini come Agostino Castelli, Sergio Caddeo, Umberto Lecca, direi, all’inizio, lo stesso Cicito Masala od Antonello Satta… tutte personalità di valore intellettuale oltre che civile o professionale ampiamente riconosciuto. Socialisti erano anche in maggioranza gli aderenti al “gruppo” P e, confluendo questo nella nuova loggia, chiaramente avveniva qui il travaso anche di quelle idealità…

Ci penso: li abbiamo perduti tutti, quasi tutti, quei Fratelli tessitori di buone volontà: Leopoldo l’anno scorso, Umberto il deputato (era pisano ma s’era naturalizzato nostro sardo) già nel 1985, e Fausto nel 2001, Ignazio l’anno dopo, Antonello nel 2003 e Cicito provocatore sempre suggestivo e fascinoso nel 2007 come anche Sergio, Agostino avvocato e poeta di amori cileni nel 2009… Abbiamo condiviso tanta parte della nostra vita anche nella… dialettica, ognuno di loro per un certo aspetto io lo serbo dentro di me, non ho perso nessuno come invece vorrebbero le cronache e i registri dell’anagrafe.

Ma pensate a quanti giochi può fare il calendario, e chissà se sia soltanto il caso o sia la Provvidenza: tu Armandino e tu Mario siete come gemelli, cinque giorni soltanto a separarvi nella nascita in quell’aprile 1921, l’uno a Villaputzu l’altro a Sassari, e ormai arrivati siamo oggi alla vigilia del vostro centenario… Tu Mario e tu Paolo distanti soltanto due settimane nella morte, fra dicembre 2005 e capodanno 2006, fra Sassari e Napoli… Il tempo ci ha segnati e ci ha uniti, siamo stati sempre, nelle complessità delle nostre vicende di vita, in comunione, amici e Fratelli…

La politica e la loggia

Piuttosto moderata, nel campo liberale, era invece la prevalenza nella Nuova Cavour, forse per rispettare il nome del titolare, che il rilancio massonico in chiave liberal-monarchica aveva prefigurato, secondo gli storici, per bilanciare i garibaldini allora in gran spolvero con la loro impresa dei Mille. Non mancavano gli elementi di destra nella Nuova Cavour, non collegati a partiti però, per quanto ne sappia, tranne uno o due che poi lasciarono... Uomini che avevano maturato loro proprie convinzioni piuttosto dialettiche con gli indirizzi della politica nazionale ce n’erano, ma certamente rispettosi dell’ordinamento, del sistema repubblicano. 


Negli anni ’50, diversi dei Fratelli che sarebbero poi confluiti nel Grande Oriente d’Italia – dico quelli della Cavour prima della regolarizzazione e tanto più poi della Nuova Cavour – si candidarono nelle liste monarchiche, c’era ancora questo sentimento dinastico nella popolazione e anche molti massoni ne erano presi. Tanto più i non giustinianei di formazione che, confluendo da noi, non potevano certo abbandonare il bagaglio delle convinzioni personali. D’altra parte non dimentichiamo che soltanto dieci anni prima, al referendum istituzionale, Cagliari e la Sardegna dettero i due terzi dei voti alla monarchia, mica alla repubblica! Ci ricordiamo Piero Crovato, Gino Mereu Mourin, Guidubaldo Guidi – che era consigliere comunale missino a Cagliari, allora era sindaco democristiano l’avv. Palomba, e prima di lui il dottor Pietro Leo – e altri ancora come Josto Biggio – bellissima figura rispettatissima a Cagliari come a Sant’Antioco – e Mario Caria aggiuntosi però nel 1962, e i fiumani, i dannunziani, Ermenegildo Carta, il colonnello della riserva Carta, e Antioco Napoli… 

Ma anche sardisti doc, ce n’erano di sardisti doc come Emilio Fadda, come Quintino Fernando, come Giuseppe Marongiu l’ingegnere minerario che era stato consigliere dell’Ordine e aveva anche favorito la nascita della loggia di Carbonia e Giuseppe Marongiu il suo omonimo, Ercolino, il preside dello Scientifico, altra mitica figura della Cagliari che fu… Certo era un sardismo che non aveva niente a che fare con l’attuale, che non è più il sardismo della storia, dell’alleanza democratica con i repubblicani già dal 1921 e ancora nel 1963-68, dopo Giustizia e Libertà e l’impianto della Regione Autonoma, ma della incredibile deriva leghista, già padana e sempre pagana, figurarsi… Beppe Marongiu o Emilio Fadda e gli altri inorridirebbero.

E comunque sarebbe improprio, anzi erroneo, classificare le logge per colore politico, l’assortimento ci fu ovunque, dieci elettori e forse militanti comunisti distribuiti qua e là, altrettanti i conservatori destrorsi monarchici, centocinquanta o duecento – mi riferisco soltanto a Cagliari e mi riferisco ancora a fine anni ’60 e primissimi anni ’70 – i repubblicani, i socialisti, i socialdemocratici, i radicali, i liberali, i sardisti, certamente anche qualche democristiano, non politico ma elettore naturalmente. Una bella civile varietà.   

L’ho fatta, questa rapida carrellata, perché le sintesi sono sempre necessarie, ma pure, accennando alle appartenenze, mi veniva di pensare a questo o a quello… dico a cento Fratelli e più, conosciuti uno per uno…, ciascuno con il suo profilo insieme personale e civile, e massonico naturalmente.

Anche a livello nazionale quello era l’orientamento, chiamalo culturale-politico, chiamalo ideale-politico… Ho visto una circolare della Gran Segreteria del 1968: al rinnovo parlamentare di quell’anno – che fu l’anno che chiudeva la prima esperienza di centro-sinistra, quella dei governi Moro-Nenni (appoggiati anche dai sardisti) –, sulla settantina di candidature massoniche nelle diverse circoscrizioni elettorali del paese, 27 erano repubblicane, 19 liberali, 18 socialiste (era ancora tempo di unificazione quello), cinque erano repubblicani presidenzialisti di Pacciardi, uno era monarchico. Dice qualcosa? Ma questo è stato anche in Sardegna per decenni, fino alla metà degli anni ’80: contavano ancora, pur se indeboliti, i riferimenti ideali storici, non c’erano categorie come i berlusconiani o i fiamma tricolore, non c’era il cartone cioè, non c’erano i partiti personali o leaderisti… C’erano ancora le tradizioni del pensiero liberale, anche di quello conservatore, e del pensiero radical-democratico e del pensiero socialista nelle varianti classiste e gradualiste, c’era tutto questo che poi si esprimeva in una pluralità di partiti politici comunque tutti riconducibili ai valori fondamentali del risorgimento e della attuazione repubblicana dopo il secondo conflitto mondiale.

Mi dicono che oggi più di qualcuno sia tentato dal cartone, dai partiti senza storia e senza idealità, dalle fiamme filofasciste addirittura e dal sovranismo. Non si conosce evidentemente una riga della storia d’Italia, questi Fratelli mi permetto di dire che non hanno meritato e non hanno meditato un presidente come Carlo Azeglio Ciampi che, visitando tutte e cento le province d’Italia, predicava il corso nobile della storia nazionale, l’innesto della storia moderna in quella passata: risorgimento, secondo risorgimento cioè resistenza, costituzione repubblicana, ecco il fil rouge come lui lo esprimeva. Il Grande Oriente d’Italia, nella varietà delle stagioni storiche, la barra l’ha tenuta sempre verso la politica nutrita dalla cultura liberale e democratica, verso un patriottismo nutrito di universalità, di pensiero grande, altro che sovranismo e frasi fatte!  

Branca e Rodriguez

Fatemi tornare un attimo ad Anton Francesco Branca, ora che abbiamo perso anche Lionello. Nel mio Archivio conservo, oltre a diverse sue carte politiche, una lettera bellissima datata 15 gennaio 1969 e inviata dal presidente del Collegio piemontese al nostro presidente, che allora era Vincenzo Delitala, altro gran galantuomo che per quarant’anni aveva lavorato alla Corte dei Conti e portava in sé un senso dello Stato che era religioso: si comunicava, in quella lettera, l’interesse di Anton Francesco ad essere iniziato massone. Aveva procrastinato non volendo confondere le faccende politiche ed elettorali dell’anno precedente con questo suo obiettivo: lui era allora assessore comunale alle Finanze, a Cagliari, sarebbe stato eletto, o rieletto, in Consiglio regionale successivamente, ed in quella legislatura sarebbe stato poi incaricato, in una giunta di centro-sinistra, dell’assessorato all’Artigianato e Trasporti. 

Curiosa una annotazione in quella lettera di presentazione: «Sappi ancora che l’Avv. Branca è stato anche avvicinato da quelli del gruppo irregolare di Ghinazzi – formazione che inizia anche le donne!». Sinchetto, il presidente piemontese, metteva il punto esclamativo accennando all’iniziazione femminile… La cosa mi suggerisce qualche idea sulla esperienza cagliaritana dell’Ordine della Stella d’Oriente che cominciò nel 1971 e poi della loggia Libertà che ne fu la continuazione, fondata nel 1975 da Fides Bussalai… Poi ne dirò, perché è cosa, dico il Capitolo della Stella d’Oriente, che merita e che vi vide tutti e tre – Mario, Paolo ed Armandino – piuttosto scettici a suo tempo, ed estranei. Peraltro questo in qualche modo si ricollega al massonismo femminile tentato a Cagliari nel 1915 e cui ho fatto prima fugace cenno.


Ecco, Sinchetto lasciava a Vincenzo di decidere a quale loggia indirizzare la pratica, e Vincenzo decise per la Sigismondo Arquer che proprio allora era in fase di allestimento, come trasformazione del “gruppo” P. Anzi, Branca fu il primo iniziato dalla loggia costituitasi a fine anno, a fine 1969, in pieno… autunno caldo, in piene agitazioni sociali e sindacali e studentesche. E per lei, per la loggia, fu una fortuna: era un uomo di rara eleganza morale, Anton Francesco, uno che ci credeva davvero, così nel socialismo, nella giustizia sociale, come nella Massoneria che sentiva come uno spazio formativo delle coscienze e di impegno civile.

Morì che lavorava nel suo ufficio: edema polmonare, collasso, ricovero urgente in rianimazione, tutto inutile. Forse quel malessere era una conseguenza – non sarebbe stata la prima – della infermità che lo aveva colpito in un’altra carcerazione a Buoncammino, quella venuta nel 1950 per l’occupazione dei latifondi da parte dei braccianti, una lotta in cui egli si era coinvolto. Una storia che lo aveva idealmente affiancato a Francesco Bussalai ed anche a Fides, e per le terre e per il carcere… La camera ardente fu predisposta a Villa Devoto. Monsignor Tiddia celebrò la messa funebre in cattedrale, presenti tutte le autorità della Regione, ovviamente gli esponenti del Partito Socialista di cui era il vicesegretario regionale.

Era ottobre 1973. Soltanto dopo questa fase dei funebri religiosi e civili, venne decisa, d’intesa fra le logge e la famiglia, la pubblicazione dei necrologi canonici e la celebrazione del rituale nostro. Allora era Maestro Venerabile della Sigismondo Arquer, succeduto a Bussalai, Luciano Rodriguez, e tu, Mario, eri presidente del Collegio e nuovamente caput della Hiram. Sul giornale uscirono le partecipazioni del Collegio e della loggia, del Capitolo Ichnusa (dove Anton Francesco copriva l’ufficio di Gran Maestro del 1° Velo) e, a titolo personale, di almeno cinquanta Fratelli, e le parole che di più si combinarono al suo nome furono «umanità, libertà, democrazia, rettitudine, amore»…

Mi sembrava giusto questo focus tutto sentimento: non so se in questi cinquant’anni passati la sua loggia l’abbia mai ricordato, se non l’ha fatto dovrebbe, perché la Libera Muratoria se non è un ripasso continuo delle… umanità facitrici, come si diceva un tempo, che cosa è? non per la musealizzazione, al contrario, per la proiezione nel tempo, per la replica originale e creativa degli esempi ricevuti… E quanti ne avrebbe da ricordare, ho in testa almeno cinquanta nomi, cinquanta volti, cinquanta voci, cinquanta storie. No, più di cinquanta, molti di più.

A semplificare tutto mi riporterei, della Sigismondo Arquer, che ovviamente in quanto tale non aveva nessuna relazione con la loggia omonima di prima del fascismo, a Luciano Rodriguez. Gli ero molto affezionato. Ci vedevamo spesso, mi ha raccontato molto di sé… l’abbiamo perso nel 1997. Era di Gonnesa, veniva dal mondo delle miniere. Era del 1914 come i miei genitori, figlio di Cesare che era o era stato direttore generale delle miniere di Valdarno, 3.000 operai. Era massone Cesare Rodriguez ed erano massoni quegli altri più stretti zii dei quali mi parlava sempre con fierezza. E c’era sempre commozione in quello che diceva, sembrava rivivesse quel che raccontava. Di Libero Rodriguez, dignitario leader per molto tempo della Fratellanza iglesiente, quella della Ugolino: era cugino primo del padre, aveva sposato una Manca di Nissa cattolicissima… in vecchiaia doveva aver avuto qualche ripensamento, o doveva aver ceduto alle pressioni di moglie e preti e frati, chissà… Luciano mi disse di aver saputo che, allora, suo zio avesse distrutto la sua eccezionale biblioteca massonica. Non so se sia avvenuto proprio così, altri mi hanno riferito che quella biblioteca sarebbe stata conferita… per un prossimo incendio? ai cappuccini di Sant’Ignazio… io non lo so, avevo avuto qualche contatto con i responsabili del convento, a suo tempo, ma senza risultato. Nello stretto giro familiare c’erano anche Giuseppe Carta, pure lui uomo di miniere, che poi era stato Venerabile della Sigismondo Arquer prefascista, e anche Silvio Olla Nobilioni, direttore della fonderia di San Gavino.

Mi raccontava, Luciano, di Carbonia, soprattutto di Carbonia, in quegli anni ’50. Naturalmente raccontava vedendo le persone e i fatti dall’osservatorio massonico. A Carbonia aveva innalzato la loggia, nell’aprile 1953, Alberto Silicani e l’aveva intitolata a Giovanni Mori, già Sovrano Gran Commendatore scozzese, colui che alcuni mesi prima, proprio nel 1952, lo aveva elevato al 33° grado con un rito svoltosi a Firenze. Silicani quella loggia l’aveva formata ritagliandola dalla Risorgimento cagliaritana, che lui stesso aveva fondato nel 1944. Aveva proposto la cosa a quei Fratelli che soprattutto per ragioni di lavoro avevano interessi a Carbonia, tecnici minerari ecc. Ma il riferimento vero sul territorio era il farmacista Efisio Costa, un altro santo laico della Libera Muratoria sarda. Con lui il medico Efisio Maxia, l’altro medico Renato Meloni, primario ginecologo che ha fatto nascere, lungo qualche decennio, mezza Carbonia… Contatti con la loggia, non saprei però a che livello, li aveva l’ing. Rostand, dirigente della Montecatini poi comandato alla direzione della Carbosarda e infine direttore generale dell’AcaI. C’è tutta quella storia interessante del sequestro del direttore, degli arresti dei più scalmanati, sindacalisti compresi, del processo… Una storia da scrivere, io ne ho fatto una volta una sintesi estrema, bisognerebbe svilupparla, non facendo il tifo per nessuna parte, neppure per la nostra, ma comprendendo molto le ragioni dei minatori sottopagati e umiliati. Per un mese almeno la stampa sarda in prima pagina portò quelle cronache da Carbonia e poi quelle altre del processo che si era svolto ad Oristano e aveva avuto nella sfilza dei testimoni anche Efisio Costa…

Nel 1958 Luciano, che a Carbonia dirigeva l’ufficio INAM, fu contattato da alcuni Fratelli, credo di ricordare Ferralasco – presente anche nella tua storia, caro Mario Giglio – e Crovato. Avvenne nella Cavour che si era appena regolarizzata nel circuito del Grande Oriente d’Italia… conosciamo tutte quelle vicende, magari poi le riprenderò. Così aveva fatto in tempo, Luciano, a conoscere la vecchia sede di via Porto Scalas. Ricordava fra i primissimi suoi Venerabili, forse il Venerabile che l’iniziò, Mario De Gioannis, il direttore dei cimiteri cittadini e già presidente della Lega Navale, che però veniva dai ranghi giustinianei della prim’ora e poi dispersisi e in fine confluiti nella loggia Cavour.

Ricordo che chiesi a Luciano, quasi come dimostrazione della sua fertilissima memoria ma soprattutto dei suoi riferimenti o magari dei suoi affetti, dieci nomi – soltanto dieci – di quelli con cui impattò in quella primissima fase della sua esperienza. Nell’ordine mi fece i seguenti, oltre a quello di De Gioannis: Ennio Fanni, Mario Nuti, Enrico Floris, Antonio Ottelio, Mario Agus – socio di Nuti nell’ingrosso di medicinali –, Piero Crovato, Luigi Pani – che poi ho scoperto esser stato il maestro elementare di Paolo De Magistris nelle scuole di Santa Caterina! – Quintino Fernando – che era di frequente l’Oratore ufficiale, e tutti ricordarono per anni un suo lavoro, credo più volte replicato, sulla simbologia della pietra –, Vincenzo Olla – che era capo del Servizio meteorologico di Elmas – e Zucca, che lavorava alla Tirrenia insieme con Fanni e Giorgio Goldstaub della SIMAR.

Il nome di Luciano Rodriguez mi riporta a quei tanti nostri che, nel passaggio fra anni ’50 e anni ’60 lavoravano, con vari ruoli, soprattutto dirigenziali, negli enti pubblici, anche quelli sanitari e previdenziali, sicché quando si dovesse indagare fra le attività professionali prevalenti nei piedilista sardi, questo potrebbe avere un qualche rilievo nelle considerazioni finali: a parte Luciano, dell’INAM ricordo Gino Ivaldi – castellano che ci ha lasciato vari libri di memorie cagliaritane –, Mario Marocco e Alfredo Civello dell’ENPAS, Ireneo Grosso dell’INAIL, Silvio Sini dell’ENPAM… Qualcuno era di fuori, passò in Sardegna per scatti di carriera, qualcuno fece famiglia qui e qui si fermò… Hanno comunque lasciato tutti un ottimo ricordo. 

Press’a poco negli anni dell’esordio massonico di Luciano riprendeva la sua attività anche Piero Zedda, altro Fratello cui ero molto affezionato. Era stato professore all’avviamento, poi all’Istituto agrario… un gentiluomo marito di una grande donna, Lidia Congiu, Sorella della loggia femminile. Lui era stato iniziato fra le fragili, direi fragilissime Colonne della Risorgimento nel 1950, già in epoca Salvago, del Venerabile Domenico Salvago colonnello direttore del Distretto Militare, grande invalido di guerra. Allora la loggia non aveva sede, da anni girava di ospitalità in ospitalità, una volta a casa del sovrintendente Papò, in via Farina, e un’altra nel negozio Picciau in piazza San Sepolcro, una volta nel villino di Umberto Campagnolo del viale Trento e un’altra, o il più delle volte, a casa Silicani, in via Verdi 7. Finalmente quei quindici o venti, forse anche trenta, avevano trovato una sede, precaria e umilissima, di fianco a s’Ecca manna, nel corso Vittorio Emanuele. Uno stanzone lungo adattato a Tempio e a Gabinetto di riflessione… 

C’era stata dopo, per Piero, una qualche ragione che lo portò ad allontanarsi. Dieci anni dopo lo recuperò Ennio Fanni, che aveva la sua brava agenzia di viaggi a Cagliari e credo fosse anche console onorario d’Olanda. Ennio e Piero erano stati, in gioventù, compagni sportivi alla Canottieri Ichnusa nel “4 con” e nel “4 senza”, e amici lo erano fin da adolescenti, nelle nuotate al porto. Venivano da famiglie piuttosto vicine di casa, fra via Campidano e via Nuoro. Così il risveglio massonico, nei locali di via Porto Scalas e poco dopo di piazza del Carmine. 

Purtroppo il nome di Piero Zedda si lega molto a una certa dispersione di carte massoniche – naturalmente dispersione non per causa sua –, carte che ci sarebbero potuto essere molto preziose per ricostruire meglio documentalmente il tempo che fu. Egli le passò a Vincenzo Delitala che a sua volta le passò alla segreteria della loggia Nuova Cavour che, trasferimento dopo trasferimento, pare le abbia perdute… Alcune riguardavano certamente l’attività della “massoneria clandestina”, fra il 1925 e il 1929, attività che Alberto Silicani aveva svolto insieme con Pietro Branca: allora entrambi erano dell’Obbedienza di Piazza del Gesù non di Palazzo Giustiniani. Perché, da come ho potuto ricostruire con gli elementi poi recuperati, Silicani – dopo l’espulsione dal Partito Socialista – fu iniziato massone nella loggia Karales, la stessa di Armando Businco, era il 1916; passò poi all’Obbedienza di Piazza del Gesù e qui rimase alimentando anche quella “massoneria clandestina” e antifascista di cui lui stesso ha annotato qualcosa nel 1944, quando lavorò per la unificazione delle due Famiglie e per la adesione alla Comunione di Palazzo Giustiniani. Di recente un giovanissimo Fratello di Carbonia ha recuperato un pezzo degli arredi del Tempio segreto antifascista, un tavolo quadrato che era stato allora diviso in due per farne le cattedre triangolari dei due Sorveglianti, a casa di Pietro Branca. Mi ha mandato le fotografie del restauro, m’ha commosso…

Era bravissimo, Piero Zedda, a fare i profili della Fratellanza di sessant’anni fa. Di un certo ingegnere che aveva partecipato alla fondazione proprio della loggia di Carbonia e fu poi preside di un istituto di istruzione superiore mi disse che, ad un certo punto, volle candidarsi nella DC ed entrò perfino nei quadri dell’Azione Cattolica: in quella circostanza consegnò, o avrebbe consegnato, le liste con i nomi dei Fratelli a monsignor Paolo Botto, che era l’arcivescovo di Cagliari allora… 

Ma questi discorsi mi fanno allontanare dal filo che stavo seguendo prima, cercando di dimostrare – per quanto voi lo sappiate meglio di me – di quanto la Massoneria cagliaritana del tempo passato fosse radicata nel campo delle idealità laiche, ora moderate ora progressiste, ma comunque di riferimento tutte alla storia democratica laica, liberale, anche liberal-monarchica, o socialista o repubblicana o radicale, dell’Italia postrisorgimentale.

Se me lo consentite – mi rivolgo a tutti e tre, Mario, Paolo e Armandino –, dato che ho fatto adesso questa grande immersione nel mix di politica e sentimento, vorrei anche riportarvi due o tre righe – pensate, antiche anche queste di quasi cinquant’anni, 9 aprile 1972, di Tancredi Pilato, gran signore Tancredi Pilato che ricordiamo anche come eccellente provveditore alle Opere Pubbliche! – indirizzate al suo Venerabile di allora (e anche suo predecessore, ché presto prese lui lo stallo di caput!) a proposito delle candidature di massoni alle elezioni politiche. Si era appoggiato alle parole dell’ex Gran Maestro Umberto Cipollone pronunciate a Genova nel 1958 su “Difesa della laicità aconfessionalità e sovranità dello Stato” con sottotitolo “Il dovere della Massoneria e dei massoni italiani nei comizi elettorali politici in corso”, allora ripubblicate e diffuse dalla Gran Segreteria. Cipollone nel 1924 aveva firmato il manifesto degli antifascisti amendoliani, e con lui era anche Guido Laj, il futuro Gran Maestro cagliaritano, e Mario Berlinguer iniziato a Sassari, e altri sardi come Ezio Mereu…. Fedeli a quei valori trenta e più anni dopo, anzi di trenta in trenta, a Roma e a Cagliari, dal 1924 al 1958 al 1972... 

Tancredi anche: Tancredi era girgentano, molti siciliani erano di simpatie repubblicane. Tu, Armandino, gli offristi la candidatura e lui la accettò, ben sapendo che le probabilità di successo sarebbero state zero, non poteva essere eletto in una formazione di così estrema minoranza. Ma scrisse al suo Venerabile, che sapeva essere di fede monarchica, era Beppe Loi Puddu: «Per la mia accettazione dell’offerta a candidarmi è stata determinante la considerazione di sottrarre voti al fascismo, che oggi si nasconde sotto il nome di Movimento Sociale Italiano e che, elettoralmente, si camuffa dietro il simbolo di Destra nazionale…

«… non essendo riuscito col ragionamento a distoglierli [i tanti conosciuti] dal loro insano proposito di manifestare il risentimento [antigovernativo] votando per il fascismo, non mi è sembrato iniquo distoglierli in funzione dei suddetti sentimenti di affetto e di stima [personali]. Se fossero stati Massoni avrei potuto ricordare loro che il fascismo nel 1922 era ugualmente scaturito da un periodo di marasma sociale, economico, politico, tanto analogo anche se non identico all’attuale e aveva dato l’impressione di aver messo un po’ di ordine, ma in prosieguo – ineluttabilmente – ebbe a portare la Patria alla rovina, avendo perpetrato nefandi delitti, non ultimo e non fra i men gravi, quello della soppressione della Massoneria». Testimonianza di un galantuomo. 

In quel 1972, ce lo ricordiamo tutti, si raccoglievano i cattivi frutti della rivolta calabrese di Ciccio Franco su cui aveva speculato la destra, si preparava una prima stagione di attentati in patria e fuori patria, ricordiamoci le Olimpiadi di Monaco… il mondo era sospeso nelle tensioni, il neofascismo con le complicità dei servizi segreti deviati tramava dal 1969 in Italia, e poi sarebbero venute le stragi di piazza e dei treni…


Al ciclico rituale delle candidature politiche

Mi sembra di rivederli tutti quei manifesti o le locandine dei giornali con i nomi dei candidati alle elezioni di tutti quegli anni lì, e anche di prima e anche di dopo… M’è venuto, Armandino, di recuperarlo qualche nome dei tanti che ti precedettero, soprattutto ti precedettero, o anche accompagnarono, nelle fatiche della raccolta dei voti per città e paesi… quanti massoni! Tutti virtuosi e santi? No, non lo credo. Credo però fossero tutti sufficientemente spinti da una buona fede di fondo, quel tempo lo richiedeva, il tempo ancora della ricostruzione materiale e morale dopo gli sconquassi della guerra e della dittatura, e finalmente della Rinascita… Erano tutti convinti di servire un’idea, dico un’idea sociale, anche politica o ideologica, ma soprattutto sociale, che sentivano – ciascuno a suo modo – coerente con la loro militanza liberomuratoria.

Ne ho già detto, però mi piace tornarci, se me lo permettete, perché poi tutti e tre voi, ed anch’io in ventiquattresimo, siamo stati militanti di un’idea e di un partito. Ho detto prima di una certa impressionante trasversalità, ma anche di un progressivo, graduale orientamento fattosi prevalente verso le formazioni che alla storia migliore d’Italia avevano legato la loro stessa esistenza: il risorgimento, il liberalismo, l’antifascismo. Sarebbe bello che, un giorno, qualcuno di buona volontà si applicasse a questa ricognizione, fino al dettaglio. Certo è che, come tendenza di fondo, se negli anni ’50 ancora resisteva la nostalgia legittimista, diffusa o frazionata fra i due partiti monarchici – quello nazionale di Covelli e quello popolare di Lauro – e direi anche coinvolgente il Movimento Sociale Italiano (nato per riunire gli ex fascisti del duumvirato e quelli di Salò) – nel decennio successivo, e ancor più dopo, con la modernizzazione del paese, la secolarizzazione del costume, ecc. altre erano le forze che intercettavano la storia ineunte, quelle del centro-sinistra aperte ai grandi movimenti liberali dell’Europa e dell’America…

Pensate, se nel 1945 a Sassari i Fratelli della Gio.Maria Angioy avevano deliberato un veto alle ammissioni dei nostalgici dei Savoia (peraltro subito smentiti da Roma che non poteva certo indispettire la Comunione inglese, monarchica per tradizione e statuti), a Cagliari i monarchici abbondavano.

Intanto bisognerebbe ricordare che alle prime elezioni comunali dopo il ventennio di dittatura, nel marzo 1946, alla Risorgimento di Cagliari si discusse se e come partecipare alla gara, e con Silicani si decise infine di partecipare all’interno della lista liberale: lo stesso Silicani, pur nato socialista riformista, ma in quel frangente interessato alle posizioni liberal-radicali e meridionaliste di Francesco Saverio Nitti, si candidò anche Flavio Sanna, medico ospedaliero e 1° Sorvegliante della loggia, e si candidò Umberto Campagnolo, il famoso Campagnolo che era stato, meno di due anni prima, cioè nell’estate 1944, assessore della giunta di CLN presieduta dal sindaco Dessì Deliperi. Eh, Campagnolo! Pensate: si sarebbe involato nel 1965, grado 31° del Rito Scozzese dopo 58 anni di trasparente militanza massonica: era figlio di Enrico, l’ebanista raffinatissimo che aveva costruito i mobili della vecchia Sigismondo Arquer della quale fu quotizzante dal 1890. Anche Umberto lavorò dapprincipio come falegname, poi fu soprattutto commerciante. Liberale bacareddiano da giovane, liberale sempre, ancora nel secondo dopoguerra e in repubblica.

Liberali erano quasi tutti i Fratelli che si erano impegnati in politica a Nuoro, però di Piazza del Gesù, da Fiaccavento a Pirisi a Mustaro ad altri come Scampuddu e Delogu il Venerabile… poi anche Gabriele Manca, che arrivava dai quadri dell’Uomo Qualunque… Il GOI non aveva una presenza organizzata allora in Barbagia. Sardista fu invece allora il sindaco a Nuoro, il Fratello Gino Satta, un avvocato fra i più apprezzati del foro sardo, anche lui in forza alla Ortobene e di aperte simpatie sardiste erano anche Giuseppe Ruju il dentista e Antonio Sanna, direttore dei mercati. C’erano poi i destrorsi nostalgici, il centralissimo Arena, dominus fra Municipio e Prefettura lui siciliano “ragazzo del ’99”, e Aloysio, figlio di un 33 e studi all’Ymca, avvocato…

Degli anni ’50 e ’60 ricordo tanti e tanti, ancora con i liberali a Sassari Luigi Pintus – uno degli editorialisti de La Nuova Sardegna rilanciata da Satta-Branca dopo i vent’anni di silenzio impostole dal regime; a Cagliari ricordo Bruno Arba – molti anni dopo assessore tecnico all’Industria nella prima giunta Melis, e a lungo e nel frattempo Oratore e anche Venerabile della loggia Hiram; ricordo Tito Aru l’avvocato, ricordo Paolo Racugno il campione d’equitazione, e Romagnino e Mameli, e Bernardino Piso, e Tatano Medde uomo dell’INPS, carattere estroverso ed empatico… Si sarebbe aggiunto Walter Angioi, avvocato pure lui, che già alla fine degli anni ’40, giovanissimo reduce di guerra, aveva mosso i suoi primi passi nel Fronte di Giannini e in una delle logge neoferane, la Furio Romano Avezzana.

Nello schieramento moderato, addirittura di destra – che io dico sempre era caratterizzato, rispetto a questo rozzo nostro di oggi 2020, da un resistente e genuino sentimento patriottico – ricordo fra i monarchici popolari (quelli di Lauro) e i nazionali di stella e corona (quelli di Covelli) Gino Mereu e Giovanni Battiloro – che giunse al GOI con la regolarizzazione della sua Cavour –, e fra i missini Giovanni Lonzu e Josto Biggio, Piero Crovato, Guidubaldo Guidi… qualcuno l'ho citato prima, qui li sto vedendo candidati alle elezioni... Naturalmente ognuno con la sua storia: Lonzu era stato nella loggia Cavour destinata a regolarizzarsi nel Grande Oriente d’Italia e qui però non si era fermato granché, fece il consigliere regionale per tre legislature… Cerano poi i Fratelli delle altre Obbedienze: Pasquale Carpentieri, l’avvocato e Venerabile di Piazza del Gesù, e Giorgio Manenti della famiglia che riportava in antico ai nuoresi dell’Ortobene e agli uomini de "Il giorno del giudizio"… Nel gruppo inserirei anche Giorgio Bardanzellu di Luras, avvocato che si era formato a Torino dove era stato iniziato nel 1911 ancora studente, ed era stato un vero eroe della grande guerra… per molti anni fu un columnist de La Nuova Sardegna come Pintus…

Nella socialdemocrazia e ancora nelle candidature, e talvolta anche nelle elezioni riuscite, ricorderei Pasquale Jovine, candidato a tutti i turni e consigliere regionale dal 1961 al 1965, ricorderei anche Bruno Stiglitz il nostro ambasciatore internazionale, uomo di Unesco e Unicef, ricorderei Giorgio Goldstaub e Piero Ganga, e Cenzo Simon a Sassari come poi anche Pietro Pigliaru…

Nel 1963 si riaffacciò in una revisione riformista Francesco Bussalai, il nostro caro Bussalai, e si affacciarono anche Carlo Biggio storico sindaco di Carloforte e Giovanni Motzo storico segretario della UIL: non ancora massoni, l’uno lo sarebbe stato nel 1969, l’altro nel 1970 mi pare…

Con i socialisti – dico sempre i primi nomi che mi balzano in mente, e chissà quanti ne sto saltando – ecco Iser Fois, e naturalmente Mario Berlinguer, e naturalmente Peppino Tocco, e naturalmente Pino Ferralasco…I sardisti, più spesso associati ai repubblicani delle varie tradizioni mazziniane e azioniste, lamalfiane o pacciardiane, erano forse già dall’inizio i più numerosi, ma così era stato fin dall’inizio dell’esperienza degli ex combattenti, prima della dittatura, quando il sardismo viveva il patriottismo italiano con una intensità forse maggiore che a Milano o a Roma… qui da noi adesso, anni ’50 e ’60, per diversi anni ’70 e ’80 ancora, Ovidio Addis – grande, grandissima mente e generosità a tonnellate a Seneghe e in tutta l’Isola – e Nino Mele a Sassari e Vincenzo Racugno in Ogliastra e a Cagliari, Giuseppe Marongiu – tutti e due i Giuseppe Marongiu, il professore e l’ingegnere minerario – e Benvenuto Caruso, Paolo Montaldo il professore a Ingegneria e Priamo Porcu, Luciano Massenti ed Armando Businco, anche il grande Armando Businco, già dagli anni ’40 candidato con i Quattro Mori soprattutto nei collegi senatoriali, lui che fu e restò sempre un mazziniano puro.

Ma sono davvero nomi detti così, come per riagguantare in un minuto trent’anni di storia, di storia politica sarda e di storia obbedienziale e nostra sentimentale, caro Armandino, caro Mario, caro Paolo…

Metterei con i qualunquisti – che non piacquero mai alla loggia Risorgimento di Silicani – Sebastiano Atzeni il preside e, se ho buona memoria, anche Giuseppe Vacca il professore, con i missini Igino Toxiri, un professore che però militava con i neoferani AALLAAMM della Azuni e non passò al Grande Oriente, con i liberali Mario Dessì – l’indimenticato Dessì del Corso! – e Luigi Porru, e Mario Zonza, con i sardisti Sergio Bellisai e Raffaele Nurchi, che però era neoferano, con i repubblicani Ghigo Galardi, Tullio Marcialis iniziato nel 1923 a Roma, naturalmente Lello Puddu iniziato nel 1958 a Genova, con i socialdemocratici Giuseppe Mesina – prossimo Venerabile a Nuoro -, con i socialisti Luigi Pani, che ho ricordato esser stato il maestro elementare di Paolo De Magistris a Castello, con i monarchici ancora Armando Sechi, l’ingegnere che aveva appartenuto alla vecchia Sigismondo Arquer ed aveva poi ceduto al fascismo e non era tornato, o potuto tornare, alla militanza di loggia… Ma negli anni ’50 – penso adesso al 1957, anno di rinnovo del Consiglio regionale – ce ne furono di Fratelli, o prossimi tali, anche nella lista comunista: Lucio Salvago, che era stato iniziato già da una decina d’anni e destinato anche a un Venerabilato, Antonello Satta che poi avrebbe migrato fra i socialisti e da noi lavorò con il "gruppo" P e poi con la nuova Sigismondo Arquer, intellettuale sodo – anni ’60 e ’70 –, anche Eliseo Spiga, che avrebbe avuto nel tempo, anche lui, esperienze fuori dal PCI, nei circoli Città-Campagna e in un certo nazionalitarismo bilinguista, ecc., e avrebbe avuto anche il seggio di Maestro Venerabile e di tuo vice, Armandino, nel Collegio circoscrizionale quando tu cominciasti a salire a ruoli nazionali…

Tutto questo mi fa pensare a quanto fossero sensibili i massoni d’un tempo ad un impegno civile e politico che, per quanto ne conosca io dalle biografie e dalle persone in carne ed ossa come le ho incontrate e conosciute, era radicato sempre in convincimenti del tutto incomparabili con il cartone d’oggi, e la spregiudicatezza d’oggi del passare da una parte all’altra senza nessun serio processo rielaborativo…

Benedetto 1967

Fatemi insistere, ma da altra prospettiva, su questi argomenti, d’altra parte siamo tutti replicazioni d’Hiram Abif. Riceviamo virtù, regaliamo virtù, almeno dovremmo. E tutti siamo contemporanei nei grandi contenitori della comunionalità e colleghi, nelle… funzioni esistenziali, fra già viventi e morituri: fra morituri e già viventi prendiamo e diamo, ed è bene così… 


Ho accennato prima a Francesco Bussalai e al suo addio nel novembre 1972. Pochi anni prima, cinque appena, era toccato a Hoder Claro Grassi di essere salutato dai nostri: tre sole erano allora le logge in città, ma non erano mancate, nel lutto, le partecipazioni da fuori. Genio esperantista e genio artistico, Hoder Claro. Aveva presieduto i funerali Alberto Silicani quella volta, al Monumentale. Tempo dopo le spoglie furono trasportate al civico dove venne costruito quel suggestivo sepolcro delle pietre in cumulo; ai fili dell’acacia e alle targhe bronzee aveva pensato Franco d’Aspro. Quel sepolcro era stato anche per Efrem – anzi per lui per primo mi pare, nel 1970 –, Efrem 24 anni soltanto aveva quando la sorte gli s’era imposta davanti nemica, a Torino, e lui che conosceva il cielo perché era un paracadutista aveva seguito il padre «a vivere in fra le stelle». 

Quel sepolcro-monumento, alla base della grande scalinata del San Michele, realizzava il desiderio di Hoder Claro che te ne aveva scritto, Mario, nel suo testamento per tanti anni incorniciato ed esposto nella casa massonica, anzi nelle case, una dopo l’altra: «Dite a Giglio, o chi per esso, di devolvere al primo poveraccio i soldi che dovrebbero regalare all’Unione Sarda». «NIENTE LUTTI. NIENTE MESSE», così, tutto maiuscolo. E ancora: «TOMBA io preferirei esser seppellito in piena terra, possibilmente in campagna, oppure nel cimitero di Bonaria di fronte a mio padre, nell’orto delle palme, ma se mia moglie ci tiene potrete acquistare un appezzamento di m. 2x2 e costruirvi un masso di pietra scura, di quella zona di Calasetta o altra trachite scura (due-tre massi grandi che raggiungano l’altezza consentita dal Comune)». Fece anche il disegno, Hoder Claro, della sua tomba, e ci lasciò anche molti versi, amava la poesia.


Li ho pubblicati da qualche parte, molti anni fa, insieme con quel disegno, i versi di Hoder Claro, quelli che raccontavano la guerra come lui l’aveva vissuta, e da cui s’era fortunosamente salvato, quella volta dei bombardamenti che sembravano cento diluvi scoppiati tutti insieme nel cielo. S’era salvato per la spinta che gli aveva dato don Aramu, all’ingresso di un palazzo di via Corte d’Appello: 28 febbraio 1943. Ma ci sono altri versi a lui dedicati, questi di Cenza Thermes – della professoressa Thermes figlia e nipote di massoni del tempo che fu, avvocati e magistrati – che bisognerebbe rintracciare e recitare davanti al cumulo di pietre del San Michele. Da figurativo a metafisico, e poi cittadino della vita che abita la morte muovendosi sempre per vocazione: «il mio colore / ebbe come una scossa / e col colore, l’animo: / chiuso, oscuro, / drammatico. / Ed anche / in questa veste nuova / ebbi fortuna: / anche di più. / “Perché?” mi chiedo / e risposta non ho. / Massone? E se anche? / pure tracciai, / in bianco e nero, / il volto / della Sindone / e lo feci con gioia. / Forse qualcuno / ritroverà la mia chiave / perduta / e mi dirà chi fui. / Io aspetto».

Per Francesco Bussalai – Tonino lo chiamavano in casa – lo stesso: pietre in cumulo. E come per i Grassi con Ileana e Swanyld, pure per i Bussalai con Fides e gli altri: Pino e Bruno e Anita, Anita che fu Venerabile della femminile Libertà succedendo a Fides la fondatrice, Anita che dopo Marisa e dopo Franca Bettoja divenne addirittura Gran Maestra della Obbedienza femminile... Stiamo sui sentimenti. 

Forse sapete di quel grande accompagnamento che nell’ultimo suo anno di vita – non è molto tempo fa – fecero a Bruno, capitano di lungo corso in viaggio per gli oceani, quei Fratelli che filmarono e poi trasferirono tutto in un dvd, immagini e parole e musica, la vita prima della morte… Che belle persone, che dolcezza e anche che tristezza! Nei suoi ritorni cagliaritani ho avuto molte volte occasione di buona confidenza con Bruno, lo trovavo stranamente timido e sempre buono.

Qui confondo, lo vedete, i Bussalai con i Grassi, li confondo in uno stesso sentimento. Sapete che quando accompagno quei tanti che si mostrano sensibili a queste cose, al camposanto di San Michele, sempre qualche riga di Francesco o di Efrem o di Hoder Claro mi sembra giusto leggerla o farla leggere? È un modo per tenere caldo il ricordo, vivo il sentimento… Peccato che i Venerabili, eccezion fatta per uno o due, manchino sempre.

Di Efrem, che quanto difficile fosse il suo rapporto con il padre sappiamo tutti: «Ad Alghero ci sarà un lancio… Dovrebbe andare tutto bene, ma sfortuna non voglia, qualcosa non dovesse andare come previsto, le mie volontà sono queste… La cosa più importante: Affido mio figlio Hoder, per ricevere una buona educazione e condurre una vita migliore di quella mia, a mio padre Hoder Claro Grassi». 

Di Francesco Bussalai, quando nel 1943 rischiò la vita lui, partigiano antifascista e antinazista: «Chiedo perdono a mia moglie ed ai miei piccoli figli Turi – Pino – Irene – Bruno – Anita di quanto posso averle arrecato di danno. Desidero che vengano su retti – liberi da ogni pregiudizio – vero nemico dell’evoluzione umana – animati di buona volontà verso il prossimo – e sopra tutti nemici di ogni forma di tirannia – sopruso – arbitrio. Considerino il prossimo come se stessi: rifuggano da ogni forma di sfruttamento... Queste povere creature mi perdonino se non ho potuto lasciare loro di che sostentarsi in mia mancanza. Credano nel mondo nuovo – nella Giustizia – nell’equità – nella fratellanza degli uomini così come ho creduto io. Ricordino che per questi ideali mi sono sacrificato e questo sacrificio mi auguro cancelli qualche mia colpa dovuta, credo, alle circostanze ed all’ambiente corrotto esterno».

Fortunatamente se la scampò, ma il carcere con Saragat e Pertini lo patì anche lui. E quante cose fece in tempo a realizzare, dopo, concentrate in pochi anni: lasciando la dogana, il suo mestiere cioè, insegnò musica alle scuole medie qui nell’hinterland, partecipò all’amministrazione del Teatro lirico e dell’ESIT, fu l’anima del Comitato di promozione teatrale regionale, con lui anche i Fratelli Botticini e Rodriguez, Tocco e Crivelli, sì Crivelli arrivato al Grande Oriente nel 1970, iniziato riservatamente e “sulla spada” la sera del 25 settembre 1970, nel Tempietto tutto avorio che è là, officiante delegato Flavio Multineddu, presenti in quanto testimoni i Venerabili Pintor, Loi Puddu e Bussalai appunto… e tu, Mario. Qui a palazzo Chapelle.

Di Francesco Bussalai mi hanno chiesto sempre in molti come arrivò alla Massoneria, dopo aver smesso i panni comunisti ed essere pervenuto piano piano, nell’arco di svariati anni, al riformismo socialista… Da Fides ebbi a suo tempo, per il mio Archivio massonico, una gran quantità di documenti, a cominciare da quelli che, pezzo dopo pezzo, riferivano del disagio esploso nella sua militanza del PCI, in tempi di stalinismo, e del progressivo passaggio al socialismo: cinque, sei anni, e di più ancora, sempre insieme Francesco e Fides. Anche Pino, allora ventenne, li seguì nel percorso, di recente ho rintracciato un suo articolo sulla prima pagina de La Nuova Sardegna, ma in quel momento Pino era ancora un giovane comunista. 

Francesco Bussalai in Massoneria… Fu Livio, figlio medico del suo fratello maggiore (quel Salvatore che l’ospitava nelle puntate romane durante gli studi all’Accademia di Santa Cecilia) a presentarlo. Livio era iscritto alla loggia Propaganda 2: così Francesco ebbe la sua iniziazione a palazzo Giustiniani e il suo brevetto di Apprendista nel 1966; giusto un anno dopo, giugno 1967, ebbe i due aumenti di salario ai gradi di Compagno d’Arte e di Maestro e poté darsi a metter su la filiazione sarda di quella loggia presieduta centralmente dal Gran Maestro in persona. Lo stesso egli ispirò a Nuoro, dove protagonista della cosa fu suo cognato Antonio Sanna, che veniva dalla vecchia loggia Ortobene di Piazza del Gesù. 

Lui ebbe una visione della presenza civile della Libera Muratoria in Italia, direi la visione di un presenzialismo massonico, che non era condivisa da altri. Dai più, esplicitamente o meno, non era condivisa. C’è quell’articolo mio di cinquanta pagine, di cinque o sei anni fa, uscito in Fondazione Sardinia in cui ho cercato di raccontarla bene questa visione, documenti alla mano… Era la visione che derivava dalla stessa esperienza della P romana, più ancora che da dall’esperienza del “gruppo di lavoro” che si riuniva nella sede partigiana al Corso: dico la visione forse di Lemmi, il Gran Maestro che precedette Nathan, quello che si vantava del numero dei parlamentari e dei ministri appartenenti al Grande Oriente d’Italia. 


Pur sotto un altro aspetto quella visione era presente anche nel “gruppo di lavoro” fondato da Bussalai con… il suo opposto, almeno teorico, che era Giovanni Gardu e con altri: un “gruppo di lavoro” che, certo, doveva vivere di diversità, ma che mancava, a mio parere, di una sua coerenza, di un suo progetto chiaro e condivisibile. Voi Venerabili del tempo – dico a te, Mario, che fosti il più radicale in quell’azione, per niente diplomatico – imponeste al Gran Maestro di trasformare quel “gruppo di lavoro”, che negavate fosse una loggia vera e propria, in ciò che sarebbe stata poi la Sigismondo Arquer. Negavate, voi Venerabili – tu, Oggiano di Sassari, Silicani che rappresentava Carbonia, Vincenzo Olla della Nuova Cavour, Vincenzo Delitala – l’esistenza di spessore massonico in molti dei frequentanti quel “gruppo di lavoro” che pure erano stati iniziati, con il formulario del Grande Oriente d’Italia, prima di poter partecipare ai lavori, alle discussioni… Forse avevate e avevi ragione ad imporre quella trasformazione, non però sul giudizio così tranchant su molti partecipanti come l’avevate messo nero su bianco. Chissà… Certo è che, secondo quando ne ho capito anch’io intervistando questo o quello, c’era un proposito sotterraneo, forse condiviso fra Gamberini e Salvini, di fare dei “gruppi di lavoro” P, nelle diverse regioni, delle palestre socialiste, delle chiatte di collegamento fra i socialisti unificati e Palazzo Giustiniani. Se così davvero, si trattava di un azzardo, senz’altro era un azzardo. E infatti socialisti o socialdemocratici come te questo lo rifiutarono… E vinceste la battaglia.

Certamente c’erano molti equivoci irrisolti. Quella P era una loggia “coperta” che si autodefiniva “di sinistra”, seppure aveva dentro di sé personalità che di sinistra non erano di sicuro, tutt’altro, come appunto Giovanni Gardu. E questo aggiunge elementi di complicazione, così come l’interessamento ad esso del capitano Pugliese, che allora comandava il SID sardo… E d’altra parte, bisognerebbe disporre anche di altre chiavi di lettura per comprendere la loggia cosiddetta “coperta”, proprio vedendo i singoli artieri iscritti in piedilista, che non arrivarono tutti insieme e che non arrivarono tutti da una stessa parte: ti ricorderai, Mario, di quanti umori nazionalitari ci fossero, interessati addirittura o affascinati da uno come Feltrinelli, e quelli del circolo Città-Campagna…, qualche nostalgico di un comunismo duro e puro – sembrerebbe incredibile – e socialdemocratici paciosi, e ottimi Fratelli come Giovanni Ciusa, che dalla Nuova Cavour era passato, con gli altri fondatori, alla tua e mia, e di Armandino e di Paolo, Hiram n. 657, ed era finito appunto alla P, idem Bartolo Cincotta che alla Libera Muratoria era arrivato da Lipari, dove scontavano il confino sia Emilio Lussu che il Gran Maestro Domizio Torrigiani… Giunse una volta in Sardegna a vendere pietra pomice e mise radici, anzi costruì, con il lavoro e le abilità del carattere, un impero.

Sapete, sulla storia della P sarda e poi della sua trasformazione ho scritto un lavoro d’un centinaio di pagine. Chissà se mai lo pubblicherò, avevo intervistato tutti quanti, da Peppino Tocco a Cicito Masala ad Antonello Satta… ad un’altra decina ancora. Era quello il tempo della contestazione giovanile in Europa dopo che in America, di qualche agitazione sindacale e anche universitaria in Italia, in Sardegna era il tempo dello sviluppo turistico costiero e della industria di base petrolchimica che cominciava a imporre una certa dittatura nei giornali, il tempo di Graziano Mesina e delle uccisioni di quanti carabinieri in Barbagia! Venne Taviani ministro dell’Interno e vennero i baschi blu, era il tempo di Pratobello, venne anche il presidente Saragat per i funerali nella cattedrale di Nuoro…  

Benedetto 1967 e mesi d’attorno. La Sardegna mostrava, come interloggia del GOI, qualche interessante dinamismo però ancora limitato a settori minoritari, ma in quanto circoscrizione pur non ancora formalizzata come tale (sarebbe stata questione di mesi) mostrava il fiato, vista da Roma. Non riuscì, quell’anno, neppure a mandare i verbali elettorali ai lavori della Gran Loggia di marzo e fu mancante anche a quella straordinaria di novembre convocata per l’approvazione delle nuove Costituzioni! In scadenza portava quell’anno i pochi incarichi nazionali affidati ai suoi: Giovanni Gardu nella Commissione Assistenza; Alibertini, d’Aspro, Olla e Mereu nel Tribunale circoscrizionale Lazio-Abruzzo-Molise-Sardegna… Da quella minorità seppe però gradualmente sciogliersi, cominciando proprio allora, e progressivamente riuscì a conquistare una posizione adeguata alle sue potenzialità.

A dicembre Emilio Fadda, della Nuova Cavour e già Venerabile, all’inizio degli anni ’50, della primissima Risorgimento, quella del 1944 che aveva avuto il numero d’ordine 354, e Venerabile anche dopo, fu eletto consigliere supplente (e Ispettore) da affiancare a Franco d’Aspro, eletto effettivo pochi mesi prima. Bene si muovevano appunto la Nuova Cavour e la Hiram dopo qualche iniziale reciproca e sgradevole incomprensione conseguente alla gemmazione del 1965-66, mentre in fiacca o forte o relativa erano le altre logge isolane: così a Cagliari la Giordano Bruno, nata da una illusione, da un proposito o sproposito di elitarismo esagerato di Carlo Anichini l’oceanografo toscano, con il quale si imbarcarono pochissimi Fratelli come anche Nicola Valle – dalla Giordano Bruno venne l’iniziazione di Tatano Medde, sicché comunque i moderati liberali furono soddisfatti –, così – dico la fiacca – a Carbonia dove la Giovanni Mori cercava comunque, proprio allora, di rimontare, dopo la lunga, lunghissima malattia di Silicani, affidandosi al riconosciuto equilibrio di Tiberio Pintor. 

Cose nazionali e cose sarde

A Roma, gran logge a parte, si lavorava per lanciare una rivista, per riorganizzare la Gran Segreteria adesso affidata alla competenza di Giuseppe Telaro, per mettere in pista una Fratellanza Giuridica (con Fratelli avvocati e procuratori, magistrati e notai, commercialisti e conciliatori) e magari anche una Fratellanza Bancaria, idem una Commissione Scuola; ancora ci si impegnava ad un allestimento nazionale, finora mancante, dei circoli dell’Union International des Enfants des Francs Macons (il famoso circuito UIEF i cui congressi internazionali s’erano svolti in successione a Parigi, Basilea, Bruxelles e ancora a Parigi…); doverosamente si celebrava l’anniversario di Porta Pia e il centenario di Mentana ed anche il 50° dell’assassinio del Sovrano Gran Commendatore scozzese Achille Ballori.

Pensa un po’, Paolo, dovresti averne memoria anche tu. Nello stesso 1967 in cui, a marzo, tu fosti iniziato, proprio nel Tempietto qui affianco, da Mario, dal Venerabile Giglio – amico e sodale – vide la “luce massonica” anche Efrem Grassi allora soltanto ventunenne, salutato dall’Oratore Sabino Iusco. Papà Hoder era al tavolo del Segretario, lo sarebbe stato ancora poche settimane, poi l’avremmo perso, e con spirito di servizio s’applicò al suo posto Renato Ferrara, venuto da Napoli a Cagliari per rappresentare la Lagomarsino... Ho detto “luce massonica”: è un’espressione che mi piace ripetere perché la sento poetica, come se un riflettore proiettasse la sua luce dentro noi stessi per capirci davvero qualcosa, per farci capire davvero qualcosa o di più di noi stessi, dentro il sé personale e più intimo, attivando un processo di liberazione dal proprio ego, dal pregiudizio e dal semplicismo, dalla verità fatta e standard, banale, fumettistica… come ho tanta paura stia avvenendo oggi espandendosi la malapianta fra molte Colonne.


Erano 265 – ho il numero preciso – le logge giustinianee attive nel 1967, non tutte sanissime, per la verità, se è vero che presto ne sarebbero state demolite una ventina; dirò di più: era un momento in cui giustamente si decise di far pulizia, proprio alla vigilia dell’entrata in vigore delle nuove Costituzioni; quasi pesavano uguali gli iniziati e regolarizzati da una parte e gli assonnati e radiati dall’altra, nell’ordine dei 5 o seicento ogni parte, pesavano emotivamente di più i passaggi all’Oriente Eterno, che erano un centinaio. In Sardegna ci contavamo in 152 quotizzanti, in tutt’Italia 6.600. È la statistica che coincide, temporalmente, con l’attribuzione alla nostra regione del rango di circoscrizione autonoma… 

A Palazzo Giustiniani era imminente l’entrata in funzione del nuovo sistema contabile meccanizzato e fu lanciata, press’a poco allora, una sottoscrizione per la nuova casa massonica della capitale. Ci si sforzava però di migliorare la qualità delle fatiche “iniziatiche”, chiamale pure così, non soltanto l’efficienza della macchina: in un’agenda ho trovato gli appuntamenti che stavano per essere fissati per i mesi avvenire e resi noti allora: costituzione del Gruppo Fraterno dell’Insegnamento, 50° della morte del Fratello Francesco Baracca (uno scomunicato sepolto in una chiesa), a Bologna convegno su “Università e Società”, a Trieste un altro su “La morale di domani”, a Perugia un altro ancora su “La difesa del patrimonio naturale ed artistico”, a Napoli su “Tommaso Campanella nel IV centenario della nascita”… e poi le collaborazioni con la Società Umanitaria di Milano, le celebrazioni per il ventennale della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, naturalmente per la ricorrenza mazziniana e per il XX Settembre… Prestissimo si sarebbe proceduto anche alla diffusione della Bibbia Concordata, alla cui traduzione aveva collaborato lo stesso Gran Maestro Giordano Gamberini, lui gnostico e valdese: quel testo sarebbe stato preferibilmente adottato nelle logge, anche a Cagliari se mi ricordo bene… sì, ricordo bene, ricordo bene anche il prezzo: 7.000 lire.

Me le ricordo le appartenenze religiose oppure no di tanti Fratelli, per me è stato sempre uno spettacolo virtuoso perché ho penetrato, data la confidenza con molti, l'intimo segreto di questo e quello, nei momenti del benessere e del successo e in quelli della malattia o della disgrazia, ho registrato le diversità: chi frequentava le liturgie cattoliche e magari partecipava ai gruppi di volontariato, come era quel gruppo che si chiamava "Amicizia" e guardava all'inclusione sociale dei malati, perfino degli allettati, chi dava una nobiltà di religione al proprio scetticismo, chi coltivava pur soltanto culturalmente l'ebraismo...

Figurarsi! stava per aprirsi un altro ciclo di storia terribile per il mondo con l’invasione dei carri armati russi a Praga, e ad Atene c’era già stato il golpe fascista dei colonnelli, e poi era stato arrestato fra i mille o diecimila altri anche il poeta Alexander Panagulis, condannato a morte da un tribunale e quindi trattenuto a scontare in carcere fra pestaggi e torture. Il Grande Oriente e la LIDU avrebbero denunciato e un caso e l’altro, per quel che valeva… Le logge sarde, allora le cagliaritane e la sassarese soprattutto, vissero l’ebbrezza dolente delle cronache che di quei fatti arrivavano nell’Isola e condivisero i giudizi espressi dal Gran Maestro. Fu in quel contesto che alla nuova circoscrizione venne riconosciuto un ruolo finalmente di un qualche riguardo, e fosti proprio tu, Mario, a rappresentarlo questo rango venendo eletto dal Consiglio dell’Ordine e proclamato dal Gran Maestro giudice della Corte Centrale. Acceleravi la tua… galoppata. Io dico: meritatissima. Fra le carte che hai consegnato al mio Archivio diverse riguardano proprio i processi che allora dovesti seguire direttamente. Fosti anche garante d’amicizia presso la Colombia, se so bene, e Grande Architetto Revisore e quindi membro di giunta pochi anni dopo…

Paolo, dico a te, ti faccio una confidenza e Mario perdonerà. Una volta chiesi proprio a Mario dei suoi neofiti e di te mi disse testualmente: «il nostro fu un rapporto quasi di padre e figlio: confidenza, affetto, rimproveri, comprensione, consiglio… Paolo era ed è molto buono di animo, ed è disordinato, ma disordinato perché troppo intelligente». Ci penso: nello stesso 1967 la loggia Hiram ti accoglieva e accoglieva Efrem, perdeva poi Hoder Claro… nella sede partigiana del Corso Francesco Bussalai impostava, per incarico di Gamberini, il suo “gruppo di lavoro”, la prima regionalizzazione di quella P che, in un quadro in parte ancora indecifrabile, si sarebbe via via arricchita di personalità di altissimo ingegno: l’amicizia personale mi suggerisce almeno i nomi, che ho già fatto, di Cicito Masala e Antonello Satta… 

Non bisognerebbe confondere ma in parte è inevitabile, fra la P romana e quella sarda. Finita l’esperienza di quella sarda nel 1969, la P nazionale recuperò giurisdizione diretta e attraverso Flavio Multineddu raccolse nuove adesioni – pensiamo a Crivelli, a Botticini, a Ledda, a Motzo… Tutto tornava nella logica antica, centenaria addirittura, della P di Mazzoni… Un giorno, e per altre vie forse malavitose, Gelli avrebbe imbastardito tutto, dopo aver strappato il governo della loggia “coperta” al Gran Maestro Salvini, ma quello è un altro capitolo. Un anno centrale per le cose nostre il 1967.


Armandino, io non ti vedo lontano da questo quadro: certo, saresti stato iniziato due anni dopo, nell’ottobre 1969, e non a Cagliari ma a Carbonia, però in quel 1967 io vedo una forte approssimazione tua ai cantieri della nostra Libera Muratoria. Stavi trasferendoti a Cagliari da Ales e stavi combattendo la tua battaglia politica nel Partito Sardo d’Azione, di fianco al senatore Mastino – Fratello anche lui, negli anni precedenti la dittatura – e agli altri che non condividevano la svolta indipendentista, quella delle “lingue tagliate”, del neutralismo mediterraneo, ecc. lanciata da Antonio Simon Mossa e che l’on. Titino Melis, certissimamente contrario, pure sentiva di non poter contrastare fronte contro fronte. La rottura avvenne allora e credo tutto fu calcolato da parte tua: la candidatura alle politiche del 1968 nella lista repubblicana per metà costituita dai sardisti dissidenti comportò la tua espulsione dal PSd’A. Da lì la costituzione del Movimento Sardista Autonomista “per una democrazia di base” e nel 1971 la confluenza del PRI. Esperienze che ti allenarono – almeno a me sembra questo – a geometrie politiche più larghe di quelle che fino ad allora avevi praticato in un partito regionale, per tanti aspetti portatore di cultura ancora localista. E che ti misero in più stretto contatto con diversi Fratelli del sardoazionismo lamalfiano, tanto a Cagliari quanto a Carbonia. Ne trovasti, a Carbonia in particolare, a partire da Livio Melis e Mario Tuveri, dai due Dedoni fino a Luciano Massenti, a Ghigo Galardi che era pacciardiano… e insomma… la storia la conosciamo. Ti iniziò Tiberio Pintor, il figlio di Eduardo – altro personaggio straordinario non soltanto della Massoneria, ma della Sardegna civile e della scuola pubblica di anni lontani, Eduardo socialista –, ti iniziò Tiberio, di animo sardista, affiancato da Alberto Silicani, e nel 1971 poi ti trasferisti dalla loggia Giovanni Mori alla cagliaritana Hiram… 

Sai che quando compiamo il nostro pellegrinaggio annuale, al San Michele, ci fermiamo sempre, fra i luoghi dei riposi, anche al tuo? E ti vediamo e ti sentiamo con noi nella tua umanità fragile per tanti aspetti, orgogliosa, passionale, intelligente e anche calcolatrice, pragmatica, finalizzata per altri aspetti. Ogni anno visitiamo i nostri, dai Grassi e dai Bussalai tutti, da Silicani ai Zedda-Congiu (come a inglobare nel sentimento le Sorelle della Libertà), dai Galardi-Rapezzi agli altri, includiamo tutti – i Fadda – Emilio e Bruno – e i Tuveri – Salvatore e Vincenzo –, Angioi e Ciusa, i Cusino – Gianfranco e Giorgio – e Porcu, Ganga e Loi, Zirone e Rodriguez, Spissu e Tore, Lai ed i Salvago – Lucio e Raffaele –, Durzu e Lecca, Orrù e Ferrara, Solinas e Curreli, Mascia e Mancini, i Casini – Oscar e Giorgio – e Marongiu, indimenticabile Mariano, e Ambrosio, Ribichesu e Fossataro e Puddu… -, trenta, quaranta, cinquanta, di più ancora… vola il pensiero verso i lontani, verso Ilio Salvadori, a quanti han cercato riposo altrove, al mare di Carloforte magari..., uomini dell'università e dell'ospedale, della banca e dell'avvocatura, dell'amministrazione e del commercio, della scuola e delle navi, uomini che sono invecchiati con noi o ci hanno lasciato ancora giovani, trenta, quaranta, cinquanta di più ancora... sembrano numeri ma sono persone, sono persone tutte vive dentro di noi, come voi pure, Mario e Paolo e Armandino, siete vivi dentro di noi, presenze necessarie, necessarie e care… Ci fermiamo al tuo stallo, Armandino, e al tuo, Paolo, che i tuoi hanno distinto con una squadra incrociata ad un compasso: umanità impagabili, le vostre, che abbiamo fuso con le nostre. Mario, il nostro pensiero ti raggiunge a Sassari, qui a Cagliari conserviamo, anzi custodiamo la memoria e le piccole spoglie della tua nipotina, della piccola Paola che portava il nome della nonna, anche lei cara memoria fra di noi cagliaritani.

Ci fermiamo da Alberto Silicani: la loggia che gli è intestata ha voluto affiancare – era il 2006 – ai versi del salmo «Beato chi abita la tua casa / e ti loda del continuo…» la squadra e il compasso, là sul lastrone che porta il suo nome e le date di nascita e di morte: era la primavera del 1974 quando anche lui ci ha lasciato. Quanto Silicani c’è in questo palazzo Chapelle! Allora, in quell’andare e venire fra Cagliari e Carbonia – dove aveva tirato su la loggia della tua iniziazione, Armandino, la Giovanni Mori – aveva detto le parole definitive.

A palazzo Chapelle

Dopo la ristrutturazione della Cavour n. 574 nell’accoppiata Nuova Cavour n. 598 e Libertà n. 599, che è cosa del 1959 e per la quale si era voluto restituire a lui, dopo tanti anni, il Maglietto, perché bisognava caricare di solennità quel processo che non poteva essere soltanto amministrativo, si cominciò a fare i bagagli da via Porto Scalas 8 – era intestatario delle utenze allora il Fratello Mario Dessì, il padre di Geppi ed Antonio – e migrare qui, in piazza del Carmine. Un bel salto di qualità. Un po’ tu, Mario, un po’ Vincenzo Delitala, un po’ Franco d’Aspro, un po’ altri mi avete consegnato quelle carte che documentano un passaggio importante, direi lo svezzamento, della Libera Muratoria cagliaritana nella seconda metà del Novecento. 


Come sarebbe bello se potessimo un giorno combinare una assemblea generale con tutti quanti quei Fratelli, ne potremmo contare forse duecento, dal conte Ottelio al mio carissimo professor Romagnino che fu autorizzato a prendere la parola da subito, anche se era ancora Apprendista – e fu bene senz’altro –, e quegli altri che s’affacciarono da altre Obbedienze nei lunghi anni ’50, prima del trasferimento, e ancora nei primi anni della nuova sistemazione, i ferrovieri e i montevecchiesi… Ricordarli quei nomi, ricordarli tutti, e convocare tutti, anzi invitare tutti… credo tutti aderirebbero, tutti verrebbero perché l’esperienza comunionale, breve o lunga che sia stata, certamente ha segnato tutti nel profondo… 

Penso a Mario De Gioannis, che perdemmo dopo quasi vent’anni di militanza anche lui in quel certo 1967, l’anno sul quale m’ero soffermato prima come fil rouge di tante storie, come punto d’approdo e come punto di partenza di tante storie. Penso anche, in questo andare e venire fra date felici e date di dolore, alle iniziazioni, proprio in quel 1967, di due altri uomini che furono di servizio sempre generoso alla nostra Famiglia cittadina, a voi anche privatamente legati da stretta amicizia e frequentazione: Gianfranco Cusino e Gianfranco Porcu. Penso a come entrambi abbiano terminato il loro percorso di vita nello stesso anno: era il 2002. Pochi mesi a dividerli nel calendario della nascita, pochi mesi a dividerli nel calendario della morte. Accomunati dalle idealità mazziniane e liberomuratorie, accomunati nella stagione ultima di vita da indicibili sofferenze fisiche. Carissime persone, carissimi Fratelli. Mossero entrambi dalla Hiram ed ebbero incarichi di responsabilità e ripetuti, nel loro tempo furono cofondatori di varie logge – dalla Risorgimento alla Lando Conti alla Vittoria alla Concordia… - e Venerabili, presidente circoscrizionale l’uno e consigliere dell’Ordine l’altro… Viene difficile pensare la Libera Muratoria cagliaritana e sarda degli anni ’60, ’70, ’80 e anche ’90 senza di loro, dignitari dei Riti, l’uno Criptico di York l’altro Noachita… Per associazione mi viene in mente Paola Orunesu, Sorella speciale, perduta troppo presto, la moglie di Gianfranco Porcu, era senz’altro più cristiana lei dei preti di Cagliari che si rifiutarono di celebrare i suoi funerali religiosi, poveracci… Ne scrissi, denunciai l’abuso scristiano di quei preti mi pare fossero salesiani… sono passati ormai trentacinque anni.


Mi vien da considerare l’importanza dei posti in cui consumiamo il nostro tempo, dove ci incontriamo nella reciproca fiducia e cerchiamo magari di costruire qualcosa insieme. Palazzo Chapelle, di cui per le mie passioni bacareddiane dell’adolescenza ho cercato di ricostruire le vicende anche edilizie nel post-Todde Deplano del primissimo Novecento, mi riporta sempre, nel riannodo veloce delle generazioni, a Guido e Paolo: coetanei miei, quanto hanno contato per me entrambi! Credo siano stati importanti anche per voi, Fratelli-figli già mezzo secolo fa… 

Adesso il pensiero corre alla loro ultima abitazione di ragazzi, a un mezzo passo dalla tua, Armandino, e dalla casa di cura, in quegli anni fra ’60 e ’70, corre veloce agli approdi professionali dell’uno e dell’altro, della banca e dell’ospedale, passando per gli studi paralleli, e per quelli speciali di economia tornando a te, Paolo, professor Paolo Carleo, in viale Fra Ignazio… È tutto un misto di atmosfere in cui rientra fra i primi anche un altro Giglio di famiglia in Famiglia – un bella mente accompagnata sempre da molta molta gentile discrezione, una signorilità innata –, ed entrano gli altri nostri coetanei, ognuno un mondo, ascendenze e formazioni, Gabriele e Marietto, Sandro e Pietro – figlio e nipote di massoni non da poco per genio d’arte e generosità, lui stesso esempio a me di bontà spontanea e da guiness –, anche i due Giorgio arrivarono lì, l’uno da Ingegneria l’altro da Medicina, arrivarono alla loggia “dei lattanti” come veniva chiamata con affetto da tutti quanti, un po’ per l’età prevalente – i ventenni tutti studenti! - un po’ per altre ragioni, per i due Sorveglianti di lungo corso, Scano e Boi, pediatri entrambi, in facoltà o in ospedale, al brefo nuovo di via Cadello… 

Che tempi! Quante volte, allora, tu Paolo mi favoristi certi corposi dossier, studi prodotti dalla Programmazione, con i flussi anche degli aiuti comunitari alla Sardegna, all’agricoltura nostra – quando il bilancio europeo si faceva ancora padre invece che patrigno – ed era lo stesso tempo in cui, pur ultima ruota del carro, mi davo a cercare di risolvere con il danno minore i pasticci che avevano provocato, Mario, la tua assegnazione punitiva a Roma, allora. Per settimane e settimane, vedendoci ogni giorno, cercammo, con l’aiuto grande di Armandino e Lello e di alcuni nostri referenti di Roma e Napoli, di trovare soluzioni efficaci. Si trattava anche di salvare una delle maggiori aziende dell’agroindustria sarda con stabilimenti a Serramanna e nella cintura di Sassari… Infine la trovasti tu stesso la soluzione, e dal Banco passasti alla Popolare, e fu bene e fu male, dico: fu bene e fu male, ché la vita è insieme bene e male. E tu, anche con i tuoi errori, sei stato onorevole sempre, sempre. Ti sono sempre stato a fianco.

Un anno tremendo, eravamo ormai a cavallo fra ’75 e ’76, mille difficoltà, ma eravamo uniti, solidali, a combattere per la stessa causa. Mi avevi mandato a Palazzo Giustiniani, mesi prima, Mario, ed era stato un atto di fiducia incredibile. Io operaio ragazzino in mezzo a tutti quei grandi dignitari, s’affacciò il Gran Maestro, s’affacciò il Gran Segretario, partecipò la Marisa Bettoja che ci ospitava in albergo, e naturalmente c’era Pasquale Bandiera, deputato e direttore de La Voce Repubblicana, delegato dal Grande Oriente per la Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo che era nel circuito internazionale accreditato all’ONU fra gli organismi non governativi. Per qualche anno riuscimmo a portarla anche a Cagliari, la Lega, quella Lega buona dei diritti dell’Uomo, s’intende il contrario di quella politica ex padana del dio Po delittuosamente straripante in questi tempi ultimi. 

Che tempi quelli! Vi ricordate Matteo Savatta che il quel 20 Settembre, nel Tempietto tutto avorio, tesse l’elogio di San Francesco? Lui che, dal banco dell’Oratore e nel giorno di Porta Pia, recita il Cantico delle creature! Vittorio Sallemi, in forza anche lui alla Nuova Cavour, era entusiasta: mille volte meglio i versi di San Francesco che non le tabelle e tabelline del petrolio o del petrolchimico con cui aveva a che fare ogni giorno e che amava comunque perché amava la professione, perché era uomo d’azienda che amava il lavoro e amava la produzione che è sempre atto di creazione… ma certo la poesia francescana e la leggerezza del pensiero… L’abbiamo perso nel 2000, Vittorio, grande, grande e gentile signore, e Matteo l’abbiamo perso anche più di recente, lo scorso anno…

Stavo dicendo di palazzo Chapelle, dell’appartamento alto affittatoci a canone d’amicizia dal signor Aldo Chapelle: mi pare 32mila lire al mese, e di poco crebbe negli anni. Certo in quel contratto di locazione, all’apparenza uno dei tanti, c’erano tante cose tutte particolari, cominciando dai rapporti personali di diversi della famiglia proprietaria con i nostri… tanti intervenuti per il cosiddetto Centro Studi Sardi – da Mario De Gioannis a Emilio Fadda, titolari delle utenze, a Ennio Fanni per la Casella Postale – e dalla signorilità tutta sua del signor Chapelle... 

C’era poi anche quella memoria domestica, passata nelle generazioni, dell’appartenenza massonica di George Chapelle, giunto in Sardegna dalla Francia, forse con una sosta a Civitavecchia… poco dopo l’unità d’Italia, al tempo di Cavour o Ricasoli. Aveva 20-25 anni soltanto, era nipote di uno storico dei templari conosciuto in tutta Europa. Seguì, George, le mosse del fratello maggiore Alberto, prese con lui appalti pubblici nel Cagliaritano, nell’Oristanese, in Ogliastra, nel Sarcidano, nel Sarrabus… poste ed esattorie, macelli e conferimenti al mercato, ma anche edilizia e altro dell’industria… Cacciatore e conoscitore dei territori meglio dei sardi residenti, accolse e fece da guida a Gaston Vuillier che ne ha lasciato traccia in un libro famoso… Sposò una Asquer e mise su un gran podere agricolo a Sestu, promuovendo anche corsi pratici di coltura, innesto, ecc. S’era fatto tutto sardo, parlava il campidanese, era molto benvoluto, morì nel 1911. Il Venerabile della loggia, Enrico Pernis, resse allora uno dei cordoni del feretro. Lui era stato iniziato nella loggia Libertà e Progresso qualche mese dopo la breccia di Porta Pia, aveva ripreso energia – dopo l’abbattimento di tutte quelle Colonne infiacchitesi nel tempo – nella nuova Sigismondo Arquer, quasi trent’anni dopo, nel 1899. Era Apprendista, giurò da Maestro nel 1901, l’anno in cui fu completato il palazzo di piazza del Carmine. Un signor palazzo, là affiancato a quello di Alfonso Aurbacher lo spedizioniere e presidente della Camera di Commercio in quella teoria di palazzi borghesi delle famiglie “in” com’erano i Boscaro o i Cocco o i Rocca, che verso la via Roma guardavano alla stazione dei treni…

Non vorrei sbagliare ma mi pare che proprio nel 1960, in primavera, avvenne il trasloco. Uscì press’a poco allora un servizio, nella prima pagina del giornale diocesano di Oristano Vita Nostra, dal titolo “10 Logge in Sardegna” e occhiello “Rifiorisce la Massoneria”, ma era un pasticcio, soprattutto perché portava dati vecchi ricavati da un precedente articolo de La Civiltà Cattolica che naturalmente aveva guardato alla realtà nazionale complessiva. E pasticcio anche perché metteva insieme, impropriamente e neppure per intero, logge e camere superiori, e poi logge e capitoli di Palazzo Giustiniani con altri di Piazza del Gesù, gli ALAM, e altri ancora di via Panisperna, di Palazzo Falletti cioè, gli AALLAAMM… Taceva della Cavour e della Nuova Cavour, che invece erano le vere protagoniste di quella stagione e già da due anni almeno…

Quelli che vennero a Palazzo Giustiniani, dico di Cagliari naturalmente, erano gli AALLAAMM della Cavour e qualcuno anche della Azuni, con sede in viale Regina Margherita e da altre parti, che era stata però demolita nel 1955 o 1956… A titolo individuale vennero successivamente al GOI diversi ALAM della Pitagora da Samo… sarebbe una storia tutta da raccontare.

La loggia Libertà aveva forse già rinunciato a proseguire da sola e stava per riconfluire – era l’estate 1961 – nella Nuova Cavour rimasta padrona assoluta della scena; ci si poteva “rintanare” tranquilli, nello scambio delle confidenze reciproche, nello scambio anche di informazioni cui si era indotti dal sentimento di una “cittadinanza attiva”, ed era proprio quel che avveniva, seppure le produzioni non fossero particolarmente elevate, con qualche eccezione… Sotto certi profili ancora avanzavano gli stili delle relazioni sociali di trent’anni prima, di quegli anni successivi alla grande guerra che preparavano la dittatura… L’incontro tra i Fratelli era quotidiano, l’uno andava a trovare l’altro, erano i negozi o gli studi professionali ad ospitare le confidenze dell’uno all’altro… Ripenso a Mario Lai che aveva il negozio in via Manno ed aveva ricevuto la soffiata della prossima perquisizione di via Barcellona… Ve le ricordate tutte quelle fotografie alle pareti, i quadri di Mazzini e Garibaldi – sempre loro, sempre loro! a insegnare che la storia deve essere maestra di vita –, sì nelle pareti di questo palazzo Chapelle ma provenienti da via Barcellona anni 1910, 1920, 1925? E la fotografia di Cesare Battisti a Cagliari, quella volta di dicembre, era stato il 1914, quando la grande guerra mieteva morti già da cinque mesi. Battisti con Enrico Nonnoi repubblicano, iniziato nella Sigismondo Arquer qualche anno dopo, e il professor Fasola socialista, Battisti che si avviva al suo comizio interventista al cine-teatro Eden di via Roma? Anche quella foto era in via Barcellona, poi era passata a palazzo Chapelle, e dopo ancora in via Zagabria, non so se adesso a palazzo Sanjust…

1914, quella fotografia di Cesare Battisti a Cagliari

Ho cercato di ricostruirla la storia di quei giorni, 12 e 13 dicembre: veniva da Sassari, dove pure aveva tenuto comizio, Battisti, a Cagliari doveva replicare, la città era ricettiva, le forze democratiche erano per l’intervento, per liberare Trento e Trieste dallo scarpone di Cecco Beppe. Considerate poi che proprio a Cagliari, nonostante Cagliari fosse una città piuttosto moderata, monarchica e clericale in maggioranza, ogni anno un gruppo di giovani repubblicani ricordava, il 20 dicembre, il sacrificio di Guglielmo Oberdank, impiccato a 24 anni con una corda il cui costo fu addebitato alla famiglia, e nelle manifestazioni pubbliche – come fu quel giorno del 1905 in cui si inaugurò allo square delle Reali il monumento a Giovanni Bovio – si rovesciava la bandiera passando nella via Manno davanti al consolato d’Austria-Ungheria... E poi considerate – questo sul piano privato e sentimentale – che la moglie di Battisti, Ernestina Bittanti, era figlia di un vecchio preside del liceo Dettori, e aveva studiato, ginnasio e liceo, a Cagliari, mi pare addirittura fosse stata la prima ragazza ad essere iscritta al ginnasio di Cagliari all’inizio degli anni ’80!


Al suo arrivo in città, cioè alla vigilia del comizio, gli avevano offerto, a Battisti, un banchetto al Firenze del corso Vittorio Emanuele. Al suo tavolo i leader del radicalismo repubblicano cittadino e vari massoni, compreso Dionigi Scano, compreso Antonio Ferrari che era forse proprio allora Maestro Venerabile della loggia, e il Satta-Semidei, allora assessore di Bacaredda… Lui cercò di ricordare i versi di un trentino – un trentino suddito obbligato dell’imperatore d’Austria – dedicati alla Sardegna, poi concluse: «il giorno che anche noi figli irredenti potremo chiamarci, come voi ci chiamate, italiani, sarà un giorno di gloria per tutti. Salute a Cagliari, degna figlia dell'Italia grande». 

Due anni dopo, lo sappiamo, Battisti fu catturato e processato e condannato a morte come traditore dell’Austria. Giunse anche a Cagliari, ovviamente, la notizia della sua impiccagione. Era luglio. Ho la collezione de L’Unione Sarda e de La Nuova Sardegna, con le cronache, le corrispondenze di quei giorni, i commenti, il dolore… anche nel nostro ambiente, non soltanto genericamente in città. Pensate che quell’anno la Famiglia sarda – mi riferisco alla loggia Sigismondo Arquer e alla loggia Karales in particolare – aveva subito già due lutti: a gennaio era morto Attila Zerbini, professore alle scuola tecnica, grande promotore di iniziative culturali e fondatore della Dante a Iglesias, dove aveva vissuto e lavorato per molti anni, ed a febbraio, suicida nel gabinetto di scienze del Dettori, Guido Algranati, giovanissimo professore di fisica originario di Livorno, figlio di una insegnante della scuola ebraica. Figure belle entrambe, per aspetti diversi, arricchirono di molto la Fratellanza cagliaritana che, pensate tornando ancora all’indietro…, soltanto pochi mesi prima – nel 1915 – aveva perso due altri Maestri particolarmente cari nella catena fraternale: caduti in guerra, addirittura nei primi combattimenti della grande guerra. Erano Ottavio Della Ca’, anche lui meno che trentenne, Venerabile della Karales, e Giovanni Romanelli, Oratore della Sigismondo Arquer: contabile aziendale il primo, capitano della Sassari e avvocato del Tribunale militare il secondo, fiorentino di nascita ma sposatosi qui da noi. I labari, i labari delle logge e dei capitoli scozzesi erano stati portati fuori, in strada, al camposanto per Zerbini e per Algranati. Erano stati commemorati da Ferrari e Scarafia, Zerbini, e da Armando Businco, che allora era già una Colonna della Massoneria sarda, e da Antonio Giunta, Algranati. 

Datemi un minuto soltanto, fatemi entrare nelle sintonie morali con questi Fratelli che sembrano lontani nel tempo e i cui nomi ho conosciuto per le letture, non per un contatto personale, ma dei quali ho potuto ricostruire i tratti delle identità umane e civili, recuperando molti materiali… Antonio Ferrari l’ingegnere presidente dell’ente case popolari e caput della Sigismondo Arquer, dopo Stefano Cardu – quello della Collezione siamese alla Cittadella – e dopo Enrico Pernis; Pietro Scarafia, professore di chimica, che era appena stato votato nella Karales, e che era stato fra quelli andati ad accogliere Battisti alla stazione di Cagliari; Businco, medico di valore e uomo di valore, repubblicano e sardista, sempre mazziniano, antifascista di Giustizia e Libertà quando fu prelevato a Bologna per i campi di prigionia nazisti e riuscì a fuggire nel 1944 grazie ai partigiani… Grande nome della medicina italiana, a Cagliari gli hanno giustamente intitolato l’Ospedale Oncologico… Parlò ai funerali di Zerbini e parlò, il mese dopo, ai funerali di Algranati anche Antonio Giunta, docente al Dettori, massone pure lui: era stato il socialista che si era dimesso dal partito nel 1914, dopo il congresso di Ancora che aveva stabilito l’incompatibilità della militanza fra il partito e la loggia, preferendo lui la loggia. Era stato in quel contesto in cui anche il nostro Silicani allora ventenne fu espulso dal Partito Socialista, perché s’era opposto alla delibera sulla incompatibilità pur non essendo ancora stato iniziato. Lo fu dai giustinianei, nella Karales, uno o due anni dopo, nel 1916, appunto l’anno della scomparsa di Zerbini e Algranati, e di Cesare Battisti…

Vedete come ogni storia si riallaccia all’altra… Dalla fotografia di Battisti nei Passi Perduti di palazzo Chapelle siamo venuti ai nostri caduti nella grande guerra, e a quel tremendo 1916 degli exit di Zerbini e Algranati, e a chi li celebrò, e a Giunta che fu il solo a scegliere la loggia contro il partito quando i socialisti imposero l’incompatibilità, e a Silicani socialista fuori partito che nello stesso 1916 fu iniziato, primo anno dei 58 della sua militanza… 

Il Tempio era affollatissimo quando si volle celebrare Romanelli – con una grande cerimonia e la pubblicazione anche di un bell’opuscolo in memoriam – e anche Della Cà, il cui nome è inciso nella lastra che riporta, nella basilica di Bonaria, tutti i cagliaritani caduti nella grande guerra… Ce ne sono anche altri, di nomi di massoni, elencati in quella cappella: Romano Anchisi, Giuseppe Morganti… ne caddero diversi di Fratelli sardi e sardizzati nella grande guerra: Manlio Corda calangianese e Antonio Bolasco algherese, Pier Giovanni Camboni sassarese ed Alfredo Cucinotta portotorrese, Arnulfo Sola che era giovane trentenne anche lui e aveva fatto famiglia da noi, veniva da Vigliano Biellese, la patria, Armandino, di Albina, carissima Albina…

L’ho detto: quella di Battisti era una foto che senz’altro veniva, insieme con i quadri di Mazzini e Garibaldi, dalle dotazioni della casa di via Barcellona. Ho il dettaglio dei suoi arredi, ambiente per ambiente, datato 1910. È incluso anche il busto di Bovio, insieme con quello di Carducci e di Garibaldi… Chissà che fine hanno fatto questi ultimi, quello di Bovio invece è stato recuperato da un magazzino comunale, salvato da Bruno Josto Anedda e Luciano Marrazzi, tenuto in buona custodia nella sezione repubblicana – lo sapete – per svariati anni, poi anche da me a casa, quando la sezione doveva trasferirsi e non aveva spazi sufficienti… Nel 2008 l’ho riportato, con Franco Turco, al Grande Oriente, a palazzo Sanjust, dove in epoca recente è stato svillaneggiato quanto neppure potete immaginare: e pensate, Armandino, Mario e Paolo – voi che le responsabilità apicali del Grande Oriente avete avuto sulle vostre spalle per lunghi anni –, che questo è avvenuto con la complicità idiota dell’attuale presidente del Collegio circoscrizionale, sotto il silenzio del Grande Oratore addirittura, silenti anche tutti quanti i Venerabili delle logge – tutti senza eccezioni (il che è particolarmente doloroso, per me uno schianto assoluto), gli Ispettori, i consiglieri dell’Ordine. Una vergogna inenarrabile… Non vi tengo sull’argomento perché o non riuscireste a pensarlo possibile o perché ne avreste una sofferenza pari alla mia, fuori misura, e ve la voglio risparmiare. Basta la mia, che mi ha scassato il cuore. Non una parola di più. Ci siamo incontrati per consolarci a vicenda, per rivivere momenti belli della nostra esperienza di vita, della nostra amicizia, della nostra fratellanza.

Nei giorni scorsi ho ritrovato, nel mio Archivio, una lettera dell’ottobre 1969 – siamo ancora in epoca di palazzo Chapelle e la data coincide con quella della tua iniziazione a Carbonia, Armandino – a firma di Beppe Loi Puddu ed Alberto Silicani. Si tratta di una lettera aperta, di esortazione a concentrarsi su quel per cui valeva la pena davvero di lottare: non saprei se rivolta ai Maestri Venerabili o ai Fratelli tutti. Mi ha colpito il finale: «invocando su di noi l’aiuto del GADU, siamo pronti ad un dibattito di idee e di costruttivi suggerimenti. Soltanto ad una tale nobile competizione siamo pronti a partecipare… intendiamo affrettare l’edificazione del Tempio che “i passati” iniziarono ed al quale anche noi dovremmo aggiungere nuovi “mattoni” per “i futuri”».

Quante volte, anche senza conoscere questo ammonimento – l’asse passato-futuro passando per il presente, il presente della responsabilità che ricollega il passato dei seminatori e il futuro dei Fratelli-figli – questo tema ho portato anche io. Se l’ho fatto, certamente è stato perché voi me lo avete insegnato, forse non con una lezione dalla cattedra, ma nel quotidiano, e io l’ho sedimentato in me.

Nell’ultima stagione

Noi qui, sessant’anni dopo, due generazioni dopo, a palazzo Chapelle stiamo a combinare altri argomenti, il giovane non più giovane e voi Maestri perfetti, professionisti importanti, uomini di esperienza e di relazioni. Il giovane di quel tempo all’ascolto, il giovane che poneva domande, e voi allora – benevoli, direi paterni, mi sembrerebbe sbagliato dire paternalisti – a mostrare simpatia a una sincerità che si toccava, certi voi e certo lui di una lealtà di corpo per l’oggi e il futuro. E ti ricordi, Armandino, saltando i decenni, quell’altra volta tutta nostra, del 2005, quella passeggiata a braccetto, e con quanta fatica però tua di ottuagenario colpito da tanti mali, nelle sale della Pinacoteca alla Cittadella dei Musei, per la retrospettiva di Franco d’Aspro, lì ad ammirare quella sfilza di soggetti sacri, dei crocifissi magnifici dell’arte di Franco d’Aspro, e anche, nel novero, il mio gigantesco Cristo di Buchenwald? Casa mia l’ho fatta diventare adesso un pezzo di Monumenti Aperti. Peraltro nel 2012 a palazzo Sanjust gliel’ho dedicata anche io, a Franco, una mostra intitolata “umanesimo cristiano e umanesimo massonico nell’arte civile di Franco d’Aspro”. Su L’Unione, Massimo Crivelli è stato poi gentilissimo a darmi una pagina intera per raccontarla quella mostra fotografica che consentiva di girare tutta Cagliari facendo tappa dopo tappa un percorso coerente… 


E ti ricordi di quell’altra passeggiata, su e giù nel grande piazzale della casa di cura – doveva essere trent’anni prima, quando avevi iniziato a smontare Villa Verde e ti orientavi agli incarichi politici in esclusiva, a diventare assessore regionale nella giunta Soddu? Mi raccontavi, tu potente a me sempre e soltanto ragazzotto, a me soltanto, per mezz’ora o un’ora, ancora su e giù in quel mezzo pomeriggio di un sabato, cos’era per te la politica e come la volevi distinguere dagli affari? Eri posato nella conversazione, ma si vede che eri entusiasta della stagione politica che stava aprendosi con gli accordi della unità autonomistica che equilibravano il negoziato fra la Regione e il governo nazionale e profilavano per te, esponente di un partito di estrema minoranza, un ruolo chiave nella giunta regionale… Il giornale aveva pubblicato le classifiche dei contribuenti più ricchi della città, e la tua posizione era ragguardevole, dieci volte – almeno dieci volte – quella di mio padre soldato in Africa e minatore di Montevecchio. Non trionfavi sulla tua montagna, sapendo che montagne e valli sono, nella vita di ciascuno, tutte un relativo, un relativo permanente; conoscerti mi ha fatto bene, allora poi ci conoscevamo già da molti anni, t’eri fatto una volta perfino mio autista, quando andammo a casa del nostro amico Bruno Anedda, che aveva il merito storico di aver scoperto il monumentale diario politico di Giorgio Asproni: l’avremmo presto perduto, quel nostro amico, sospeso sempre fra i servizi per la RAI e le collaborazioni a Scienze politiche. 

Mario, e tu, il banchiere potente, una bomba di energia creativa sempre, dopo quei travagli complessi anche giudiziari della Popolare, ridotto a poco, alla immobilità addirittura, colpito dalla perdita di Paola – preziosa Paola Perantoni che era stata un investimento per la vita – con quel filo di voce quasi impossibile da cogliere e comprendere nella richiesta che mi portavi, saranno stati due anni prima dell’exit tuo, che un po’ lo è stato anche mio: un pezzo di vita personale che se ne andava, ce ne siamo andati insieme. E dunque poi subito a confezionare in uno o due giorni quella pubblicazione “Carissimo Venerabilissimo Mario Giglio”, distribuita al termine dei tuoi funerali ricollegati temporalmente alla cremazione, nel grande Tempio di palazzo Sanjust, alla fine del 2005… a riunire memorie e documenti, come avevo appena fatto con quel volume, “Il Rito Scozzese Antico e Accettato”, che ti era dedicato e fissava nero su bianco quel tanto che mi avevi raccontato – si voleva fare un libro-intervista all’inizio – della tua vita giovanile, e della militanza massonica come cominciasti a tirarla sua dai primi contatti a Sant’Antioco, e svilupparla fino a raggiungere i vertici. 


Con quel filo di voce al telefono mi chiedevi che ci si occupasse del tuo libro: avevi conservato e ritrovato al momento giusto le carte-documento della tua avventura in guerra, ventenne nella RSI, e quanto ne hai sofferto dopo, a maturità conquistata: ma pure perdonata, direi difesa nell’intenzione idealistica che ne avevi avuto allora, ancora studente che aveva dovuto interrompere il suo corso universitario. Ero riuscito ad averla, quella recensione su L’Unione Sarda, da Gianni Filippini addirittura. E io avevo aggiunto la mia in un’altra testata. Doveva essere per dirti che Mario Giglio restava per noi, per me, quello che era stato negli anni della potenza, restava tale anche quando i mali si erano cumulati gli uni agli altri, sul corpo così dolorosamente sformato e sulla mente angosciata per il tanto ch’era precipitato. Dovevo recensire e far recensire il tuo memoriale, quel film di carta che avevi affidato alla Stampacolor di Muros, di cui anche io mi ero servito tante e tante volte: “La mia avventura ad Ivrea”, racconto della tua gioventù militare, in tempo di seconda guerra mondiale, cui ti eri dedicato negli anni della tua immobilità forzata e penosa. 

Me ne fai leggere una pagina? Come una preghiera laica, le parole qui come le volute d’incenso in una chiesa, ora in questo salotto rosso della casa nostra di piazza del Carmine, faccia a faccia, quelle parole te le rilancio, Mario, per dirti che ti ho voluto bene, molto bene… Eccole le parole:

Il Parkinson, privandolo in modo pressoché totale della sua autonomia, della mobilità e della parola, gli ha soltanto concesso la funzionalità, pur parziale e faticosa, di alcune dita con cui scrive alla tastiera del computer di casa la storia della sua giovinezza. Ne ha motivo di distrazione, nei lunghi momenti di solitudine e di pensiero amaro.

Rivive, Mario Giglio ormai più che ottuagenario, una fase della sua vita lontana sei decenni. La rivive non soltanto con i ricordi, ma con l’arte infine, delicata, del poeta. Non se lo sarebbe mai immaginato, lui già potentissimo direttore generale della Banca Popolare di Sassari ed esponente leader della Massoneria sarda per un lungo periodo, di poter essere chiamato poeta. Ma a scorrere le pagine memorialistiche del suo libro uscito in autoedizione, anche il titolo encomiastico di poeta appare tutto meritato dal banchiere-Venerabile fattosi cronista di defatiganti marce e di rischiose battaglie, di campi di prigionia e di processi, di vigilie di temute fucilazioni. E infine anche di ritorni: del rientro in Sardegna dopo tutte quelle avventure di sangue e paura, di ardimenti e utopie, vissute o patite in luoghi tanto lontani e diversi da quelli fino allora conosciuti, in diverse regioni del nord Italia ancora sotto giurisdizione del duce di Salò.

Mario Giglio era un giovane di 22 anni quando s’iscrisse nei ranghi della X MAS, che si vantava di non essere organica alla Repubblica Sociale Italiana, dipendente perciò dei burgundi di Berlino fattisi padroni in Italia, ma un “corpo alleato” dell’asse Hitler-Mussolini anni 1943-1945: un corpo alleato «che continuava a combattere per l’onore d’Italia non avendo riconosciuto le clausole dell’armistizio».

Giglio rievoca, con orgoglio, un’infinità di episodi: «... Dopo una ventina di giorni, ci trasferirono nuovamente. Questa volta a piedi fino a Coltano. Non potrò mai dimenticare quel pretino magro e segaligno che dalla gradinata della sua chiesa, alla periferia di Pisa, urlava improperi contro di noi insultandoci e turpiloquiando. Lo ringraziai, perché i suoi insulti ci inorgoglirono e da quel momento marciammo come ad una esercitazione cantando i nostri inni».

E ancora: «In campo di concentramento, anche se avviliti per la sconfitta, non venne mai a mancare lo spirito patriottico né quello... goliardico. Fu così che, impadronitici di un certo numero di scatole di cartone e di alcune risme di carta ciclostile oltre che di alcune matite copiative viola... iniziammo a pubblicare un giornale murale... “Il Supplemento”... Io venni eletto all’unanimità direttore. Vi erano poi redattori specializzati in una attività o in una battuta di spirito... Vi erano i poeti... Vi era uno che sapeva disegnare aeroplani e conosceva tutti i vari tipi di aerei che ci avevano bombardato e mitragliato... C’era un pittore che faceva caricature e ritratti... La lettera che scrissi al mio comandante, intitolata “Ricordo del mio battaglione”, rimase a lungo appesa ai cartoni perché c’era sempre qualcuno che voleva copiarla: anch’io me la copiai su un taccuino che avevo fatto da me... Questo taccuino, su cui invitai diversi redattori a riprodurre in miniature le loro opere, l’ho sempre conservato religiosamente e sempre lo conserverò...».

L’adesione che, negli anni della sua maturità, Giglio esprimerà ai valori del socialismo riformista, la sua fermezza democratica aperta alle istanze dei ceti poveri della nostra comunità, non hanno fortunatamente operato in chiave censoria rispetto a quelle vicende di cui fu protagonista negli anni della seconda guerra mondiale, quando “naturalmente” si sentì di esprimere l’amor patrio nelle formazioni repubblichine.

E qui non è che c’entri neppure molto il rimando alle correnti del revisionismo storico, che paiono rivalutare la parte sconfitta, quella fascista alleata dei nazisti, rispetto ai meriti dei vincitori: dei resistenti prima ancora che degli alleati liberatori anglo-americani. Perché invece il taglio che l’autore imprime alle sue pagine – una ventina di brevi ed agili capitoli – è quello della testimonianza: forse prima di tutto per se stesso (come se fosse un dovere rimettere ordine nei ricordi d’una età fertile e ancora formativa), poi per gli altri. I quali, attraverso la lettura del suo racconto, potrebbero utilmente accostarsi, con spirito libero e comprensivo, ad esperienze umane che, per essersi compiute dalla parte “sbagliata”, non necessariamente meritano di essere bollate, inappellabilmente, con una condanna ignara della generosità personale ed ideale di molti protagonisti. 

«Questa pubblicazione rappresenta un debito che pago a tutti i morti in grigioverde, indipendentemente dal colore delle mostrine e dei distintivi di parte», scrive Giglio in conclusione del suo libro. Un libro che ha anche un valore aggiunto: una ventina, forse più, di documenti iconografici – le già ricordate caricature e vignette soprattutto, datate 1945 – che l’archivio personale dell’autore ha donato ai lettori per far loro meglio intendere i tratti più autentici di quella giovane umanità “collaborazionista”.

Finito. Ecco la pagina che vale come una preghiera laica. Quanto mi è stata preziosa la tua vicinanza, Mario, negli anni della mia gioventù. E sempre ci siamo intesi: e se non t’ho seguito a Sassari, come mi avevi chiesto anche impreziosendo l’offerta di molti discrezionali benefits… come si dice, non per questo si sono alzate ombre. Anzi, ti avevo riferimento a Sassari, città che ho sempre amato, nel piccolo o per certi ambiti lo sono stato anche io per te a Cagliari, in alcuni anni. Me lo hai dimostrato infine donandomi molte di quelle carte dei tuoi diversi uffici, fra Ordine e Rito, che ho classificato nel mio Archivio generale. 


E tu, Paolo, Paolo o del sorriso amico e dell’abbraccio… nella mia memoria resti il Fratello del sorriso e dell’abbraccio, e della gentilezza, e dell’ascolto. Mi avevi raccontato che la tua famiglia era massona da generazioni: babbo e nonno e zii… così? Tu e Mario vi ho sempre associati, così come in luoghi diversi – metti nelle comunità di vita e solidali che ho frequentato a lungo – ho sempre fatto accostando, dei fondatori, personalità a personalità, preti e frati, e mettendomi fra loro in mezzo per crescere con maestri, a Is Benas o alla Collina o a Campu’e Luas, dal cuore buono e intelligenza lucida e creativa, fin dai miei vent’anni. Tu, anche tu mi riporti a vicende che sfiorano il mezzo secolo.

L’altro anno clou, il 1972

A Cagliari, dunque, i giovani, i ventenni, balzarono su nel 1972, mese più mese meno. E voi, Mario e Paolo, foste gli ispiratori e i registi della operazione.

Armandino, tu allora, appena approdato dalla Giovanni Mori alla Hiram, eri troppo concentrato nelle cose del Consiglio regionale, del partito e della casa di cura… anche se so bene che in questi Passi Perduti di palazzo Chapelle e nel Tempietto tutto avorio avevi cominciato a prendere le misure delle relazioni fraternali, che erano diverse da quelle della politica, e tutto avevi cominciato a mettere nel grande processore… che avrebbe dato risultati piuttosto rapidi, impensabili forse in quanto a tempestività. Tu hai dimostrato, in Massoneria come nella politica, che la marginalità storica della Sardegna poteva superarsi, dandosene le condizioni, grazie alla nostra abilità personale e di gruppo. Perché nella grande politica uomini come Berlinguer o Segni o Cossiga ben potevano affermarsi essendo ormai, per il più del loro tempo, fatti romani, cittadini della capitale e frequentatori dei suoi palazzi, tu invece restavi a Cagliari, forte magari soltanto di un telefono per raggiungere e farti raggiungere. Fosti scorto come elemento prezioso per le campagne nazionali forse casualmente, poi pilotasti tu stesso la tua carriera: 2° Sorvegliante nell’anno 1975-76, Maestro Venerabile e presidente del Collegio circoscrizionale per un triennio dal 1976, presidente della commissione nazionale elettorale nel 1978 e nello stesso anno e per quasi quattro anni 1° presidente della Corte Centrale, Gran Maestro dal 1982 e per otto anni da consegnare alla storia.  

Ma in quel 1972 i registi di palazzo Chapelle foste soltanto voi due, Mario e Paolo. La gemmazione della Risorgimento n. 770 dalla Hiram n. 657 fu il vostro capolavoro allora. I numeri d’ordine non li ho citati a caso: 113 era il differenziale numerico che separava madre e figlia, come a dire 113 nuove logge entrate nel circuito del Grande Oriente, formalizzate dall’8 febbraio 1966 al 17 maggio 1972. Che tempi! Perché se negli anni ’58-’59 – al tempo della gran maestranza Cipollone, di Cipollone che venne allora in Sardegna, a Sassari però non a Cagliari – era stato merito degli scozzesi della Cavour regolarizzatisi da noi, venendo essi dagli AALLAAMM ex brancacciani – e tu, Mario, eri fra loro ancora Apprendista –, di dare una prima svolta, a quindici anni dalla ricostituzione che era stata merito soprattutto di Alberto Silicani; e se nel 1965-66 e ancora nel fatidico 1967 era stato merito della loggia Hiram gemmata dalla Nuova Cavour di allargare e innalzare il tracciato creando nuove prospettive anche di organizzazione ed efficienza fraternale, non soltanto di… proselitismo (parola odiosa); nel 1972 il balzo portava altri contenuti soprattutto nel progetto dell’apertura alla nuova generazione. 

Ve lo ricorderete quel balzo e anche quanto lo anticipò di qualche mese, allora sì per l’utile del sistema territoriale: a Nuoro aveva preso corpo la Giuseppe Garibaldi n. 731, come trasformazione del locale “gruppo” P, a sua volta tarda evoluzione della neoferana Ortobene passata ad essere una Gennargentu n. 576 regolarizzatasi anch’essa nel 1958; a Carbonia la Risorgimento sulcitana, la n. 757, cui non mancò di dare il suo nome lo stesso Silicani, gemmò (per strappo polemico) dalla Giovanni Mori che da allora rimontò però molte posizioni: furono accolte fra le Colonne persone di gran valore anche della scuola, cito Salvatore Murgia che da assessore alla Pubblica Istruzione avrebbe pagato ingiustamente, vent'anni dopo, il prezzo della sua iniziazione perché l'ostensione delle liste comportò, per l'imbecillisimo pregiudizio veterocomunista del PDS, la crisi della giunta comunale; a Cagliari, in quel 1971, t’eri trasferito tu, Armandino, che da solo rappresentavi un potenziale operativo forse soltanto intuito dai più avveduti e presto infatti tradotto in cose, ma all’inizio tenuto quasi fra parentesi. Poi ecco, appunto nel 1972, l’innalzamento delle Colonne oristanesi, quelle della Ovidio Addis n. 769; nello stesso giorno, il Gran Maestro Salvini firmò anche il decreto di fondazione della Risorgimento n. 770, cui mi ero prima riferito.

Diamo onore a Leopoldo, a Leopoldo Biggio, che dalle Colonne della Hiram si dette il carico di guidare quei sette od otto cagliaritani che andarono a far gruppo, ad Oristano, con chi era rimasto della Libertà e Lavoro, la quale aveva cessato le sue attività nel 1968. Franco d’Aspro, allora consigliere Ispettore, aveva fatto di tutto per evitare l’abbattimento delle Colonne: ho, in Archivio, copia dei suoi rapporti disperati. La Libertà e Lavoro era stata una loggia importante dal 1907 e fino al fascismo. Il rilancio alla fine del 1949, gli alti e bassi, l’abbattimento delle Colonne e la rinascita nel 1964 dopo il rifugio offerto dai sassaresi…, e poi ecco il doloroso passaggio all’Oriente Eterno, alla fine del 1966, di Ovidio Addis che, con il suo carisma, era stato l’anima della loggia, la personalità di maggior coagulo dei partecipanti. La perdita di Ovidio Addis aveva provocato inerzie progressive e quindi abbandoni. Quatto anni dopo si cercò di riprendere. Leopoldo, Venerabile in pectore, s’era portato dietro – perché allora era possibile la doppia affiliazione – una pattuglia da Cagliari, c’erano Cusino e Sanna, Gugliotta, Salaris, Utzeri, tu stesso t’eri aggiunto, Mario, che ad Oristano avevi vissuto qualche anno quando dirigevi il Banco di Napoli, e s’erano aggiunti anche Mura dalla Nuova Cavour e Tore dalla Giovanni Mori… e altri ancora dopo, una bella squadra che ha poi dato frutto. Oggi sono quattro le logge oristanesi fatte tutte di oristanesi, ottantasette oristanesi, non da… colonizzatori. 



Nel 1972, dunque, novità anche a Cagliari. Con Lucio Salvago – che era stato iniziato addirittura nel 1948, lui figlio bancario del colonnello, il Venerabile Domenico succeduto a Silicani nel controllo del Maglietto… era allora il 1949 – se ne staccarono altri diciassette dalla Hiram per fare una loggia autonoma. Paolo, tu prestissimo fosti il Maestro titolare. Avevi 37-38 anni e molte energie, portavi avanti l’ufficio alla Programmazione regionale – dov’eri arrivato nel pieno della stagione della Rinascita, quella dei 400 miliardi che dovevano essere aggiuntivi agli stanziamenti correnti statali –, avevi lo studio alla facoltà di Economia e commercio – reggevi allora la cattedra di economia agroalimentare –, avevi, forse anche per il tuo dna partenopeo, una capacità di relazione spontanea e conquistatrice, eri sempre positivo, mi hai incantato dal primo giorno per questo tuo fare accogliente, mai, mai paternalista, invece compagnone, ma con un’autorevolezza che non c’era bisogno di dichiarare. Eri dentro come apparivi fuori: un generoso, collaborativo sempre, coinvolto – se posso dire così – nelle dinamiche giovanili, d’altra parte eri anche tu giovane ancora. Fu attorno a te che i fondatori fecero massa critica – benedetta massa critica – per far zampillare una loggia che è stata fra le più attive e vivaci dell’Oriente di Cagliari per lunghi anni, non saprei se ancora adesso. Nel primo anno fosti l’Oratore, dal secondo anno il Venerabile. Poi vennero altri: Carletto Mascia, professore in facoltà di Farmacia, Salvatore Gusmeri, carissimo amico mio e gentiluomo di radicata fede socialdemocratica, consigliere e assessore comunale, Gianni Delitala, architetto di militanza comunista, che si portava dietro quel nome e le glorie paterne, le glorie di Mario Delitala pure lui massone… Per diversi mesi, molto opportunamente, la loggia madre assistette la loggia figlia nel suo svezzamento, fu un’operazione graduale, molto educata, rispettosa, lieta.

Fammi fare, Paolo, prima di tornare a te, un focus su Cagliari e Sassari che allora si alternavano alla presidenza del Collegio circoscrizionale, il quale s’era conquistato la sua autonomia, uscendo dal recinto laziale, come ho detto prima, fra il 1967 e il 1968, quando vennero pubblicate anche le nuove Costituzioni a firma Gamberini. Una volta la presidenza toccò a Vincenzo Delitala di Cagliari, un’altra a Bruno Mura di Sassari… e gli altri Venerabili cagliaritani del tempo li ricordiamo: Pintor e Loi Puddu – Beppe Loi Puddu, mente europea, lui uomo piuttosto… reazionario come simpatie politiche ma in ottimi rapporti con personalità del livello di Willy Brandt che veniva sempre in Sardegna per qualche settimana di vacanze –, Anichini, Pargentino, Sabino Iusco, poi Tancredi Pilato, Luciano Rodriguez…Tutti campioni. Come Filippo Pasquini, allora direttore generale del Flumendosa ed Oratore della Hiram. Era stato iniziato – l’ho ricordato prima – alla vigilia dello scioglimento del GOI in autodifesa dalle repressioni fasciste. Pubblicò da Fossataro le sue tavole di benvenuto ai neofiti.

Ma quanti lavori si presentavano allora, l’uno incalzava l’altro, gli approcci storici si combinavano, nelle programmazioni delle tornate, a quelli prettamente simbolici e rituali, le recensioni librarie (evidentemente su temi di maggior interesse morale-muratorio) si alternavano alle riflessioni di Fratelli di formazione scientifica e medica soprattutto… Felicemente, in epoche più recenti diverse logge hanno prodotto bellissime pubblicazioni con la raccolta selettiva delle innumerevoli tavole proposte all’ascolto comunitario: così han fatto, a Cagliari, proprio la Risorgimento nel suo 25° di vita, la Lando Conti – per iniziativa soprattutto di Bruno Fadda – nel suo primo decennale, la Wolfgang A. Mozart per iniziativa soprattutto di Eugenio Lazzari, che abbiamo perduto soltanto qualche mese fa – gli ho dedicato una lunghissima intervista biografica su Fondazione Sardinia, era stato anche portiere del Cagliari prima di fare il professore a Ingegneria e mille cose importanti…

Ognuno aveva, anche prima di queste performance editoriali, i suoi faldoni e misurava con essi, specchiandosi in essi, i propri progressi: non doveva aspettarsi né applausi né rimbrotti, soltanto ascolto e contributi dialettici per la costruzione, mai per il contrasto. Anche nel dvd-librone di 791 pagine che ho prodotto qualche anno fa, ho fatto per questa o quella loggia una qualche elencazione dei temi affrontati in un anno o nell’altro… Andando ancora più in là nel tempo, ne rivivrete almeno l’eco, Armandino e Mario e Paolo, voi che eravate attentissimi sempre, se rielenco, a mo’ d’esempio, recuperando da altri faldoni, titoli come “Sulla simbologia del Tempio”, “Landmarks e Old Charges”, “Dio-GADU”, “Ritualità e Libro sacro”, “Parola, segno… nel primo grado”, “Catena d’unione e parola semestrale”, “Le funzioni del 2° Sorvegliante”, “Giorgio Asproni”, “Sette enigmi di storia massonica”, “L’ordine dei Templari”, “Su Massoneria ieri e oggi di Moramarco”, “Rapporti Massoneria-Carboneria”, “Rapporto Massoneria-Chiesa cattolica”, “Le scomuniche di Clemente XII e Benedetto XIV”, “Massoneria e Patti lateranensi”, “Rapporto Massoneria-Fascismo”, “Il diritto umanitario oggi”, “Sulla libertà d’espressione”, “Il gabbiano Jonathan Livingston”, “L’eutanasia”, “Il Fr. Salvador Allende”, “Il Galileo di Brecht”, “Il Sovversivo Franco Serantini”, “Sulla storia degli ebrei a Cagliari”…

Presidenze, nuove logge, capitoli rituali

Dopo averlo ceduto a Sabino Iusco – che era una autorità a Cagliari, nella Cagliari della cultura, lui storico dell’arte e docente all’Artistico: ve la ricordate la sua tavola su “Il luogo sacro”? è rimasta negli annali, oppure le sue conferenze agli Amici del libro, quella sui Cavaro… – il Maglietto, tu Mario, te lo riprendesti per un altro triennio, dal 1971 al 1974, e fu una fortuna per la circoscrizione dato che il tuo attivismo e più ancora la tua progettualità furono spesi nuovamente attraverso la presidenza regionale che ti ripigliasti anch’essa quasi in automatico. Tutti ti hanno dato atto di questi meriti. A te va molto del merito della fondazione anche della loggia nuorese e della Caprera, allora all’Oriente di Cala di Volpe, oggi di Tempio Pausania, oltre che della Ovidio Addis e della Risorgimento, di cui ho detto. Insomma lavorasti alla razionalizzazione della rete territoriale, ma anche di più: lavorasti alla proiezione della Libera Muratoria nel tempo moderno in Sardegna. Fu un periodo in cui incoraggiasti molto gli incontri fra le logge, perché ci si conoscesse meglio, non solo di nome, o per i nomi letti in qualche elenco soltanto diffuso dalle segreterie, e si collaborasse reciprocamente, con un senso di apertura ai bisogni sociali. Ce n’erano state, di iniziative così, dal 1970 almeno: “Attualità della Massoneria nella presente situazione del paese”, “La riforma regionale”, “Situazione delle miniere di Carbonia”… ma anche “La catena spezzata”, “Necessità del simbolismo nel lavoro massonico”, “Organizzazione delle Fratellanze professionali e di mestiere”, “Università Popolare”…

In parallelo ti occupavi, allora, del Rito Scozzese. Eri già un grado 33, e delegato dell’Ispettore regionale Bruno Mura. Avresti preso il suo posto, dopo il passaggio all’Oriente Eterno di Bruno, nel 1977. Seguirti era bello ma anche faticoso. Intanto avevi assunto la vicedirezione generale della Popolare, restasti a Cagliari per qualche altro anno e nel 1978 entrasti in giunta al Grande Oriente, in rappresentanza del Consiglio dell’Ordine con Battelli Gran Maestro. Dal quale Battelli prendesti le distanze quando si scoperse che anche lui era caduto nella trappola Gelli, rilasciandogli tante tessere firmate in bianco. Un’ingenuità terribile, fosti duro, forse troppo duro. Ho letto i verbali, li ho anche pubblicati. Battelli comunque era un galantuomo.


Vedete come, ancora una volta, un pensiero tira l’altro? Accennando al Rito Scozzese, che è stato uno dei tuoi amori, Mario, mi vien da pensare certamente ai tanti Maestri che ho incontrato e con cui sono stato in stretta confidenza personale, da Franco d’Aspro naturalmente a Vincenzo Delitala, che ho accompagnato ogni giorno nel suo doloroso declino, a Davide Paganelli, e ad altri venti o trenta di quella generazione che chiamavo “classica” come Mario Caria, Eugenio Maccioni, Franco Marchi, Leopoldo Biggio, Livio Melis, Giuseppe Delitala, Renato Ferrara, ecc. Franco Marchi ancora regge, per bontà di Provvidenza, gli altri li abbiamo perduti tutti. Vorrei dire di ciascuno… s’intenda come fatto. Ma mi vien da pensare anche a come fosti proprio tu, Mario, a firmare le promozioni di Paolo nelle Camere superiori. Peraltro Paolo era anche incardinato nel Rito di York, anzi era stato tra i fondatori del Capitolo Ichnusa n. 13, quello costituitosi nel 1971 e che avevo citato parlando di Bussalai, e Reggente nel 1976, al rilancio dopo quel certo periodo di stanca causato dalla morte appunto di Bussalai. 

In quanto a squadre dei fondatori, Paolo – eccomi tornato a te –, tu fosti anche presente, nel 1980, al lancio della So.Crem. benemerita, con quanti altri Fratelli cagliaritani e carboniesi… E anche, nel 1983, nel tentativo di costituzione di una loggia di studi, la loggia Epsilon, che fu creatura sfortunata però: il Gran Maestro – eri già tu, Armandino – firmò la bolla, ma poi aveste difficoltà a cominciare davvero a lavorarci dentro, tu, Paolo Lucarelli, forse troppo preso dalle urgenze della IBM, e gli altri. E peraltro combinare l’ufficio di giudice della Corte Centrale con queste altre attività che dovevano essere di studio ora simbolico ora esoterico lato sensu sembrava problematico: fosti tu a presiedere il tribunale ed a firmare l’espulsione di Licio Gelli dal Grande Oriente d’Italia… Un merito storico.


Sei stato, nel tempo, tante cose: giudice effettivo e anche segretario del Collegio circoscrizionale (con la presidenza Bucarelli), sei stato ripetutamente consigliere dell’Ordine Ispettore… Nel 1972 hai preso la doppia affiliazione nella Sigismondo Arquer, mai abbandonando la tua Risorgimento… Sai che t’ho citato 37 volte in quel dvd che mi era stato commesso per raccontare, documentando tutto ovviamente, le vicende della Fratellanza cagliaritana dal 1976 al 2011? Avesti parte nelle delibere del trasferimento di sede a Genneruxi, fosti all’Oriente quando Armandino Corona inaugurò il nuovo Tempio: era l’11 marzo 1977. Tu, Mario, gli eri a fianco, anche con Filippo Pasquini tornato apposta in Sardegna dopo il pensionamento. Partecipasti all’insediamento della loggia Francesco Ciusa, il 17 marzo 1986: dopo sette anni l’Oriente di Cagliari riprendeva un programma di gemmazioni, prestissimo ne sarebbero seguite due a quella: della Giorgio Asproni, a me tanto cara per mille ragioni, e della Lando Conti… un’altra pagina di bella storia. Sapesti gestire l’assalto anche sgrammaticato dei giornalisti, quando, nel 1986 e poi nel 1993, dapprima la denuncia del sindaco De Magistris, poi la pubblicazione delle liste delle logge sui quotidiani dell’Isola scatenarono la ricerca dello scoop. Dicesti l’essenziale a un cronista de L’Unione Sarda che ti aveva chiesto del rapporto con la politica (titolo “I fratelli segreti mi fanno ridere”): «Quando sono entrato in massoneria, nel 1966-67, ci fu uno sterile tentativo di far un’operazione del genere [combinare cioè presunti interessi massonici e presunti interessi di partito]. Era impossibile, perché nei nostri uomini politici, nei partiti, prevale più l’idea politica che massonica. Per il resto… Quando ero alla SIPAS ho avuto più contatti con i due assessori comunisti che con il segretario del mio partito… Sulla massoneria nel PDS non transigono nella misura in cui fanno finta di non saperlo». 

Quante visite t’ho, fatto, Paolo, soprattutto in via Mameli: settori vitivinicolo ed oleario, agrumicoltura, zootecnia… Ma poi, certo lo sapevi, avevo raccolto allora, e avrei continuato dopo, quanto tu producevi anche come pubblicista… Ho una cartellona, non soltanto con le schede delle tesi di laurea che avevi curato con generosità infinita, ma anche di quanto avevi nel tempo pubblicato negli Annali della facoltà, così come in Panorama sardo, in diversi volumi degli Atti di convegni, nell’Almanacco della Sardegna, nel Messaggero sardo – destinato ai nostri emigrati –, ne L’Unione Sarda tanto più negli speciali dell’agricoltura… Avevi una scrittura così semplice, lineare, che anche i non esperti potevano seguirti con facilità… Avresti potuto essere un ottimo giornalista, Paolo, editorialista e direttore.

Questa tua intensa produzione giornalistica per collaborazioni che t’erano richieste da riviste economiche e quotidiani saldava bene la molteplicità di approcci (fra ricerca, didattica e ufficio regionale) che era nelle tue corde, accompagnando alla laurea, per un buon trentennio, innumerevoli tesisti, e con essi hai poi mantenuto spesso un fruttuoso rapporto di amicizia e, quando il caso, di collaborazione professionale: e anche questo è merito tutto tuo.

A tanto hai associato un rilevante impegno politico, e direi intellettuale, nelle file della socialdemocrazia e del socialismo unificato, poi del PSI. Sei stato amministratore unico della SIPAS (Società investimenti programma alimentare sardo) ed ingiustamente sei stato coinvolto in pagine giudiziarie, venendone fuori tutto pulito, ma certamente molto amareggiato. Quando fosti raggiunto da un avviso di garanzia ti tirasti indietro dalla frequentazione dei lavori di loggia, cioè comunicasti al tuo Venerabile pro tempore il ritiro in attesa del compimento degli accertamenti giudiziari, se il caso anche del processo. Sei stato prosciolto, ma so che la Fratellanza non è stata calda con te quanto pure avrebbe dovuto essere. E l’amarezza vera è stata quella, ne sono mortificato con te. E te la sei trascinata fino in fondo quella amarezza, fino a quel capodanno 2006, quando dal ricovero al Cardarelli sei uscito sconfitto… Ma avevi voluto essere riportato qui, da noi, a Cagliari… forse perché qui, un giorno, chi ti aveva quasi dimenticato, non dico di più, potesse chiederti scusa. E scuse hai ricevuto, sei stato sempre fra i migliori!

L’incrocio delle vite

Non so voi, ma io li vedo questi incroci di esperienza civile e muratoria fra voi tre che siete stati i miei Maestri più prossimi nell’età verde e di dopo. Certo, Armandino, so che non sei mai voluto entrare in alcun Rito. In questo ti ho seguito, nonostante gli inviti, quelli di Davide Paganelli soprattutto, tanto tempo fa. Mi pareva di comprendere bene quanto tu dicevi allora: di sentirti appagato dalle conoscenze acquisite nell’Ordine. E maturando quelle esperienze che l’Ordine ti aveva consentito di compiere… ecco che a tredici anni soltanto dalla tua iniziazione riuscivi ad agguantare la responsabilità grave di Gran Maestro giustinianeo, successore di tante illustri personalità della storia, della storia civile e democratica della nostra patria, da Mazzoni e Petroni (quello che aveva languito nelle segrete papali per anni e anni!) a Lemmi e Nathan, da Ferrari e Torrigiani – che fu esule a Lipari con il nostro Lussu, l’ho ricordato prima accennando a Cincotta – a Guido Laj, cagliaritano per padre e madre, studente dettorino prima di te, Armandino, quasi quarant’anni prima di te, e anche, soltanto diciassette, collaboratore de L’Unione Sarda, suo corrispondente da Torino mi pare nel 1897 o 1898... 

Mi verrebbe da ricordare quando, fra loggia e giornale, ci fu prossimità; penso adesso ad Alberto Ambrogi, Francesco (Nino) Esposito e Cristiano Carboni che furono sindaci de L’Unione Sarda nei primi anni ’20: Ambrogi – figlio di massone e già vice direttore della sede della Banca Italiana di sconto – iniziato nel 1920, Esposito – di nascita osilese, e già funzionario della Società Bancaria Sarda e poi procuratore generale dell’Anonima Bacu Abis, entrambe di Ferruccio Sorcinelli – iniziato anch’egli nel 1920, Carboni, di maggior esperienza muratoria e di molti incarichi fiduciari, iniziato nel 1907. Dei tre ebbe più lunga vita Esposito che fu direttore amministrativo dell’editrice del giornale fino al 1955, ma con una precedente fase di servizio a Milano, alla direzione della Edison. Morì nel 1969, andai una volta a trovare, a Sassari, un’anziana nipote Canepa: lui infatti aveva sposato Jole, figlia del grande musicista Luigi Canepa… A Nino Esposito si dovette molto, moltissimo della ripresa aziendale della SEI dopo i disastri anche materiali della guerra. Fece in tempo a conoscere e frequentare, per qualche mese, il nuovo direttore arrivato nello stabilimento di Terrapieno, Fabio Maria Crivelli 33enne responsabile del quotidiano.

Negli anni in cui prendevi il volo verso le responsabilità nazionali, nell’Isola s’erano intanto costituite altre due logge, entrambe a Cagliari: la Alberto Silicani nel 1977, la Sardegna nel 1979. Un uomo come Placido La Valle, che forse non abbiamo compreso fino in fondo con il suo ritualismo spinto, ma anche con la sua genuinità bella e sorridente sempre, è un tesoro che, con le sue competenze – era un singolare colonnello farmacista –, non abbiamo avuto più. Anche alla sua memoria qualcosa dobbiamo, molto dobbiamo.


Ma quanti tesori umani e di quale e quanta varietà ha avuto la Famiglia giustinianea sarda e cagliaritana ancora in questi lunghi decenni, dico nel nostro tempo che pur non è recentissimo. Mi pare bello – riprendo l’idea di prima – mi parrebbe bello come sussumerli tutti, richiamarli in assemblea come forse soltanto nel cinema sembrerebbe possibile fare, o nella Valle di Giosafat, un giorno, ci sarà dato di fare e vedere. Riunirci in un solo corpo, con la lealtà dei giorni migliori, con le ripuliture necessarie.

Mi piacerebbe riunirla, questa assemblea, nel Tempietto tutto avorio di palazzo Chapelle, quel Tempietto che tu, Mario, tu che venivi dalla sede di via Porto Scalas, mi raccontavi sempre fosse stato costruito per gran parte da voi stessi, dai più anziani, naturalmente con rinforzo di falegnami che dovevano adattare le bancate e tutto il resto alle misure murarie dei locali. Ho qualche fotografia di quello spazio magico, la migliore è quella del 1969: una tornata del Rito Scozzese, presenti Mura e d’Aspro e il Sovrano Picca. La cosa mi sembra coincise con la visita anche di Gamberini, il Gran Maestro. Gamberini era già stato, da noi, nel 1961 e nel 1964… Non è che allora le visite dei Gran Maestri fossero frequenti: ricordo quella del 1947, quando Guido Laj venne, accompagnato da Giovanni Mori, Sovrano scozzese, e fece plenaria a Sassari; poi qualche delegato del Gran Maestro e del Sovrano era tornato ancora a Sassari, nel 1954, a presiedere i lavori del convegno regionale interloggia; e ancora Cipollone nel 1959, Gamberini l’ho detto, Salvini invece sarebbe stato più assiduo…


Sì, nel Tempietto qui accanto al salotto dove mi avete fatto parlare e parlare, e dove mi avete ascoltato: sentimento per sentimento, da sentimento a sentimento. Ci siamo voluti bene, mi avete fatto adulto, vi siete fidati, mi avete dato spazio e incoraggiamento per le ricerche della storia spiegandomi quel che ho bene interiorizzato, almeno credo, e che vedo purtroppo fatica ad entrare nelle passioni ideali e morali delle nuove generazioni massoniche, anche oltre l’anagrafe civile: che la Libera Muratoria è la cucitura dei tempi storici diversi, perché associa lo sforzo liberale dei secoli passati alle conquiste della democrazia nel presente, alle necessità già prefigurate di nuove e inedite progressioni del futuro, per i doni di conoscenze che all’umanità verranno dalla genetica come dall’astronomia, dalle nuove conoscenze dell’infinitamente piccolo e dell’infinitamente grande… Superati i pregiudizi, speriamo, una sapienza nuova ispirerà le nuove generazioni. 

In questo Tempietto hanno avuto la possibilità di sfogare la loro voglia di ritualità, se così posso esprimermi, le mogli, madri e figlie e sorelle di molti di noi, dal 1971 e fino al 1975, agli ordini disciplinari di Luisa Antico, della professoressa Luisa Antico moglie di Beppe Loi. Fu l’esperienza delle Stelle d’Oriente: da Fides Bussalai ebbi copia di tutti i verbali, vi furono alcune iniziative assunte dal Capitolo che si denominava Sandalyon, a favore della legislazione divorzista allora in pericolo con il referendum del 1974. La Worty matron si faceva affiancare da un Worty patron, che più spesso era Vincenzo Delitala. Furono una ventina, forse qualcuna di più, le Stelle, press’a poco altrettanti gli uomini. La ritualità era guidata da loro, dalle donne, con quei ruoli fissi ricavati dai profili delle eroine dell’Antico Testamento, Ester, Giuditta, Ruth… ma la ritualità era troppo distante dalla nostra sensibilità latina, diciamo cattolica più che protestante, e più neotestamentaria che veterotestamentaria… 

La cosa andò perdendo entusiasmo col tempo, e d’intesa con Marisa Bettoja si procedette a dar vita ad una loggia massonica vera e propria, non mista, tutta femminile, intitolata alla Libertà e inquadrata nella Gran Loggia Femminile d’Italia. Venerabile fondatrice e ad vitam Fides Pilo Bussalai: resse il Maglietto, Fides, per quasi trent’anni, nel 2004 passò all’Oriente Eterno e le successe Anita, involatasi tre anni fa, nel 2017, dopo aver anche ricoperto la carica di Gran Maestra, succedendo a Franca Bettoja, e dunque terza Gran Maestra della serie…

Negli ultimi tempi ci sono stati vari rimescolamenti nella Massoneria femminile sarda e cagliaritana in particolare: mi ha fatto piacere che, proprio di recente, mi abbiano invitato due volte, le Sorelle della Libertà n. 2 all’Oriente di Cagliari, per due distinte conversazioni: la prima per una quadro storico generale della Libera Muratoria sarda dall’unità d’Italia ai tempi a noi prossimi, la seconda per un focus sul tentativo di loggia femminile a Cagliari nel 1915. Erano arrivati anche i primi brevetti e i primi grembiuli, ho potuto recuperare fortunosamente qualche documento. Tutto doveva poggiare su Paola Satta, la prima sarda laureata in medicina, mi pare nel 1902, e su Antonietta Campagnolo, figlia e sorella e moglie di massoni, e su Carmen Rossi e su diverse familiari dei Fratelli della Sigismondo Arquer. Purtroppo l’entrata in guerra dell’Italia nel maggio 1915, cambiando le priorità, impedì di proseguire nell’impresa e quelle signore subito orientarono la loro attività nella sezione della Unione Femminile, impegnatissima nell’Assistenza civile. Fece grandi cose l’Unione Femminile cagliaritana sia in città, sia a favore dei soldati al fronte… 

D’altra parte, bisognerebbe anche ricordare che allora la stessa Sigismondo Arquer donò al Comune, che bypassò la cosa alla Croce Rossa, il dormitorio pubblico nel viale fra Ignazio, allora via degli Ospizi, dove poi è andata l’Infanzia abbandonata ed oggi è la facoltà di Scienze politiche. Per quattro anni quello fu l’ospedale chirurgico della Croce Rossa a Cagliari… Era la Massoneria impegnata socialmente, ho preparato un roll up con la rappresentazione sintetica di iniziative umanitarie della loggia nei tempi di Bacaredda sindaco e anche di prima: di fianco al santuario di Sant’Ignazio, nell’ex convento che poi è diventato il Ricovero di mendicità o l’Ospizio dei vecchi, lapidi e busti marmorei celebrano la loggia Vittoria e diversi Fratelli – da Nicolò Pugliese a Sophus Simmelkjoer, a Marcello Stocchino… - che sovvennero l’istituto. Erano tempi precedenti allo stato sociale di diritto, per fortuna oggi siamo nello stato sociale di diritto, e i soccorsi privati di un tempo si sono trasformati nelle forme più varie di volontariato… Sapete quali meraviglie ha fatto a Sassari Aldo Meloni?! Nel piccolo anche qualche loggia cagliaritana nel tempo cui facevo riferimento prima, qualcosa ha fatto, originale e discreta, tanto discreta quanto originale.

Fabio Maria Crivelli, Giovanni Bovio…

Ci conosciamo tanto, Paolo e Mario e Armandino, da non poterci addebitare reciprocamente cadute nella retorica. Il sentimento non è retorica però, e vi confesso che sento molto, tanto più dopo quanto è accaduto la scorsa estate a palazzo Sanjust, fra delitti e omertà e ignavia, le atmosfere di quegli anni… 1971, 1972, 1973, 1974, 1975… come una febbre dolce, insieme la fatica dell’impegno ad essere all’altezza di tutto, all’altezza di quel che ti chiedevano d’essere e di fare, e il rilascio emotivo, naturale, della soddisfazione per l’approvazione ricevuta, per l’apprezzamento di quel che facevi e dicevi nel privato personale e nella plenaria pubblica, e anche nei giornali… Di quegli anni, e anzi partendo dal tempo della iniziazione tua, Paolo, e tua, Armandino, ho rintracciato le parole semestrali, nel binomio che sappiamo, e quella riservata ai Venerabili. Sembrano un vocabolario dell’anima, bisognerebbe suggerirle ai nuovi come guida ai loro viaggi interiori: amare-ammaestrare, comprendere-conseguire/programmare; stimolare-superare, vigilare-vegliare/lavorare; vivificare-volere, cercare-capire/unire; consigliare-comprendere/assimilare, e ancora considerare-conservare, rinforzare-rinverdire/iniziare…

Vedete, negli ultimi mesi, in questo voler raggomitolare la storia nostra fraternale dentro la maggior storia pubblica della nostra comunità cagliaritana e sarda, mi sono calato tutto intero nella biografia morale e civile del nostro Giovanni Bovio, per quanto fu sapiente e santo, esempio e riferimento nel Parlamento, nella vasta area della democrazia radicale e repubblicana di fine Ottocento e primissimo Novecento, così sentito anche a Cagliari dove gli fu innalzato perfino un monumento. Sapete anche di quel doppione in gesso pesante del busto che allo square era in marmo bianco: più che doppione dovrei dire che era il prototipo, il modello plasmato dalle mani di Pippo Boero, allora giovane, nel 1904. L’opera fatta fu poi scoperta l’anno successivo.

Noi questo doppione/prototipo lo avevamo nei Passi Perduti di via Zagabria, di lato al Tempio minore che era utilizzato fra gli altri dalla loggia Sardegna, che anzi quel Tempio e gli spazi d’attorno aveva voluto, lavorandoci di mano – elettricisti e pittori e decoratori – come doveva essere avvenuto a palazzo Chapelle nel 1960. E Bovio era lì ad ascoltare, in quei primi anni ’80, il ben detto – se ben detto fu – degli artieri di quella loggia che di recente ha compiuto i suoi quarant’anni. Restò lì ancora per qualche anno, fino al 1987, ed ascoltò anche le parole che si donavano reciprocamente i Fratelli anche della Giorgio Asproni e della Lando Conti, e inizialmente anche della Ovidio Addis, quelli dei Riti Scozzese e di York, i Fratelli della Francesco Ciusa… Erano gli anni centrali della gran maestranza Corona: lui stesso, il Gran Maestro, presenziò numerose volte, fu lui ad inaugurare quei locali il 14 aprile 1983. 


Fabio Maria Crivelli, che era stato direttore de L’Unione Sarda per ben 23 anni (e che si apprestava a riprendere la direzione del giornale) lavorò intensamente in quegli anni con la loggia Sardegna e poi, essendone fra i fondatori, con la loggia Francesco Ciusa che amava aprire i suoi lavori accostando alla Bibbia un gruppo ciusano delicatissimo denominato “La vita”. Fabio Maria Crivelli: la sua saggezza confortava, confortava davvero. La sua persona catturava l’affetto di molti, la sua cultura chiamava l’ammirazione di tutti. Era assiduo, immancabile e diligente, interveniva sulle varie questioni, una volta parlò del rapporto tra fede e ragione e scomodò per questo nientemeno che Pascal e Voltaire, accostandosi a quest’ultimo e quasi immedesimandosi in lui, alla fine, per una ragione – lui disse – anagrafica. Fuori, nei Passi Perduti, a pochi metri, Giovanni Bovio ascoltava. Sì, Giovanni Bovio ascoltava le parole di Fabio Maria Crivelli. 

E dunque, cari Armandino, Mario e Paolo, finita questa mia affabulazione e volendo adesso anche rendere onore a Fabio, del quale è prossimo, nel calendario del tempo, il centenario della nascita, bisogna che concretizzi l’omaggio morale che vi avevo promesso, dicendovi qualcosa di Bovio, del campione nostro di democrazia e libero pensiero, o del pensiero libero.


Questa affabulazione è stata anch’essa un dono che vi ho fatto e che mi sono fatto in questo momento preciso della mia vita. Un momento che conoscete e che chiude tante cose, tante cose che si vedono, e ne apre altre di minor impatto, di molto minor impatto, più segrete.

Un abbraccio.


Appendice, per Giovanni Bovio

Aggiungo, carissimi miei, un ultimo appunto di ricerca. Sapete quanto il nome del Grande Oratore nostro, di Giovanni Bovio, sia stato vilipeso, a Cagliari, da alcuni sciagurati che cingono il grembiule del lavoro senza neppure conoscerne la sacralità. Con essi purtroppo molti dignitari di funzioni rilevanti: il presidente del Collegio, l’Oratore del Collegio, il corpo Ispettivo, i consiglieri dell’Ordine, la comunità intera dei Maestri Venerabili della circoscrizione, tutti si sono nascosti dietro il loro cartone, lasciando che a combattere per il buon nome di Giovanni Bovio e per quello che il buon nome rappresentava fossi pressoché solo. Solo a difendere il prestigio intangibile del presidente della Repubblica, del presidente Emerito e del presidente della Camera dagli insulti di un Caput Magister in carica, solo a difendere la secolare tradizione rituale in capo ad Hiram Abif sprofondata a volgare sceneggiata di mercanteggiamento da quello stesso malandrino Caput Magister, solo a contestare la correntezza di linguaggi scurrili evidentemente inimmaginabili nella pratica di relazione di un libero muratore, solo – dolorosamente solo – a denunciare furti e assalti e vandalismi nella casa donata ai cagliaritani con ammirevole generosità da Vincenzo Racugno e trasformata in set di profanazione permanente ormai da anni. Tutti silenti, tutti silenti, tutti silenti e qui incredibilmente Davide contro Golia, un operaio generico e di serie Z contro i capitani (o i sergenti) della multinazionale.

Ora tutto è finito. Sono sicuro che voi oggi a palazzo Sanjust, affidato a questi successori di nessuna fede, vi sentireste degli estranei, fatichereste a trovare volontà e passioni pronte a schierarsi dalla parte della migliore Tradizione, dei valori che hanno fin qui cucito generazione a generazione. La mia battaglia l’ho combattuta pensando continuamente, ogni giorno, a voi che mi siete stati maestri di umanità e di pensiero libero, con cifre diverse, ma tutte feconde: tu Armandino, tu Mario, tu Paolo.

Chissà se mai il GOI regionale e cagliaritano potrà emendarsi della colpa in cui è “collettivamente” caduto nelle scorse settimane. Credo però nulla potrebbe avvenire in questo senso se non partendo dalle dimissioni “collettive” dai propri uffici dei dignitari omertosi se non complici addirittura, a cominciare, e d’urgenza, dal presidente circoscrizionale, disgraziatamente inadeguato con le sue doppie verità e la caduta nell’infantilismo del “mi piace” e delle faccine gialle ad approvazione e suggello della pagliacciata imposta a Giovanni Bovio. Inimmaginabile. Come lo racconteranno, come lo descriveranno, i libri di storia della Massoneria sarda che qualcuno scriverà fra cinquanta o cento anni? Fino, l’ho detto, a coinvolgere tutti, non uno escluso. Procedendo quindi all’abbattimento delle spurie e disonorate Colonne della Kilwinning – in parallelo alla ricerca di qualche riparo dei più dignitosi ma pur essi, al dunque, nicodemici e mai coraggiosi e determinati (neppure verso le innaturali tentazioni suprematiste di qualche barbaro ultimo arrivato) –, ed alla radiazione – valga il verbo che il Grande Oriente usava in un tempo virtuoso riferendolo a quei massoni che, anche a Cagliari, carezzarono il fascismo nel 1923-24 – dell’intero team detto dignitario della loggia. La Repubblica non soltanto il Grande Oriente – la Repubblica alle cui leggi giura fedeltà di cuore non soltanto di prosa il libero muratore –, soffre nocumento al perpetuarsi di situazioni quali sono state e sono quelle promosse e tollerate nel nobile palazzo Sanjust di Cagliari.

Come corporazione civile che costituisce patrimonio morale della nazione italiana auspico vivamente che, ripulitosi delle sue sgradevoli concrezioni, il circuito giustinianeo sardo, e cagliaritano in specie, torni ad essere presto quel serbatoio di energie intellettuali e sociali che sono state il soggetto ammirato e l’orgoglio di chi le ha, da vicino, conosciute ed anche servite per il bene superiore, sempre, di una umanità (mazzinianamente) missionaria, aperta ed inclusiva.


Lukashenko controlla ancora la piazza con la sua polizia. Ma il futuro non sarà suo perché… non potrà esserlo. Pur nelle sue contraddizioni, nelle sue convulsioni e nei suoi temporanei arretramenti, la storia è sempre storia di liberazione nei grandi scenari così come in quelli ridotti che chiamano a più diretta e personale responsabilità. Proprio come da noi oggi a Cagliari in cui novecento giustinianei – millecinquecento in tutta l’Isola – hanno bisogno di riossigenazione, di respiro virtuoso: di pensiero nobile, morale-patriottico-democratico, e di esempio pure nell’autodisciplina. Lo debbono trovare, se lo devono dare quel respiro del pensiero libero contro i tronfi mercanti straripanti nel Tempio. Rileggano, senza saltare neppure una riga, e prendano energie dalle balaustre dei Gran Maestri cagliaritani, dal magistero di Guido Laj (1945-1948) ed Armando Corona (1982-1990). Riscoprano Mazzini, recuperino l’insegnamento di Giovanni Bovio, la passione di Giorgio Asproni, la testimonianza di vita di Alberto Silicani, Annibale Rovasio e Mario Berlinguer e di altri cento. Nella Tradizione troveranno il futuro, le strade del servizio solidale alla città e all’Isola.


1.- Un filosofo democratico al servizio della morale pubblica

La Rivista della Massoneria Italiana e poi la Rivista Massonica, che ne costituisce (dal 1905) la continuazione, seguirono da vicino le attività di Giovanni Bovio prima, durante e dopo l’espletamento del suo servizio come Grande Oratore del GOI e, lui in vita o lui post mortem, ne coltivarono il mito: ché tale fu la narrazione che del suo magistero civile e politico si compì ora accompagnandolo ora onorandone e vivificandone sempre la memoria.  

Nel 1881 la RMI riportò il lungo testo del comizio da lui tenuto a Siena, nel 1884 ne accolse un articolo su Giuseppe Mazzini e l’anno successivo un altro su Victor Hugo. Nel 1887 – Bovio era già in carica nell’esecutivo Lemmi – ospitò una sorta di “dibattito” fra i Fratelli di maggior ruolo pubblico – con Bovio erano Francesco Crispi, Agostino Depretis e Giuseppe Zanardelli (ministro guardasigilli) –, circa l’ipotizzata “conciliazione” con la Chiesa di cui si parlava da tempo.

Ancora nel 1887 e nel 1888 Bovio fu presente nella Rivista sia con alcune sue note sia nelle cronache redazionali: “La parola di Giovanni Bovio”, “Parole di Giovanni Bovio a tutti i Liberi Muratori di Napoli inaugurando il riordinamento massonico”… E ancora per una commemorazione di Giordano Bruno (in parallelo al Gran Maestro ed a Giosuè Carducci), e conferenze…

Nel 1889 ecco un suo intervento circa “l’agitazione per la libertà e per la pace” e, nella sezione bibliografica, ecco la segnalazione del suo lavoro teatrale su San Paolo.

Ancora dei suoi discorsi riferirono i numeri successivi che solerono, in linea con la pubblicistica del tempo, impaginare degli stelloncini, vale a dire degli estratti, per lo più brevissimi, quasi formula di catechismo, dai suoi scritti o comizi o interventi parlamentari: nel 1890 – intanto erano già consegnate alla storia le sue parole a Campo de’ Fiori, inaugurando il monumento a Giordano Bruno – il riferimento fu ad un suo discorso tenuto a Firenze e ad un altro pronunciato invece a Bari (commemorando Benedetto Cairoli); così ancora per Alberto Mario del quale scrisse ad Adriano Lemmi, mentre nel 1891 la Rivista dette conto del suo intervento parlamentare sulla politica ecclesiastica del governo. Non aveva paura, la Rivista della Massoneria Italiana, di ospitare un intervento politico: fra la Comunione del Grande Oriente d’Italia e l’indirizzo politico di alcune formazioni di più saldo ancoraggio ideale risorgimentale la prossimità era nelle cose. Mazzini dominava su tutto e tutti con la sua ispirazione morale, con il suo magistero etico-civile, con la sua sapienza e autorevolezza pedagogica.

Del 1892 è la nomina di Bovio quale straordinario rappresentante del governo dell’Ordine nel sud Italia e nuovamente sua fu la tribuna della Rivista: “La parola del F. Bovio”, “Commemorazione di G. Mazzini a Napoli. Discorso del F. Bovio”, “Un giudizio di G. Bovio sul Papa Leone XIII”, discorso al “Banchetto massonico di Livorno (fra gli intervenuti Lemmi, Crispi, Carducci, Menotti Garibaldi, Nathan ecc.) e visita alle loggia Socino di Siena, “Bovio e la Filosofia del Diritto”…

Nel 1893 e ancora nel 1894 e nel ’95 e ’96… sono dichiarazioni, interrogazioni, recensioni, notizie varie. Valgano i titoli: “Il Comitato dei Sette”, “Suprema Carta”, “Tolleranza massonica”, “Le sacre rappresentazioni ed il Cristo di G. Bovio”, “X Marzo”, “Il F. Giovanni Bovio e il pensiero scientifico”, “Ad Majorem Dei gloriam”, lettere “Ad alcuni preti”, a La Gazzetta di Mantova, “Sottoscrizione massonica alla pubblicazione dei discorsi del F. Giovanni Bovio”…

La malattia, o le cicliche ricadute nella malattia, ripetutamente trassero Bovio dalla tribuna pubblica e anche dai lavori parlamentari (fu a Montecitorio dal novembre 1876, vi trascorse nove legislature e 27 anni in tutto, qualcuno avrebbe contato 215 interventi e 15 proposte di legge; dal 1890 al 1892 gli venne conferita la presidenza della commissione di vigilanza sulla Biblioteca della Camera). Poi la morte. 

2.- Un filosofo democratico nella memoria dei suoi

Dieci pagine gli dedicò, alla morte appunto, la Rivista della Massoneria Italiana (cf. n. 5-6). In esse anche la circolare n. 40 del Gran Maestro Ernesto Nathan, alcuni scritti del SGC e già Gran Maestro Adriano Lemmi e svariati manifesti a lutto di diverse logge della Comunione.

Nell’intero 1903 e nell’anno successivo le pagine della Rivista tornarono su di lui e la sua vicenda pubblica, politica e massonica, ancora pubblicando il testo della lettera di Ernesto Nathan alla vedova, quello della sua commemorazione in diversi Orienti del paese (da Genova a Taranto a Catania) e in una affollata manifestazione al Politeama Adriano della capitale, ed ancora medaglioni incisi da diversi autori e in diverse o diversissime circostanze: “Giovanni Bovio massone”, “La Massoneria genovese a Giovanni Bovio”… Iniziarono allora ad arrivare anche le notizie dei monumenti che, qua e là, dei comitati promotori intesero innalzare in onore del filosofo repubblicano. Cagliari nel novero.


Nel 1904 la Rivista dette spazio allo studio biografico steso di Ettore Tarabione (ed uscito in due puntate); nell’anno successivo le sue cronache riguardarono l’inaugurazione del Tempio della loggia romana intitolata appunto a Giovanni Bovio. L’anno dopo fu la volta di Bari (dove la locale loggia omonima presentò il suo vessillo e un ricordo marmoreo), nel 1908 toccò a Napoli ed anche a Caserta dove tenne il discorso d’occasione l’Oratore Pietro Pellizzari, distintosi per alcuni anni a Cagliari come efficientissimo rettore del Convitto nazionale e come dignitario della Sigismondo Arquer, alto grado scozzese installante nel 1891 la carolina Cuore e Carattere… Nello stesso anno fu la volta anche di Reggio Calabria, dove la loggia Giovanni Bovio celebrò la ricorrenza del XX Settembre con un discorso di Gaetano Ruffo… Le compagini simboliche o scozzesi – ancora vigeva la distinzione – che s’intitolavano a Giovanni Bovio e si facevano protagoniste di iniziative celebrative di gran livello furono sempre più numerose. Continuò così a viversi e riviversi, e a far rivivere la memoria del Grande Oratore della stagione bruniana che fu una stagione anticipatrice di molti sviluppi, anche in Sardegna, nella Comunione ormai detta di Palazzo Giustiniani (perché nel frattempo il governo del Grande Oriente d’Italia ebbe per sede lo storico palazzo romano di via della Dogana vecchia).

Nel 1909 nella Giovanni Bovio barese l’Oratore Raimondo Canudo illustrò il favore della loggia per un “ateneo femminile” in città, ed a Roma una solenne commemorazione nella data anniversaria offerse l’occasione della diffusione di un pubblico manifesto…

Una loggia intitolata a Giovanni Bovio sorse a Patti nel 1910, mentre dell’iniziativa di innalzare un altro, ennesimo monumento – come a Trani – fu data notizia, ai primi del 1911, dalla Rivista Massonica, che più e più volte era tornata, e ancora sarebbe tornata in argomento cogliendo la circostanza per ricordare l’insegnamento boviano e riportare brani di sue allocuzioni (come ad esempio su Tommaso Campanella)… I medaglioni biografici furono frequenti anch’essi: così nel 1906, così nel 1907 (quando nella loggia romana il suo profilo venne associato a quello di Carducci, appena passato anche lui all’Oriente Eterno)…

Una loggia Giovanni Bovio si era intanto costituita a Livorno nel 1912, un’altra a Lecce l’anno seguente. Commemorazioni vennero registrate ancora nel 1914 e nel 1915, quando l’Italia s’avviava al suo 24 maggio… Così a Roma, così a Reggio Calabria… 

Un altro medaglione boviano apparve nell’annata 1917 della Rivista Massonica (titolo “Giovanni Bovio XV Aprile MCMXVII”) e nel 1918 (“Bovio nella scienza e nella vita”). Notizie d’altra natura rimbalzarono dalle pagine della Rivista ancora nel tempo, facendo riferimento alle officine portanti il titolo (così “Onoranze al Fr. A. Beneduce” alla Giovanni Bovio di Roma nel 1918).

La crisi del 1925, la dittatura e la guerra costituirono evidentemente un complesso, prolungato e doloroso fermo storico alle attività massoniche in genere e delle logge Giovanni Bovio come di tutte le altre, tanto giustinianee quanto ferane.

3.- Un filosofo democratico ed i sardi nelle sue logge 

In altra occasione ho ricordato come in diverse logge intitolate a Giovanni Bovio vennero iniziati alcuni sardi che per ragioni di residenza ebbero contatti con le comunità massoniche d’obbedienza giustinianea appunto continentali: precisamente a Roma, Caserta, Reggio Calabria, Lecce e Castellamare di Stabia.

Il primo fu, nel 1905, il sassarese Antonio Crispo, 24enne, ammesso fra le Colonne della compagine romana. Seguì l’anno dopo, a Caserta, il cagliaritano Carlo Galletti, 35enne, ufficiale di Cavalleria.

Più oltre – era il dicembre 1912 – fu la volta di Riccardo Mereu, carlofortino 34enne, ufficiale di Capitaneria di porto: figlio di massone (Federico, già Segretario della Libertà e Progresso e cofondatore e Oratore della carolina Cuore e Carattere) e fratello di massoni (Ettore ed Attilio, in forza rispettivamente all’iglesiente Ugolino ed alla tunisina Concordia): egli fu iniziato nel Tempio della Giovanni Bovio di Reggio Calabria.

Nel giugno 1914, a Lecce toccò a Nicolino Anedda, 29enne commesso viaggiatore di origini isilesi. E nel 1922, nei tempi fattisi già tumultuosi per gli assalti fascisti alle logge (quante biblioteche bruciate, quante minacce fisiche e verbali, quante aggressioni! fino ad un omicidio), fu il maddalenino 26enne Francesco Virdis, macchinista navale, a ricevere la Vera Luce nella Giovanni Bovio di Castellamare di Stabia.

4.- Un filosofo democratico fra i giustinianei d’oggi

È indubbio che, fra i grandi della Libera Muratoria nazionale il nome di Giovanni Bovio abbia continuato ad esercitare un fascino rilevante nelle comunità massoniche tanto più del meridione continentale ancora nel secondo dopoguerra. 

Il quadro che volesse definirsi per dar conto, nello specifico, del resistente fenomeno ha però, al momento, ancora qualche difficoltà a comporsi per l’irrisolta frammentazione documentaria cui un qualche rimedio, invero parziale e non lineare seppure utilissimo, ha portato La Massoneria nel Collegio Napoletano dal 1943 al 2005, a cura di Nino Ricci, I Fatti e le Radici, 2006; altre notizie ha recato, ma sul versante degli innalzamenti delle Colonne nel tempo che fu, l’ottimo La Massoneria in Calabria dall’Unità al Fascismo, uscito nel 1998 a firma di Rosalia Cambareri.


In aggiunta o integrazione a quanto sopra riportato e desunto dal notiziario delle annate della Rivista della Massoneria Italiana e della Rivista Massonica, stavolta richiamandomi ai nuovi testi sopra cennati, e soltanto per mostrare il dinamismo e anche lo sforzo di riordino della rete obbedienziale nel sud d’Italia (ma non esclusivamente qui) negli anni ’50, ’60 e anche ’70, offro la seguente tabella:

all’Oriente di Napoli due logge figurano ad nomen dopo l’Armistizio: una simbolica (del 1907) nel secondo dopoguerra distinta dal numero d’ordine 199 (e dal 1968 ridenominata Bovio-Caracciolo), ed un’altra scozzese, di nuova costituzione nel 1944 con il numero d’ordine 220 (demolita poi nel 1967: essa utilizzava il Tempio al Vomero, lavorava per alcuni anni con la Patria e Umanità ed iniziò fra gli altri il gen. Giovanni Marzano, medaglia d’oro al valore militare; si fece promotrice della loggia Ora e sempre n. 207 allo stesso Oriente); 

all’Oriente di Caserta con il numero 242 ricompare la loggia costituitasi nel 1905 (purtroppo demolita anch’essa nel 1967: priva di un proprio Tempio, essa lavorava per il più presso l’abitazione del suo Ven. Vitrone);

all’Oriente di Santa Maria Capua Vetere la loggia Giovanni Bovio viene assorbita nel 1947 dalla Achille d’Albore riattivatasi nel 1947 con il numero 245;

del 1945 è documentato il risveglio a Salerno della Giovanni Bovio esprimente perfino un consigliere dell’Ordine Ispettore (la dispersione delle carte ha impedito di ricostruire l’attività svolta che si ipotizza comunque essersi compiuta nell’arco di pochi anni);

all’Oriente di Reggio Calabria risulta funzionante una loggia Giovanni Bovio n. 275;

anche in Toscana, e precisamente all’Oriente di Livorno, risulta una Giovanni Bovio portante il n. 579;

risultano poi aver abbattuto le loro Colonne le seguenti officine: 

a Castroreale di Messina, la n. 336 (fondata nel 1903 e demolita nel 1949, ricostituitasi con il n. 551 fu demolita una seconda volta nel 1970); 

a Frascati la n. 383 (1904, 1953); 

a Monteparano di Taranto la n. 433 (demolita nel 1954);

a Brindisi la n. 487 (demolita nel 1955); 

in Puglia, e precisamente a Bari, Ruvo di Puglia e Lecce non risultano aver ripreso i lavori le logge costituitesi nel 1903, 1905 e 1913; così pure in Basilicata, e precisamente a San Paolo Albanesi in provincia di Potenza, quella costituitasi nel 1906; idem a Castellamare di Stabia la loggia che pure si era distinta fino al 1925 per le sue iniziative e partecipazioni ad eventi collettivi.

Un cenno merita anche la presenza di logge intitolate a Giovanni Bovio nel circuito di Piazza del Gesù. Nel novero si segnala quella triestina che entrò, negli anni fra ’40 e ’50, nella Comunione della Gran Loggia del Territorio Libero di Trieste, costituitasi nel 1947 a seguito delle intese con il Gran Maestro giustinianeo Guido Laj.

5.- Un filosofo democratico e gli epitaffi cagliaritani del 1888, 1896 e 1902

Era Grande Oratore del GOI, il Nostro, quando gli studenti cagliaritani gli chiesero di dettare l’epitaffio che doveva onorare al Monumentale di Bonaria Giovanni Battista Tuveri.

Era la mattina del 5 febbraio 1888, una domenica, e Felice Uda – un letterato (buon biografo dell’Arquer fra il molto altro) professore e pubblicista, che era stato attivo, una decina e passa d’anni prima, nelle dinamiche fraternali della loggia Vittoria, tenne il discorso celebrativo. Si scoprì allora, circoscritta da una corona d’alloro, la stella d’Italia (opera di Emilio Atzeni) recante in ogni punta il titolo di un’opera del filosofo di Collinas: A G.B. Tuveri / che sdegnoso del presente / su cui si adagia / il dotto e ricco vulgo / presentì tempi di giustizia / e fu filosofo / nei pensieri e nella vita.

(Un messaggio di saluto sarebbe partito, alla volta di Giovanni Bovio, dalla gran tavolata allestita al Montegranatico di Collinas sette anni dopo – domenica 28 aprile 1895 – quando tutto si sarebbe replicato inaugurando il noto bassorilievo all’esterno del municipio).

Una nuova chiamata nel 1896. In primavera si inaugurò in piazza Martiri, a Cagliari, la Fratellanza Vincenzo Brusco Onnis. L’iniziativa fu di un gruppo di giovani operai e studenti che amarono legare fra loro la devozione agli ideali mazziniani – evidentemente eretici in tempo di monarchia! – e quella all’insegnamento di Tuveri (al cui nome avevano intestato a Castello, fin dal 1892, un circolo letterario, affidato alla presidenza di Alfonso Dessì, al tempo studente di Medicina e prossimo zio del grande scrittore villacidrese Giuseppe Dessì).


Ci si preparò all’evento, fra militanti – età media 22-23 anni – proprio condividendo una pagina di Giovanni Bovio che aveva fissato il programma politico del repubblicanesimo post Mazzini. E il suo nome ricorse cento volte nelle liturgie del gruppo, modesto in quanto ai numeri, vivacissimo in quanto ad iniziative tutte controcorrente per svolgersi in una città per tanti versi ancora spagnolesca, clericale e monarchica… 

Nel dicembre dello stesso ’96, per celebrare Brusco Onnis patriota e giornalista scomparso a Milano ormai da otto anni, ancora al Monumentale, presente il sindaco Bacaredda ed alcuni parlamentari repubblicani: A Vincenzo Brusco Onnis / Con Saffi Quadrio Campanella / Uno dei quattro / Che più propalarono il pensiero di Mazzini / Non gli ruppe mai fede / Proclamandolo più che dottrina politica / Religione civile / Del rinnovamento umano.

Poi Bovio davvero… a go go, negli atti ufficiali e nelle pubblicazioni di propaganda, da Il Dovere a Due Giugno, usciti nel 1897, a A Garibaldi, uscito nel 1904... 

Nel maggio 1902, per onorare la memoria di Efisio Marini, il medico anatomo-patologo incompreso nella sua città e costretto così ad una più che trentennale residenza… fuori patria, a Napoli. All’università, ad iniziativa del circolo universitario, una lapide di riconoscenza e forse di pentimento. Ecco il testo dettato da Bovio che di Marini era stato per lunghi anni amico e sodale nella campagna sanitaria e umanitaria anticolerosa del 1884, nei quadri della Croce Bianca: A Efisio Marini / Che attenuando la forza corruttrice / Placò la morte / Non la fortuna / Né la ignavia dei vivi / Che lasciarono spegnere / Tanta fiamma / Senza alimento / O italiani / La giustizia postuma / È rimorso / Il Circolo universitario / Bovio. 

6.- Un filosofo democratico, l’Oriente Eterno e il monumento cagliaritano

Aprile 1903. Scrive La Sardegna Cattolica, giornale clericale diretto dall’avvocato e (di fresco) conte palatino Enrico Sanjust di Teulada: colui che nel 1896, all’indomani della inaugurazione del nuovo Tempio massonico di Cagliari forse ancora nella via Gesù e Maria civico 18 (prossima via Eleonora d’Arborea), quartiere di Villanova, ha scatenato, con il suo quotidiano nuovo fiammante (appunto La Sardegna Cattolica) l’ira antimassonica, in contemporanea con la celebrazione a Trento del primo congresso antimassonico internazionale: 

«A sessantadue anni, demolito per così dire brano per brano da crudele dolorosa malattia, scende nel sepolcro Giovanni Bovio.

«Noi fissiamo con profonda tristezza quel sepolcro, non confortato dal raggio della fede, non protetto dall'ombra della Croce, noi rivediamo, con memore melanconico ricordo, la severa figura del filosofo, che nella nostra gioventù vedemmo dall'alto di una cattedra brandire a una folla di giovani la incompresa e spesso incomprensibile parola di una scienza, nella quale cerca indarno riposo lo spirito avido di verità.

«Giovanni Bovio fu uomo di alto ingegno, fu uomo di carattere, che seppe ispirare saldi e forti affetti. Sincero sarà per molti il compianto per la sua dipartita; ma quanta volgarità, quante vuote ambizioni, quanto egoismo si sprigioneranno dalle manifestazioni ufficiali che lo accompagneranno alla tomba!

«Noi, nel silenzio e nella meditazione, imploriamo sull'estinto la misericordia di Dio, deploriamo che tanto tesoro d'ingegno, tanta naturale bontà, siano andate miseramente sciupati, mentre, rivolti al bene, avrebbero potuto esercitare salutare influenza sulla gioventù italiana».


Quando, sei mesi più tardi, la sezione repubblicana di Cagliari lancerà l'idea di un monumento "in onore" e di una pubblica sottoscrizione per sostenerne le spese, La Sardegnetta non farà sconti, precisando: «L'idea — come manifestazione repubblicana — può passare, ma che sia seria e degna di essere accolta dalla cittadinanza cagliaritana non ci pare. Perché un monumento a Bovio? Perché, soprattutto, un monumento a Bovio, in Cagliari?

«Giovanni Bovio fu uomo onesto, uomo di carattere… ma basta questo per mendicare l'onore del marmo? Come uomo politico non ebbe che qualità negative; come pensatore, come filosofo, come scrittore, il giudizio spetta ai posteri, essendo i contemporanei troppo divisi di pensiero e di opinioni; che anzi, non diciamo se a ragione o a torto, prevalgono oggi coloro che, all'infuori dei drammi e di qualche scritto di diritto e di estetica, ravvisano nell'opera un involucro iridescente privo di contenuto…

«Per la Sardegna poi e per Cagliari che non hanno trovato voglia e denari per monumentare tanti uomini veramente illustri italiani e sardi, quale significato potrebbe avere un monumento a Giovanni Bovio?».

Così i clericali. Diverso è per i socialisti. La Lega — organo della locale sezione — aveva già espresso, sincero, il dolore per quella dipartita scrivendo: «Visse come un savio antico e morì, povero, nel silenzio della sua casa, sacra alla Virtù e alla Bellezza. Egli, che in tutta la vita esercitò il culto della Sapienza, nell'amore, in diretto contatto con le forze vive della sua terra e con le energie potenti della sua stirpe, è oggi accompagnato al riposo dal pianto e dalla riconoscenza di tutto il Popolo d'Italia che l'amava come fosse il figlio migliore...

«Gran parte della nostra anima giovanile cade con Lui, dal quale imparammo la parola della Bontà e del Sacrificio; gran parte dei ricordi della nostra vita passata svaniscono con lui che era per noi tutti, uomini di lotta, il simbolo più alto e più puro dell’Umanità Nuova [...]. Fiori, amici, alla sua tomba; e che il ricordo del Maestro viva nell'anima nostra con il profumo della sua bontà e con il calore della sua fede».

Ora che, superate tutte le difficoltà frapposte dai molti chierichetti municipali, il monumento può essere inaugurato — due anni dopo la morte del filosofo — è ancora La Lega socialista a scrivere, magari con qualche debolezza retorica ma certo anche con altrettanta sincerità di trasporto (forse con la penna di Jago Siotto): «Giovanni Bovio, con la titanica forza del pensiero, con l'ardente, inestinguibile sentimento di abnegazione, con la serena onestà dell'anima, infuse l'impeto della fede ai forti, la forza e l'ardire ai fiacchi.

«Giovanni Bovio fu, dopo Mazzini, il miglior genio italiano del secolo scorso: egli degli antichi Greci e Romani ebbe il diritto senso del dovere, di Dante la serena e austera grandezza dell'anima, di Giordano Bruno la ferma costanza del martirio. Tutto ciò che fu grande nel passato fu suo ammaestramento, tutto ciò che fu nobile nel presente fu suo comandamento.

«La sua prima gioventù accompagnò l'epico e glorioso periodo delle lotte per la libertà della Patria, la sua fiera e libera virilità fu tutta consacrata per il compimento dei più sacri ideali dell'Italia: restituire Roma — liberata dalla bieca ombra del Vaticano — all'antica grandezza e all'antica libertà della Repubblica; infondere nell'animo della Nazione il rigido senso del dovere e della libertà; compiere nei suoi limiti e nella sua naturale forma di governo la Patria; far trionfare nell'arte, nelle lettere e nella scienza il pensiero laico, nei santi nomi di Dante, Vico e Tacito: ecco il suo sogno e il suo programma.

«Possa la sua santa memoria, invocata nel cielo della vecchia e forte isola nostra, scuotere dall'oblio a nuova e operosa vita che ancora conserva nell'animo liberi sensi; possa quell'austera e sublime fronte di filosofo e di poeta che mai piegò vinta, né per scroscio di bufera né per violenza o lusinga di tiranno, illuminare del suo divino raggio le tenebre che ancora fasciano l'infelice isola nostra».

E dopo i clericali, avversari, ed i socialisti, amici, ecco i liberali, rispettosi vicini. L'Unione Sarda — la tribuna più autorevole dell’opinione moderata cagliaritana — non aveva temuto di seguire, indugiandovi in apertura di giornale, l'evolversi delle condizioni di salute del filosofo, passo dopo passo, fino all'agonia e al congedo estremo.

«L'uomo che, a Napoli, giace da più settimane nel suo letto di dolore – aveva scritto il 16 marzo – milita in un campo assai diverso dal nostro; ma non perciò si leva da queste colonne meno caldo e sincero il voto perché il vegliardo, che è decoro della tribuna parlamentare e della cattedra, lo scienziato insigne, il patriota intemerato, che fu modello di carattere e specchio di virtù civili, sia conservato alla vita […].

«Il Bovio è considerato non solo come il capo della parte democratica delle provincie meridionali, ma capitana alla Camera, per autorità se non per tattica parlamentare, il Gruppo repubblicano. Ma il repubblicanesimo che Egli professa poggia su basi serenamente scientifiche ed aborre da ogni contrasto personale, da ogni tumultuaria passione […].

«Egli parve e fu il miglior continuatore, l'erede del pensiero filosofico e politico di Giuseppe Mazzini: ebbe, come il grande Genovese, innato lo stesso sentimento del dovere e considerò come lui la vita una missione, come lui ebbe culto supremo per l'onestà; e in questi giorni, pure tra le sofferenze della sua infermità, Egli si compiaceva delle disposizioni del ministro Nasi per l'adozione del libro di Mazzini nelle scuole».

E quindi, il 17 aprile: «È morto. Egli voleva che le sue teorie avessero trionfato non per impeto di violenza, ma per forza di convinzione. È così che la sua parola, nelle bufere della Camera, s'elevava alta e impersonale, calma e serena, e di fronte a lui, come dinanzi a un candido patriarca, di fronte al suo gesto ampio e solenne, le ire tacevano e gli animi immantinente s'acquietavano».

Ora, L’Unione Sarda appoggia l'iniziativa del monumento. Lo fa anzi da quando l’associazione repubblicana ha lanciato l'idea, riferendone a più riprese fra ottobre e dicembre 1903: «La nobile iniziativa dei repubblicani, siamo convinti, riuscirà di gradimento di tutti». Si sforza però adesso di raccomandare calma e pazienza a coloro che dall'interno del partito dell’edera e della vanga lamentano il boicottaggio da parte di troppi esponenti conservatori del Municipio: «Perdoni il Comitato un'osservazione: nelle cose bisogna badare al lato pratico, e la proposta, che non può uscire dal campo ideale dopo la votazione del Consiglio comunale, non pare possa sortire alcun effetto. Meglio soprassedere, per ora, non mancherà il tempo per discutere il fatto e la protesta».

Commemorato dal professor Luigi Rinonapoli-Volpe, direttore della Scuola tecnica ed artiere, di sentimento monarchico, della loggia Sigismondo Arquer – commemorato «senza disturbare il corso delle lezioni» –, Bovio era stato pianto, in città, anche dalla Massoneria, ancora nella sede di palazzo Vivanet. Due telegrammi erano partiti dall'Ufficio centrale delle Poste di via Baylle:

«Signora Bovio — Napoli. La loggia massonica "Sigismondo Arquer" immersa nel più profondo dolore per lutto che colpisce la Famiglia massonica, la Scienza, la Patria, Vi prega gradire, nell'ora triste, attestazione proprio cordoglio, simpatia per voi fedele compagna dell'illustre fratello»;

«Venerabile loggia "Losanna" — Napoli. Vi sarò grato se vorrete rappresentare loggia "Sigismondo Arquer" alle onoranze funebri che Napoli tributerà all'illustre fratello Bovio. Il Venerabile».

Avrebbe seguito con favore, la loggia, quel gran daffare del comitato alla ricerca dei fondi per innalzare il monumento, e avrebbe partecipato con un contributo importante: cento lire. D’altra parte, uno dei suoi artieri – il giovane Pippo Boero – era stato incaricato di realizzare l’opera che sarebbe stata gloria per tutti: per la memoria di Bovio e per l’idea ch’egli incarnava – il libero pensiero anche più della repubblica! –, per quel tanto di sensibilità laica e civile che, presente nella società, era speranza si sviluppasse, fra le giovani generazioni, all’interno di ordinamenti scolastici coerenti al disegno risorgimentale dell’Italia unita e liberale…

Giù il cappello anche da parte dei radicali del Paese – il quotidiano che ha esordito nel 1905 per volontà di Umberto Cao –, nel momento in cui sta per essere finalmente scoperto quel marmo tanto disputato: «È anche con l'azione psicologica, che un monumento può esercitare sulle masse che si educa il popolo e lo si eleva alla consapevolezza degli ideali più liberi e più puri, dall'inerte stato di abbandono intellettuale in cui si trova».

E poi ancora, riferendo i dati biografici essenziali del Nostro, di lui mostrava di condividere la superiore ispirazione: «Nacque nel 1841 a Trani, cittadina in provincia di Bari: fu un uomo politico di fede repubblicana temperata, oratore poderoso, filosofo profondo, drammaturgo geniale. Nacque da genitori poveri, da solo provvide alla propria istruzione; è noto che egli non ebbe mai alcun diploma ufficiale nel corso dei suoi studi e che si affermò nel campo scientifico solamente colla forza del suo ingegno. 

«Fu in intima corrispondenza con Garibaldi, con Aurelio Saffi, con Mazzini. Tra Bovio e Mazzini però ci fu una linea di divisione: dio. Il filosofo e patriota genovese non vide l'attuazione dei destini della Patria nell'umanità che con dio. Bovio invece non fu deista. La natura e la storia per lui sono il risultato di un processo di formazione autonoma e la sua dottrina, nutrita dalle teorie scientifiche moderne e fondata su una coscienza positivista, prese le linee di un naturalismo matematico.

«La filosofia di Bovio riafferma l'enunciato del Vico che la storia è l'opera degli uomini e vuol tolte di mezzo tra gli uomini e la natura tutte le menzogne convenzionali, economiche, politiche e religiose [...]. Il filosofo di Trani appartiene all'umanità. Dalle masse penetrate dallo spirito vivificatore delle sue idee fervide ed emancipatrici deve salire l'inno che ne celebri la grandezza».

Infine i repubblicani. Era stato allora Enrico Nonnoi — adesso regista dell'operazione-monumento, promotore della pubblica sottoscrizione e committente del marmo — a dire gli stati d'animo dei compagni di fede del leader agonizzante in un lungo articolo ospitato con un gran risalto da L’Unione Sarda.

«Non qui, dove cortese ospitalità mi si accorda — aveva scritto Nonnoi — di Giovanni Bovio repubblicano io, solitario credente nella stessa fede politica, dir posso liberamente; non qui delle sue battaglie poderose, titaniche per l'ideale; ma ricordare il filosofo, l'uomo che lentamente si spegne nello stoicismo del forte, nella fortezza del grande, nella dolce serenità del giusto e del buono [...]. La bontà! questa la sua arma più forte, a cui nessuno ha potuto mai resistere, come allo sguardo ammaliante di Cristo. Di lui si dirà che fu grande, ma chi lo conobbe un istante solo, chi lo ebbe maestro od amico dirà che fu un Buono. Perché mai un uomo in vita sua fu tanto amato, né mai nome meritò tanto amore [...].

«Qual vuoto immenso dopo di lui! Resteranno eterne le opere e la memoria, è vero sì, ma ai discepoli nella fede mancherà il maestro adorato, lo sposo alla sua donna, ai figli il babbo affettuoso, al popolo il suo vecchio educatore. Si dirà di lui che morì come visse: onesto fino allo scrupolo, povero, fiero, sempre combattente per un solo affascinante ideale. Non chinò mai il collo dinanzi ai potenti, che piuttosto a costoro spezzar seppe talvolta dolcemente la boriosa altezza.

«E dopo una vita lunga che è stata un poema ininterrotto di lavoro fecondo, di onestà, di amore, l'uomo passa lieto, come vergine a nozze, in braccio all'infinito sonno, alla eternità. Passa, filosofo ateo, e tra la sua donna, i suoi figli, i suoi discepoli, i suoi amici, i suoi ammiratori piangenti, sorge l'ombra del suo Terpneo, mestamente e fieramente ripetendo: "Due cose egli non ha mai temuto: la povertà e la morte"...».

Com’è cominciata? Lunedì 19 ottobre 1903 l'assemblea degli iscritti all’associazione repubblicana (quella che si era chiamata Fratellanza Vincenzo Brusco Onnis) delibera di farsi promotrice di un «ricordo marmoreo» a Giovanni Bovio. A tale scopo si costituisce in comitato, ripromettendosi di diramare presto una circolare a tutti i repubblicani sardi ed ai sindaci dei comuni più importanti della regione. Chiederà contributi a tutti. Elegge anche una commissione esecutrice composta da Enrico Nonnoi, che la presiede, e da Ettore Vassallo (cassiere: un giorno sarà massone anche lui, al pari di Nonnoi, e i suoi funerali onoreranno la squadra e il compasso nel 1913), Crisostomo Onnis, Attilio Frongia, Raffaello Meloni (segretario), Edoardo Rossi, Vittorio Pietro Dore, Napoleone Barattini.

Giovedì 22, prima riunione della commissione e pubblicazione della circolare-appello: «Egregio signore, nell'ora in cui il destino strappava all'affetto della nostra Patria e alla ammirazione del mondo civile, per darlo in braccio all'immortalità e alla gloria, l'ultima figura radiosa di una nazione che si preparava con lei a compiere, con la mirabile potenza del pensiero, la missione santa della vita, l'anima italiana fu come scossa da una violenza e prostrata da una incomparabile sciagura.

«Oggi, come in quell'ora, il popolo italiano piange il vuoto immenso che ha prodotto la scomparsa dell'Uomo, la cui memoria è legata al cuore dell'umanità, il cui nome immacolato è affidato alla riconoscenza e alla venerazione di tutti i buoni che intendono il sacrificio e onorano la virtù dei grandi uomini.

«Giovanni Bovio è passato, attraverso le raffiche spaventose della vita, sereno e conscio del vero apostolato umano, forte nell'odio come nell'amore dei popoli, libero come il cammino di gloria che lo ha preceduto, vindice inesorabile di tutte le ingiustizie sociali, banditore di pace e di fratellanza: egli ha stampato orme imperiture e nel suo passaggio superbo di Apostolo ha sgombrato la via da ogni paura e da tutte le superstizioni dogmatiche, ha infuso e plasmato nell'anima di due moribonde generazioni una nuova coscienza che non piegasse più alle seduzioni tristi dei mercanti del patriottismo.

«Innamorato del nobile Ideale dell'avvenire, scaldato da una Fede rigeneratrice di amore e di libertà, idolatra della meravigliosa arte delle antiche età, Giovanni Bovio ebbe la visione di Socrate, e nel divino sogno di Roma incarnò il genio e predicò il verbo nuovo della redenzione sociale che condurrà il popolo, in tempi non lontani, alla conquista del vero benessere umano.

«Allo scopo di onorare degnamente la memoria del Filosofo repubblicano, del Patriota intemerato, per ricordare ai posteri le virtù sublimi di questo gigante del pensiero, noi vi invitiamo a contribuire col vostro obolo per un monumento che sorgerà in Cagliari al Grande Italiano, di cui va orgogliosa la Patria e il mondo. Cagliari civile e la Sardegna tutta speriamo accolgano con slancio la nobile iniziativa del nostro pensiero e ci regge la fiducia che il popolo sardo non mancherà a questo patriottico appello».

Le offerte cominciano ad arrivare subito. C'è intanto la stessa associazione che contribuisce con cento lire, mentre il Comitato centrale del Partito, da Roma, invia altre dieci lire. E poi ecco l'avvocato Giuseppe Fara-Musio: cinque lire, e s'aggregano quindi altri congiunti (è la famiglia Vassallo) e l'avv. Ranieri Ugo, già direttore de La Piccola Rivista, e altri professionisti neppure tutti di fede repubblicana, e commercianti, e studenti. L'on. Bacaredda versa dieci lire, la loggia Sigismondo Arquer, appunto, cento, la sezione repubblicana di Guspini 33,35, quella di Arbus 7,05, mentre il Municipio sempre di Arbus versa 25 lire. Ma contribuiscono anche i socialisti (il circolo giovanile, gli avvocati Carmine ed Efisio Orano e il prof. Fasola, e qualcuno che si firma semplicemente «un socialista» o anche «un collettivista»). Altre offerte arrivano da San Nicolò Gerrei, da Carloforte e Sardara e San Gavino, da Monserrato e Macomer e Serrenti, da Ghilarza e Senorbì, da Guasila, Santulussurgiu, e poi anche da Roma, da Milano, da Monza.

Ci sono naturalmente anche coloro — sezioni o logge, botteghe o studi professionali — che duplicano o triplicano l'obolo originario, fino a consentire al fondo di superare la soglia delle cinquecento lire, e di attestarsi — salvo spiccioli in corso di contabilizzazione — a L. 558,05.

Sempre vigile nel seguire giorno per giorno l'andamento della sottoscrizione, il comitato non si stanca di incalzare i titolari delle schede di raccolta perché provvedano sollecitamente al loro inoltro al cassiere; esso intanto studia progetto, fattura, altezza e materiale del monumento (dovrà essere «di marmo ordinario di prima qualità», dovrà essere «alto una volta e mezzo il naturale; tutto compreso, basamento e piedistallo, l'altezza sarà di m. 5»), programma per il 18 maggio 1904 l’evento, lo scoprimento del busto e la commemorazione del filosofo e parlamentare: l'avv. Nonnoi è il candidato oratore, e dopo la conferenza si distribuiranno agli intervenuti i tradizionali giornaletti di propaganda.

Invece ritardi, ritardi, ritardi. Il 13 giugno 1904 altra, ennesima riunione del comitato e finalmente ecco la delibera sulla commissione dell'opera: l'artista prescelto è Pippo Boero, cagliaritano, 28 anni, allievo nientemeno che di Ettore Ferrari e suo discepolo anche in loggia (ma dalla romana La Regola egli s'è trasferito ormai da più d'un anno, da quando cioè è tornato stabilmente in città, alla Sigismondo Arquer). Si tratta dell’autore del Verdi collocato nello square già nel 1901, è conosciuto ed apprezzato da tutti in città…

Lo scultore ha già lavorato la maschera che servirà di modello per il busto in marmo e si ipotizzano nuove date per la manifestazione. Entro il 15 settembre tutto dovrà essere pronto ed il busto verrà inaugurato, «salvo circostanze imprevedibili». Che, appunto per essere imprevedibili, ci saranno naturalmente tutte.

7.- Un filosofo democratico, fra simpatie e antipatie municipali

Passa settembre, passa dicembre, passa il 1904. Ecco febbraio e l’anno è ormai il 1905. Il 17 — giorno di memoria bruniana! — nell'antico palazzotto di Castello si svolge una seduta del Consiglio comunale. Il verbale steso dai bravi segretari la dice lunga su uomini e umori:

« — L'assessore Marcello comunica che il Comitato per il busto di Giovanni Bovio ne presentò il bozzetto, proponendo l'ubicazione della statua nella piazza Mazzini. Il Consiglio d'arte ha ritenuto non conveniente questa località, mentre propone il giardinetto che è davanti alle Reali.

« — Sanjust: voterà negativamente per qualsiasi ubicazione. Ad ogni modo se si venisse nella determinazione di permettere il collocamento del busto in una piazza pubblica propone che l'Amministrazione inviti il Comitato a modificare la scritta: "A Giovanni Bovio, la Sardegna" perché la statua non è una manifestazione dell'isola ma solo dei repubblicani di Cagliari, che sono pochini.

« — Sindaco Picinelli: la Giunta, nel proporre che sia permesso al Comitato d'erigere il busto a Giovanni Bovio, partì non da un concetto politico ma unicamente da quello di rendere omaggio all'ingegno del filosofo. Ma il Comitato non deve imporsi e non deve parlare a nome della Sardegna tutta; perciò ritiene che si debba rifiutare la leggenda, quale è stata proposta.

« — Macis: ritiene inopportuna la discussione, giacché oggi si deve decidere unicamente sull'ubicazione del monumento. Si conceda o non si conceda questo permesso, ma non si voglia venire a correggere le iscrizioni. Ricorda la mente e l'opera del Bovio, che fu gloria italiana ed una discussione nel senso proposto dal cons. Sanjust gli sembra rendere piccina la manifestazione fatta dal Consiglio coll'approvare l'erezione del monumento.

« — Vivanet: lamenta che nella nostra città non siasi ancora dato un tributo di riconoscenza ai suoi figli più illustri, quali l'Azuni, il Cugia e tanti altri.

« — Scano D.: un omaggio alla fermezza, alla cultura ed al carattere adamantino del Bovio non può e non deve essere manifestazione di un partito politico e questo l'intese il Comitato quando allargò la sottoscrizione a tutti i cittadini e questi, senza distinzione di partito e di scuola, accettarono l'invito e portarono il loro contributo pecuniario. Trova ridicolo l'imprimatur che si vorrebbe applicare all'iscrizione, quasi un ricordo d'altri sistemi cari al collega Sanjust, e propone che non si porti modificazione alcuna alla leggenda proposta».


Fin qui il verbale consiliare. Dopo una discussione animata ed anche un po’ disordinata, in cui si parla di frati, di santi, di liberi pensatori, di re e di repubbliche, Sanjust insiste sulla sua proposta di respingere l'iscrizione come è stata proposta. Su appello nominale raccoglie il voto favorevole dei colleghi Castangia, Desogus, Mulas-Mameli, Palomba, Picinelli, Spano, Vivanet. Si dicono contrari i consiglieri Ballerò, Gioda, Marcello, Mereu, Mura, Macis e Scano.

Viene infine accettata la proposta del Consiglio d'arte di collocare il busto nel giardinetto della stazione, «nel sito che risulterà migliore e che verrà indicato dall'Ufficio d'arte».

Al Consiglio comunale e alla sua maggioranza replicano in molti: il comitato pro-monumento innanzitutto, poi l’associazione repubblicana, poi il Fascio giovanile del PRI, poi la sezione socialista, poi l'Unione universitaria anticlericale.

Il comitato dichiara di accettare l'ubicazione scelta dal Consiglio d'arte, ma di rigettare decisamente il cambiamento della dedica. Dichiara, anzi, di essere disposto a portare il monumento fuori Cagliari, e anche fuori dall'Isola piuttosto che sottostare al diktat sulla scritta. E aggiunge di far appello «a tutti i partiti e le associazioni liberali, alla stampa e alla popolazione intera, perché protestino dignitosamente col Comitato per il grande nome di Giovanni Bovio, gloria somma non solo del Partito repubblicano, ma della Scienza, dell'Italia e delle generazioni nuove del mondo intero».

Anche l’assemblea degli iscritti al PRI, riunitasi il 19 febbraio, delibera «di vivamente protestare contro il parere emesso dal Consiglio comunale di Cagliari, circa la correzione della leggenda "A Giovanni Bovio, la Sardegna" in quello "A Giovanni Bovio, i repubblicani di Cagliari"».

È vivace pure la disapprovazione dei soci del Fascio giovanile "Efisio Tola", che considerano il voto consiliare inaccettabile perché «non lede soltanto la suscettibilità dei repubblicani della Sardegna, ma anche quella della gente sarda che ammira nel grande filosofo il sapere, la coscienza retta che ha sempre voluto il benessere del popolo e che ha dato un potente impulso agli studi filosofici contemporanei». Non meno vibrato è il "no" degli studenti associati all'Unione universitaria anticlericale, nemici giurati del sindaco e della maggioranza politica.

Così pure la sezione socialista che definisce «anticivile» il voto espresso dal Consiglio comunale il quale è parso pretendere «che un nome, caro alla scienza, al mondo, non venga onorato da quanti all'infuori di ogni partito sentono di rendere omaggio al Vero», e contemporaneamente auspica «che le forze vive del paese si uniscano sotto il vessillo del Libero Pensiero per impedire che il partito nero, negazione di ogni progresso, riconduca la nostra città fra le tenebre medievali».

Il compromesso è infine raggiunto: per l'ubicazione vale la proposta, cioè la piazzetta alberata della stazione ferroviaria; per la dedica si afferma una soluzione asettica: cadono entrambe le proposte — «la Sardegna», «i repubblicani di Cagliari» — e resta solo quella preposizione e quel nome: «A Giovanni Bovio», e l'anno «1905».

Si avvicinano i giorni dell'inaugurazione. Corre voce che siano stati invitati alcuni parlamentari o dirigenti di partito che alla fede repubblicana uniscano quella massonica, come Barzilai, Mirabelli e Comandini. Dopo lo scoprimento del busto si vorrebbe procedere alla commemorazione ufficiale, negli eleganti modi di rito, presso il teatro Civico, se il signor sindaco lo concederà.

Una opera d'arte veramente pregevole questa di Pippo Boero. Per la base ha adoperato il calcare, il marmo bianco per il busto. Lo zoccolo di pietra, sobriamente squadrata, reca in bassorilievo una ghirlanda d'alloro. Sul fronte il dado porta un fascio di verghe sormontato da un berretto frigio e una targa con la scritta infine convenuta: «A Giovanni Bovio, 1905». Le dimensioni sono quelle previste: una volta e mezzo il naturale. Lo sguardo, austero, volge appena a destra. 

Il comitato promotore dirama un suo manifesto: «Cittadini, onorare i grandi che al mondo lasciano il retaggio della virtù nell'esempio pratico, quotidiano della vita, nel pensiero educatore e propagatore di ogni onesta aspirazione, nella lotta incessante del divenire sociale del popolo chiedente il miglioramento civile ed economico, è dovere ed obbligo imperioso che si impone alla coscienza sapiente e serena di un popolo educato al culto del bene e all'amore vero della Patria e di se stesso.

«Atene e Roma celebrarono con gli onori del trionfo e del plauso plebiscitario i loro virtuosi ed i loro eroi; eternarono nel marmo e nel bronzo la figura ed il nome dei loro pensatori e dei loro maestri nella virtù del sapere e nella educazione del carattere.

«Il popolo di Sardegna, destantesi alfine dal torpore funesto in cui lo precipitarono infamemente l'ingiustizia e l'ingordigia dei governi ignoranti, inumani e dilapidatori delle sue risorse economiche e delle sue energie morali, vuol trarre l'auspicio dell'opera immensa del suo risveglio civile e del suo rinnovamento politico, dal nome di un uomo che fu la Bontà nell'azione della vita, la Luce nel pensiero profondo e glorioso dell'eterno ideale, la libertà e la giustizia. Onorare Giovanni Bovio è atto solenne di coscienza civile e di onestà politica di cui un popolo grande possa andare orgoglioso.

«Cittadini! Partecipate oggi, concordemente, alle onoranze che la Sardegna vuole tributare al sommo filosofo e questa sarà la prima prova del nobile assunto di metterci nella via serena del nostro rinnovamento».

Quel capoverso «II popolo di Sardegna...» non piace a Il Paese (ormai filogovernativo, radicale alleato dei radicali al governo!), che annota: «Riproduciamo a titolo di curiosità l'incandescente manifesto diretto dal Comitato alla cittadinanza senza toglierne, pur deplorandole, talune generiche invettive che suonano maledettamente in una circostanza come questa e se alludono a governi italiani non rispondono storicamente al vero».

8.- Un filosofo democratico, l’applauso per sempre

Ecco finalmente il gran giorno, una domenica naturalmente. È il 28 maggio. Sono le cinque del pomeriggio. Da qualche ora è arrivato un buon numero di carabinieri e di guardie municipali, non si sa mai. Nel viale Terrapieno, proprio sotto i finestroni della nuova Passeggiata coperta e i balconcini in ferro battuto dell'altrettanto nuovo palazzo Valdès, si radunano i mille partecipanti a questa straordinaria processione laica che parte dalla via Sulis: orfeonisti, iscritti al partito, soci di leghe di mestiere, studenti di tutti i gradi ed ordini, ecc., rumoroso e variopinto cocktail di attori: nessuno accetta qui di essere solo comparsa. Rappresentanza dopo rappresentanza, ognuna con bandiera d'istituto o labaro, il corteo è lunghissimo e percorre il tragitto segnato dagli organizzatori: via Manno, Stampace di mezzo, municipio nuovo e finalmente lo square delle Reali, un tutto-verde recintato da una alta ringhiera metallica, come un'oasi serena, da sfruttare con moderazione.

Il tempo non è buono. «Le speranze dei preti di vedere la nostra festa andata a monte per la bruttissima giornata andarono completamente deluse. Il buon Dio del cielo fu più galantuomo dei suoi rappresentanti terreni, tanto che permise a noi di fare quanto la nostra anima repubblicana ci dettava», scriverà La Scure, il periodico repubblicano di Cagliari.

Precede la banda civica, che intona, scontato ma sempre esaltante, l'Inno di Garibaldi. Segue, rossa e grande, grandissima, la corona della Federazione sarda del PRI, portata a braccio da due giovani della sezione, e poi ci sono tutti quanti i repubblicani iscritti, cinquanta o sessanta almeno, con tanto di vessillo e di corona-bis (più modesta), e quindi quelli di Guspini e quelli del Fascio di Iglesias intitolato a Giovanni Battista Tuveri. A chiudere la testa del corteo sono poi i ragazzi del circolo cagliaritano "Efisio Tola", pure essi con la loro brava corona e un vessillo rosso fiamma... E di seguito ancora i delegati della Cooperativa scalpellini con bandiera, della Corda fratres, dell'Università, del Circolo universitario e, con corona, dell'Unione universitaria anticlericale. 

Nuovo stacco: altra corona di fiori e, ancora con bandiera, le rappresentanze delle scuole secondarie (liceo e ginnasio Dettori, ginnasio Siotto-Pintor, Scuola tecnica, istituto Martini) delle società ginniche (Amsicora ed Arborea), della Società operaia, della Società pedagogica, del Convitto nazionale, della sezione socialista (quasi avvolta dal suo splendido drappo rosso rivoluzionario), del Touring club. (Dovevano esserci anche altre rappresentanze di società campidanesi e del circondario, ma il maltempo ha sconsigliato il viaggio).

Si susseguono le musiche patriottiche, arie che riportano il clima e il sentimento del Risorgimento. La folla osserva in strada. Piazza Martiri, via Manno — inchino collettivo davanti alla lapide a Cavallotti presso casa Onnis ed esecuzione dell'Inno degli Italiani, quello di Mameli — piazza Yenne, corso Vittorio Emanuele, via Sassari, lo square infine.

Un telone bianco copre il marmo. Sono già state deposte, verso sinistra, due corone: una del Municipio, coi nastri portanti i colori della città, il rosso e il blu, e l'altra della loggia massonica Sigismondo Arquer. C'è già anche il sindaco comm. Picinelli, nello square, quando arriva il corteo.

Il Comune aveva pensato di ammettere dentro il recinto qualche delegazione soltanto, considerando lo spazio relativamente ristretto a disposizione. Qualche fila di poltrone, proprio tra il laghetto e il busto inaugurando, doveva accogliere signore e autorità. E invece ecco che la folla irrompe tutta quanta e rappresentanze e associazioni con tanto di vessilli e bandiere hanno difficoltà a raggiungere i pressi del monumento.

Finalmente si fa silenzio e alte squillano ancora le note dell'Inno di Garibaldi, in ennesimo replay. Un applauso, qualche acclamazione doverosa ma non per questo meno sentita. Giù il telone. Evviva.


Parla l'avv. Salvatore Diaz, del direttivo repubblicano. «Consummatum est», esordisce. Ricorda, attraverso alcuni episodi particolarmente significativi della sua vita, la statura morale, intellettuale e politica di Bovio. Procede poi alla consegna al sindaco. Auspica che i cittadini sentano sempre sincera l'ammirazione verso il filosofo e soggiunge: «Oggi è l'anniversario della caduta della Comune a Parigi; troppe erbe maligne ingombrano oggi le terre della Patria. Sgombri l'Attila dei venti il suolo italico e il robusto tronco della quercia tocchi i cieli della gloria. L'avvenire sarà opera dei giovani; ed i giovani sardi porteranno in esso tutto il contributo delle loro energie; ne è prova l'attività di Pippo Boero, il quale intuendo magnificamente il pensiero e l'anima di Giovanni Bovio ne ha reso con profonda efficacia le sembianze». Applausi.

Parla il sindaco. Egli legge innanzitutto due telegrammi di adesione pervenutigli dal suo omologo di Minervino Murgia, il collegio che mandò per tanti anni a Montecitorio Bovio, e da quello di Jesi. Dà poi conto delle ragioni per le quali Cagliari — a suo dire — ha deciso di rendere omaggio «al sommo filosofo, artista, letterato, uomo politico che s'informò sempre alla scuola nazionale: Cagliari celebra in lui il cultore di Dante ed onora soprattutto l'uomo». «Non potevo mancare per ragioni d'ufficio — dice press'a poco –. Le classi colte onorano in Bovio lo scienziato, le classi popolari l'amico, tutti poi l'anima nobile». Un pensiero all'autore, un elogio, un incoraggiamento. E infine un augurio «che le idee di Giovanni Bovio siano incitamento alla pace, alla concordia e al proficuo lavoro».

Qualche passaggio del breve discorso del sindaco è interrotto da grida di dissenso. Picinelli, in verità, non era l'uomo più adatto alla bisogna. Protesterà La Lega socialista per la consegna stessa del monumento al sindaco «che negò il sussidio per la sua erezione». «Un senso di profonda pietà e di commiserazione abbiamo per questo uomo, costretto in tutte le sue mansioni sindacali a fare il pulcinella», soggiungerà La Scure. Nello stesso giornale, ancora fresco di stampa, questa domenica Attilio Frongia ha scritto anticipando la dose di sale: «E intanto corriamo a farne la consegna. A chi? Forse al sindaco della città? Costui, che non ha trovato neppure un soldo per darci qual sussidio, forse perché i denari che amministra sono tutti spariti in mance ai carrozzieri in una recente visita ministeriale, o in elargizioni alle congreghe religiose, costui che ha cercato in mille modi di far sì che la cerimonia d'oggi non riuscisse, non è degno di avere in consegna il monumento».

Fischi ed applausi ironici alla volta di Picinelli. Parte dalla folla qualche apostrofo del genere di «Giù la coccolla, giù la chierica, ecco il prete. La finisca, la finisca!».

La parola è nuovamente a Salvatore Diaz, che legge gli altri messaggi pervenuti dal continente e dall'Isola: dai sindaci di Trani e di Pesaro, da Pilade Mazza, Ettore Ferrari, Ubaldo Comandini, Fabio Luzzato, Ettore Socci, Salvatore Barzilai, Filippo Garavetti, Pietro Satta-Branca. E ancora dal sindaco di Arbus, dal presidente della Società reduci delle patrie battaglie di Sassari, da quello della Società scalpellini, dalla Federazione sarda tra gli insegnanti medi, da tutte le associazioni repubblicane e socialiste dell'Isola.

«Al Civico! al Civico!», urla qualcuno che vorrebbe sentire la solenne orazione recitata fra i velluti e gli stucchi e anche il tepore del più antico teatro cittadino, come peraltro era in programma. Ma il Municipio non ne ha concesso all'ultim'ora la disponibilità. Montano le contestazioni contro il «Municipio reazionario». Picinelli tenta inutilmente di spiegare che lui non c'entra, è stata la Giunta a dire "no". (La Nuova Sardegna, priva di notizie dirette, scriverà di una «solenne commemorazione» effettuata proprio al Civico. Un infortunio giornalistico, un pezzo di cronaca steso prima dei fatti).

Poi finalmente tocca all'oratore ufficiale, Matteo Spano, che, al suo solito, non è delicato con l'avversario. Dice della storia della lotta per la libertà e dei mille martiri che l'hanno bagnata col loro sangue e il loro sudore; esprime valutazioni critiche verso il Governo e la Monarchia, verso quei «ministri sabaudi banchettanti in Cagliari».

Ed ecco infatti, prontissimo, il delegato di PS, l'«alguazile di via Azuni» come lo chiamano i socialisti, che l'interrompe ammonendolo: «Gliene ho lasciate passare anche troppe, si regoli». La folla protesta contro le minacce, l'oratore riprende il suo discorso e ripete la frase, omettendo stavolta l'aggettivo di richiamo a casa Savoia, e finisce inneggiando alla Repubblica. Il delegato non insiste, ma qualcuno aggiunge lo stesso: «Fuori le spie, alla porta le spie».

Fine della cerimonia e ritorno in centro. Il corteo s'incammina, ordinato, per il largo Carlo Felice, sale nella via Manno e al suono della Marsigliese saluta l’anima di Cavallotti e rinnova la protesta antiasburgica sotto le finestre del consolato austriaco: s'abbassano le bandiere, i repubblicani gridano «viva Trento e Trieste italiane»; i socialisti intonano l'Internazionale. Il poliziotto, sempre vigile, notifica la contravvenzione a qualcuno di loro, quasi che l'inno sia un delitto. «Viva la rivoluzione sociale», si grida allora; c'è un accenno di scontro: il delegato casca fra guardie e carabinieri. L'incidente è fortunatamente superato.

All'ingresso della sede repubblicana Giovanni Valli congeda, ringraziando, tutti i partecipanti. Uno scampolo di acclamazioni e poi tutti quanti a casa per la cena. Appendice fraterno-conviviale: alle 21, di nuovo in sede per una bicchierata in onore di Pippo Boero. Qualche discorsetto, qualche brindisi e la buona notte.

9.- Un filosofo democratico, gli scherzi de “La Domenica Cagliaritana”

Collaboratore de La Domenica Cagliaritana — settimanale che si autodefiniva, non a torto probabilmente, "quasi umoristico" — Pippo Boero, autore di gran parte delle caricature che il giornale portava in prima pagina nei suoi tre anni di uscita (dal 1903 al 1905), non poteva trovare contrarietà fra i suoi colleghi della redazione che trattando di Bovio in generale e della scultura prodotta dal giovane artista esprimevano giusto apprezzamento. E ciò pur non facendo professione, essi, di repubblicanesimo, anzi… Ad essere messo in scherzo, quasi alla berlina, sembrò loro il Consiglio comunale con quelle lunghe e oziose discussioni riguardanti la collocazione o la dedica del manufatto destinato infine allo square delle Reali. Ma invero la stessa militanza o dirigenza repubblicana non sembrò immune da critiche o sfottò. 

Già all'indomani della scomparsa del parlamentare il giornale aveva annotato, un po' irridendo alla lentezza della locale sezione del PRI: «Ci si chiede se sappiamo dire quando sarà tenuta l'annunziata commemorazione di Giovanni Bovio. Informazioni attinte a fonte ineccepibile ci pongono in grado di assicurare che essa è stata stabilita definitivamente per la ricorrenza del centenario della morte dell'illustre uomo» (cf. DC, 24 maggio 1903, n. 19).

Ora, nella sua rubrica "Coda dei dizionari" se ne usciva così: «Bovio: Filosofo illustre che volta le spalle a Verdi e fa fischiare i sindaci», con chiara allusione all'ubicazione del monumento marmoreo e alla polemica accoglienza riservata dalla folla al comm. Picinelli che in nulla aveva favorito il compimento di quel programma commemorativo (cf. DC, 24 giugno 1905, n. 19).

E a proposito del dibattito consiliare svoltosi nel febbraio, con questo lungo articolo di apertura intitolato "Giovanni Bovio al cospetto dei Padri Coscritti" rielaborava tesi e conflitti di posizione:

«"Quel Bovio! Quel Bovio, una gran testa!". Così si dice nel Cantico dei Cantici del Cavallotti.

«Certo una gran testa: ma tal pare non sembri a parecchi, giacché presentandosi al cospetto dei nostri Padri Coscritti nella sala del Consiglio, la testa o meglio il busto di Bovio è stato oggetto di vivaci discussioni, e a momenti la testa del povero filosofo si staccava dal busto! Ancora una volta è stato dimostrato che lo spirito, magari il nobile spirito di parte toglie talvolta lucidità al giudizio e alle parole delle persone più rispettate e rispettabili... Non si deduca da queste nostre osservazioni che noi nascondiamo dietro la testata allegra di questo giornalettuccio un qualunque berretto del più bel colore papavero; noi (scusateci il pronome altezzoso) non siamo dei repubblicani. La Repubblica, per noi e per quasi tutti, è, si sa bene, un anacronismo; nel violento conflitto tra i due estremi politici odierni essa non riesce neppure a rappresentare quel just-milieu nel quale risiede la grande, vera saggezza!

«Noi quindi guardiamo serenamente nell'odierno cassetto, e diciamo francamente che reputiamo sarebbe stato meglio che il proposto collocamento del busto di Giovanni Bovio al Consiglio fosse passato senza discussione alcuna. Bovio è Bovio... e ben merita che tutti s'inchinino, di ogni partito, dinanzi a tanto nome!

«Ma lasciamo andare: noi non abbiamo avuto mai per il capo di fare, in queste colonne tenui a leggere, né della critica né della polemica: limitiamoci quindi a giocherellare colla penna attorno agli argomenti più gravi, per quel tanto che detti argomenti offrono, sia pure in minima parte, di comico e di risibile.

«Voi sapete, lettori, di che si tratta.

«La Repubblica, che qui a Cagliari ha un suo cenacolo o, se vi piace, un cenobio con fedeli cenobiti e col giovane cenobiarca, e con relativo lumicino che arde giorno e notte sotto la santa immagine della Libertà, della Fratellanza e dell'Eguaglianza (quante "anza" senza speranza!): la Repubblica, dicevo, aveva stabilito di far sorgere in Cagliari un ricordo a Bovio, che doveva, secondo i desideri del Comitato, esser collocato nella piazzetta Mazzini, in quella piazzetta a piano inclinato che è, come sapete, il terrore dei nostri buoni villici, i quali vi si rompono quotidianamente il loro osso più sacro. La piazzetta Mazzini sarebbe diventata una piazzetta a sorpresa, perché voi andavate colà credendo di trovarvi, secondo la logica delle denominazioni, Giuseppe Mazzini... e invece vi imbattevate in Giovanni Bovio!

«Torniamo a bomba. Ecco Bovio. Ecco Bovio, quella gran testa, al cospetto delle teste dei Padri Coscritti cittadini. Anzitutto sorge una discussione sulla ubicazione da darsi al monumento. Il Consiglio di arte ha proposto come più adatto il giardinetto delle FF. Reali dove, sotto l'ombrellifero cappello, posa già Beppe Verdi, il quale nelle notti stellate ascolta con gran piacere le sinfonie dei ranocchi del laghetto vicino. A guardar la fisionomia dei Consiglieri presenti si capisce, però, che ciascuno ha un'idea propria. Marcello, per esempio, metterebbe volentieri il busto nella nicchia della Fontana coperta. Il sindaco, c'è da scommetter, farebbe innalzare, invece del busto di Bovio, quello del cavalier Trois. Il consigliere Spano non vorrebbe saperne di Bovio, perché i filosofi hanno la brutta abitudine di guardar soltanto in alto... mentre alle volte hanno bisogno di una buona rimonta al basso! Ma più intransigente di tutti è l'egregio Sanjust-Amat, il quale opina che il monumento non debba collocarsi né in terra né in cielo né in ogni luogo... per la semplice ragione che in cielo, in terra e in ogni luogo c'è Dio, e se c'è Dio non può starci Bovio! Insomma, per farla corta, il Sanjust sarebbe disposto a concedere, tutt'al più, che il busto sorgesse nello scalone del palazzo Magnini, che prelude alla elegante abitazione del cenobiarca avvocato Nonnoi, o che sorgesse addirittura in casa del piccolo padre priore ed amicone Diaz, il quale sarebbe felicissimo di dormire accanto a un bel busto... magari ricolmo!!

«Ad ogni modo, data e non concessa, oppure concessa e non data l'azione, il consigliere Sanjust ed altri sono contrarissimi all'epigrafe "A Giovanni Bovio, la Sardegna", che dovrebbe fregiare il monumento. La discussione si accalora, e noi avremmo desiderato che abili stenografi avessero raccolto ogni frase del dibattito. Phlippus Vivanet, si capisce, avrebbe desiderato dettar lui l'epigrafe in buon latinus, col suo bravo scripsit in fondo, ma si tratta di Bovio... eppoi l'epigrafe è già fatta ed in italiano. Mulas-Mameli proporrebbe la seguente: "A Giovanni Bovio, gli eretici". Macis quest'altra: "A Giovanni Bovio, la Giovine Sardegna". Marcello quest'altra: "A Bovio, la cui fama non si dilegua né in un centennio né, ahimè, in un millennio!". Ma il sindaco, il quale secondo il suo programma, deve tener conto di tutti i partiti ch'egli rappresenta e impersona, propone senz'altro questa iscrizione: "A Diaz, l'amico Diaz". Ma Sanjust, fiero, tiene testa agli oppositori: niente inscrizione, niente busto, niente mezzo busto, niente, niente". 

«Spano — Ma, dopo tutto, chi era questo Bovio? 

«D. Scano — (declamando) Quel Bovio! che testa! 

«Macis — (convinto) Un testone! Un filosofo!

«Spano — Ma che filosofo! Non sentite che nome?... Bovio! Non vi fa venire l'idea della pelle di bov...io, o di capra?

«Sanjust — Dunque voi vorreste che sorgesse un busto a Bovio... dopo che avete rifiutato la cancellata del reverendo Manurrita, per il monumento dell'Immacolata? Mai!

«Vivanet — Pensate che non vi è un busto a Villamarina (interruzioni dei consiglieri liberali). 

«Picinelli — Calma! Calma! 

«Nissardi — Calmiere! Calmiere! 

«Vivanet — Né un busto all'Azuni.

«Spano — Azuni? E non c'è la via dove ho la mia bottega? 

«Mulas-Mameli — Quella è via San Michele. Rispettate San Michele, altrimenti vi farà mangiare dal drago!

«Dionigi Scano — Ma insomma, l'erezione del monumento... 

«Desogus — L'erezione... Io oramai di erezione non me ne incarico più.

«Zara — L'erezione... l'erezione... ahimè.

«E con questi ahimè, cari lettori, è terminata la discussione, e la conclusione è che il busto verrà collocato, è vero, ma probabilmente con un'altra iscrizione. Quale sarà, mio Dio, la nuova epigrafe? Io propongo, interpretando i desideri dei consiglieri boviofobi, di modificarla cosi: "A Bovio — la Sar...indegna!"» (cf. DC, 26 febbraio 1905, n. 9).

Fin qui La Domenica Cagliaritana. Ma iInfine. L'omaggio reso al filosofo repubblicano aveva coinvolto, può dirsi, l'intera città (e non solo la città), ben al di là degli stretti confini di partito dei repubblicani. Esso poi, per la forma in cui s'era tradotto — l'opera d'arte — induceva spontaneamente gli spiriti più sensibili a una riflessione a latere sull'indifferenza della città, o di troppi nella città, ad onorare chi, per la distinzione nelle più diverse discipline umane e nell'impegno civile, avrebbe ben meritato un ricordo imperituro. Cagliari povera di monumenti: un motivo in più, questo, per dire di "sì" alla proposta di Nonnoi e del suo Comitato, invece che per mortificarla... Un esempio da cogliere per proseguire in una direzione capace di coniugare le esigenze morali a quelle estetiche della città!

Di tale punto s'era fatto autorevolmente interprete proprio L'Unione Sarda, che in prima pagina, col titolo "Opera d'arte", aveva scritto fra l'altro:

«Qui, in questa nostra terra sarda [...] un soffio nuovo di vita ha penetrato e commosso la psiche collettiva: auspice il partito democratico-repubblicano di Cagliari noi oggi abbiamo un busto che ricorda Giovanni Bovio [...].

«L'iniziativa, lodabile ma isolata di un gruppo, [...] non è mai troppo forte per imporsi ai cervelli più restii [...]. Non è davvero alla Sezione repubblicana che incombe l'alto ufficio di ricordare ai concittadini e ai forestieri gli ingegni eletti nell'isola nostra.

«I repubblicani, col promuovere l'erezione di un busto a Giovanni Bovio, più che ai sistemi comprensivi dell'intellettualità, obbedirono per spontanea determinazione ai sistemi categorici di partito, alle necessità imposte dalla coscienza politica [...]. Le glorie isolane a noi non mancano...» (cf. US, 30 maggio 1905).



Fonte: Gianfranco Murtas
RIPRODUZIONE RISERVATA ©



letto 442 volte • piace a 1 persone0 commenti


Devi fare log in per poter commentare.