Gianfranco Murtas

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Fabio Maria Crivelli, il mestiere del giornalista-cronista rivelato in un suo articolo di sessant’anni fa su “L’Unione Sarda”

di Gianfranco Murtas


Io ho doveri permanenti di pura, morale affezione verso Fabio Maria Crivelli. Mi sforzo di raccogliere i materiali per raccontare di lui e onorare l’affezione, volta a volta, e in questo autunno 2020 ricordo d’essere giunti ormai al sessantesimo anniversario di un evento che certo molto contò nella esperienza di intellettuale, non soltanto di giornalista, del direttore. E credo di poter dire anche che esso molto contò nel suo definitivo radicamento sardo.

Assegnata a Giovanni Spadolini, nel febbraio 1955, la direzione del bolognese Il Resto del Carlino, che qualcuno aveva sussurrato potesse invece andare a lui, da un anno soltanto alla testa del quotidiano di Cagliari, per Crivelli – che intanto aveva nell’Isola implementato la sua famiglia (Massimo nel 1956, Ornella nel 1958) – la traduzione scenica, al teatro Massimo, del suo dramma Questi nostri figli, con quanto il giornale poté accompagnarla (avvenne con uno speciale di due pagine che ripartì o condivise lo spazio con La giustizia di Giuseppe Dessì, dramma anch’esso portato di teatro in teatro nell’Isola intera – da Cagliari a Nuoro a Sassari, e anche ad Ozieri, Tempio Pausania e Carbonia), chiuse un doppio capitolo: certamente quello delle rappresentazioni – otto-nove anni dopo le mitiche prove di Ruggeri Ruggeri – ma soprattutto, sul piano privato/professionale, quello dei “radicamenti” isolani. Dunque – i Sorcinelli permettendo – Sardegna per sempre, sarebbe stata per sempre e per le generazioni avvenire.

Dello specifico evento teatrale mi riservo di trattare, se ne sarò capace, fra qualche settimana, come a voler saldare quel ricordo alla celebrazione, d’obbligo antiretorica, del centenario (sarà il prossimo gennaio 1921) di nascita di Fabio Maria Crivelli.

Ma, appunto, oggi è su altro che vorrei riportare l’attenzione, spero l’interesse, di chi legge. Ad un articolo piuttosto raro, per la tipologia o la tematica, che egli firmò su L’Unione Sarda del 31 agosto di quel 1960. Il ritratto di un collega, un collega di speciale valore, anche lui uomo di libri – tale si rivelerà con molta lode – e non soltanto di giornali, Giuseppe Fiori cioè, che viene trasposto in quello, ideale e materiale ad un tempo, del giornalista/cronista chiunque egli sia, degno della qualifica.

Era capitato che Fiori, nella redazione del giornale di Terrapieno dalla ripresa delle pubblicazioni, o poco dopo, nella “normalizzazione” redazionale post giugno 1946, fra la direzione (breve sei mesi) di Giuseppe Susini e quella (lunga sette anni) di Giulio Spetia, fosse risultato fra i vincitori della quinta edizione del concorso letterario detto “premio Grazia Deledda”. Fu un successo meritato di Sonetaula “un’indagine sulla società barbaricina” come titolò il giornale anticipando un ampio stralcio dell’opera. Mario Ciusa Romagna partecipò allo “speciale” come critico letterario e della giuria nuorese ancora presieduta dal fondatore Marino Moretti. Con un commento titolato “Una prosa essenziale”, Crivelli con un corposo “Qualcosa di noi”.

Ecco di seguito lo scritto del direttore che a me pare di poter collocare, per stretta parentela, ad un particolare esercizio… di penna che, nel corso proprio dell’intero 1960, Crivelli s’era imposto: non più gli editoriali, in specie domenicali come aveva fatto e come avrebbe ancora fatto in seguito (e soltanto con qualche vacanza), ma un fondino quotidiano sotto la testatina di “Fatti del giorno”, naturalmente in prima pagina. Si tratta dunque di circa duecento pezzi di cui in appendice a questo mio scritto d’oggi, e recando così collaborazione ad un prossimo biografo, riporto i titoli (da febbraio a dicembre).

Come in altre occasioni ho avuto modo di rilevare, v’era nella personalità di Fabio Maria Crivelli, pur metodica e assolutamente disciplinata, nonché carica sempre di un senso di responsabilità del collettivo cui trasmettere metodo e disciplina, la necessità di rompere, di tanto in tanto, la routine, ed inventare anche per sé, oltre che per il giornale del quale era divenuto in progressione, per competenza, merito e risultato, il dominus, spazi innovativi e modalità di maggior gusto od apprezzamento da parte del pubblico dei lettori. Ciò fece, ad esempio, fra il 1957 ed il 1958 ed ancora nel 1964, astenendosi per il più dai ritmi dell’editorialista per sposare quelli del colloquio con i lettori. Ne ho scritto piuttosto dettagliatamente in Fondazione Sardinia l’8 novembre 2017: Quei “dialoghi con i lettori” di Fabio Maria Crivelli direttore de L’Unione Sarda dal 1954 al 1976 (e dal 1986 al 1988). Ma così anche, facendone lavoro collettivo, con gli inserti che via via, già dai suoi primi anni di direzione, ideò e confezionò, rivelando il valore aggiunto che la sua direzione seppe dare al quotidiano cagliaritano (all’inizio ancora contrastato nell’edicola, sul fronte cattolico, dal diocesano o interdiocesano Il Quotidiano Sardo a direzione Giuseppe Lepori poi Italo Montini).

Ecco l’articolo di Crivelli.

Qualcosa di noi. Fiori e non solo Fiori

Giuseppe Fiori è uno dei tre vincitori del Premio Deledda di quest’anno.

Giuseppe Fiori, ma noi continueremo a chiamarlo Peppino, fa parte della nostra équipe, e tocca ad uno dell’équipe quello che è il compito più ingrato, più difficile, che possa essere chiesto ad un giornalista. Il compito di parlare d’un altro giornalista.




Sul giornalismo e su chi fa questo mestiere sono state dette, e si dicono, molte cose. Alcune vere, alcune immaginarie, alcune completamente false. Ma quasi sempre esse sono state dette da altri, da chi non appartiene al nostro mondo, da chi non vi ha mai fatto realmente parte. Del resto la nostra è una professione largamente generosa, essa concede l’uso e l’abuso del titolo a chiunque lo voglia. In Italia vi sono migliaia di persone che si presentano e si qualificano come giornalisti, migliaia di persone che in buona fede si ritengono tali per aver scritto qualche articolo sulla Gazzetta dei frutticoltori o sulla Voce dei carpentieri: ma i giornalisti veri, quelli che fanno il mestiere che concretamente dà diritto alla qualifica, sono meno di cinquecento: e sono in genere quelli che non scrivono mai “giornalista” sulla propria carta da visita. Fra questi cinquecento, e forse meno, c’è Peppino Fiori. E ad uno che fa parte della stessa équipe riesce oggi maledettamente difficile dire qualcosa, perché noi che di fronte a tutti gli altri non abbiamo né esitazioni, né timori, né pudori, di fronte a noi stessi, di fronte ad uno di noi, ci sentiamo scoperti, vulnerabili, perché è qualcosa di noi, fatalmente qualcosa di noi, che viene in luce, che il discorso tradirà, che metterà su quella ribalta dove ogni giorno mettiamo gli altri e dove mai noi, assolutamente, vogliamo salire.

Il giornalista è anche un uomo; ma l’uomo ha una sua vita ch’egli quasi sempre dimentica nell’anticamera della redazione, assieme all’ombrello e al cappello. E se così non fosse, se egli automaticamente non eseguisse ogni giorno il suo sdoppiamento, questa professione gli diventerebbe impossibile, ed egli dovrebbe dedicarsi ad altri mestieri e diventerebbe un uomo normale, tranquillo e felice. Ma difficilmente chi un giorno, e quasi sempre nell’incoscienza della giovane età, ha varcato la soglia di una redazione, sarà capace di tornare indietro: non almeno di un sua spontanea volontà. Perché il vero giornalista non saprebbe mai essere un uomo come gli altri, soprattutto egli non saprebbe mai essere un uomo felice. La sua vocazione è quella di un’amara, inconfessata, perenne ed allegra tristezza; è la vocazione a riconoscersi ogni giorno nello specchio spietato che riflette un mondo caotico e dissennato, è la tendenza imperiosa e alquanto folle a fermare in ghirigori sbiaditi la mutevole ed eternamente cangiante realtà. E ogni giornalista che abbia qualche anno di mestiere non è mai giovane, anche se la sua carta d’identità dica il contrario: perché nella fallace convinzione di essere solo un distaccato osservatore di ciò che gli passa sotto gli occhi egli finisce, ogni giorno e ogni notte, con ‘assorbire in se stesso qualche stilla di tutti i dolori, tutte le tragedie, tutte le innumerevoli follie di cui l’umanità è quotidiana protagonista. Ma non se ne avvede, non ne sarà mai convinto. La più radicata illusione che vive in ogni giornalista è quella secondo la quale egli è sempre un osservatore distaccato, obiettivo, perfino cinico. In verità, se esistesse una macchina radiografica adatta e ognuno di noi vi venisse esposto chiunque potrebbe scorgervi, impastati e filtrati dall’inchiostro e dall’antimonio, i segni di innumerevoli storie penose, le cicatrici di tragedie viste da vicino, i rimpianti per un articolo, per una cronaca, per un particolare che ci hanno sconvolto, che ci hanno tradito, che ci hanno scosso nella fibra più remota.

E ognuno di noi rivelerebbe il più angoscioso dei nostri segreti, la delusione profonda, inguaribile, quella che ci trascineremo fino alla tomba, per tutti gli articoli che volevamo scrivere e non abbiamo mai scritto, per le creature incontrate un attimo e subito perdute prima che avessimo il tempo di metterle sulla carta, per tutte le occasioni in cui del nostro mestiere avremmo potuto, una volta, usare per qualcosa di più solido, di più duraturo, di più necessario. Una vasta, inguaribile cicatrice incisa e vieppiù allargata dal continuo e frenetico correre del tempo, fatto per noi di brevi notte, di albe mai viste, di giorni per sempre perduti nel novero di una comune, formale, felice vita umana.

Ecco perché un giornalista non sa e non vorrebbe parlare di un altro giornalista. Perché sa di lui quello che gli altri non sanno, perché conosce il male e il bene, la pena e il tormento che s’annidano nelle pieghe di una vita di cui gli altri non hanno la più piccola intuizione. Gli altri che al giornalista guardano con l’inconfessata e inconscia paura che ogni uomo prova davanti ad un obiettivo di cui conosce la spiegata e fredda inumanità; e certo resterebbe scandalizzato e deluso se qualcuno gli provasse che dietro quell’obiettivo esiste, dolorosamente esiste, anche un’anima.

Peppino Fiori è uno di noi. Fa parte di questa équipe che ogni notte prepara questo giornale, che si sforza, nel gioco logorante dei minuti che passano e delle notizie che incalzano, di cogliere l’immagine meno imperfetta e meno superficiale da fissare sulla carta, che si sforza, in una continua e talvolta incompresa fatica, di tradurre in termini validi per ciascuno dei molti lettori di questo foglio la realtà multiforme, aggrovigliata, indecifrabile che il mondo e la vita degli uomini offrono al vaglio e all’attenzione di chi deve osservare. Ed oggi l’assegnazione di uno dei più importanti premi letterari italiani lo pone – cogliendolo nel piccolo campo in cui noi da tanti anni siamo abituati ad averlo, a sentircelo al fianco, giorno dietro giorno, notte dopo notte – su quella ribalta in cui noi siamo abituati a vedere gli altri, i personaggi di cui scriviamo, con l’inesorabile e necessario distacco dei cronisti. Improvvisamente ci accorgiamo, con stupore, che uno di noi, che qualcosa di noi è sfuggita dal chiuso recinto in cui i nostri sentimenti, i nostri convincimenti, le nostre aspirazioni, i nostri tomenti stanno rinserrati e nascosti sotto le tenaci e inflessibili coperture di un duro e strano mestiere, e che questo qualcuno, questo qualcosa è nella luce di un riconoscimento, di una chiara affermazione, di una autorevole e ufficiale proclamazione. E’ come un momento di inaspettata e liberatrice evasione: perché in questa occasione noi sentiamo che esperienze, istanze, riflessioni, intuizioni che in ognuno di noi tante volte invano sono passate, nel travaglio e nel tormento di un lavoro febbrile hanno trovato in Peppino Fiori, in uno di noi, il tempo e l’occasione per tramutarsi in qualcosa di non effimero, per non perdersi nel labile ed evanescente fraseggiare giornalistico, per trasmutarsi in opera di più ampio, di più consistente, di più duraturo respiro. Con un insolito senso di gioia, fatto soprattutto di quella mai espressa e tutta intima ma concreta, rara, perfetta, sensazione di fraterna amicizia che sempre lega fra loro – e come potrebbe essere diversamente per gente che è sempre un poco straniera in patria? – gli appartenenti ad una medesima équipe redazionale, noi in questo momento sentiamo che Peppino Fiori ha portato alla luce di una più ampia ribalta qualcosa di noi, qualcosa che appartiene a lui per il merito, a noi tutti per il comune trovarsi un campo in cui unico, eccezionale e segreto, è il modo di guardare alle cose e agli uomini che in questo mondo, sotto i nostri occhi, vivono, passano e muoiono.

Naturalmente, in questo momento, molto e ben altro ci sarebbe da dire. Ma un giornalista d’un giornalista ha già detto fin troppo; e il riserbo, il pudore, che abbiamo violentati, gridano ribellandosi, ci ricordano e ci riconducono alle leggi non scritte, ma terribili, di questo che certamente è uno dei più strani mestieri fra quanti l’uomo possa, per sua dannazione, aver inventato. 

Appendice. I fondini (e gli editoriali) di f.m.c. del 1960

A febbraio: Ritorno da Mosca; Malinconie atomiche; Distensione e confusione; Un anno di Governo; Epilogo nel fango; Nessuno torna indietro; Paura del vento; Spionaggio telefonico; Tredici passi dalla morte; Tre domande; La luna di Malagodi; Sovrano senza parola?; Apertura al buio; La verità non ha colore; Poveri ma belli; oltre all’editoriale La voce nella tempesta [26 febbraio, riferito ad un drammatico discorso del presidente del Senato Merzagora];




a marzo: Attendiamo le Ceneri; Fiducia nel nome; Il paese del triangolo; La crisi casalinga; Missione inutile?; Democrazia dei robot; Il senno di prima; Fuori dalla nebbia; Svolta pericolosa; Virus apolitici; La barca dei sogni; Cicale e formiche; La fiera della speranza, La pancia delle cicale; Spiraglio di luce; Il cerchio non è quadro, Così è se vi pare, Povera e nuda vai democrazia; Il rovescio dell’autonomia; L’asse nella manica; Kruscev cheri; La carta del venerdì; Difficile tregua, La missione del tappo; il silenzio è d’oro; I modi di dire, Favoletta in soffitta; oltre agli editoriali Maestrine affamate (12 marzo) e Le cicale dell’autonomia (16 marzo); 



ad aprile: Un caso nel caso; Piccola così, Il Ministro e la TETI; Ultimi petali, La missione continua; La mano tesa; Governo di salute; Ministro la vestaglia; Buon venerdì, Senso unico; La domenica di Togliatti, Come prima meglio di prima; A esequie avvenute; La scelta pasquale; Eredi di Edipo; Girotondo; Il Cireneo, La foto; L’uomo atomico, Buona Pasqua; Attraverso la palude, I cari ragazzi; Le voci di dentro, La lunga sosta; L’apparato invisibile; Un passo indietro, Piedi d’argilla; La rivolta dei tanti; Le ombre del passato; I fiori non si mangiano; La maschera e il volto, Proverbio aggiornato; L’ultima spiaggia, Questo folle pianeta; oltre agli editoriali La commedia degli equivoci (9 aprile) e Il bacio della morte (23 aprile); 

a maggio: La gallina di domani; Ingiustizia è fatta; L’idolo delle caverne; L’Alcazar comunale; Tutto per bene, Le nozze di Cenerentolo; Stretta è la foglia; Cime tempestose; Un maledetto imbroglio; Da qui all’eternità, Proverbio aggiornato; La morale dell’urlo; I poveri sono matti; Gratis in carcere; Le ciliegie del diavolo; Gioco pesante, Dolce vita; L’eterna illusione; Crepuscolo degli dei; Sindaco di maggio; Sangue e sudore; A qualcuno piace il caldo; Ma l’amor mio non muore; L’uovo di Colombo; America amara; Dal pulpito al confessionale; Tout va très bien, Sulla punta delle baionette; Liberi o no; Come le foglie; 

a giugno: Il padrone sono me, Operazione bottiglia; Un giorno nella storia; Plaghe aperte; Non c’è pace fra gli olivi; Sardegna in Serie C; Missili e bretelle; L’ospite blindato, Senno tardivo; Esami di riparazione; Venti anni dopo; Dove gli dei hanno tradito; Il dispiacere dell’onestà; E’ in arrivo Mister Ike; Tempeste sull’Asia; Gli eroi esenti; Scrivere sulla sabbia; Legami pericolosi, Nel mese di mai; Via col vento; Assalti alla diligenza; Gli eredi di Cecco Beppe; Veleni quotidiani; 

a luglio: Qui non riposano; Frutti amari; Operazione fantasmi; Evitare il disastro; Una via d’uscita; Come l’asino di Buridano; Difficile benservito; Mattatore all’epilogo; A chi giova?; Cala la tela, La luce che si spense; Orgosolo battaglia perduta; Orgoglio e pregiudizio; In nome della legge; La vera forza; La libertà ch’è sì cara; La bella immaginaria; Tradizioni in provincia; L’America dei nipoti; Al servizio dei cittadini, Bolle di sapone; oltre all’editoriale La messe di luglio (10 luglio)

ad agosto: Il prezzo della libertà; Il destino bussa tre volte; Vecchio refrain; Troppi voti?; Ai mari ai monti, L’hobby della crisi; La vita che ti diedi; Pietà per i robot; La terra al piede, Africa parla; Guardie contro guardie; Nel segno di Roma; La festa de noantri; Qui non arde la fiaccola; oltre all’editoriale La smorfia di Togliatti (3 agosto);

a settembre: La domenica del destino; Sua maestà la folla; Verso l’autunno; Perché la fiaccola non si spenga; Un triste girotondo; Il momento delle scelte; 

ad ottobre: Ad evitare delusioni; Ognuno muore solo, Rinascita senza sconti; Timida democrazia; Onorevoli col cerone, Un uomo e la folla; Sardegna in attesa; Politica in casa; Il senno tardivo, La marcia sui Comuni;  

a novembre: Ultimi fuochi; Chi ha vinto chi ha perso?, Panico a Cagliari; Gira e rigira; Verso nuove frontiere, Fatti senza stile; I voti nel cassetto; Siamo tutti censori; oltre agli editoriali Oggi tocca a te (6 novembre) e Ancora affamate (27 novembre)

a dicembre: Giustizia per i giusti; Sul piano inclinato; Marianna in giallo, Facile facile; Assalto alla Sardegna; Giorni neri, Il topolino di Marianna; Davanti all’albero; Le roi d’amuse.



Fonte: Gianfranco Murtas
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