Gianfranco Murtas

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Della memoria dettorina… degli Stara ed Azzolina, e dei nostri Alziator, Dessì e Romagnino, Piu e Ballero e Ferraris... (prima parte)

Omaggio al preside Roberto Pianta.

di Gianfranco Murtas


Questo è come un saluto anticipato al preside Roberto Pianta che il prossimo anno conclude la sua onorata carriera di docente e poi di dirigente scolastico con la prestigiosa presidenza del liceo Dettori.

Un modo per dargli anche concreto riconoscimento, associandolo alla (tanto spesso richiamata) memoria cara e specialissima di Antonio Romagnino è stato l’omaggio materiale che, tramite Carla e Ludovica Romagnino, gli ho fatto pervenire di cento copie di un mio libro sulla Cagliari del 1909 – La città chantant, monarchica clericale e socialista – contenente fra l’altro una lunga, lunghissima intervista proprio con il professore indimenticato. Il quale, evocando la sua personale esperienza di studente (prima che di docente) del Dettori, richiamava anche l’esperienza giovanile e poi quella matura letteraria dei dettorini fattisi autori di La città del sole e di Paese d’ombre, di Francesco Alziator e Giuseppe Dessì cioè.

Ma certo molto si potrebbe aggiungere a quel corposo brano di conversazione (compreso fra le pp. 213-231 e sotto il titolo “Il Dettori della memoria e… molto altro”) destinato infine, oltre che alla biblioteca del liceo di via Cugia anche, in dono personale, ai ragazzi che si volessero cimentare in una ricerca originale tanto sulla storia del Dettori quanto sul profilo intellettuale e di docente di Antonio Romagnino.

Aggiungere che cosa?

Ho pensato intanto ad Alziator naturalmente. Ad Alziator che su L’Unione Sarda del 9 dicembre 1960 celebrò il secolo di vita del suo liceo insediato nei locali che erano stati del collegio gesuitico cagliaritano, di fianco alla storica chiesa di Santa Teresa così dettagliatamente descritta dal can. Giovanni Spano nella sua Guida della città e dintorni di Cagliari, stampata nel 1861, l’anno stesso dell’unità d’Italia.

Ad Alziator ancora, che in una intensa pagina ancora su L’Unione Sarda del 23 dicembre 1962, con rapide e gustose pennellate dipingeva, da par suo, “Gli anni verdi della scuola” (così il titolo dell’articolo): un testo che, con tutte le sue ricostruzioni/rielaborazioni o invenzioni (legittime e forse necessarie, nel miglior stile di uno storico che fu anche uno scrittore a pieno titolo, suggestivo e “catturante”) sarebbe poi rifluito nel postumo Attraverso i sentieri della memoria (così all’ottavo capitolo segnalato con il discorsivo titolo “Fu così che fui uomo veramente, fu così che si colorarono, di ben più opache tinte, i verdi, smaglianti giorni della scuola”, qui alle pp. 72-81).

Ma con Alziator anche Dessì, seguendo quel proposito o programma esplorativo che avevo proposto a Romagnino: ché l’uno e l’altro, Alziator e Dessì prossimi studenti dettorini, ebbero intanto nascita nello stesso 1909 ed ebbero altresì, e l’uno e l’altro, il battesimo al fonte del Santo Sepolcro, chiesa al tempo provvisoriamente sostituta della parrocchiale (Sant’Eulalia era chiusa per gli imponenti lavori di rinforzo guidati dall’ing. Simonetti).

Se però di Alziator è possibile presentare una pagina di godibilissima narrativa, altro viene qui da Giuseppe Dessì: stralci di diario, una ventina in tutto, fra il 1930 ed il 1931, gli anni in cui frequentò il liceo dopo diversi falliti tentativi di studio: un anno di ginnasio a Sassari, con esito negativo; un altro anno – il 1924 – all’istituto tecnico inferiore, ancora senza risultato; un altro – il 1925 – al collegio Carlo Felice (nel quartiere di Villanova a Cagliari) per il corso industriale, e il bis nel 1926 come esterno della stessa scuola industriale. Fra queste esperienze tutte fallimentari ed il liceo cagliaritano, la crisi di qualche mese, tra fughe campestri e lavoro nel frantoio e poi nel caseificio della famiglia, e la decisione di mettersi a studiare latino e greco, precettore don Luigi Frau, giovanissimo vice parroco a Villacidro (vice del mitico monsignor Giuseppe Diana) di nascita masullese, ed a lungo poi parroco a San Vincenzo Diacono in Pauli Arbarei. Trasferitosi a Cagliari nella primavera del 1928 per completare la preparazione, Dessì ormai ventenne sostiene gli esami ginnasiali senza superarli. Bis l’anno seguente e, in aggancio, finalmente l’iscrizione al liceo. Bene il primo anno, preparazione da privatista per gli altri due. E’ Delio Cantimori il docente che più di altri lo segue, altri insegnanti s’affacciano per ripetizioni particolari. La licenza liceale viene nella sessione autunnale del 1931. Poi il volo pisano (alla Statale).   

Il volume Diari 1926-1931, a cura di Franca Linari, Roma, Jouvence, 1993, contiene una quantità enorme di informazioni “minori” sulla vita e la formazione – fra infanzia, adolescenza e primissima giovinezza – dello scrittore, ivi comprese dunque quelle sulle sue avventure scolastiche e dunque anche quelle dettorine utili alla nostra bisogna. 

(Mi permetto qui una brevissima digressione, sempre però per celebrare l’ideale “gemellaggio” fra Alziator e Dessì. Anche Alziator adolescente tenne un diario: la figlia Cristiana ne recuperò una ventina di pagine riferite al 1924, il Nostro aveva 15 anni, era ginnasiale, e immaginava per sé un futuro grandioso… Ho pubblicato per intero quel reperto dell’archivio domestico nel sopra citato La città chantant…).

Gli stralci proposti sono ricompresi fra le pp. 126-213. S’affacciano ripetutamente in essi i nomi di alcuni docenti – da Parolisi (titolare della cattedra di greco) a Nucciotti (di latino e greco), Onnis (di matematica) e D’Alessandro (di fisica) e Raya (d’italiano), s’affaccia – con il nomignolo di Raspino – il preside Alessandro Ferrari, s’affacciano alcuni compagni di classe come Cianchi e Stocchino e Ferrari jr… Sopra tutti s’affaccia, professore di storia e filosofia, suo quasi coetaneo (con il quale prese a darsi del tu, autorizzato dal maggiore), appunto Delio Cantimori. Quel Delio Cantimori che tornerà citato mille volte in testi diversi (compreso il secondo volume dei Diari, a cura sempre della Linari e comprensivo degli anni 1931-1948) e in un perfetto ritratto pubblicato su Belfagor (n. 3 del 1967, pp. 307-310), ripreso e collocato in appendice a La scelta (postumo, Mondadori, 1978, pp. 121-128).  

A seguire…

Un altro autore (di pochi anni più anziano di Francesco Alziator e Giuseppe Dessì, lui classe 1904 contro quella 1909 degli altri) ho creduto bene di scomodare per presentare a noi tutti l’esperienza scolastica maturata negli anni che furono quelli stessi della grande guerra e dell’immediato dopoguerra, dell’impresa dannunziana di Fiume e della vigilia fascista: Gustavo Piu, un magistrato chiamato a compiere gran parte della sua prestigiosa carriera, fino ai gradi più alti, a Torino. Fui con lui in corrispondenza in tempi ormai lontani: era fratello di secondo letto del conosciutissimo monsignor Mario Piu, per mezzo secolo parroco presidente della Collegiata di Sant’Anna ed apripista della presenza salesiana a Cagliari già alla fine dell’Ottocento.

La sua testimonianza memorialistica – che riporterò nella seconda parte di questo tutto sentimentale “viaggio dettorino” – è contenuta in Sardegna di ieri Nel racconto di un magistrato, pubblicato per i tipi della cagliaritana Editrice Sarda Fossataro nel 1977. Il capitolo estrapolato è il quinto, dal titolo “Al liceo e all’università”, alle pp. 215-226.

Memoria prodigiosa la sua, capace di ricostruire, perfino nel dettaglio (e con uno stile leggero e “cinematografico”) un’infinità di episodi – anche quelli “combattuti” nella dialettica sovente impertinente e sfrontata degli studenti con i professori –, non soltanto le atmosfere del viver sociale in quella tarda belle époque cittadina fattasi all’improvviso cupa per la guerra in corso e che avrebbe sacrificato tante vite anche di compagni di studio.

Ad essa assocerò idealmente, e sia pure nella assoluta diversità dell’approccio (peraltro questo piuttosto… fotografico, non filmico) alcune pagine e di prosa e di poesia di Franca Ferraris Cornaglia, amica indimenticata anch’essa, e amata, che celebrai a pochi mesi dalla morte con un recital nel cine-teatro di Sant’Eulalia. Così dunque dalle memorie familiari riunite nel gustosissimo Claudia, Franca e Paola raccontano…, uscito nel 2006, e anche, relativamente a certe descrizioni riflessive del corpo docente degli anni ’30, da Su passarissu. Poesie cagliaritane, uscito per i tipi delle Edizioni della Torre nel 1985. Docente di lettere italiane e latine, Franca Ferraris Cornaglia è stata una delle presenze più delicate e insieme umanamente e intellettualmente robuste del mondo della scuola cagliaritana (e del Dettori in particolare) per lunghi anni fra ’60, ’70 ed ’80. 

In ultimo, come a ricapitolare fasi precedenti ma ancora in parte presenti nella sua stagione, ecco poi il nostro professor Romagnino. Del mondo che ha raccontato a me nella intervista cui mi sono all’inizio riferito – e in parte strettamente attinente al personale (riprodotto anche nel sito Edere Repubblicane il 14 settembre 2012, titolo “Antonio Romagnino, il Dettori, Alziator e Dessì…”) – ma più complessivamente come egli lo ha reso fissandolo sulla carta, una volta per l’Almanacco di Cagliari (così nel 1972: “… ma Gramsci ha studiato da noi”, con occhiello “Il Dettori ha più di cento anni” e sommario “Fondato nel 1859, il liceo è stato sempre considerato una scuola d’élite. In realtà, accanto ai rampolli delle più note famiglie cittadine, nel corso dei decenni, vi hanno conseguito la maturità allievi provenienti dalle più diverse classi sociali. E’ vero invece che buona parte degli ex studenti sono diventati delle personalità in campo politico, artistico, economico e delle professioni liberali”), altre volte per L’Unione Sarda di cui fu collaboratore prezioso e assiduo dal 1970 (nel denso insieme si pensi a “Quei siciliani al Dettori” ed a “Interrogazione, non interrogatorio”, rispettivamente del 19 settembre 1997 e del 2 febbraio 2001).

A seguire ancora…

Per il resto… e certamente in aggiunta a numerosi altri lavori pubblicati e noti, dovuti a personalità come Danilo Murgia – si pensi al suo “Spigolature d’archivio: cenni sulla vita dell’istituto (nel centenario)” compreso nel citatissimo Annuario 1959-1960 – ed a Franco Masala che ha passato e postato le sue belle pagine anche in internet, sono o sarebbero alcune centinaia di riferimenti che dalla stampa cittadina ho tratto nel corso di lunghe ricerche e che, pronte in un dossier, attendono soltanto chi voglia lavorarci sopra. Ne presenterò un rapido richiamo nella terza parte di questo “sceneggiato a puntate” dedicato al preside Pianta, nel quale mi riprometto di collocare anche uno splendido quadro dell’umanità dettorina, quella giovanile e quella matura per l’anagrafe e la vita, degli anni a scavalco fra ’10 e ’20 del Novecento, dipinto da Antonio Ballero ed offerto ai lettori de L’Unione Sarda il 6 gennaio 1974 (nella rubrica domenicale “Memorie di tempi lontani”) con il titolo “Piazzetta Dettori”.

Nel gran novero qualche puntata particolare, qualcuna a caso, qualche altra nella logica della zoomata biografica indotta dal sentimento, come può esser stato per Guido Algranati, giovane professore morto suicida nel gabinetto di fisica dell’edificio di piazzetta Dettori (1916), oppure indotta da una speciale ricordanza civica, come può esser stato per l’inaugurazione del monumento a Dante celebrata da un alto (e alato) discorso del professor Azzolina (1913)…


Che sia molto o sia poco, non importa. Gli autori, tutti illustri, evocati in questo ideale collettivo messo su per una condivisa simpatia umana e morale al professor Roberto Pianta, in via di concludere egli la sua carriera di docente e dirigente scolastico, hanno offerto ed offrono uno sguardo originale al liceo della loro stagione di vita, nella Cagliari che ha conosciuto tante trasformazioni nel tempo, dal secondo Ottocento ad oggi.

Del preside Pianta che ha accompagnato le sue fatiche professionali per mezza provincia prima di concentrarsi su Cagliari – da Iglesias a San Vito, dai Campidani a Quartu e in ultimo, per sette fecondissimi anni, al Pertini e dal 2016, appunto, al Dettori – con una partecipazione attiva al più vivace associazionismo organizzato nella città metropolitana, fra capoluogo e hinterland, dagli Amici del libro alla Cesare Pintus, dal Lions club ad altro ancora e ancora, dovrei – concludendo – richiamare anche le ragioni ideali della nostra amicizia che rimonta alla adolescenza. Essa rimanda, come sorgente comune, agli amori risorgimentali del filone democratico repubblicano, fra Mazzini e Bovio, fra Goffredo Mameli e Repubblica Romana, fra Garibaldi ed Asproni e Tuveri, fino ad arrivare alla testimonianza antifascista di Michele Saba, Silvio Mastio e Cesare Pintus – questi ultimi due anche essi dettorini.

Presidente della sezione “Salvatore Ghirra” dell’Associazione Mazziniana Italiana, per alcuni anni in successione a Lello Puddu e Gian Giorgio Saba, Pianta ha donato alla città, nella sua qualificata militanza e dirigenza, cento occasioni di incontro per riflettere sul passato che genera l’oggi caricandolo di responsabilità, di senso dell’onore e della missione. Secondo l’insegnamento di Giuseppe Mazzini e come i mazziniani – anche a Cagliari, minoranza estrema ma fedele, tenace ed anticonvenzionale già dai tempi dell’Apostolo – hanno testimoniato sempre portando nella politica un pathos morale, una pulsione etico-civile e una istanza pedagogica. L’ha fatto stringendo, nelle iniziative culturali e di dibattito da lui promosse, le categorie della nazione e dell’europeismo, dell’autonomia regionale e della democrazia partecipativa (e perciò della società inclusiva), della scuola luogo insieme di disciplina e di libera creatività, direi della scuola “della ricerca e della esperienza” oltre che dei libri (degli… amatissimi libri).

Già dai tempi ardimentosi della Federazione Giovanile Repubblicana, negli anni ’70, allora ancora studente a Lettere (indirizzo filologico) – di quella FGR che guardava ad Ugo La Malfa ed alla eredità ideale dell’azionismo portata nel fare legislativo e di governo – Pianta ha saputo costruire un percorso identitario, per dir così, valido per sé e per gli altri, ordinato, consapevole sempre delle premesse e delle conseguenze. Assumendo, giovanissimo, incarichi anche nazionali nella famiglia dei giovani repubblicani italiani è stato capace di portare a Roma tanta Sardegna e da noi, a Cagliari, il senso della coralità nazionale che gli capitava di registrare ed assimilare fra riunioni di direzione e congressi e assemblee: direi meglio, in quel mondo giovanile tanto variegato riuscì a sedimentare il sentimento dell’alleanza fra le minoranze laiche e riformatrici, progressiste e sociali, della democrazia come, dopo La Malfa, aveva saputo inverarle sulla scena italiana Giovanni Spadolini, uomo di Stato dopo che professore universitario e direttore di grandi quotidiani. Negli anni che furono dapprima quelli della lotta al terrorismo brigatista, poi quelli del faticoso (e purtroppo illusorio) risanamento delle casse pubbliche, un decennio prima dello sfascio di Tangentopoli e della cosiddetta seconda Repubblica.

Si formò anche in quel contesto Roberto Pianta, che avrebbe poi riversato nella missione scolastica il meglio di quanto aveva acquisito, elaborato, rielaborato… così sul piano umano e civile, come su quello intellettuale. Pronto alla cattedra, poi al tavolo di dirigente.  

Auguri belli al suo futuro.


Alziator: «1960, vecchio Dettori, un secolo di vita…»

Il vecchio, glorioso “Dettori” ha compiuto un secolo di vita come liceo, ma, in realtà, ha più di due secoli e mezzo – esattamente ne compirà tre fra trent’anni – come istituto scolastico. Sorto infatti nel 1691, sotto l’egida dei Gesuiti, divenne, dopo la soppressione della Compagnia, nel 1773, corso per l’insegnamento del latino, affidato al clero secolare. Nel 1814 esso tornò ai padri della Compagnia di Gesù per essere poi, dopo le drammatiche giornate antigesuitiche del 1848, trasformato in Collegio Nazionale, che fu poi chiamato Reale Collegio Convitto di Santa Teresa. Nel 1859 infine, in seguito alla riforma dell’insegnamento medio, sancita dalla legge Casati, iniziò la sua vita di liceo ginnasio al quale, nel 1865, fu poi dato il nome di Giovanni Maria Dettori, lo scrittore tempiese, amico di Vincenzo Gioberti, che fu famoso cattedratico di teologia morale nell’Università di Torino.

Per i giovani delle nuove generazioni l’appartenenza al “Dettori” non è molto di più di un semplice fatto amministrativo o di una conseguenza del quartiere nel quale si abita. Ma per le generazioni che lo hanno frequentato avanti l’ultimo dopoguerra essere del “Dettori” equivaleva ad una patente di nobiltà. In tempi nei quali l’idolatria della tecnica non aveva fatto ancora scambiare per virtù civica o morale, gli errori d’ortografia e di sintassi di chi sa maneggiare un compasso o tarare un contatore elettrico, il vecchio, glorioso “Dettori era il banco di prova dei cervelli e del carattere e gli altri istituti erano considerati, anche se non sempre a ragione, un po’ come la legione straniera dei falliti scolastici o le case di riposo per gli incapaci intellettuali. Studiare ed aver studiato al “Dettori” era già un certificato di garanzia e dal “Dettori” uscirono, per molte generazioni, gli uomini che in ogni branca delle attività sociali dimostrarono indiscutibilmente delle qualità di prim’ordine.

La realtà è che durante tutta la sua lunga storia il “Dettori” ha polarizzato sulle sue cattedre e sui suoi banchi un’autentica aristocrazia dell’intelletto.

Francesco Carboni, uno dei più eleganti poeti in lingua latina di tutta la storia letteraria italiana moderna ha insegnato da quelle cattedre e, come lui, Vincenzo Porru, al quale la somma autorità di Max Leopoldo Wagner ha ridato, di recente, un meritato primato nella storia della filologia sarda. Dalla cattedra del “Dettori” si levò la voce di Vittorio Angius, uno dei massimi ingegni che la Sardegna abbia avuto ed al quale il trascorrere del tempo e la giustizia postuma vanno sempre più rendendo quei riconoscimenti che meschinità di uomini e torbide rivalità di parte impedirono che avesse da vivo.

Tra i professori del “Dettori” fu Raffa Garzia, critico, filologo, polemista, studioso di demopsicologia, il cui nome l’Ateneo Cagliaritano ha sempre ricordato con devota ammirazione.

Perfino nei ruoli più modesti dei tecnici il “Dettori” sapeva scegliere elementi di grande capacità: per molti decenni fu assistente del gabinetto di fisica un Dessì, che aveva appreso il mestiere da suo padre, colui che alle dipendenze di Antonio Pacinotti aveva costruito pezzo a pezzo e montato la celebre dinamo ora al Museo dell’istituto di Fisica dell’Università.

In verità, ricordare i più famosi professori che questa illustre scuola ha avuto nell’ultimo secolo – come d’altronde in quelli precedenti – sarebbe come rifare un poco la storia della letteratura e della cultura sarda degli stessi periodi.

Quest’orgoglio sentivamo fortissimo noi delle vecchie generazioni del “Dettori”.

Per noi appartenere a quella scuola era davvero come appartenere ad un altro pianeta e snobare quelli delle altre scuole era frutto di convinzione, come se in noi corresse il sangue della razza eletta e negli altri un surrogato di qualità più o meno scadente. Eppure da quell’orgoglio, forse un po’ troppo castizo e forse anche sciocco, nascevano delle convinzioni, il senso di un dovere da compiere, il bisogno di essere i primi sia sui banchi della scuola come nella vita e anche là dove era necessario morire perché la Patria continuasse a vivere.

Quest’orgoglio, anche se contemperato dalla più rigida metodologia dello storico, ha mosso la mano di Danilo Murgia nel tratteggiare, con scrupolosa esattezza, la storia del “Dettori” e la biografia dell’uomo che ad esso ha dato il nome, nel nitido ed elegante “Annuario” con il quale il più vecchio e glorioso istituto medio della Città ha voluto ricordare il primo centenario della istituzione del Liceo.

Il volume ha tutte le caratteristiche di veri e propri annali universitari, tanta è l’importanza del contributo scientifico dei singoli lavori. Nicola Valle, sempre presente quando si tratta di testimoniare della importanza dell’arte e della cultura isolana, pubblica un brillante scritto su “L’incisione nel panorama dell’arte in Sardegna”; Vincenzo Corrias ha ricordato i più antichi “Giornali sardi”; di Luigi Soro è uno studio su “Il mondo classico nella civiltà dell’atomo”; Pietro Rachele, al quale come preside si deve la bella iniziativa della pubblicazione dell’Annuario scrive su “Alcune considerazioni didattiche sull’insegnamento della matematica”, di Donatella Davini è “Il MEC spiegato con le parole più adatte”; a Giuseppe Broccia si deve un lavoro “Intorno allo sdoppiamento dei concetti morali in Esiodo”; a Sebastiano Broccia “La cosiddetta attrazione modale e la coniunctivitis professoria” ed a Marcello Lostia una “Breve nota sul concetto gramsciano di cultura”. Una particolare segnalazione, almeno a nostro avviso, ci sembra meritino la rievocazione che Maria Teresa Atzori fa dell’attività che Gian Domenico Serra dedicò alla Sardegna, la nota di Maria Maxia su “Il silenzio nel pensiero di Max Picard”, ed infine lo studio di Rodolfo Maran “Panismo, vitalismo e religiosità in R. M. Rilke”, lavoro quest’ultimo di largo respiro ed al quale è augurabile la più grande diffusione, poiché a noi sembra possa segnare un punto veramente importante sulla critica del grande poeta boemo.

Come sempre, dunque, il vecchio, glorioso “Dettori”, la scuola dei nonni, dei padri, quella sui cui banchi sono intagliati, come sulle tavole dei fasti trionfali, i nomi di molte generazioni di Cagliaritani, ama i primati. Anche negli Annuari.



Alziator e gli “anni verdi” della scuola

La via per il «Dettori» era un delirio di discese e di scale da fare tutte di corsa, soprattutto le scale: quelle con gli archivolti tesi tra il convento delle Cappuccine ed i muracci occhiuti di finestre delle case di fronte e quelle con i balconi fioriti di Santa Teresa.

La meta era il busto di Dante che biancheggiò, dalla nostra infanzia fino alla licenza liceale, dietro le sbarre di ferro e all'ombra di acacie tra il portone della scuola e le scale dell'antica chiesa dei Gesuiti, divenuta ora Auditorium. 

Al di là di quella meta, era il mondo sospirato e temuto del vecchio «Dettori». L'umidità di un androne a colonne, lastricato in lastroni di calcare come un cortile di scuderia, buio e puzzolente di orinatoi senza acqua, precedeva l'umidità di un altro androne pianellato in bianco e nero al quale s'accedeva per due brevi rampe di gradini in pietra sudicia e usa. Solo in quei due androni c'era un po' di spazio, il resto erano aule povere come celle di convento, con porte pesanti e banchi sui quali disegni e scritte schiusero le vie del bene e del male a molte generazioni di Cagliaritani. 

Il «Dettori» era una scuola aristocratica, povera, dura ed estremamente conservatrice. Perfino i bidelli potevano sembrare alti funzionari ministeriali. Ai professori, anche quando erano avanzi di naufragio sbattuti in Sardegna dalle tempeste ministeriali, non era permesso avere una vita privata e di loro si sapeva tutto, perfino quello che mangiavano e se andavano al cinema o al biliardo. Un'invisibile e fitta rete di spionaggio, alimentata dal pettegolezzo della città di provincia, dalla curiosità degli scolari e dalle chiacchiere delle affittacamere e delle donne di servizio sorvegliava a vista, in casa e fuori, presidi e professori. Si venivano così a sapere particolari crudeli e pietosi di povere famiglie che si studiavano di difendere la propria intimità ammantandola di dignità, come si vernicia una chiglia con l'antiruggine.

Ad un certo momento, non raggiunsi più il «Dettori» per quella fantastica via di scale, ma me lo trovai a due o trecento metri da casa. Quando non so bene, negli anni verdi le date non contano molto e gli anni hanno stagioni diverse da quelle degli altri.

La nonna ci aveva lasciati. Senza strepito, dignitosamente. Rivestita del suo consueto abito da lutto nella bara, aveva risalito la via Lamarmora, con il rosario in mano, come quando saliva per la Messa, ed in Duomo il canto dei preti ed il fumo dell'incenso erano stati i soliti, o presso a poco. I ragazzi non capiscono bene il Dies Irae.

La nonna teneva insieme la grande famiglia; andata via lei, ognuno se ne andò per conto suo e solo le zie restarono nel palazzo della via Lamarmora.

Abituato a tante stanze ed a tanto buio, tardai ad assuefarmi alle poche camere ed alla luce della nuova casa tra il Largo Carlo Felice e la via Baylle. Mi parve bello non aver muri di fronte e vedere il buon re Carlo Felice, in toga di verde-rame, sorgere dagli alberi, ma mi vergognavo un poco di quella casa con un portoncino che pareva una garitta, le scale distese a precipizio ed i pianerottoli di quattro palmi. Non avrei mai pensato di rimpiangere il lampione a gas di ferro verniciato alto e incoronato come il cocchio di un santo, che si levava in basso allo scalone della casa di via Lamarmora.

Il «Dettori» così a portata di mano mi sembrò ancora più dimesso e triste.

Una sola cosa mi piacque di quella nuova casa: ci si levava molto più tardi.

Anche per quell'anno di sconvolgimenti e di fascia da lutto al braccio venne il tempo della campagna. Allora tre quarti dei Cagliaritani erano, o credevano di essere, proprietari terrieri. A Cagliari, solo i più derelitti o quelli veramente ricchi non avevano un po' di terra. Quella terra che serviva sovente a passarci qualche settimana d'estate e ad avere pane casareccio, pomodori e qualche frutto negli altri mesi, i Cagliaritani ce l'avevano, o perché villani rifatti - e tanti dei cittadini hanno quest'origine - o come avanzo dei possedimenti di una modesta nobiltà terriera, o come aspirazione di una povera, piccola aristocrazia con molte pretese e pochi soldi.

Non so bene per qual via ci venisse, ma anche noi avevamo qualche palmo di terra con casone e vigne, per parte della mamma, e con frumento, casa e stalla per parte del babbo.

A maggio, si andava per qualche giorno a Pirri, nel podere materno; a luglio, per qualche settimana, in quello paterno, a Serrenti. A Serrenti c'era la grande attrattiva: i cavalli. Fu quello l'unico grande lusso degli anni della scuola e probabilmente di tutta la mia vita. Per tutto l'anno, fra noi ragazzi, si parlava dei cavalli, dei nostri cavalli. In realtà, i cavalli non furono mai più di due, tre al massimo con quello del carro del mezzadro, ma a me parevano la scuderia di Tesio.

Tra le creature che ho più amato ed ammirato nella mia vita, resterà sempre una cavalla alta di garrese, altissima anzi, per le mie corte gambe di ragazzo, balzana di tre e stellata in fronte. A tanti e tanti anni di distanza, il suo pelo lucido di brusca e striglia, il fortore del suo sudore sulle mie mani, l'aroma di paglia e la vampa forte dell'urina nella stalla sono vivi come fossero cosa di questo istante. Ricordo lo sfarsi delle bolle del sapone inglese sulla pelle della sella lavata di fresco, l'odore del feltro della copertina e le intaccature di ruggine dove la cromatura delle staffe si era staccata. Sono andato più volte ad oltre cento all'ora in macchina scoperta, eppure non ho mai più provato l'impressione di correre tanto veloce come quando, ad un modesto galoppo, andavo per i prati in groppa a quei nostri cavalli ai quali, per la verità, da un pezzo s'erano agguagliati non solo i picozzi, ma anche i medi ed i cantoni.

Ad agosto, spesso, c'era il mare. La gioia piena di un mare innocente e schiumoso come se ci si fosse fatta una saponata, tra i frangiflutti del Molo di Levante, dove si imparava a nuotare con un calcio nel sedere dato dai più anziani, e dove, in ogni masso di calcare, colonie di molluschi offrivano un pasto da paradiso terrestre.

C'era anche un altro mare, quello sciccoso del Lido, bordato di sabbia, di capanni e di gente, con la rotonda verniciata di bianco e di blu, che pareva il ponte di passeggiata di un transatlantico. Alla sera, in quella rotonda, si desiderava di essere grandi per poter ballare alla luce di quelle lampade che, con il loro paralume di stoffa colorata, potevano sembrare lo scialle delle campidanesi per la festa dì sant'Efisio, ma che a me sembravano di una eleganza insuperabile. I riflessi bianchi della luna in pezzetti sul mare di Sant'Elia, come una lettera d'amore che delude, ed i violini dell'orchestra a volte bisogna pure che lo confessi, mi sembravano assai più belli dei classici che si leggevano al «Dettori».

A quegli anni, senza tempo preciso, risale il viaggio di mio padre a Parigi. Il babbo andò solo, la mamma era troppo stanca - e forse già ammalata di cuore - per un viaggio così lungo. In quei tempi, poi, a partire da Cagliari, ogni luogo era lontano ed ogni viaggio favoloso: perfino il modesto andare dagli zii a Roma, con il lunghissimo diretto che andava via alle due del pomeriggio e ti risputava morto a notte fatta, a Terranova – Olbia si chiamava così allora – per affidarti, disfatto e spaventato, alla tremenda avventura della traversata su piroscafi che non si sapeva dire cosa fossero di più se sporchi o piccoli.

Come dicevo, il babbo andò a Parigi, ed al suo ritorno le vie, le piazze, i lampioni, tutto di Cagliari divenne per lui un pretesto per rievocazioni parigine. Non so esattamente quanto fosse durato il viaggio – non più di un mese o due di sicuro – ma certo è che, da allora in poi, mio padre ripeteva volentieri: «Quando ero a Parigi...». Da quei racconti, prima ancora di vederla con i miei occhi, ebbi la deprimente esperienza delle luci mattutine, livide e giallastre, sulla Gare de Lyon e la disillusione di una Parigi dimessa e sporca, prima di restare attonito dinanzi al grande fiume di case e di verde degli Champs Elysées. Non c'è al mondo montagna più alta della Torre Eiffel, secondo i racconti che mi faceva mio padre, ed i gradini della scalinata del Sacré Coeur erano tanti da poter salire direttamente in Paradiso; il Bois de Boulogne si stendeva come un continente, e sulla Senna i ponti erano belli come arcobaleni. Niente di Cagliari riusciva a salvarsi da quell'impietoso confronto che mio padre, con gli occhi pieni di boulevards e di avenues, pretendeva di fare e per cui era naturale che l'obelisco di piazza Jenne ne uscisse piuttosto male dinanzi alla Colonna Vendòme e la Place de la Concorde fosse notevolmente più grande e più bella di quella spelacchiata del Carmine d'allora.

Solo la sagra di sant'Efisio e le arselle della Scaffa non avevano rivali per il cagliaritanissimo orgoglio di mio padre.

Simili l'uno all'altro, con quella mancanza di scosse, che è dei tempi felici, scorrevano gli anni della scuola. Il passaggio dal ginnasio al liceo, al «Dettori», era solo questione di piani. Si saliva infatti di uno o due piani ed invece delle aule sistemate sul lungo corridoio carcerario del primo piano, si andava al secondo ed al terzo. Lassù, le aule erano più austere e decorative, talune avevano banchi ad anfiteatro, e c'erano gli animali impagliati, i minerali e i cristalli in bacheche di vetro ed una rugginosa caterva di apparecchi di fisica e di chimica che, al momento delle esperienze, non riuscivano mai a funzionare. Di sano c'era soltanto una grossa bussola nautica, issata su di una colonnina presso una finestra. A guardare da uno dei banchi più alti, al di là della bussola, si vedevano mare e cielo. Dio sa quante volte il mio banco divenne la plancia di una nave e le montagne di Capoterra favolosi approdi di lontanissimi, sconosciuti continenti.

ll passaggio dal ginnasio al liceo mi portò anche i primi pantaloni lunghi ed infine la camicia abbottonata al collo e la «conetta»: così chiamavamo allora il cappello a cencio. La «conetta» era una dignità che andava difesa, perché contro di essa si appuntavano le «sconettadas», le pacche dei compagni che ancora non la portavano, e soprattutto dei paesani. Quelle pacche erano una sorta di lungo rito iniziatico al quale nessuno poteva sfuggire. In origine erano, evidentemente, la solita protesta sociale dei più poveri verso quelli creduti più ricchi e soprattutto l'espressione dell'invidia dei paesani i quali, in liceo, per lo più, continuavano a portare il berretto come in ginnasio. Poi, naturalmente, poveri e ricchi, paesani e cittadini fecero della «sconettada» un motivo di chiasso e nulla più. Perché, in realtà, non c'erano tra noi divisioni o differenze ed anche i paesani, sulle prime chiusi ed isolati nei loro clan, finivano con l'acclimatarsi e perdere selvaticume e diffidenza. Anzi, a dire il vero, da quegli scontrosi paesanelli delle prime classi, mal vestiti e non sempre molto puliti, venivano su i migliori alunni; né c'era da meravigliarsene, perché per essi la città che avevano intorno era come se non ci fosse: muraglia impenetrabile costante, era per loro, se mai, una meta lontana da conquistare in altra stagione. Per ora, essi dovevano soltanto studiare, spendere poco e sopravvivere.

La «conetta» era per noi una sorta di patente di primo grado, quasi i galloni da ufficiale della vita mondana: era un farci credere uomini. In realtà, eravamo ancora poco più che mocciosi, mocciosi con voglie disperate da donna incinta. Le nostre voglie erano le ghette, le sigarette col bocchino dorato e le donne. La nostra voglia di donne era quanto di più innocente si possa immaginare, perché tutta fatta di parole, come un minacciare con armi scariche, un credere di poter scrivere sulle nuvole usando un mozzicone di matita. Altro che donne! I più vecchi di noi avevano sedici o diciassette anni, e quali donne poi? Parlavamo più per sentito dire che per altro, costruendo castelli di bugie, nei quali le visite, mai fatte, a luoghi di malaffare e perfino le malattie veneree che ci attribuivamo erano il solo sfogo agli ignoti fermenti che cominciavano a ribollire in noi.

Parlavamo dunque di donne: a scuola, nell'andare avanti e indietro sui marciapiedi della via Roma, dovunque, perfino nelle ore dei compiti in classe. Ma cosa fosse una donna nessuno lo avrebbe potuto dire per esperienza. Ognuno di noi si attribuiva immaginarie avventure, combinando nomi a noi noti e vicende accadute ad altri. Figli di una vita provinciale, ipocrita e dignitosa, avevamo però già costruito un crudele, tremendo muro che divideva le donne in oneste e no. Le oneste erano le donne di casa nostra e la fanciulla casta, pura ed oca che ognuno sognava di portare all'altare, disoneste erano tutte le altre. Nonostante tutto quel discorrere di donne, disonesto era tutto ciò che avesse a che fare col sesso come se in noi si agitasse una lotta disperata prima di poter ammettere la verità che stava per abbattersi sulle nostre adolescenze. Perciò il sesso ci appariva traviato, perverso e si dicevano cose strane e terribili sul corpo e sulla fisiologia della donna.

In quegli anni di tumulto, tentai la grande scalata per non perdere la faccia di fronte ai compagni, tra i quali le mie azioni erano parecchio basse ed ero considerato piuttosto bamboccio e stupidello.

Innocenti o perversi, una cosa era certa: che nei confronti delle donne non ci si comportava davvero da gentiluomini; vere o false, le nostre storie lascive avevano nomi e cognomi di ragazze note, notissime a noi tutti.

Il professore di latino e greco, un sacerdote tanto magro da parere piuttosto un abito appeso che un cristiano vivo, aveva appena terminato di evocare, con Ulisse, i morti dell'Xl dell'Odissea, che nell'aula cominciò a circolare la voce che, al pomeriggio, sarei uscito con la mia ragazza e sarei andato a passeggio al Buon Cammino. Nessuno ci voleva credere, ma io mi dichiarai disposto ad essere seguito e controllato da chi volesse. Sapevo di giocare in piena malafede, ma era troppo importante per me essere preso sul serio.

Una ragazzetta veneta, che con sua madre era ospite di casa nostra, fu la mia vittima. Le sue abitudini, molto diverse da quelle cagliaritane, non le fecero trovare strano che le chiedessi di uscire con me e la sua totale ignoranza della topografia cittadina fece il resto.

Pamela, così si chiamava la ragazza, salì con me per il Terrapieno, sino ai viali deserti del Buon Cammino.

La luce dorata del pomeriggio cagliaritano – era uno di quei pomeriggi senza stagione, tiepidi a gennaio come a maggio – si discioglieva sulla pelle bionda di Pamela e nell'aria si diffondeva un odore di pane appena sfornato dal Panificio Militare.

Pamela ed io andavamo incontro al fiotto di luce che prorompeva dal cielo, dai riflessi di Santa Gilla, da invisibili aloni di Paradiso popolati di angeli musicanti, alti sul suo capo. Sotto il coro di quegli angeli, perfino le lentiggini di Pamela parevano costellazioni di lontani, bellissimi soli.

E per un momento fui davvero innamorato, innamorato senza confini di quella venetissima polentina dalle lunghe trecce scolorate.

Per uno dei tanti vicoli, che dal Castello calano a ruzzoloni verso la Marina, riportai a casa Pamela: per un vicolo, già fuori degli sguardi della pattuglia di controllo – ne avevo sentito gli occhi sulla pelle – che certo non aveva mai smesso di spiarmi.

Il giorno dopo, sotto le volte stanche del «Dettori», entrai, giovane vincitore, per essere accolto tra i veri uomini, tra quelli che si sapevano «spupazzare» la ragazza per i viali del Buon Cammino.

Quando Pamela partì, la mia storia d'amore assunse toni drammatici ed una breve, innocente cartolina con i saluti di Pamela, alla quale una complice mano aveva aggiunto una bugiarda e bellissima parola d'amore avallò ancor meglio il mio bluff.

Comunque, per i compagni ero entrato nell'incantato cerchio di coloro che avevano una ragazza, bionda e continentale per giunta. Per loro ero dunque finalmente uomo.

Ma non lo ero tuttavia per me. E non fu l'amore a farmici diventare. Fu un silenzioso, felpato trasmigrare di gioielli e di posate che cominciò a casa mia. Le nostre cose più belle, quelle che avevo guardato e toccato solo nei giorni di malattia, i brillanti che la mamma portava nelle serate al Civico, cominciarono ad andarsene da casa senza le loro scatole di velluto rosso o turchino cupo.

Secondo il codice del tempo, che non ammetteva che i signori potessero diventare poveri, i gioielli, avvolti in un grosso fazzoletto paesano ed affidati a Marianna, la più anziana delle domestiche, quella che mi aveva visto nascere e crescere, presero la via del Monte di Pietà, che fronteggiava, allora, il bronzo scontento di Giordano Bruno.

Qualcosa era successo a casa mia, qualcosa che nessuno mi aveva detto: affari andati a male, speculazioni fallite, guai fatti da altri ai quali si doveva rimediare noi?

Nessuno parlava. La vita a casa era un lungo nastro di silenzio e di parlar sotto voce.

Quell'anno non vi fu la campagna, né vi fu mai più. Anche i cavalli se ne erano andati a pascolare in prati altrui.

Restò un povero, vuoto casone con qualche mobile ed un immenso crocifisso di legno che era stato di un prete morto più di cento anni addietro. Ma restava anche il mare, il dolce mare cagliaritano.

Fu così che fui uomo veramente, fu così che si colorarono di ben più opache tinte, i verdi, smaglianti giorni della scuola.


Dessì: «Leggo Aristofane… È bello. Presto comincerò le lezioni di matematica»

(estrapolazioni dal 9 maggio 1930 al 31 luglio 1931

Bisogna studiare assai, qualunque cosa io voglia fare. Leggevo l'altro ieri il Napoleone di Ludwig. Il mio prof. di filos. dice che non val niente. Forse egli esagera un po', ma è certo che non ha l'occhio critico delle storico: vede Napoleone un po' troppo fantasticamente. Il prof. dice che ciò nuoce alla comprensione dell'uomo.

… Cantimori ogni tanto mi fa correger (sic) delle bozze che va pubblicando. Certo è una persona veramente superiore. È un dotto ed ha uno spirito raffinatissimo. Io non sono ancora riuscito a capirlo bene benché lo pratichi da parecchi mesi. È prudentissimo e teme sempre di scoprirsi. Tiene molto ad essere un fine politico, ma credo che non lo sarà mai.

Raya è veramente vuoto. Mi ha dato degli ottimi voti, ma ormai comincia a urtarmi col suo insulso nichilismo letterario. È un meridionale primitivo e pieno di se, che non manca di un certo ingegnaccio. Alla sua spontanea rozzezza preferisco i raffinati raggiri di Cantimori. Da questo almeno ho da imparare molte cose. Se fossi un altro gli sarei riconoscente per ciò che ha fatto per la lotta contro l'analfabetismo. Peccato però; poteva riuscire meglio, solo che si fosse fatto un po' più di reclame.

… Cianchi è un ragazzo a posto. Studia ed è ardito. Sa poco latino, ma in compenso parla e legge correntemente l'inglese e mastica un poco di francese e spagnolo. È pallido dal gran lavoro, ambizioso e perseverante. Deve ancora formarsi. Non ostante la buona opinione che ho di lui, talora mi da l'idea di un cucciolone intelligente.

Stocchino è un tipo veramente divertente. Non può veder Cianchi per gelosia e ritiene che tutti, io compreso, siano concordi con lui su questo punto. Quando Cianchi dice qualche strafalcione o prende un brutto voto in greco, Stocchino è in festa. Ride, fischia, batte i piedi, e volge incessantemente la testa da una parte all'altra, facendo una gran quantità di smorfie. Mi da l'idea di un burattino meccanico. Ha una ottima memoria.

… Non son più tornato da Cantimori. Non avrei nulla da dirgli. Fra poco ci andrò a correggergli le bozze di una traduzione dal tedesco. 

Strano: quest'anno ero venuto qui con l'intento di esser promosso al 2° anno soltanto, senza aspirare ad altro. Cioè, dentro di me ho guardato sempre più in alto tuttavia avevo desiderio di affermarmi, anche per dare a me stesso una prova che sapevo fare, volendo... Ci sono riuscito perfettamente ed ho superato queste meschinità. Questo Io devo in gran parte a Cantimori. È in realtà una persona superiore. Troppo esteta però per combattere e vincere nella vita: e questo bisogna.

… Ho acquistato vari libri che studierò nelle vacanze. Il mio programma di studio ha avuto una sistemazione abbastanza chiara dopo la conoscenza di Cantimori. Egli ha avuto la pazienza di leggere i miei versi, ed io intanto ho imparato qualcosa di meglio. Del resto anche in questo mi è stato maestro. Dacche lo pratico il mio gusto si è di molto raffinato.

… Non mi lusinga una vita pacifica e borghese. Non saprei fare né l'avvocato né il medico né il professore. Il mio sogno più grande è stato sempre quello di dedicarmi alla politica e scrivere il mio nome nella storia. Donde bisogna cominciare? Intanto studio e mi preparo. E non credo che l'azione contro l'analfabetismo, che ho cominciato riescirà del tutto infruttuosa. È una prima pietra dell'edificio, un modo per entrare nella vita. Se i miei compagni riusciranno a far qualcosa e a provarlo, portando, ad esempio, i quaderni dei loro contadini, il prof. Cantimori l'anno venturo si adatterà ancora a far delle lezioni di pedagogia pratica e a un numero più vasto di studenti. Potremo anche avere altri appoggi. Il Prof. Giusto Matzen si incaricherà del sillabario speciale per gli adulti, e per questo lavoro farò in modo che egli abbia indicazioni e aiuti da Lombardo Radice. Bisogna non lasciarlo troppo libero, perché il suo intento principale è quello di porre in vista se stesso.

… Lavoro ad una relazione su un libro di Flammarion, libro che altre volte con le sue cifre noiosissime e le sue ingenue esclamazioni mi ha fatto sognare e mi ha insegnato cose veramente interessanti. Ma ho detto alla Professoressa di scienze che ne avrei fatto un sunto, ma in realtà, servendomi dei dati che il libro mi fornisce sviluppo pensieri miei.

Ieri Cantimori mi voleva far tradurre alcune favole di Esopo per provare se so il greco. Pretendeva che lo facessi senza cercare nel vocabolario, ma non sono stato capace. Mi ha detto che Parolisi ha ragione di perseguitarmi.

Oggi ho fatto un compito di italiano su alcuni versi di Parini. Spero che Raya ne sarà contento. In questi ultimi tempi mi pareva un po' seccato. Che Cantimori gli abbia detto i pareri che ho espresso su di lui? È un uomo senza pregiudizi e ci si può aspettare di tutto, bene e male.

… E’ partito Giuseppe Mastina [grande mutilato di guerra]. Sono stato scelto, insieme a Cianchi e Ferrari per accompagnar la bandiera. Siamo stati al porto sino alla una. Conseguenza di tutto questo un terribile mal di capo. 

In questi giorni lavoro poco. Mi secca sopra tutto l'idea di dovermi occupare di cose del tutto inutili. Il ripasso del greco mi annoia perché mi pare di non imparare nulla di nuovo. Ed è così infatti con quell'imbecille di Parolisi. Lo studierò da me nelle vacanze e son certo che in breve riuscirò a capirlo come il latino.

Sergio G. continua a venire da me a ripetizione. Non impara nulla: è duro come il granito e sciocco in modo desolante. La madre si illude di cavarne qualcosa. Un giorno mi ha fatto questo bel complimento: Sai, caro, alla sua età tu non eri molto diverso. È vero, anch'io non sapevo la grammatica, ma c'è questa differenza, che io non studiavo e questo invece passa tutto il giorno a tavolino.

… Stamattina sono stato chiamato dal Prof. D'Alessandro. Non mi aspettavo una simile chiamata perché ero stato Interrogato in fisica già altre due volte. Tuttavia andai. Non avevo studiato per nulla. Mi chiese una legge del pendolo: non capivo bene quale. Sentii parlare di tempo, e scrissi la seguente, l'unica che ricordassi. 

T = […]

tralasciando però il segno di radice. Poi mi confusi un po' quando si trattò di applicarla a un caso pratico, poi dopo vari tentennamenti, tirai avanti sicuro.

D'Alessandro non è rimasto contento e cerca da tempo un'inezia qualunque per farmi cadere.

Miserie. Combatto sempre con dei soldatini di piombo, e dall'esito di queste battaglie da tavola dipendono molte cose.

Da principio queste battaglie scolastiche mi attiravano, ora mi annoiano terribilmente. Vincevo sempre. Stavo attentissimo e davo risposte precise e ben dosate: ero misurato nei successi e questo sopra tutto mi tornava utile per il concetto che i professori più intelligenti si facevano di me. Visto che ero capacissimo di tenere quel posto cessai di combattere, e ciò con grande vantaggio perché la parte più importante del programma era finita ed ebbi modo di leggere varie opere molto interessanti, di oziare, fantasticare e scriver versi.

… Dovrei tradurre ancora venti versi di Omero, ma ne ho già tradotti trenta e sono stanco. Sono stanco di studiare il greco così, come vuole quell'imbecille di Parolisi che quasi è riuscito a farmelo odiare. Ma io non odio niente di ciò che è grande e bello. Studierò il greco come ho studiato il latino, con pazienza e amore e per conto mio. Sono stanco della scuola e dei professori.

… Sono stato promosso. Avvenimento importante! Inviti e complimenti, sorrisi maliziosi per la mia piccola gioia. Per me non è stata una gioia ma una liberazione. Se fossi stato bocciato, come mi aspettavo, in greco e matematica, Babbo e Mamma ne avrebbero avuto un grande dolore, certamente: a me poco sarebbe importato, giacché avevo deciso già prima di prepararmi senz'altro per la licenza liceale. Soltanto questo avrebbe servito a staccarmi ancora di più dal mondo circostante, a chiudermi sempre più fortemente in me stesso […].

È stata una grande fortuna per me aver incontrato Cantimori sulla mia via. È un uomo superiore a quanti fin'ora ho conosciuto e sarà per me un'ottima guida, un maestro nel vero senso della parola.

… Sono curiose certe illusioni degli uomini. D'Alessandro ad esempio credeva di essere addirittura un apostolo di civiltà. Non faceva che ripetere che oggi lo studio della fisica e delle scienze matematiche in genere, sono l'essenza della vita moderna, e nulla capiva oltre a ciò, e diceva, alludendo a Cantimori, che lo studio della filosofia e della storia antica hanno nella vita moderna una importanza minima. Così si dava arie di martire e credeva di essere un apostolo disgraziato e incompreso. Spesso, togliendosi le lenti e aprendo le braccia con gesto tragico invocava Galilei - Oh, Galileo Galilei, l'inventore della scienza sperimentale! -

Per me era molto buffo vedere quell'omiciattolo ch'era indietro di settanta cinque anni, credersi in testa alla civiltà e alla cultura moderna.

… Cantimori si comporta in modo strano. Un giorno si mette a fare severi programmi di studio, che mi propone e che io accetto con una faccia tutta compunta; un altro giorno mi riceve quasi sgarbatamente, affaticato per il gran lavoro, mi proibisce di leggere libri estranei alla scuola, e ieri poi mi ha caricato di un mucchio di libri che con la scuola hanno da vedere ben poco. O è stanco di me o è ancora troppo giovane. Ho solo paura di questo che voglia mostrano troppo di essere giovane giovane e inesperto. Mi dice che non ho tendenza per diventare un uomo politico, e mi fa leggere un mucchio di libri di politica e storia contemporanea. Qualche volta, postosi a cavalcioni di una seggiola e poggiata la barbetta alle mani, scarmigliandola tutta, fa dei predicozzi politici che dicono presso a poco così e che sono, non c'è che dire, molto assennati. «Che importa a noi se il fascismo è invecchiato e se tra le sue fila si sono infiltrati tanti farabutti? Noi lavoriamo, facciamo il nostro dovere, teniamoci appartati e costruiamo in silenzio il nostro avvenire. Lavoriamo indefessamente perché un giorno o l'altro è probabile che ci troviamo a capo della nazione, e dobbiamo quindi tenerci pronti. Ciò forse non accadrà mai, ma facciamo come se dovesse accadere, senza tuttavia aspettarci nulla.»

Parole assennatissime, come è facile vedere.

Mi rallegro e mi compiaccio di produrre un curioso effetto su di lui. Quando ha tempo e voglia di badare a me, se io sono tetro e occupato da un pensiero serio, scherza e mi prende in giro, e cerca invece un argomento serio quando io sono in vena di scherzare. Ma questo solo da poco tempo. Or non e molto Ieggeva con molta attenzione i miei versi e le sue critiche non erano certo avventate. Ora è come se una qualche scoperta gli abbia fatto mutare opinione sul mio conto.

Che centri Cianchi in qualche modo? Quel ragazzo è un volpone.  

… Sergio è stato bocciato proprio nelle materie nelle quali io gli facevo qualche lezione. Ma è duro è duro, non c’è che dire. Eppoi lezioni vere e proprie io non gliene facevo: mancava il tempo, e tutto si riduceva a correggergli i compiti. […].  

Bisogna che studi bene il latino e il greco, perché andando a ripetizione da Nucciotti voglio essere in ottime condizioni. È necessario che abbia di me un’ottima opinione.

… Cantimori dice: È un errore la distinzione tra mezzo e fine: vi è solo l’azione in se stessa. Ma in tal caso, mi pare, l’azione stessa diventerebbe fine.

… Leggevo un capitolo del Fedone e mi sono distratto. Ho poi ritentato di riprendere il filo del ragionamento, ma inutilmente. Platone procede con un ragionamento tanto minuto che se si tralascia un passaggio riesce poi impossibile seguirlo.

La Pedagogia di Gentile mi presenta molte difficoltà. Troppo spesso capisco a mezzo e non so più come andare avanti. Mi pare allora che tutto il ragionamento sia nebuloso e inconsistente come un capitolo di Maeterlink. Spesso invece ritrovo idee che io già ebbi e che avevo sostenuto accanitamente qualche anno fa, quando volevo far della filosofia con tutti quanti.

Mi sono abituato del resto a non dare mai a nessun libro importanza capitale, ma a fidarmi sopra tutto delle mie esperienze: voglio dire proprio le esperienze della mia vita.

Talora leggendo Gentile mi ritorna in mente una obiezione di Socrate e Theeteto: se tu ammetti, diceva presso a poco, che la sensazione vari da uomo a uomo e tutto ad esso si riduca, come poi ammettere la conoscenza? — Dico io se tutto si riduce a esperienza di vita individuale, se neghi i concetti (e della loro inesistenza sono convinto) come puoi fare un ragionamento che è appunto una catena di raziocini?

Ma ho letto troppo poco da questo filosofo. Sento tuttavia che mi è necessario. […].

Cantimori è tornato. Giovedì andrò con Babbo a Cagliari per accompagnar Mamma, e forse andrò a trovarlo.

Che si sia offeso? È molto suscettibile. Vedremo. È difficile regolarsi.

Ha firmato anche Cianchi.

… Stasera comincio le lezioni con Nucciotti.

… Seconda lezione di Nucc. pedante, pedantissimo, insoffribile. Non farò mai il maestro, mai. Meglio il macchinista. E pensare che dovrò subirlo per un anno, o per lo meno per otto mesi. Io non ho e non avrò mai pace in nessun luogo. 

… Tradurre un'ode d'Orazio. Che piacere! così, tutto solo con calma. Parla della primavera: navi scivolano in mare su dei rulli, l'acqua rigenera, netta, liscia gli scafi arsi dal gelo, la nave rivive. È bello.

Ma non un'ode: bensì cinque, in fretta, senza calma. Così si odia Orazio. Studiarsi bene la costruz. sintattica. Imbecille!

… Ieri sera sono stato da Cantimori dopo aver passeggiato a lungo in via Roma e nel porto, stanco e con un bisogno insistente di vedere un viso amico. Bussai due colpi decisi. C'era luce. Attesi. Era necessario parlare con qualcuno, non potevo tornare a casa e andarmene a letto così. Bussai ancora. Ed, ecco, Cantimori viene ad aprire, avvolto in un impermeabile. Era uscito allora dal letto. Mi dispiacque di averlo disturbato, tanto più dopo il fatto dell'altra sera. Ma egli fu affabile. Parlammo di varie cose e mi lesse alcune poesie del Borgese: bellissime. Poi io gliene feci vedere una mia, ancora da completare. Trovò che poteva divenir bella.

Mi chiese - la terza volta da che ci conosciamo - quanti anni avessi, poi mi disse che potevamo darci del tu. Continuò a leggere le poesie del Borgese. Lesse - Giovinezza, - l'ultima della raccolta. Certo questa lettura mi esaltò, precipitò la crisi che già da tempo si va sviluppando in me, minacciando di soffocarmi. Avevo anche bisogno di parlare, di aprirmi a qualcuno, di sentirmi dire parole diverse dalle solite. Egli me le disse, infatti, a traverso quella lettura, senza che io le avessi chieste, indovinando forse. Si che io alla fine ebbi bisogno di aprirmi e di parlare a mia volta. Inconsciamente, quasi senza volerlo, gli parlai della nostra rovina finanziaria, di zio N. di E. di Mamma.

Dissi tutto, con voce dura e fredda, senza particolari. In parte avevo anche bisogno di chiarire tante mie azioni. Il pretesto - diciamo così - fu l'onorario di Nucciotti.

Tornerò da lui oggi alle 17. Non mi disse che poche parole, con tutta la calma possibile. Forse ho fatto male a parlarvi. Ora, vedremo.

… Le lezioni di Nucciotti mi seccano certe volte, altre mi riescono piacevoli. Così del resto mi capitava anche a scuola l’anno scorso. Aver da preparare quelle date lezioni e quei compiti; avere una via segnata, in certi momenti di smarrimento era riposante. Così ora. Ma ciò che mi amareggia è il sapere che quell’uomo non mi stima e finge il contrario e che nel suo intimo è contento dei miei errori perché confermano l'opinione che egli ha di me. Non è naturale. Grigolato forse avrebbe fatto molto meglio al mio caso; ma del resto vedremo. Intanto credo di esser riuscito a fargli modificare in parte la sua opinione. Riuscirò almeno ad ottenere che si pigli realmente a cuore la mia preparazione e che cerchi di farmi passare all'esame.

Ogni anno dico: questo è l'ultimo di schiavitù. Almeno fosse vero questa volta! Certo che una volta all'università le cose - almeno dal punto di vista scolastico – muteranno.

... 1 Decembre - Ho finito poco fa di leggere «Rubé» di Borgese, che Cantimori mi ha prestato. Alla fine nell'ultima pagina bianca vi è scritto a lapis da Cantimori:

2-3 X 1930 // Gravissima // delusione 

Non posso figurarmi a che cosa si possano riferire queste parole e perché egli non le abbia cancellate prima di darmi il libro. Non credo che esse si riferiscano al romanzo, poiché gli è piaciuto assai. Non può essersi dimenticato di averle scritte, mi pare, perché son ben impresse e sulle aste del dieci (X) la matita è passata più volte. Inoltre non mi ha dato il libro per caso. Il libro lo ha fatto pensare, come lo hanno fatto pensare certi miei discorsi di qualche tempo fa.

... 2 Gennaio ’931 Mamma è morta quattro giorni fa, il 29 Dicembre, alla una e mezzo del mattino.

… Sarei dovuto andare da Cantimori, ma non ho avuto voglia. Mi sarei dovuto preparare su Cant, ed ho solo cominciato. Domani dovrei prepararmi su la rivoluzione francese, ma so che non farò nulla. Bisogna che vada via di qui, altrimenti non riuscirò a mettermi a lavorare come voglio. Sabato è troppo lontano, ci vogliono cinquanta ore, vorrei andar via domani stesso.
E so che mi toccherà sopportare ancora certi discorsi che non vorrei sentire. Mi diranno che mi credevano più serio, che sono un nevrastenico, un ingrato, un villano, ecc.

Dal loro punto di vista hanno ragione. Io mi guardo bene dal pretendere che loro la pensino diversamente. Però anch'io ho il mio punto di vista, e la penso a mio modo ed anch'io ho ragione.

Del resto se si potesse guardare la cosa da un punto di vista universale, avrei ragione io.

Eppoi, universale e soggettivo si incontrano: meglio non impicciarsi di simili distinzioni.

… Da due sere non vado da Cantimori e non ci andrò né pure domani sera, perché dovendo traslocare non potrò prepararmi né su Kant né su la rivoluzione francese.

Ma non mi perdo d'animo. Queste son sciocchezze. Nucciotti ha detto a Babbo che vado bene e che spera un buon risultato.

Vedremo.

… […] credo d'essermi aperto la via per capire la morale di Kant. Vedremo cosa ne dirà Cantimori. Per il problema della conoscenza è stato contento perché ho saputo scoprire di primo acchito i punti deboli, dove appunto lavora ancora la filosofia moderna. Come dalla sintesi a priori si passa alle categorie, e come, dato il potere costruttore, ordinatore, creatore dell'io, si può ammettere la cosa in se? - Cantimori mi ha anche fatto i complimenti, con riserva però, perché non sapeva se avessi trovato da me queste difficoltà o se le avessi pescate in qualche libro già belle e segnalate. Quell'uomo ti crede capace di qualunque finzione.

In realtà non c'è da fidarsi. Né anche io mi fido di me. Quando vedo che piglio una certa strada, so che mi gioco qualche brutto tiro, e per evitare pericoli, scantono.

… Cantimori mi annoia. Perché non dirlo? Ha delle ottime qualità, è un'ottima persona, ma mi soffoca quel suo badare a minuzie o vagare nel vuoto. Dice delle frasi come se davvero fosse un oracolo. Eppoi queste passeggiate serali ci inaridiscono entrambi. Non vuole che parli di nulla fuorché di cose di scuola, non vuol più leggere versi, e del resto ora non avrei da dargliene.

Aveva promesso troppo e non può mantener nulla. Eppoi io non posso assolutamente esser dominato così: perché egli realmente mi vuoi dominare. È troppo superbo per consentire a seguirmi. Quando talora lo ha fatto ha ottenuto moltissimo. Non so andare al guinzaglio. Sarà una limitazione del mio spirito, ma non ho che farci.

Stasera mi ha detto che ci vedremo lunedì. Respiro. Diraderò le visite.

Ora, nella mia solitudine, la difficoltà della preparazione mi arride. Sento una sana energia dentro di me. Voglio coordinare tutte le mie forze, sento un desiderio della vittoria per la vittoria.

Del resto da Cantimori mi attendo ancora molto. Può molto su di me. E su di me non hanno mai potuto i mediocri. […].

Leggo Aristofane, tradotto dal Romagnoli. È bello. 

Leggo Seneca sul testo originale.

Da un po' di tempo, da che son qui, lavoro con alacrità. Tuttavia bisogna che faccia di più.

Presto comincerò le lezioni di matematica.

… Da varie sere non vado da Cantimori. Sto meglio così. Diraderò le mie visite, d’ora in vanti.

Ho rivisto Cianchi. Sempre lo stesso: snob.

… Oltre che pel raffreddore oggi non ho lavorato perché ho fantasticato intorno a un futuro romanzo. Che, naturalmente, è attinente al mio stato d'animo presente e servirebbe a superarlo.

L'argomento è questo: Mia madre, il suo amore per me, il mio amore per lei. Il suo, sempre saldo, inestinguibile; il mio turbato da mille altri sentimenti, incostante, ineguale, eppure parte integrante dei mio essere. […].

Avrebbe inizio con l'amore di Mamma e Babbo e avrebbe termine con la morte di Mamma. In sostanza sarebbe una autobiografia, ma […] gli avvenimenti saranno convenientemente modificati. Eppoi dovrebbe essere opera d'arte e staccarsi da me ed esser parte di me.

Ho intenzione di mettermi al lavoro non appena mi sarò liberato della licenza.

… In questi giorni ho tradotto il VI dell'Odissea con grande rapidità. Mi manca ancora un centinaio di versi ed ho finito. Ora ho fiducia di riuscire. Mi sto facendo un'altra concezione più esatta del lavoro e dello studio. Vedo che ho appreso molte cose quasi senza accorgermene. E matematica sono molto avanti: merito di Onnis, che nell’insegnare è un vero artista; sembra un attore sulla scena, ed io lo ascolto con rapimento e ci vado con piacere.

… Sono alla viglia degli esami, sono pochissimo preparato, ma convinto che qualunque cosa avvenga non mi potrà menomare. Il mondo è grande, le sue vie sono aperte, la vita breve. Non ho fini particolari da raggiungere, ho la possibilità di adattarmi a infiniti modi di vita pur senza mutare me stesso, sono libero, senza legge, senz'altra legge che la mia legge. 

Sono stanco di questa sfacchinata avvilente che dura da mesi. Per questo miserabile esame ho trascurato tante meditazioni, ho sacrificato tante grandi cose, sono stato costretto a stare a contatto di persone odiose, vili fino allo schifo, persone che O d i o. Ho sacrificato arte, dignità, tutto. Ora farò un ultimo sforzo. Tento un ripasso generale.

Se le cose van bene; bene. Se le cose vanno male; bene lo stesso. 

… Franco desidera andare al collegio militare di Roma […]. Bisogna però che si prepari, subito, in un mese e mezzo all'ammissione al liceo. Può farlo per le ottime riportate in quarta e perché realmente ha la capacità di farlo.

Io cercai i professori. Proposi, o di trovare professori ottimi, o di abbandonare l'idea, e si approvò. Ma riuscii a trovare il solo professore di matematica, ottima persona, correttissima, lo stesso che mi preparò alla licenza liceale e che mi preparerà ora per l'esame di riparazione a ottobre. 



Dessì e quel “professore di liceo”

Conobbi Delio Cantimori a Cagliari, dove fu mio professore di filosofia e storia in prima liceale, nel 1929. Egli era un giovane professore di 26 anni, io uno studente ritardatario di 20, disordinato, discolo, e frequentavo per la prima volta una scuola pubblica, dopo una disastrosa carriera scolastica di privatista. Cantimori portava allora una nera barbetta che somigliava stranamente a quella di S. Efisio, il Santo protettore di Cagliari, il quale, secondo la leggenda popolare, aveva, nel 1793, fermato, con le mani nude, le palle di cannone dell'ammiraglio francese Truguet, evitando una strage. Cantimori aveva mani grandi e bianche, ben curate ed eloquenti. Noi scolari di provincia, rozzi e protervi, eravamo affascinati da quelle grandi mani bianche. Non sapevamo che appartenevano a uno studioso, a un dottore in teologia dell'antica università di Basilea, ma per noi quelle mani avevano sfogliato tutti i libri e ne conoscevano i segreti.

Nessuno di noi poteva dire di aver avuto dei veri maestri, e nemmeno veri insegnanti; per mio conto ero stato un ragazzo indisciplinato ma avido di letture e m'ero confuso la testa con libri che non ero in grado di capire, pescati in una vecchia biblioteca di famiglia che mio nonno aveva prudentemente murato e che io avevo, per caso, riscoperto. Fra questi, l'Origine della specie di Darwin, il Corso di filosofia positiva di Comte, l'Etica di Spinoza, la Monadologia di Leibniz - opere che ricordo di aver letto in uno stato d lucido sonnambulismo, ma che sconvolsero la mia vita dalle fondamenta; l'idea deterministica che m'ero fatta del mondo era arrivata a paralizzare completamente la mia volontà; inoltre la lettura de La Germania di Heinrich Heine, libro quanto mai conturbante, nella sua ingannevole semplicità, non era certo servita a chiarirmi le idee.

La nostra diffidenza di ragazzi di campagna per il giovane professore lasciò presto il posto alla più illimitata fiducia. Lo studiavamo e lui studiava noi. Ora so che, attraverso noi, studiava la Sardegna; intuiva nella Sardegna una realtà diversa da quella italiana e cercava di penetrarla. Noialtri ragazzi non sapevamo nulla di lui; ma sentivamo che era un uomo autentico. Come insegnante era scrupoloso, metodico, si preoccupava di renderci comprensibili e piane le cose difficili. Tra le sue mani i Dialoghi di Platone, nella stupenda traduzione di Manara Valgimigli, diventavano uno straordinario strumento pedagogico. Cantimori aveva il dono della chiarezza, senza essere per questo un semplificatore. Conversava con noi ragazzi, attuando così, al di fuori dei programmi e degli schemi aprioristici, il più puro e alto insegnamento di Giovanni Gentile, al quale era legato da affetto di discepolo. Poteva spiegarci il Fedone e, allo stesso tempo, chiederci notizie della vita dei contadini e dei pastori isolani, o del movimento autonomista, a capo del quale era Emilio Lussu, l'uomo prestigioso che combatteva da anni, contro il fascismo imperante, una lotta senza quartiere. Ci chiedeva anche di Gramsci, sperando di trovare tra noi qualcuno che, sia pure indirettamente, potesse averne notizie. Ma poco sapevamo dirgli, a questo proposito, perché in Sardegna, allora, di Gramsci non si parlava quasi affatto. Lo interessavano tutti gli aspetti della vita isolana, compreso il banditismo e le sue cause - il banditismo che aveva avuto proprio allora una preoccupante recrudescenza. Il professore aveva stretto amicizia con alcuni giovani antifascisti, fra cui Pietrino Melis, sardista, dalla cui intelligenza e cultura era rimasto profondamente colpito. Ricordo le prime lezioni, quando perdurava ancora la nostra diffidenza. Poi un giorno Cantimori chiese quale fosse, secondo noi ragazzi, l'oggetto della filosofia. Le risposte furono varie e tutte ovvie. Uno disse che la filosofia non è altro che lo studio dell'intelletto umano; io risposi che è lo studio del rapporto tra l'uomo e Dio. Vidi il teologo rabbrividire nel diniego. Fu questo il primo incontro diretto tra me e Cantimori. Con inaudita improntitudine osai sostenere questa affermazione e, per la prima volta, citai Spinoza. Dovetti raccontare la storia della biblioteca murata in casa di mio nonno e della lettura clandestina dei filosofi, e, per dare una prova di quanto affermavo, citai a memoria la DIMOSTRAZIONE che segue immediatamente la PROPOSIZIONE XXII all'inizio del libro V nella traduzione del Troilo: «Dio non è soltanto causa dell'esistenza ma anche dell'essenza di questo o quel corpo umano; la quale essenza pertanto devesi necessariamente concepire per mezzo della stessa essenza di Dio...».

Non c'è niente di più odioso dei ragazzi saccenti: io li odio; e mi odio, quando penso a quella mia sparata. Ma Cantimori era un vero educatore, e non mi cacciò fuori dall'aula; tuttavia impallidì. «Parleremo di questo in un altro momento» disse; «per ora continuiamo la lezione». Mi disse che mi avrebbe procurato una traduzione più moderna, e io andai, a prenderla, il giorno dopo, a casa sua.  

Abitava in uno stanzone enorme, incredibilmente stipato di libri, poco lontano dal liceo. Arrivai proprio a tempo per aiutarlo a correggere le bozze del suo saggio su Ulrich von Hutten, che stava per uscire negli «Annali» della Scuola Normale Superiore di Pisa, verso la quale, fin da allora, cercò di indirizzarmi. Da parte sua era un segno di alta stima, che io però non meritavo: ero un pessimo scolaro, non avevo metodo e, a dispetto dell'ottimo mio maestro di latino e greco, ne sapevo troppo poco per vincere il concorso di ammissione alla Normale. Tuttavia a Pisa ci andai lo stesso e ci stetti a spese di mio padre; e la biblioteca privata di Cantimori fu il vestibolo dell'università, cioè degli studi metodici e approfonditi, ed egli fu il primo e - senza togliere niente a nessuno - per me il migliore, il più importante di quella schiera elettissima di maitres-camarades che io ebbi la fortuna di incontrare nell'ateneo pisano, e anzi proprio in quella Scuola Normale Superiore che frequentai a dispetto della Commissione che mi aveva respinto. 

Un altro, quello a me più caro, io conobbi proprio in casa Cantimori, a Cagliari, il mio concittadino e coetaneo, ma tanto più bravo di me, Claudio Varese, e poi gli altri ancora, ai quali Cantimori mi aveva indirizzato, e che, in certo senso, mi adottarono e furono per me veri compagni e veri maestri: voglio dire Aldo Capitini, Claudio Baglietto, Carlo Ludovico Ragghianti, ai quali non so pensare senza pensare anche a Delio Cantimori. Tutti assieme formavano, per me, la costellazione che accompagnò il corso della mia giovinezza, e ora che lui non c'è più, mi sembra che quella costellazione tutta intera si sia disgregata e spenta.

Oltre alla incompiuta traduzione di Martinetti dell'Etica spinoziana e alla traduzione francese di Emile Saisset, molti altri volumi della ricca biblioteca passarono per la mia cartella di scolaro. Lessi molti francesi e conservo ancora un dono che mi fu e mi è carissimo: il volume delle liriche di R. M. Rilke, e i Quaderni di Malte Laurids Brigge; lessi quanto fino allora era stato tradotto di Thomas Mann e di Hesse. Tutti libri che, altrimenti, avrebbero tardato ancora molto ad arrivare nelle mie mani. Ebbe così inizio una consuetudine che continuò poi con Claudio Varese, nella cui biblioteca trovai i preziosi volumi della Recherche proustiana.

Anche altri alunni della prima liceo impararono la strada, ebbero libri in prestito e degustarono l'ottimo the che Cantimori soleva offrire ai visitatori; ma nessuno di loro aveva il bisogno di leggere che avevo io né le stesse preoccupanti distorsioni mentali causate da letture fatte anzitempo, e contro le quali tuttavia il miglior antidoto erano pur sempre i dialoghi di Platone o la prosa del Guicciardini. Lo accompagnavamo fino a casa in gruppo, parlavamo.

Un giorno il professore rimase colpito dall'affermazione fatta da uno di noi, un ragazzo, figlio di pastori, che veniva da un paese del centro, Bartolomeo Columbu, molto studioso e intelligente. Columbu sosteneva che il banditismo e, in genere, la delinquenza dell'isola, più che all'ignoranza e alla miseria di quelle popolazioni era da attribuirsi alla mancanza di un impegno politico dei Sardi. Quando Emilio Lussu, subito dopo la prima guerra mondiale, aveva fondato il suo movimento, non vi era delinquenza, in Sardegna. I Sardi avevano un'occupazione politica, specialmente i giovani, e non solo un'occupazione, ma anche una speranza. Il giovane Columbu era convinto che il credo sardista e quello di Gramsci avessero la stessa radice nella sete di giustizia innata nei Sardi. Lo studente pastore aveva ragione e anche Cantimori rimase colpito dalla giustezza dell'osservazione. Columbu sosteneva inoltre che saper leggere e scrivere non rende affatto migliori gli uomini e negava che vi fosse un rapporto tra analfabetismo e delinquenza; diceva che tutti i delinquenti sardi sapevano leggere e scrivere e che anzi i delinquenti più grossi, i più famosi banditi, conoscevano il codice, se non meglio, almeno quanto molti avvocati di grido. Cantimori non condivideva questo punto di vista, benché si mostrasse molto interessato agli argomenti paradossali di Columbu. Noi ragazzi eravamo tutti affascinati dalla stravagante tesi del nostro compagno. Cantimori, il giorno dopo, venne a scuola con delle statistiche impressionanti. Anche Columbu rimase senza parola. Nessuno di noi supponeva che ci fossero, in Sardegna, tanti analfabeti; e, di fronte a quell'uomo che stimavamo e dal quale volevamo essere stimati, ci vergognavamo come se la colpa fosse nostra. Conversando con lui, capimmo quanto sarebbe stata migliore una Sardegna senza analfabeti. Potrà sembrare strano, ma non fu senza rimpianti che rinunciammo alla difesa dell'analfabetismo; ma rinunciammo in modo totale, definitivo, consequenziale, tanto che ci venne l'idea di farci noi stessi apostoli e missionari dell'alfabeto. Ne parlammo a Cantimori, il quale, senza sorprendersi del nostro voltafaccia e delle nostre contraddizioni, fu pronto ad aiutarci, ma ci disse anche che sperava non fossimo di quegli sciocchi che attribuiscono all'alfabeto un potere magico e quasi carismatico. Non spense il nostro entusiasmo, ma ci rise un po’ su e non ci nascose le difficoltà a cui saremmo andati incontro. Mantenne la sua promessa e scrisse a Giuseppe Lombardo Radice per chiedergli materiale didattico e consigli. Io e Columbu avremmo raccolto un buon numero di volontari. Lo studente pastore difendeva ora l'idea illuministica dell'alfabeto con lo stesso ardore con cui l'aveva prima avversata ed era, devo dire, altrettanto convincente. Andare per le campagne a insegnare l'alfabeto era, secondo lui, un’azione, un impegno politico; si sarebbe stabilito un rapporto umano che prima non esisteva. L'alfabeto, che egli considerava in senso strettamente strumentale, diventava così due volte strumentale - cosa che, del resto, nella lotta all'analfabetismo, dev'essere accaduta più volte, sia che i missionari dell'alfabeto se ne rendessero conto oppure no.

Comunque noi ne eravamo del tutto consapevoli; e Cantimori, pur avendo il massimo rispetto per l'alfabeto e per i suoi illustri e meno illustri sostenitori, condivideva la nostra opinione. Avevamo deciso di dedicare tutto il nostro tempo libero alla lotta contro l'analfabetismo con lo stesso animo di chi distribuisce clandestinamente armi bene ingrassate in vista della rivoluzione. Il prof. G. Lombardo Radice rispose, mandò materiale didattico e opuscoli, e Cantimori sottrasse alcune ore preziose allo studio delle sette ereticali italiane per farci da istruttore. Ci impartiva le proprie lezioni pratiche, che andarono avanti per alcune settimane, in una smorta aula del liceo "Dettori", sotto i ritratti regolamentari di Mussolini e di Vittorio Emanuele, senza che il Preside osasse disturbarci direttamente; ma, a un certo punto, intervennero le autorità politiche, il Segretario Federale in persona, e fummo diffidati dal continuare. Ricordo che alcuni bellimbusti in camicia nera e cinturone, cercarono di spiegarci che, in fin dei conti, non bisognava poi farsi troppe illusioni sugli effetti benefici dell'alfabeto. E mi pare ancora di vedere la risatina mefistofelica di Cantimori, quando li accompagnò alla porta. I giovanotti del G.U.F. non potevano certo immaginare che, per alcuni di noi, era cominciata la Resistenza. 




Fonte: Gianfranco Murtas
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