Gianfranco Murtas

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Don Mario Cugusi e l’area archeologica di Sant’Eulalia: racconto di uno scavo

di Gianfranco Murtas


Nel 2012 Alberto Contu, in quanto coordinatore del circolo “G.B. Tuveri” di Cagliari, organizzò una bella bellissima operazione culturale da concludersi nel palazzo regio (o viceregio) del capoluogo: per celebrare gli ottant’anni del padre, il prof. Gianfranco. 

Noto medico e, in una sorta di virtuosa vita parallela, ricercatore e storiografo su campi per gran parte inesplorati – quelli del federalismo sardo fra Otto e Novecento, da Tuveri a Lussu cioè –, esponente già da giovanissimo del sardo-socialismo lussiano e federalista intus et in cute, autore di qualche centinaio di articoli sulle minoranze etniche del mondo e di una decina di saggi in volume (incluso uno sulla partecipazione sarda alla guerra di Spagna) –, Gianfranco Contu, del quale mi onoro di esser stato amico, aveva una sua spontanea gradevolezza: quella che gli veniva dallo spirito naturaliter collaborativo che gli facilitava ogni relazione. Sicché riconoscergli i meriti, al compimento solenne del compleanno giubilare, doveva poter essere una operazione anche facile: perché una ventina di amici variamente a lui collegati anche per speciali interessi culturali facessero squadra e offrissero un loro contributo nella logica degli “scritti in onore di”, o, come bene mise in copertina Alberto, in quella elegantemente detta del “liber amicorum”. “Liber amicorum per Gianfranco Contu”.

Fra gli interpellati e fra chi dette subito risposta positiva fu don Mario Cugusi il quale, oltretutto, in quanto storico parroco della Marina – da lui lasciata (per diktat vescovile da due anni soltanto) – aveva rapporti di speciale cordialità con il titolare di Condaghes (la cui sede era in via Sant’Eulalia), al quale sarebbe stato affidato il compito della edizione e distribuzione del volume.

Il contributo particolare offerto da don Cugusi alla bella impresa fu l’ordinata ricostruzione delle diverse fasi dello scavo archeologico in Sant’Eulalia prolungatosi per alcuni lustri. Una fatica complessa e delicata, quella dello sterro ed esplorazione fra le pietre più antiche dell’era romana nel cuore di Cagliari, che donò infine alla città e alla Sardegna tutta la conoscenza di un sito importantissimo nei raccordi territoriali fra la città alta ed il suo mare. Merito del parroco della storica e prestigiosa collegiata della Marina fu quello di mobilitare il meglio delle risorse tecnico-scientifiche ed amministrative – dalla Soprintendenza all’Università, al Comune ecc. – adattando le attività parrocchiali alle necessità del cantiere.

Di tanto esiste buona documentazione né mancano i “racconti” che lo stesso don Cugusi ha offerto nel tempo alla stampa quotidiana locale e in occasione di tutta una serie di incontri e convegni.

Nel novero anche una precisa testimonianza in Cagliari, le radici di Marina, atti del seminario del 27 marzo 2000, con relativo catalogo della mostra. (Ne riferirò nell’articolo in uscita domani in Giornalia).


In principio furono le termiti, virtuosi isotteri

L'avventura dello scavo archeologico nell'area sottostante il complesso chiesastico di Sant'Eulalia inizia negli ultimi mesi del 1989. Una colonia di termiti, la cui presenza nell'area era stata lamentata come flagello, e nel documento cronistorico o "Liber cronicon" della Parrocchia ben documentata nella sua opera devastatrice, è all'origine e causa dell'indagine archeologica. Nel documento di cui sopra veniva annotata con pignoleria la periodica comparsa di questo esercito sotterraneo e quindi ovviamente anche lo scrivente, fin dall'inizio del suo incarico come responsabile della Parrocchia, ha dovuto affrontarlo.

L'azione roditoria delle termiti era continua e i rimedi che erano stati tentati per arginarne l'azione erano risultati sempre inefficaci perché non attuati in modo "scientifico" e con la volontà decisa di bonificare l'ambiente. In precedenza, probabilmente anche per mancanza di mezzi finanziari adeguati, ci si limitava a operazioni di semplice messa al sole dei vari parati attaccati dai sempre attivi animaletti, senza alcun intervento sulle cause che alimentavano quella presenza così micidiale per i danni che provocava. Infatti, rimessi i paramenti nei soliti arredi lignei, solo apparentemente quasi uguali, ma sempre di più consunti dall'azione roditrice nascosta di quella famiglia di isotteri, ci si rassegnava a dare tale risposta al problema, consapevoli che non era certo quella operata la soluzione definitiva. Alla fine dell'estate del 1989 si decise un intervento che potesse essere risolutivo del problema. Su suggerimento di esperti della Soprintendenza ai B.A.A.A.S. si scelse la soluzione della "camera a gas". Dopo aver asportato dalla sacrestia gli oggetti indispensabili per lo svolgimento dell'azione pastorale e liturgica, veniva sigillato il locale per un tempo "biblico" canonico, quello di quaranta giorni, veniva irrorato su pavimenti, pareti, armadi lignei e parati un gas che avrebbe avuto l'effetto di liberare totalmente arredo e corredo del locale dall'azione corrosiva degli insetti. Portato a termine questo lavoro preliminare, l'intervento per la definitiva deumidificazione e riqualificazione della sacrestia, in base ad un progetto stilato dall'arch. Augusto Garau, prevedeva il risanamento delle strutture murarie e della pavimentazione e la realizzazione di un solaio che dimezzasse l'altezza dell'ambiente e consentisse il recupero di spazio per alloggiare al piano superiore una sorta di Museo del Tesoro della Parrocchia. Secondo gli esperti consultati, per l'isolamento del locale dalla sottostante aggressiva colonia di termiti sarebbe bastato rimuovere la bella "paratora" ottocentesca, asportare i parati e sistemarli altrove per il tempo necessario alla realizzazione delle opere murarie. Si procedette così al trasporto dei mobili in un laboratorio di restauro, anche per adattarli alla nuova collocazione che avrebbero avuto nella sacrestia restaurata e modificata. Il progetto di risanamento andò avanti con lo smantellamento del pavimento, costituito da pianelle cementizie messe in opera forse nei lavori di restauro realizzati sulla parrocchiale ad inizio del Novecento.

In questa prima fase dei lavori si trattava di rimuovere terra e materiali di riempimento per altri ottanta-novanta centimetri in modo da realizzarvi, in luogo della terra e dei detriti su cui poggiava il prece-' dente pavimento, una massicciata in pietrame, per poi mettere in opera un nuovo pavimento in marmo, tale da deumidificare tutto l'ambiente, impedendo la proliferazione delle termiti, che proprio in ambienti umidi hanno il loro habitat. Compiuto il primo intervento di trasferimento dalla sacrestia di tutto il suo corredo e ovviamente anche dei mobili, appena dopo l'Epifania, venivano avviati i lavori più specificatamente strutturali.

Era il 13 gennaio 1990 quando con picconi e demolitori si iniziò a buttar via i muretti divisori costruiti nell'anti-sacrestia, si proseguì con la rimozione delle pianelle cementizie, nella massima parte spezzate e assolutamente inservibili. Fin dall'inizio i lavori evidenziarono riferimenti ben precisi: si era in presenza di un'area archeologica importante. L'imboccatura di un pozzo, archi di scarico di sovrastanti Costruzioni, monete, frammenti di ceramica varia, con particolare riferimento a oggetti ascrivibili all'epoca paleocristiana, davano la certezza che si era sopra un sito in cui andava effettuata un'indagine attenta. Lo scrivente fu amichevolmente indirizzato verso una soluzione rapida e indolore dell'intervento, in modo che la Parrocchia non subisse un blocco o quanto meno un intralcio alle attività pastorali e liturgiche che la presenza degli archeologi avrebbe certo ingenerato. Per inciso va detto che nei pressi della chiesa parrocchiale era iniziata da diversi anni un'indagine archeologica sull'area di Sant'Agostino, creando problemi e polemiche di varia natura, nella gestione di quella chiesa che peraltro non era neppure sede di parrocchia.


Altro problema non secondario era il reperimento di fondi. Allo scrivente che andava chiedendo all'Amministrazione Comunale un sostegno finanziario che consentisse agli archeologi, come reclamavano, di portare avanti l'indagine, fu risposto che le risorse di cui disponeva il Comune erano destinate tutte alla chiesa di Sant'Agostino, "la chiesa dei mondiali", come testualmente affermato della dirigente dell'Assessorato Comunale competente interpellato.

(Per contestualizzare e comprendere questa sibillina risposta va ricordato che nel 1990 si svolsero in Italia i campionati mondiali di calcio e Cagliari era sede di un girone di qualificazione, nel quale erano presenti squadre inglesi, e si pensava di utilizzare quella chiesa monumentale della Marina, nel cuore della città, come luogo adatto a celebrazioni religiose, anche di respiro ecumenico).

Nonostante questo iniziale non favorevole approccio nei confronti della Civica Amministrazione, grazie soprattutto a interventi efficaci sulla stampa cittadina, si riuscì a sbloccare la situazione e si ottennero cento milioni di contributo comunale e uguale contribuzione fu erogata a favore della Parrocchia, dall'Istituto di credito Banco di Napoli. Questo importante Istituto bancario celebrava in quell'anno il centenario del suo arrivo a Cagliari, e nell'anteguerra la sua sede era proprio prospiciente la piazza della parrocchiale. L'edificio del Banco di Napoli, come molti altri attigui alla chiesa parrocchiale, vennero distrutti. Grazie all'amicizia personale con due funzionari del Banco e all'attenzione e sensibilità con la quale questi guardavano all'impegno che la Parrocchia andava profondendo per la riqualificazione del Quartiere del Porto, in tempi in cui la Municipalità sembrava non curarsene, l'Istituto, in memoria e omaggio alla sua storia, concedeva un suo contributo di cento milioni da usare per l'erigendo Museo del Tesoro di Sant'Eulalia. Quel contributo del Banco di Napoli si rivelò fondamentale, sia per la consistenza dell'aiuto, ma anche sotto il profilo morale, perché era un forte incoraggiamento a credere nella bontà dell'iniziativa e nella fattibilità del progetto intrapreso.

In quello stesso arco di tempo veniva approvata e finanziata una legge regionale di promozione e tutela dei musei privati. Quella legge I del 1992 prevedeva finanziamenti al 50% per la costruzione, l'arredo e il restauro di manufatti vari da esporre nelle nuove strutture museali. Grazie a questa legge si poterono avviare, in contemporanea con lo svolgimento dei lavori di indagine archeologica, quelli, ugualmente' importanti, di adeguamento dei locali della sacrestia e dell'ufficio parrocchiale da adeguare a struttura museale.

Un capolavoro della storia

Dopo non molte settimane dall'avvio dei lavori di scavo archeologico si aveva la conferma materiale dell'importanza del sito che si andava scavando Il progetto iniziale prevedeva la realizzazione di un solaio sull'area archeologica sottostante. Eseguiti i lavori di scavo in tutta l'area sottostante la sacrestia per circa due metri, si proseguiva nei lavori per la realizzazione dei plinti su cui costruire i pilastri.' di fondazione del nuovo solaio. Furono questi lavori a condurci alla prima importante scoperta, il rinvenimento di una strada lastricata di epoca romana. Intanto andavano avanti i lavori di indagine, soprattutto quelli sul pozzo. Questo, rinvenuto nella sua parte terminale appena sotto le pianelle rimosse dalla sacrestia, una volta sottoposto all'indagine e allo svuotamento dei detriti accumulativi, mise in comunicazione con una enorme cisterna. L'intervento, effettuato dal gruppo speleologico "Giovanni Spano" di Cagliari, veniva condotto esclusivamente nelle ore notturne e in totale gratuità, dato che il gruppo degli speleologo-archeologi che vi lavorava era costituito da volontari. Era un lavoro non facile, condotto ancor più quando del sito si conosceva pochissimo. L'intervento si dimostrò prezioso, non tanto per i materiali rinvenuti e ancor meno per la sua indagine stratigrafica che non' poteva esserci, quanto per la costruzione in sé del pozzo che consegnava elementi utili alla lettura complessiva dell'area. Quasi in contemporanea con questi lavori, nell'Archivio parrocchiale, ancora totalmente disordinato e privo di qualsiasi inventano, il Parroco rinvenne: un documento del 1612 che documentava lavorazioni fatte sul pozzo: gli storici lavori seicenteschi erano funzionali alla realizzazione del coro della chiesa parrocchiale. Le lavorazioni elencate nel documento e realizzate appunto nel 1612, avevano lo scopo di adeguare la chiesa al nuovo "status" ecclesiale che il Vescovo spagnolo Desquivel intendeva dare alla Parrocchia di Sant'Eulalia, consistente nell'erezione di Collegiata, ovvero di parrocchia retta da un capitolo di sacerdoti, con un presidente parroco. Per questa "promozione" della Parrocchia era indispensabile realizzarvi il coro per le funzioni che avrebbero dovuto svolgervi i componenti il nuovo capitolo di sacerdoti da insediarvi. Questo spazio maggiore sarebbe stato ottenuto inglobando nell'esistente ancora piccola chiesa parrocchiale la parte residuale di precedenti costruzioni, non meglio identificabili. L'inglobamento nel complesso chiesastico di queste precedenti strutture condizionarono decisamente il nuovo spazio liturgico, che sarebbe apparso nell'insolita anomala forma quadrangolare. Il documento rinvenuto in Archivio dettagliava quei lavori, gli oneri finanziari, la provenienza anche dei materiali utilizzati (i blocchi in tufo, per esempio, provenivano dalla area di cava di Palabanda in Stampace). Quel documento, con tutti i dati in esso contenuti, veniva confermato nella sua veridicità dal lavoro di scavo degli speleologo-archeologi. L'intervento di questi infatti portò allo svuotamento del pozzo per circa 10 metri e consentì la ti-mozione di un "tappo" di mattoni di circa 50 centimetri per lato che fungeva da collegamento con un'adiacente cisterna. Anche lo scrivente, con temeraria incoscienza, incoraggiato dagli allenati e esperti speleologi, scese nel pozzo a curiosare sulla nuova scoperta. Seppure con gran paura per possibili crolli si ritrovò a intravvedere questa nuova area che si rivelerà particolarmente ricca e suggestiva Lo svuotamento della intravvista cisterna avverrà diversi anni dopo, quando si rinvenne il collegamento della stessa la cosiddetta "saletta dei pescatori", sottostante l'area presbiteriale e oggi parte integrante dell'area archeologica, nel punto in cui questa si apre su via del Collegio.

Mentre i lavori sull'area archeologica procedevano regolarmente, veniva totalmente rivisto il progetto di copertura della parte scavata. Scartata l'ipotesi della costruzione del solaio su pilastri, perché questi ci avrebbero costretto a "bucare" la strada romana per cercare la roccia sottostante, ci si orientò per la realizzazione di un solaio sostenuto da travi in ferro da inglobare nei muri perimetrali. E così, con fatica e decisione e un anno di lavoro senza sosta, riuscimmo a realizzare la copertura di questa prima parte di scavo archeologico e soprattutto si uscì da uno stato di assoluta precarietà e si tornò ad un minimo di funzionalità restituendo alla Parrocchia lo spazio della sacrestia. Ad appena un anno dall'inizio dei lavori, il 16 febbraio 1991, questa era totalmente restaurata e sul pavimento, grazie ad un'originale creazione dell'architetto Augusto Garau, veniva realizzato un disegno geometrico, fatto con marmi di diverso colore che risultava la proiezione di quello che si ipotizzava fosse presente nella sottostante area archeologica, solo parzialmente messa in luce. I successivi scavi confermeranno la bontà dell'intuizione.

La Parrocchia non ha mai inteso come sua attività primaria quella di realizzare opere murarie, seppure finalizzate alla migliore conservazione della struttura chiesastica e ancor meno darsi agli scavi archeologici, nonostante la passione che poteva avere il suo Parroco pro-tempore per questi. Da diversi anni la Comunità parrocchiale svolgeva un'intensa attività di promozione sociale e culturale con iniziative varie, svolte peraltro in spazi abbastanza angusti e anche poco funzionali, ma ovviamente tutto questo con una visione pastorale non centrata unicamente sulla catechesi e sulla liturgia. Nel "saloncino" parrocchiale ci si inventava iniziative teatrali e musicali le più varie.

L'inizio degli importanti lavori sulla Parrocchiale coincidevano con l'exploit artistico di un gruppo di ragazzi che da anni svolgeva attività teatrale nel "saloncino" della Parrocchia. Il gruppo, in seguito alla acclamata partecipazione ad un concorso cabarettistico regionale, ottennero notorietà e successo: nasceva nella Parrocchia la compagnia Lapola, o La Pola, come inizialmente si denominarono. Assecondando il desiderio di questi ragazzi di esibirsi in un locale che assomigliasse un poco ad un teatro, si avviarono i lavori di totale ristrutturazione del saloncino su citato. Si pensava in grande. Il progetto prevedeva l'abbassamento del livello del pavimento del saloncino, cosi da realizzarvi una platea a scendere verso il palcoscenico, come in genere sono strutturati anche i teatri di "piccolo calibro" come era questo, con la realizzazione di una soprastante galleria. Tutto questo però senza fare i conti con gli "antenati". Si era ancora alle prime indagini e non si avevano dati precisi per ipotizzare una vasta area archeologica che includesse anche la struttura del teatro. Sotto il pavimento del saloncino invece emersero delle preesistenze murarie importanti (poi si ipotizzerà potesse essere stato un edificio-palazzo romano o altro di epoca medievale) e anche in questo caso fummo obbligati a rivedere totalmente il progetto, ridimensionandolo e adeguandolo ai ritrovamenti archeologici. Anche i lavori nell'area del saloncino non furono privi di sorprese. Sotto il palcoscenico, in un'area esterna alla chiesa e adiacente alla cappella interna a questa, quella del Crocifisso, fu rinvenuto un capiente ossario, realizzato in blocchi ben lavorati e capace di almeno duecento teschi, oltre che di un'infinità di altre parti residuali ossee umane. Era "l'ossario" nel quale venivano deposti, dopo riesumazione, i resti dei corpi sepolti nelle diverse cripte presenti nella chiesa, soprattutto in quella più importante, quella che era scavata sotto la navata centrale, il "carnero" della Congregazione del SS. Sacramento. Da documentazione poi rinvenuta risulterà 11 costruito a spese di questa Arciconfraternita nel 1755, per seppellirvi soci e socie del seicentesco sodalizio parrocchiale Non molto distante dal luogo della cripta-ossario ritornava alla luce, da un muro di fondazione, insieme a reperti vari di minore consistenza, un frammento notevole di statua di sacerdote isiaco. A distanza di anni di distratta considerazione del reperto, anni nei quali il Parroco comunque conservava il manufatto trasferendolo di luogo in luogo a seguito dell'ampliarsi dello scavo archeologico, grazie ad un archeologo-visitatore del nostro Museo del Tesoro, nel frattempo già aperto al pubblico, quel frammento veniva giudicato importante e sistemato proprio all'ingresso dell'area archeologica, ormai musealizzata. Quel rinvenimento e la sua "testarda" custodia frutterà alla Parrocchia la somma di 17.429,13 di euro, erogata nel dicembre del 2002, quale premio di rinvenimento dal Ministero competente, come da legge dello Stato.


La sensibilità del sindaco Dal Cortivo

Intanto, udite! udite!, il Comune di Cagliari, che in precedenza aveva definito l'area archeologica di Sant'Eulalia "soltanto" una antica discarica sulla quale era spreco di soldi pubblici effettuarvi dei lavori, si converte e, nella persona del suo nuovo sindaco Roberto Dal Cortivo, recupera dei fondi e stanzia, un contributo di trecentocinquantanove milioni di lire per il completamento della prima parte di indagine archeologica, quella riguardante l'area sottostante la sacrestia. L'iter burocratico per l'approvazione del progetto, la gara di appalto e il successivo trasferimento in subappalto ad altra ditta per l'esecuzione dei lavori conosceranno tempi lunghissimi (almeno per noi che si era abbastanza impazienti e curiosi). A fronte di una promessa di intervento del 1992 i lavori riprenderanno solo nel 1995 e verranno portati a compimento il 19 aprile 1997. L'area interessata a questa prima indagine archeologica non era di molto superiore ai centocinquanta metri quadri e per giunta, almeno per metà, con lavori di prima indagine già eseguiti con fondi messi a disposizione dalla Parrocchia.

Mentre con appalto pubblico si andavano realizzando, come appena detto, i lavori di indagine archeologica nell'area sottostante la sacrestia della Parrocchiale, all'esterno si metteva mano alla sistemazione e riqualificazione della piazza antistante e adiacente la parrocchiale. Nel maggio del 1996, durante questi lavori, finalmente si arrivava a localizzare il documentato, ma mai individuato "cisternone", realizzato nel 1857. Si sapeva, da dati di Archivio, di questa opera realizzata su progetto dell'architetto cagliaritano Gaetano Cima. Questo notevole deposito d'acqua fu voluto dall'Amministrazione cittadina a metà dell'Ottocento per approvvigionare gli abitanti del quartiere del Porto e, durante la seconda guerra mondiale, veniva sbrecciato nei bombardamenti, divenendo peraltro rifugio affollatissimo contro gli stessi per gli abitanti del quartiere. Al termine del conflitto mondiale il "cisternone" fu trasformato in discarica e quindi riempito con i detriti dei palazzi vicini distrutti dallo "spezzonamento". In seguito al rinvenimento su accennato, la Parrocchia, con finanziamento proprio, si impegnava a rimuovere le macerie ivi abbandonate e a rendere fruibile la struttura. Furono portati a discarica oltre cinquecento metri cubi di terra e pietrame. Il monumento, impiantato sui resti di un'antica cisterna romana, in gran parte resettata dai lavori del Cima, fu restituita alla città nella sua bella architettura quasi chiesastica, dalla bella copertura con volta a vele: resa accessibile e riqualificata, divenne uno spazio espositivo suggestivo. Realizzando infatti un collegamento con l'adiacente campetto dell'Oratorio e costruendo una scala interna per consentire l'accesso al piano di calpestio del cisternone, posto a circa sei metri dal livello della piazza, ci si dotava di un altro sito importante, con i suoi circa cento metri quadri di superficie. Inaugurato il 30 dicembre 1997 divenne spazio poi utilizzato per mostre e altre iniziative artistico-culturali di diverso tipo.

Riprendendo il filo del racconto degli scavi nell'area della parrocchiale c'è da dire che alla fine dell'estate del 1997, a qualche mese dall'apertura al pubblico della prima parte degli scavi realizzati sotto la sacrestia e l'ufficio parrocchiale, si dava avvio ai lavori di risanamento e riqualificazione completi della chiesa. Agli inizi del mese di settembre del 1997 veniva chiusa l'area del presbiterio e isolata dalla navata antistante nella quale veniva allestito un altare provvisorio per le celebrazioni. Iniziavamo quegli importantissimi lavori di deumidificazione di tutta l'area presbiteriale per proseguire con quelli di adeguamento della stessa alle nuove norme liturgiche, dettate dal Concilio Vaticano TI.

Furono quelli i lavori che ci diedero ulteriori e importanti indicazioni per capire meglio i problemi circa la "salute", e ancor più riguardo alla "malattia" del corpo chiesastico.

In questo intervento sul presbiterio fu asportato tutto il pavimento in marmo e smontato l'altare maggiore. Questi lavori e tutti i successivi effettuati sui manufatti marmorei della chiesa parrocchiale verranno eseguiti con competenza e tempestività dalla ditta marmoraria dei fratelli Massimiliano e Marcello Desogus. Lo scavo nell'area del presbiterio diede subito interessanti risultati. All'altezza dei gradini delimitanti questo spazio liturgico veniva messa in luce una scaletta di collegamento con una cripta cimiteriale che occupava quasi totalmente l'area sottostante. Era una cripta cimiteriale che dai documenti d'archivio si stabilirà risalire al 1757 ed era riservata alla sepoltura dei sacerdoti della Collegiata. Era stata costruita appena dopo quella imponente, e già citata, ricavata sotto a navata e, come sopra detto, di pertinenza della Congregazione del SS. Sacramento. In quest'area cimiteriale sotto il presbiterio venivano rinvenute sette "sepolture" che potevano essere forse delle ricomposizioni di ossa provenienti da diverse inumazioni precedenti. Le ossa residuali rimosse da questa seconda sepoltura venivano riposte nell'ossario della chiesa del Santo Sepolcro. Completato l'intervento per la rimozione delle sepolture si provvedeva alla demolizione della cripta, trovata peraltro scapezzata e abbastanza manomessa, e si proseguiva nei lavori di scavo in ampiezza e in profondità. Durante queste lavorazioni di smontaggio dei muri della cripta, poggianti sulle strutture murarie sottostanti e facenti parte di un grande edificio medievale, riemergevano anche le fondazioni della parte di presbiterio antistante il coro, esattamente quella sotto il soprastante altare "maggiore". Consistevano in "pilastri" realizzati con paletti di ginepro infissi nella terra costipata. Ad un livello appena inferiore a queste fondazioni veniva rinvenuta una piattaforma quadrangolare realizzata in blocchi di notevoli dimensioni. Non si diede alcuna identificazione della struttura, e questo si ripeterà anche per altri rinvenimenti. In questo caso specifico l'enorme mole di materiali emersi, non facilmente né celermente sottoponibili a studi, insieme alla abituale e proverbiale lentezza che caratterizza i pronunciamenti degli archeologi possono essere la causa e la spiegazione della mancata identificazione. Detto incidentalmente, forse è malattia congenita alla massima parte degli archeologi aspettare indefinitamente ad emettere un qualche pronunciamento, preferendo il non parlare e ancor meno scrivere a fronte di una possibile successiva smentita, come è normale avvenga in qualsivoglia umana ricerca, anche su tematiche ben più sensibili. Potrebbe forse essere di interesse una notizia fornita allo scrivente da una ricercatrice, Maria Bonaria Urban, e da questa studiosa ricavata da un documento conservato nell'Archivio della Corona d'Aragona a Barcellona. In quel documento si farebbe cenno ad un piccolo campanile addossato alla prima chiesa di Sant'Eulalia. Purtroppo non si è in grado di fornire documentazione in copia né localizzazione d'Archivio utili all'accertamento della notizia.

Rinvenuta questa piattaforma, in questo caso come in diversi altri, si scelse di andare in profondità e la ragione va anche riposta sostanzialmente, seppure non in maniera esclusiva, nel fatto che scopo primo e fondamentale dei lavori erano il risanamento e consolidamento di un corpo chiesastico che in tempi non lontanissimi aveva rischiato il crollo.

Ai primissimi dell'Ottocento, come dal sottoscritto documentato in altro lavoro, addirittura si ipotizzò la chiusura e il trasferimento della parrocchiale nella chiesa gesuitica di Santa Teresa di Piazza Dettori. A distanza di un secolo, a partire dal 1908, il rischio si ripresentò e in questo caso si intervenne con un importante lavoro di restauro e consolidamento, condotto dall'ing. Riccardo Simonetti del Comune di Cagliari. Quell'importante intervento migliorò la statica della costruzione, seppure non proprio la sua salute, e come conseguenza visiva e non solo, propose una definitiva e irreversibile alterazione delle linee seicentesche della chiesa.

TI proseguimento dello scavo, condizionato da questa volontà di restituire salubrità alla chiesa, portò alla rimozione di quella piattaforma rinvenuta, ma questa lavorazione consentì di mettere in luce l'ingresso e l'androne di un grande edificio altomedievale, caratterizzato da una struttura architettonica ortogonale. Nell'area di questo notevole edificio, che risulterà l'emergenza più imponente di tutta l'area archeologica, si proseguiva con la messa in luce completa del basolato, già rinvenuto nella strada romana ma che andava oltre questa, e di due vasche. In seguito all'esame più attento dei reperti, comprendenti anche scarti di lavorazione, si ipotizza che i due manufatti in questione siano stati funzionali ad una sorta di piccola fabbrica di ceramiche. Nei primi anni dello scavo invece, anche in considerazione del fatto che nell'ambiente del pozzo fu rinvenuto un numero notevolissimo di corna, soprattutto di montoni, si ipotizzava fossero state delle "mangiatoie", utilizzate come abbeveratoi per animali in una sorta di stalla. In base a quella prima ipotesi l'area avrebbe conosciuto una nuova destinazione d'uso, mentre i risultati ultimi condurrebbero a inquadrare il sito nell'ambito di un'attività produttiva, quella artigianale della ceramica come detto, da datare a tempi più antichi. Per quanto riguarda il grande edificio altomedievale occorreranno studi approfonditi per identificarne la natura, per accertare cioè se sia stato un monastero o un alloggiamento per militari, o qualcos'altro.

Individuata l'imboccatura della grande cisterna, intravvista mentre si lavorava sul pozzo, la si vuotava totalmente. La cisterna nella sua realizzazione appartiene al "momento" romano del sito e non è da escludere possa essere stata anche funzionale alla fabbrica delle ceramiche. Era certamente la grande capienza a caratterizzare questa suggestiva struttura ipogeica, ma nell'indagine risultarono di interesse anche le varie vicende della stessa. Si è potuto accertare che fu costruita come deposito d'acqua, collegato alla rete dell'acquedotto romano, ma poi trasformata come luogo di raccolta delle acque piovane provenienti dai tetti della chiesa, e così utilizzata anche in tempi non lontanissimi. Infatti, quando fu ampliata la chiesa, con la costruzione del coro, la cisterna tini sotto l'area di questo e quindi non più esterna alla chiesa e accessibile dalla popolazione. Inglobata nel corpo chiesastico, gli stessi costruttori del coro, per non perdere la fruibilità della capiente cisterna, applicando il sistema dei vasi comunicanti, realizzarono, esternamente al muro perimetrale della sacrestia, un pozzo profondo circa sei metri, collegato attraverso un cunicolo all'antico deposito romano. Questo complesso intervento idraulico consentiva alla popolazione di poter ancora attingere l'acqua piovana della cisterna per gli usi domestici. La visita alla sottostante cavità, di grande fascino, ancora oggi avviene tramite una scala in ferro sistemata in questo pozzo, che ricade oggi all'interno della strada romana. Ovviamente anche in questa parte dell'area archeologica riemersero una quantità notevolissima di reperti. Mentre i lavori sull'area presbiteriale proseguivano e interessavano, come detto, anche la zona ipogeica, si andava avanti anche nel risanamento della parte alta, e cioè quello riguardante le mura superiori perimetrali del presbiterio e la cupola seicentesca. Si era insomma molto avanti della finitura dei lavori di restauro di tutta l'area presbiteriale.

A questo punto ci si pose con chiarezza il problema del risanamento, riqualificazione e quindi dell'adattamento alle nuove esigenze liturgiche, della parte più ampia della chiesa, la navata cioè e cappelle laterali. In seguito ad una visita in Parrocchia dell'Arcivescovo Mons. Alberti, avvenuta nel mese di agosto del 1998, fatto un sopralluogo alla chiesa del Santo Sepolcro, si decise di chiederne la riconsegna alla Soprintendenza ai Monumenti, la quale da molti anni vi eseguiva episodici e lavori di restauro e risanamento. D'accordo con l'Arcivescovo si decideva di eseguirvi gli ultimi lavori necessari per la riapertura al culto della chiesa cosi da trasferirvi la sede della Parrocchia. E così, all'inizio del mese di novembre, il Parroco e una trentina di parrocchiani con lui, di buona iena, si diedero a sgomberare le macerie varie lì accumulate dall'impresa che per anni aveva avuto in carico quella chiesa, sottoposta a restauro. La Soprintendenza competente, sollecitata anche dall'Arcivescovo, riconsegnò alla Parrocchia la chiesa del Santo Sepolcro, seppure a prima vista questa apparisse in condizioni decisamente inadeguate ad essere sede, pur momentanea, della Parrocchia. Ai parrocchiani però non mancava il coraggio. Realizzato un provvisorio impianto di illuminazione, furono sistemate alla buona le finestre ancora prive di vetri e, ridecorato e sistemato nel presbiterio l'altare ligneo, asportato dalla cappella della Madonna di Lourdes, rimossa questa perché ritenuta di cattivo gusto e in totale contrasto con le linee del monumento, si era in condizioni di potervi riprendere le celebrazioni. Fu riadattata la Sacrestia, nel frattempo trasformata in sala mensa durante la permanenza in quei locali delle Missionarie della Carità di Madre Teresa di Calcutta e si era così in grado di alloggiarvi la sede della Parrocchia con un minimo di strutture di supporto. Veniva quindi riaperta al culto una chiesa che era stata sempre molto cara, soprattutto ai cagliaritani doc. Presentata al pubblico, tramite stampa, il dieci dicembre di quell'anno 1998, veniva solennizzata la fine dei lavori di restauro con un applauditissimo concerto gospel tenutovi il 20 dicembre successivo dall'apprezzato gruppo americano dei "Fontella Bass" di Saint Louis. E finalmente, con la Santa Messa della mezzanotte di Natale, si riprendevano le celebrazioni, con una intensa e commossa partecipazione di tanti che, solo pochi anni prima, avevano disperato di rivedere riaperta l'antica e suggestiva chiesa. La suggestiva chiesa della gloriosa Arciconfraternita non solo era stata salvata da un degrado che solo qualche anno prima era apparso inarrestabile, ma veniva restituita all'attività liturgica e pastorale, come sede temporanea della Parrocchia, come già era stata nei primi anni del dopoguerra.

Sull'avvio del grande entusiasmo che aveva coinvolto tanti nella riapertura della chiesa, appena dopo le feste natalizie, ripresero i lavori nei tre separati ambienti dell'area ipogeica, già individuate e in parte indagate, esistenti nell'area sottostante la navata e sotto il cosiddetto "cappellone". I lavori consistevano nel liberare queste costruzioni ipogeiche da detriti vari accumulativi agli inizi dell'Ottocento a seguito del decreto napoleonico di Saint Cloud che regolamentava le sepolture. In seguito a questo decreto fu smantellato il cimitero esistente nello spazio antistante la chiesa e, ormai non più fruibile neppure la cripta esistente sotto la chiesa, vi si riversò quanto rimosso dall'area cimiteriale esterna. Questa area cimiteriale interna alla chiesa veniva quindi obliterata con la realizzazione di un nuovo pavimento marmoreo Tutto questo avveniva nel 1829, come inciso sul gradino di accesso alla cappella della Pietà o "cappellone": era l'anno di apertura del nuovo cimitero, costruito fuori città, sotto il colle della basilica di N. S. di Bonaria.

I lavori sulla cripta erano stati avviati dalla Soprintendenza da diversi anni, ma condotti con esasperante lentezza, almeno rispetto ai ritmi con cui lavorava la Parrocchia. Questa, tra Natale e Pasqua, li portò a compimento e, sistemato il pavimento con idonei materiali che rispettassero l'area cimiteriale e la rendessero visitabile e fruibile anche per iniziative artistico-culturali, si completò il recupero del corpo della chiesa, creando anche un collegamento, attraverso una botola di collegamento con la zona ipogeica.

La partecipazione degli studenti scavatori

Ovviamente i lavori più importanti, per parroco e parrocchiani, restavano quelli riguardanti la parrocchiale: continuava a concentrarsi in questa il massimo sforzo. Già a datare dal mese di maggio del 1999 si era dato avvio alla rimozione di tutti i marmi presenti nella chiesa madre, dai pavimenti della navata e delle cappelle a tutti i marmi di queste ultime. La chiesa era stata così alleggerita di tutti i marmi. Quelli delle sontuose cappelle barocche venivano accuratamente smontati e portati in laboratorio e gli altri, in tempi nei quali la Congregazione del SS. Sacramento aveva consapevolezza di essere un sodalizio parrocchiale e ne rispettava lo statuto che la impegnava a usare i suoi notevoli mezzi finanziari anche e soprattutto per il decoro della Parrocchia, venivano riposti nei locali presenti nel cosiddetto "Ossigeno". Si era arrivati cosi ai primi di agosto di quello stesso anno quando, con una convenzione tra Parrocchia, Soprintendenza Archeologica competente e Università degli Studi di Cagliari, si stipulava un impegno di collaborazione per portare a compimento i lavori avviati. Con questo accordo, la Parrocchia, continuava a farsi carico degli oneri finanziari per la conduzione dei lavori, alla Soprintendenza restava la direzione degli stessi, seppure gli archeologi, impegnati in cantiere, venissero assicurati e stipendiati dalla Parrocchia. L'Università avrebbe collaborato con la partecipazione di studenti tirocinanti o specializzandi che avrebbero prestato la collaborazione a titolo gratuito. La cosa più encomiabile, insieme alla passione e interesse dimostrati dalle archeologhe responsabili, Donatella Mureddu e Rossana Martorelli, sicuramente risulterà la collaborazione generosa di questi gruppi di studenti universitari, che non ricevettero alcuna retribuzione dalla Parrocchia se non l'offerta, al termine di ogni quindicinale turno di presenza, di un po' di pasticcini offerti dal sottoscritto. Potendoci ormai sorridere, dopo quegli anni di grandi difficoltà, non disgiunti da "attimi" di autentica angoscia, derivanti dalla crescita esponenziale dei debiti, ma anche in risposta a tante amenità dette e scritte, c'è da dire che la Parrocchia non fu certo invasa da un fiume di pubblico denaro. Di denaro "pubblico" alla Parrocchia arrivò "presque rien", direbbero i transalpini, "giai nudda", per dirla con un'espressione formulata in lingua madre!

Detto questo, sottolineata e lodata questa azione sinergica portata avanti anche con momenti di tensione che scaturivano da difficoltà che si riproponevano ogni giorno, aggrovigliandosi e apparendo talvolta quasi non risolvibili, il resto della storia la racconta quello che oggi ciascuno può constatare visitando il percorso. Qualche considerazione va fatta su questi lavori e su quegli anni, con atteggiamento riflessivo certo, ma anche consapevole come sia difficile esprimerle rifuggendo totalmente la polemica, ma, nonostante questa, con l'intento comunque di rendere un ulteriore servizio alla verità e alla dignità della Parrocchia della Marina.

Non si può non constatare che i lavori fatti su tutto il corpo chiesastico, insieme allo "stile" dato alla Parrocchia, quello cioè di una Comunità che accoglie e che promuove, hanno costituito e speriamo continueranno a essere la peculiarità della Collegiata di Sant'Eulalia. La riqualificazione e promozione del quartiere però sono anche passati attraverso la riapertura dell'antica chiesa del Santo Sepolcro. Il suo recupero si dimostrò fondamentale grazie ai dati emersi dalle indagini e dagli studi fatti sul sito, ma soprattutto per la restituzione alla città di un monumento straordinario di arte e di storia. A distanza di anni ormai, essendo stato protagonista di quei fatti, chi scrive non può non sorridere su quanto fu detto e scritto da certi "dissertatori della carità" e difensori della presenza lì a tutti i costi negli insalubri e inadeguati locali del Santo Sepolcro, delle Missionarie della Carità. Il sottoscritto, mosso esclusivamente dalla volontà di servire e promuovere un quartiere, unanimemente ritenuto tra i più degradati della città, veniva tacciato di volerlo trasformare in un salotto. Questi è invece sempre più consapevole che non è facile il servizio ai poveri e con i poveri, ancor più qualora chi si sforza a renderlo, lo fa con il lavoro quotidiano, senza demagogia e anche senza il supporto dei soldi della Curia e dell'Amministrazione cittadina. Pare di poter dire che, non certi crociati parolai della carità e quegli altri che millantano ad ogni piè sospinto meriti inesistenti sulla promozione del territorio, ma la Parrocchia "di quegli anni" ha lavorato per il cambiamento e l'arricchimento del Quartiere del Porto. Queste considerazioni andavano fatte non tanto perché sia reso onore al merito, quanto per liberare il campo da cialtronesche e demagogiche intemperanze che continuerebbero a fare danno alla vera crescita della comunità.

Chi scrive ha scelto di fare queste affermazioni in modo esplicito e pubblico, in modo che chi ha altre verità documentabili e opposte possa farlo e tutto questo soprattutto contro il vezzo così diffuso di millantare o denigrare, espressioni piuttosto di furberie e di invidia. Si intende con energia ribadire che la Parrocchia di "quegli anni" non ha certo svolto la sua azione attingendo in allegria e libertà ai fondi della Curia o prosciugando le casse della Pubblica Amministrazione. E parimenti con orgoglio che chi scrive attribuisce a quell'impegno valenza ecclesiale, al di là di certa visione gretta dell'attività pastorale, funzionale solo ad un non meglio precisabile servizio "spirituale. "Quella" Parrocchia intendeva il Vangelo quale messaggio e azione di liberazione dell'uomo e di promozione del suo vivere, a prescindere.

Per diversi decenni, nel dopoguerra, il Quartiere del Porto non ha goduto di particolare considerazione e lo si giudicava oltre che privo di radici, marginale nei confronti del cuore della città. Oggi non è certo così.

A margine di queste amare riflessioni c'è da augurarsi che si prosegua nella promozione e valorizzazione di un quartiere con potenzialità ancora da esplorare e far emergere. Chi scrive è anche ben consapevole della lezione di civiltà e di accoglienza, di dialogo e di amicizia Che la Parrocchia ha dato, al di là della semplice custodia di una ricchezza materiale.

Certo il Museo, ricavato nell'Area archeologica di Sant'Eulalia aspetta di essere arricchito con il restauro della parte più pregevole della mole dei reperti rinvenuti, anche per giustificare i soldi impegnati per allestire gli espositori, così come andrebbe perseguito il progetto di dotare la struttura museale di strumentazioni moderne, per rendere il sito più appetibile per i visitatori e, per quanto si potrà, didatticamente più efficace nel suo ruolo pedagogico, non solo nei confronti degli studenti. Ovviamente a chi ha lavorato e dato a quella Parrocchia lo "stile" che l'ha fatta apprezzare al di là della condivisione "ideologica", apprezzata soprattutto in questo nostro tempo del diffuso "credere senza appartenere", piacerebbe vederla ancora Comunità aperta e accogliente, impegnata con liberalità evangelica a promuovere quel territorio anche come messaggio alla città intera.


Fonte: Gianfranco Murtas
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