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Ci ha lasciato, per un improvviso attacco cardiaco, il grande scrittore e giornalista Gianni Mura, unico vero erede di Gianni Brera

Di Luca Ravenna

Nell’autunno del 2009 ho sostenuto il colloquio per l’ammissione al corso propedeutico del Centro Sperimentale di cinematografia nella classe di sceneggiatura. Una delle domande orali che venivano sottoposte ai candidati consisteva nel nominare un autore sottovalutato.  L’anno precedente ero stato bocciato rispondendo: Sasha Baron Cohen.  Giuliano Montaldo non aveva assolutamente apprezzato. Ma di certo non mi bocciarono per questo. Trovandomi di fronte alla possibilità di sbagliare nuovamente, ho risposto senza pensare: Gianni Mura. 

L’allora vicepresidente della scuola, Giovanni Oppedisano, mi rispose che non era assolutamente sottovalutato come giornalista, facendomi quindi tremare di paura, anzi era una delle firme più importanti de La Repubblica. Si impuntò a dire che Mura era sottovalutato per me e basta. Non sapendo che dire, certo di una nuova bocciatura, ho sfilato il libro che avevo nello zaino e con entusiasmo ingenuo mi sono lanciato nell'esaltazione de "La fiamma rossa", una raccolta dei migliori articoli scritti da Mura lungo 40 anni di cronache dal Tour de France. Ho iniziato ad argomentare la mia tesi secondo cui nessuno gli avrebbe mai dato atto di essere un grandissimo narratore e non solo un giornalista sportivo. Non ricordo assolutamente la reazione della commissione, ma in qualche modo mi piace pensare che quella risposta piuttosto sorprendente mi sia stata utile per entrare. 

Gianni Mura è morto oggi, per un banale infarto, a 74 anni. Ho pensato un sacco di volte a quando se ne sarebbe andato. L’erede designato di Gianni Brera, più umanizzato ma non meno unico, era anche lui un ardito del colesterolo. Ogni articolo era farcito di improbabili ricette, di intingoli sublimi, strafogati sotto il sole francese di luglio, di frattaglie e preparazioni antiche, indigeribili, golosissime. Doppi e tripli secondi di maiale, di cacciagione, e poi formaggi e vini. Il peggio -o il meglio- che le cucine di mezza Europa gli abbiano messo davanti mentre seguiva le imprese di ciclisti e calciatori. Loro faticavano e lui se la godeva.

Io l’ho visto all’opera davanti ai miei occhi una sera di settembre del 2009. Era il giorno del mio compleanno. Una cena con lui è stato il regalo a sorpresa che mi ha fatto il mio papà. A Mura ho visto ordinare una seconda bottiglia di Barbera, a dolci terminati, e dopo la magnum che avevamo seccato con risotto e brasato. Oltre al vino, altro giro di risotto. Incredibile da vedere. Ha bruciato due pacchetti di MS raccontando della sua antipatia per Mourinho, dell’ambiguità di Armstrong, campione dopato- ancora non fucilato dalla giustizia sportiva, ma anche simbolo della grande rivincita e asso nella raccolta fondi per il cancro- così mi ha fatto capire che il bello, nelle storie vere, è che non sono né bianche né nere. Mi ha raccontato del suo amore spassionato per Angelillo e del tradimento di Moratti padre, che vendendo l’asso argentino alla Roma, portò Mura a mollare il tifo e a scegliere il racconto sportivo come lavoro. Era stato pescato dalla Gazzetta direttamente dal liceo Manzoni, solo perché era bravo a scrivere e aveva 9 in italiano. Una storia molto romantica.

Ma soprattutto, mi ha detto del suo Pantani. Come avrà fatto chissà quante volte prima. Ha parlato del tour del ’98, momento mitico della storia dello sport italiano. Nel ’98 io avevo 11 anni e pensavo con cieca convinzione che sarei diventato un ciclista. Pantani era un idolo purissimo. Mio e di tantissima gente. Gli ho chiesto perché fosse così amato e mi ha risposto: perché faceva quello che si aspettavano tutti. Vinceva. Tutto qui. Mi sembrò una risposta molto cinica. Ma bellissima.

Lo chiamava il fossile, il pantadattilo, perché Pantani era una creatura antica nel mondo del ciclismo. 1,71, per 59 kg. Uno scricciolo d’uomo, mentre Mura era un ciccione di quelli veri e fieri, per nulla avvezzo ad entusiasmi di alcun genere o alla simpatia- come vorrebbe un certo cliché sulle persone sovrappeso.  Fra me e me ho romanzato molto questo rapporto fra i due. Immaginandoli come due facce della stessa medaglia, come se l’eroe e chi ne narra le imprese fossero in fondo la stessa persona. Nella mitologia sportiva, rimane celebre questo scambio fra i due:  «Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia». La risposta risulta straordinariamente poetica, ma è la semplicità della domanda che l’ha resa possibile- e questo è il vero lavoro di chi racconta. 

Di tutti i servizi sportivi, i film, i documentari che ho visto, di tutti gli articoli e i libri che ho letto, di tutto il tempo che ho speso e buttato dietro allo sport e al racconto epico del piacere del gioco, non mi sono mai emozionato come quando ho letto, raccolto nel libro che mi ha regalato quella sera di 11 fa, la Fiamma Rossa appunto, un passaggio, in realtà banale, della cronaca della vittoria di Pantani sul Galibier che qui riporto.

"Qualcosa, qualcuno si muove. Leblanc dà qualche colpo di spillo, Riis lo placca. Leblanc ci riprova, con Escartin. Stavolta interviene Ullrich in persona. Terza bottarella di Leblanc. Utile, comunque, ha sfoltito il gruppetto, ha fatto perdere i gregari alla maglia gialla. E prima e ultima deflagrazione di Pantani. Ullrich resta di marmo, Leblanc è passato in tromba. Allacciate le cinture, Pantadattilo decolla".

Non so perché, ma mi emoziona sempre rileggerlo e questo è un piacere che generano solo i grandi narratori.


Fonte: Luca Ravenna; facebook
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