Gianfranco Murtas

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Fabio Maria Crivelli nel decennale della morte. Il suo 25 aprile... la memoria dei campi di prigionia, le nuove responsabilità repubblicane

di Gianfranco Murtas


Siamo arrivati al decennale della dolorosa morte di Fabio Maria Crivelli, storico direttore de L’Unione Sarda. Ne aveva raccolto la responsabilità dalle mani di Antonio Ballero, decano della redazione e provvisorio reggente, dopo la improvvisa cessazione dal servizio di Giulio Spetia che aveva diretto il giornale dal 1946 e per otto anni di filato. La testata – a 65 anni dal suo lancio avvenuto quando Crispi era a capo del governo e Bacaredda, l’odiato Bacaredda (odiato dai cocchiani fondatori del giornale s’intende, ma poi anche dai socialisti e dai radicali di Cao “anima nera” dei moti del 1906), a Palazzo di Città – Crivelli l’aveva conosciuta prima ancora dell’arrivo a Cagliari nell’ultima settimana di dicembre del 1953. Allora, nelle funzioni di redattore capo de Il Giornale d’Italia, doveva anche collocare nella foliazione, e supervisionare, di quell’importante quotidiano nazionale, la pagina sarda: una pagina che rimontava agli anni della grande guerra e che già da allora il grande Bergamini aveva intuito essere uno strumento rilevante per promuovere una certa fidelizzazione dei lettori e insieme, però, marcare sul territorio particolare l’influenza di un definito patronato politico filo-o-antigovernativo, a seconda delle situazioni (antigiolittiano, esso sosteneva dapprincipio le posizioni della destra monarchica di Sonnino e Salandra).

Era una pagina bella e ricca e varia, seppur marcata politicamente, quella sarda de Il Giornale d’Italia di quegli anni lontani, in specie dopo la grande guerra e con il fascismo alle viste, ma così era, e più ancora, nel secondo dopoguerra – alla ripresa democratica dopo gli sconquassi bellici sofferti dalla patria –, con numerosi corrispondenti dai territori (dall’Iglesiente come dal Sassarese o dalla Gallura o dal Nuorese ecc.) e collaboratori chi per le arti o la letteratura chi per la storia o l’industria e l’agricoltura. Enrico Baravelli era l’uomo di riferimento, poi Ugo Lo Monaco, Luigi Pintus – uno dei maggiori dignitari della loggia di Sassari e buon collaboratore e fondista anche de La Nuova Sardegna –, Gabriele Cherenti da Iglesias, Nino Tola da Nuoro, e quanti altri, Silvio Sirigu, Sergio Gallisai, Salvatore Ledda, un giovanissimo Flavio Siddi e Nicola Valle perfino…

 Attraversando il Tirreno, lasciando l’amata capitale (la città che l’aveva accolto decenne nel quartiere Trieste, segno del destino per uno che “fuggiva” da Capodistria) e raggiungendo la Sardegna “quasi un continente”, Crivelli avrebbe acquisito per L’Unione Sarda quelle collaborazioni (e corrispondenze) preziose, e con esse e, naturalmente, con la redazione che allora vantava signori giornalisti come Ballero, i fratelli Fiori o come Franco Porru (per lunghi anni alla direzione de L’Informatore del lunedì) o Antonio Cardia e Mario Mossa Pirisino, avrebbe messo in cantiere un giornale che da subito mostrò un suo “carattere” (si veda il contrasto, tutto orgoglio e buon senso, con l’arcivescovo Paolo Botto nel 1954) ma che, soprattutto, rivelò, aziendalmente, il finalizzato gradualismo del suo sviluppo: fino a farne, come in tempi lontani, magari quelli di Ascanio Forti, una fortezza civile e uno spazio effettivo di democrazia. Nelle modeste e disordinate stanze di Terrapieno, a quarant’anni circa dalla risalita… tutta sabauda (da viale Umberto/regina Margherita a viale regina Elena) e salutando la palazzina di Pietro Marini (zio paterno del dottor Efisio il pietrificatore), entrarono allora, in quella parte mediana del decennio ricostruttivo, uno dopo l’altro giovani di valore destinati ad affermarsi nella professione, a partire dai poco più che ventenni Gianni Filippini e GianTarquinio Sini – figli di mestiere e d’arte –, poi anche Giorgio Melis ed Alberto Aime ed altri ancora, fra essi il generoso Vladimiro Marchioni, caduto sfortunato nello stesso adempimento del suo servizio di cronista). Nel novero Filippo Canu, il giovane repubblicano tutto Mazzini e Clelia Garibaldi destinato a gran bella e meritata carriera al Quirinale e poi anche alla RAI. Lo sport presidiato da Franco Brozzu, le province da Tatano Ponti, Vitale Cao – il vecchio direttore perdonato dai trascorsi fascisti – corrispondente a Roma per la politica interna, Mario Pintor alla segreteria di redazione e collaboratore trasversale, e a Sassari, a impostare una redazione stabile il giovane già brillante professore Manlio Brigaglia, anche lui, non soltanto lui, per lunghi anni autore di lunghe inchieste ora sulle coste in scoperta dai turisti del continente ora sul banditismo delle zone interne, ecc.

Crivelli avrebbe sviluppato il giornale, e fu gran festa – pur ancora nella povertà sostanziale di dentro e di fuori – quando nel 1958 L’Unione celebrò il suo settantesimo compleanno. Il presidente Corrias visitò la redazione e la tipografia, il direttore stesso ne parlò, unitamente a Francesco Alziator, agli Amici del libro, i corrispondenti dai paesi dell’Isola tutta convennero in un meeting aziendale necessario…

E’ vero: La Nuova Sardegna risorta a Sassari, nell’aprile 1947, dalla generosità democratica di Arnaldo Satta-Branca e Michele Saba, e molti altri con loro, con Aldo Cesaraccio e Roberto Stefanelli capaci della cucina d’ogni gusto, mostrava un rapporto più stretto, si direbbe più carnale, con la città che era anche il suo primo mercato di vendita. Ma Sassari era paese più di Cagliari, e la cosa si spiegava. In forme diverse, comunque, anche L’Unione si sforzò allora di costruire o rafforzare le occasioni e le modalità della sua empatia con il pubblico fedele, cagliaritano e provinciale o interprovinciale, ed anche a questo serviva il rito del “ballo dell’Unione Sarda”, alla vigilia della quaresima d’ogni anno, al teatro Massimo, con orchestre e festoni, addobbi floreali e anche… le prime assegnazioni, per sorteggio, d’un apparecchio televisivo Marelli... Tempi di “Lascia o raddoppia?”. Tempi anche di sottoscrizioni a favore di questa o quella famiglia nel bisogno per mancanza di lavoro o di alloggio, e tanto spesso di salute…

Estremamente interessanti gli inviti alla partecipazione al voto ora amministrativo ora politico che L’Unione Sarda – così firmava i suoi editoriali, o i suoi box (“Una scelta responsabile”) – rivolgeva ai suoi lettori che erano anche elettori, cittadini responsabili del bene comune. Non una novità assoluta, invero, ché già nel cruciale 18 aprile 1948 – mi pare bello ricordarlo oggi contro le più imbecilli declamazioni sovraniste della destra incolta – il giornale, nel suo moderatismo, sapeva far appello ai suoi invitando ad imbandierare le case, per tenere l’Italia salda nei valori dell’occidente liberale: «Rinnoviamo alla cittadinanza l’invito di voler esporre nella giornata odierna il tricolore, il sacro simbolo riconfermi, ovunque presente, l’italianità di tutto un popolo che la patria ama e alla patria è fedele. Nel giorno in cui si decidono le sorti del nostro paese e, compiendo il primo dovere di cittadini, daremo sicura prova di cosciente consapevolezza e di maturità politica, uniamoci tutti all’ombra della bandiera e sentiamoci in essa fratelli. Imbandierate le vostre case, cittadini di Cagliari!». Eredi del risorgimento patrio, dopo il crollo della dittatura e la tragedia bellica: eredi della visione storica di Cavour e di Mazzini insieme, di re Vittorio e di Garibaldi – i cui volti si affacciavano dai cornicioni del centralissimo palazzo Picchi –, eredi cristianissimi dei preti associatisi al moto unitario contro la teocrazia romana e contro le dinastie austriacanti e il brigantaggio borbonico. L’Italia che un giorno si sarebbe integrata con le antiche e nuove democrazie del continente e nel patto atlantico, l’Italia che altrove avrebbe trovato – e sia pure con quanto sacrificio – occasioni di lavoro e futuro di vita per i suoi meridionali e isolani…

Mi serviva richiamare tutto questo, pur così sobriamente e per flash, e anche con queste divagazioni, per orientare poi il riflettore sulla persona di Fabio Maria Crivelli che altre volte ho cercato di raccontare nel concreto della sua produzione giornalistica, ma direi meglio della sua professionalità rivelatrice anche e soprattutto della sua umanità. Oggi, mentre i materiali biografici fanno cumulo ed in attesa di poter più diffusamente e coerentemente ripresentarlo all’opinione pubblica cagliaritana e sarda che ne serba grata memoria e presentarlo per la prima volta a quei tanti, delle giovani generazioni, che non lo hanno conosciuto, tratteggio la mia celebrazione offrendo di lui alcuni testi che egli consegnò al giornale negli anni della sua direzione e successivamente, in quelli della sua fruttuosa collaborazione ancora alla prima pagina o alla terza o agli speciali.

Tema “il 25 aprile”, la memoria morale, civile, politica del 25 aprile 1945, data della liberazione dal nazi-fascismo delle ultime regioni d’Italia (quelle del settentrione padano) ancora schiavizzate dai comandi militari tedeschi e da quelli dei collaborazionisti di Salò.

Meriterebbe ricordare che nel giorno felice per la patria definitivamente uscita dalla morsa di una dittatura e, insieme, dalla morsa della guerra, Crivelli – allora giovane di 24 anni – si trovava detenuto a Lunenburg, uno dei dodici campi di prigionia in cui, fra Germania e Polonia e ancora Germania, egli aveva dovuto sostare, e lavorare, nell’arco di quasi un biennio, per essersi negato alle liste d’adesione, dopo l’armistizio dell’8 settembre, alla costituenda Repubblica Sociale Italiana: «I tedeschi mi catturarono ad Udine e il giorno dopo incominciò da Bolzano il viaggio in carri-bestiame …». Uno dei seicentomila soldati italiani che si erano negati al fantasma del nuovo fascismo eterodiretto da Berlino. Dopo i campi polacchi – Hammestein (di transito nella Prussia orientale), kolm, Czenstokowa, Deblin-Irena… - ecco, nell’estate 1944, Wesuwe (vicino a Mappen in Westfalia) e poi il lager di Wietzendorf (nella bassa Sassonia)… 

In più occasioni, ma soltanto dopo aver lasciato (per schiena dritta davanti all’editore invasore di campo) la direzione del giornale, quasi per nobilmente preservare la testata dalle sue pene personali, sarebbe tornato sul punto: «Sottotenente d’artiglieria, poco più che ventenne, catturato fra Udine e Gorizia da un reparto motorizzato di SS, mi trovavo nel rapido giro di 48 ore avviato ai lager nazisti: dal 12 settembre di quell’anno fatale percorrevo la Germania intera dal Brennero all’estremo nord, fin oltre Stettino. Così, per la prima volta nella mia vita, attraverso le sbarre di un minuscolo finestrino o attraverso i portelli ogni tanto socchiusi durante le soste nelle stazioni, scoprivo il paese che allora era di Hitler ma che nella mia mente fresca di studi era, soprattutto, il paese di Goethe, di Schiller, di Beethoven, di Bach. E con quei nomi nella memoria, sulla scia di versi e di arie riaffioranti, sforzandomi di guardare oltre le divise dei guardiani, i mitra spianati, le urla minacciose della scorta, seguivo lo sfilare dei panorami intristiti dalle prime nebbioline autunnali, impuntandomi a vedere solo i campi ben coltivati, le graziose casette delle tendine candide, i vasi di gerani sui balconi e ad ignorare tutte le insegne naziste, le scritte bellicose, i motti trionfali del mito hitleriano…», avrebbe scritto un giorno, provocato dalla vicenda dell’incredibile fuga di Kappler dalla detenzione italiana…

Quelle terribili avventure, vissute sul ciglio sempre della sopravvivenza materiale e nel rischio ordinario della morte, Crivelli le raccontò anche in un prezioso libro pubblicato dalla Poligrafica Sarda di Ettore Gasperini: anni rubati. Non a caso, in copertina, aveva scelto “Il cainita”, l’immagine di una delle opere più drammatiche pensate e prodotte da Francesco Ciusa. Artista amatissimo tanto dall’editore quando dal giornalista fattosi scrittore memorialista, che infatti allora militava nella loggia massonica cagliaritana intitolata proprio a Francesco Ciusa, ricoprendo le funzioni di Secondo Sorvegliante e meravigliando e appassionando tutti con le sue riflessioni su Voltaire e Pascal, sulla dialettica fra ragione e fede. 

Egli rientrò in famiglia, a Roma, nell’agosto 1945, quasi quattro mesi dopo la fine della fine. E ricominciò da lì. Riprese i libri universitari, si laureò, lavorò come giornalista, apprezzato da Leonida Repaci – suo primo direttore nell’esordio professionale (al quale si era presentato, timido sfacciato, con un articolo improvvisato nella sede di via Quattro Fontane) –, a diversi quotidiani: prima L’Epoca, poi Il Momento, quindi, appunto, Il Giornale d’Italia… cronaca, cultura, esteri, caporedazione… Poi Cagliari, intercettato dai Sorcinelli che ormai, dall’indomani del referendum istituzionale, avevano riottenuto la piena libertà amministrativa del giornale per tanto tempo classificato organo della federazione provinciale del PNF («dove il Duce vuole») e dal novembre 1943, alla ripresa delle pubblicazioni dopo la sosta per il massacro dei bombardamenti, gestito dalla Concentrazione antifascista provinciale.

Laico (ma cattolico per valori di coscienza e formazione domestica), moderato e centrista, venne a Cagliari e, nell’ambiente politico, fece rapidamente amicizia – amicizia non vassalla e non padrona – forse soltanto con Francesco Cocco Ortu, deputato liberale nella prima legislatura e non confermato nella seconda per il mancato premio previsto dalla maggioritaria degasperiana del 1953. Anche Cocco Ortu, sul piano ideale e sentimentale, era un liberale a tutto spettro, come lui, come Crivelli. Ma era nipote di quel ministro di Stato consigliere della Corona, e già ministro di svariati governi fra Zanardelli, di Rudinì e Giolitti, che nell’ottobre 1922 aveva vanamente scongiurato Vittorio Emanuele III alla firma dello stato d’assedio per contenere i facinorosi di Mussolini; era, Cocco Ortu jr., quell’ancora giovane e brillantissimo avvocato che s’era laureato a Roma soltanto perché a Roma, negli anni della dittatura, gli era stato consentito di discutere la tesi presentandosi con la camicia bianca, non con quella imposta a Cagliari, nera di lutto; era, quello stesso Francesco Cocco Ortu, il democratico offertosi martire all’impossibile governo dell’annona nella giunta di CLN a presidenza Dessy Deliperi, nella sua Cagliari violentata dalle fortezze volanti e in recupero degli sfollati: costui, Francesco Cocco Ortu, era uno che da posizioni di centro, quando era chiamato a far valutazioni di scuola, per dire delle ali opposte dell’arco parlamentare, sosteneva la pari distanza da missini e comunisti, aggiungendo però che dalle posizioni dei postfascisti (allineati all’avv. Endrich negli anni ’50 e ‘60) lo distanziava anche un fatto morale, la finalità di quella ragione, malvagia in sé, mentre altrettanto non poteva dire delle posizioni dei comunisti (all’inizio perfino stalinisti), i quali comunque la loro politica la muovevano ispirati da un condivisibile ideale di maggiore giustizia sociale…

Tale era il giudizio “del cuore”, intuitivo e spontaneo cioè, prima ancora che pensato, e naturalmente confermato dal pensiero, anche di Fabio Maria Crivelli: quel giudizio che, nello svolgersi della storia avvenire, nell’evolversi delle situazioni e degli equilibri politici, nel passaggio dal centrismo al centro-sinistra di Moro, fino a quel governo Moro-La Malfa che avrebbe chiuso la lunga e contrastata stagione aprendone un’altra drammatica, quella della difesa repubblicana concertata contro il terrorismo, si fece sempre più netto nella parte finale della sua prima direzione, ed ebbe un rilancio nei due anni della seconda (quando a Roma si combattevano, illusi infelici, Craxi e De Mita e in Sardegna Mario Melis guidava la giunta regionale di sinistra). 

Aveva contrastato, il giornale di quel Crivelli appena giunto in Sardegna, diciamo dal 1955 a tutto il 1958, le giunte Brotzu “sdraiate a destra” come allora si disse, perché appoggiate con voto determinante da monarchici e missini. Ne erano venute anche querele e dibattimenti in tribunale, e con il direttore ne erano rimasti coinvolti anche i migliori fra i redattori (si pensi alla vicenda Caput). Finché poi arrivò Efisio Corrias e, con una DC rinvigorita dai “giovani turchi” sassaresi, s’avviò allora, con prudente lentezza ma strategicamente, l’apertura progressista. Benché moderato e centrista (e inizialmente perfino avaro nei confronti dell’incipiente centro-sinistra di Fanfani e Moro, di Nenni, Saragat e Ugo La Malfa, il centro-sinistra della programmazione e della tanto temuta nazionalizzazione dell’energia elettrica!), il giornale sapeva porre uno sbarramento ideale importante e visibile verso destra. 

Ciò avveniva, bisognerebbe dire anche questo per meglio inquadrare e interpretare il corso evolutivo della riflessione politica, chiamiamola anche nazionale, di Crivelli, senza mai cedere spazio alle strumentalizzazioni o anche soltanto alle esasperazioni dei toni dello schieramento antifascista, nato e cresciuto tale tanto più nell’ala estrema comunisteggiante che non in altre aree meno ideologizzate. Si pensi alle vicende del governo Tambroni, fra la primavera e l’estate 1960, al voto determinante, nella fiducia parlamentare, di esponenti della destra e alla successiva rivolta di piazza per quel congresso missino spudoratamente convocato a Genova città medaglia d’oro della Resistenza.

Il giudizio del direttore del giornale, in quella occasione, fu… minimalista. Non riconobbe valore al ministero così peccatore in origine, se non in quanto neutro ministero d’affari, cioè di pressoché ordinaria amministrazione ed a termine (sei mesi soltanto), in vista degli attesi definitivi chiarimenti fra i democristiani all’interno della loro babele e nel rapporto anche con gli alleati, i liberali più ancora che i socialdemocratici saragattiani (in avvicinamento ai quali, dopo Pralognan, erano i socialisti del PSI nenniano reduci dalla rottura del patto di unità d’azione con il PCI). Per questo gli parve un assurdo il movimento di piazza che aveva portato a diversi morti nei disordini di Reggio Emilia: l’antifascismo doveva essere praticato secondo le linee-guida costituzionali – all’interno delle istituzioni rappresentative e di governo cioè, oltreché nella educazione esemplare da offrire alle giovani generazioni – più che entro dinamiche dottrinarie ed emotive di cui poteva essere problematico il controllo. 

In questo senso, anche la retorica partigiana rischiava di farsi da positiva a negativa. In tempi di guerra fredda, peraltro, la cosa poteva anche capirsi, la sinistra comunista già stalinista ed ora kruscioviana doveva ancora compiere un lungo, lunghissimo cammino prima di presentarsi come carta valida per un’alternativa di guida d’un grande paese dell’occidente come l’Italia bella. Di quell’Italia – val bene evidenziarlo – che, a quindici anni soltanto dalla fine della guerra, ancora non poteva non contare e pesare, all’interno delle sue proprie masse elettorali, e già in quelle sociali, il molto molto molto di quanto, da Aosta a Ragusa, s’era spalmato nell’imperiale stagione del consenso e anche dopo.

È un passaggio importante questo, ove si volesse un giorno biografare per il completo la figura direttoriale di Fabio Maria Crivelli (e per le parti polemiche, avversarie cioè, in politica interna indico sempre Sardegna oggi, il bel quindicinale socialista che dal 1962 al 1965 dettero alle stampe Sebastiano Dessanay e Franco Fiori). E aiuta a comprendere meglio i toni sempre più marcati della sua professione democratica ed antifascista: ad un fronte comunista, o sindacal-politico comunista o comunque di sinistra operaista e di classe, che progressivamente, e sia pure con mille contraddizioni, si “sdottrinizzava” per farsi forza credibile di governo – così a livello amministrativo come regionale e infine, con Berlinguer e Amendola e Chiaromonte, nazionale – egli poteva bene dare i suoi riconoscimenti: ma così soltanto dagli anni ’70, non prima. E, per contro, poteva scorgere nella destra sediziosa (quella da cui erano intanto venuti anche gli attentati sanguinari degli anni post ‘69) altra belluina storia, anche generazionale, che non quella conformista e plaudente del trascorso e aborrito regime.

A questo, sul piano più personale, ma convergente, egli aggiunse un recupero di memorie di vita (quelle del 1943-45) che, facendolo immacolato davanti a tutti i progressisti o sedicenti tali, marcò di più evidente lealtà democratica e repubblicana il processo ancora lungo del suo servizio di giornalista e commentatore. 

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Così Crivelli. Certo è poi che, scorrendo L’Unione Sarda degli ultimi due decenni – mi concedo qui uno spazio d’opinione, od impressione personale –, dico L’Unione (cui sono abbonato) che ancora con i Sorcinelli e/o i Salvadori Del Prato, frenati e rinchiusi nel range dell’amministrazione e dello stacco dei dividendi però, e quindi i Grauso fin quasi alla fine (al netto forse della direzione Liori) aveva mantenuto quell’indirizzo dichiaratamente “aperturista”, fatico a individuare le tracce del magistero ad un tempo ideale e professionale di Fabio Maria Crivelli. 

Il giornale ha avuto, in questa parte iniziale del Duemila (e, ripeto, secondo una mia contestabile sensazione), scadimenti tremendi dapprima nel qualunquismo destrorso e demagogico già monopolio dei berlusconiani e loro alleati (vi sono stati anni, quelli della direzione Figus, in cui pareva di leggere ogni giorno la penosa carta di Forza Italia, il partito artificioso, senza ideali e senza valori che tanto ha sgovernato, tutto venalità e niente progetti, niente respiro morale e vocazione patriottica, campione dell’ordinaria disputa zeropolitica). Ancora oggi, tutto delegando ad editorialisti peraltro di ottima dottrina ed esperienza, esso pare presentare più debolezze che punti di forza: perché privo di una sua soggettività politica (che,associando proprietà, direzione e redazione, ovviamente non significa partigianeria partitica e neppure di schieramento, ma riferimento a una scuola di valori così come elaborati nella nostra storia nazionale ed europea) tanto più necessaria in tempi di “società liquida”, ultima o penultima derivazione di quella che una volta s’indicò come segnata e quasi conquistata dal “pensiero debole”. E la cornice c’è sempre: la costituzione repubblicana con i suoi tesori liberali, sociali e partecipativi, con le sue prospettive (in aggiornamento) federaliste continentali.

Le debolezze si sono ancor più rivelate nelle superficiali autoreferenzialità d’occasione, mai sfiorate, per natura stessa si direbbe, da un cenno autocritico circa la qualità del notiziario e dell’inesistente effettivo approfondimento: quello che ci davano i due Fiori, o Melis, o Rodriguez, e già Ballero e Filippini e quanti altri nei loro reportage, da Brigaglia a Castangia, da Concas ad Aime ed Angelino De Murtas (l’europeista al tempo dei trattati di Roma!)… andare alle collezioni per credere. Ora anche il gossip è entrato nella pasta, e pare un punto di speciale virtù perché d’attualità più dei… medici senza frontiere all’opera. E il gossip stupido e imbroglione accolto da L’Unione Sarda nelle sue mezze pagine in questi ultimi anni ha pareggiato quasi il tanto – trecento articoli molti a tutta pagina perfino – di Alziator lungo trent’anni e passa, direi l’Alziator dal 1928 giovane diciannovenne di belle speranze e grandiosi arrivi, e magari di Francesco Masala e Mario Ciusa Romagna firme eccellenti di terza pagina come critici una volta d’arte un’altra letterari, insieme, metti, con Rodolfo Maran (per dire dell’assortimento dei contributi ideali e culturali) e con Salvatore Cambosu (nientemeno!) e Nicola Valle e poi Antonio Romagnino… E’ il maggior scempio di un’Unione Sarda ormai dimentica di Crivelli (e Filippini, ma non solo di loro), che misura le distanze… Gli esteri non esistono quasi, quella pagina culturale, di riflessione e confronto sulla permanente “questione sarda”, che ci aveva donato per lunghi anni Alberto Rodriguez e che Gianni Filippini aveva avviato alla metà degli anni ’60, pure s’è persa perché al giornale non interessa più dire – ma dire a chi? i giovani leggono il giornale? vale ancora il giornale ad integrare con il “grande formato” il contenuto dei libri? – di Lussu e della Deledda, di Gramsci e Ciusa e Biasi, di Barreca e Lilliu, di Carmen Melis e Schiavazzi o Demuro… Così la cronaca cittadina un tempo vigilata da Vittorino Fiori e da Tarquinio Sini e oggi carosello di notizie allungate artificiosamente per obbligo di griglia e difetto di particolari… o le pagine delle province ridotte ad un riempitivo assemblaggio di titoli, senza un carico informativo capace di sostenere davvero una… formazione, una conoscenza cioè dei temi e delle situazioni delle comunità locali e zonali quale strumento necessario per l’assunzione di un giudizio di responsabilità civica. 

Si pensi, soltanto per dare un rapido riferimento, agli speciali settimanali – che erano vere e proprie inchieste – degli anni in cui L’Unione fu chiamata a sostenere la concorrenza di Tuttoquotidiano. Gli stessi territori, non soltanto i settori dell’economia o quelli dell’arte e della cultura, del costume e della storia, arricchirono la foliazione, aggiunsero qualità a qualità.

Ma prima ancora: si pensi, già dagli anni ’50 e immediatamente successivi, alle lunghe puntate sulla condizione delle zone interne a pervadenza banditesca, sulla emigrazione bracciantile dei nostri giovani e capifamiglia, all’eterno nodo dei trasporti via mare… si pensi, nei primi anni ’60, agli innumerevoli approfondimenti di Vittorino Fiori sul Piano di Rinascita (quel che si potrebbe oggi sulla questione dell’insularità, ma fuori dal ripetitivo scontato)…

Si pensi alle centinaia di articoli a firma di Manlio Brigaglia, spesso a tutta pagina anch’essi, sulla formazione dei ragazzi al «difficile mestiere del marinaio» in quel di La Maddalena, sul secolare mito garibaldino in quel di Caprera, sulla fondazione industriale del polo di PortoTorres (con l’eterno refrain della unificazione comunale Sassari-PortoTorres), sul primo sviluppo turistico della costa gallurese, sulla colpevole decadenza tempiese, e anch’egli sul Piano di Rinascita o delle speranze (o illusioni?), sulle tradizioni popolari del Sassarese a partire dalla cavalcata in onore della regina Margherita e di suo marito il re, ecc. Imponenti, nel disincanto formale delle loro trattazioni, le sue rubriche per cento e duecento articoli: “Lettere dal capo di sopra” («Caro direttore, non so se sono giunti fino a Cagliari gli alti lai che, qui da noi, si sono levati, nuovamente, in questi giorni, per il monumento alla Brigata Sassari…») e “Taccuino sardo”… puntuale film sulla Sardegna nei nuovi passaggi epocali verso la modernità. 

Ma si pensi – di quel periodo – agli stessi resoconti stesi dal direttore in persona fattosi inviato speciale al congresso socialista di Roma per la svolta di centro-sinistra del 1963, anticipatrice di quello smottamento, che tanto avrebbe condizionato in seguito la vita parlamentare e delle amministrazioni locali, dei lussiani carristi cosiddetti socialproletari. Lo sforzo partecipativo biunivoco, del giornale verso i lettori e dei lettori verso il giornale, era ben più sostanziale di un sms esito dell’umore di un momento… Il giornale lanciava i suoi appelli, come forse sarebbe stato il caso, in forme inevitabilmente nuove, durante la non remota predicazione dei Cinque stelle: «Mamme! Proteggete i vostri bambini contro la poliomielite facendoli sottoporre immediatamente alla vaccinazione antipoliomielitica che viene eseguita del tutto gratuitamente. Proteggete così la loro vita e la loro integrità fisica».

Ho vissuto quella stagione e anche quella – ante-tv e magari del salto in A del Cagliari – delle visite studentesche al giornale. Erano gite d’istruzione organizzate dalle scuole soprattutto dei paesi dell’interno, perché i bambini e i ragazzini della Trexenta o del Sulcis-Iglesiente conoscessero il capoluogo sempre evocato ma ancora neppure visualizzato se non in cartolina: vennero una volta da Gonnesa e visitarono i monumenti e la Fiera campionaria, ed a Terrapieno redazione e tipografia. Poi ne scrissero, quei dodici e tredicenni Caterina Cireddu, Giorgio Puddu e Pierluigi Spina, e la terza pagina ne accolse i reportage fra descrizioni e commenti.

A dire della partecipazione, del sentire comune fra il giornale e il suo pubblico di lettori. Come quella volta – era il 1954 (ed ho ricordato l’episodio tempo fa, in un lungo articolo – 60 pagine – dedicato al primo anno di direzione di Fabio Maria Crivelli) – in cui ci si organizzò perché, promosso il Catania in A, erano i nostri rossoblù a disputarsi contro la Pro Patria la seconda promozione: la bella a Roma, dove era sceso dal Belgio anche un nostro emigrato minatore e tifoso intervistato nell’occasione da Peppino Fiori. Ma intanto il cronista de L’Unione Sarda s’era messo a far la cronaca non al microfono di una radio qualsiasi ma a quello di un telefono: la sua voce raggiunse il megafono della redazione e cinquecento fedelissimi, assiepati di fronte al giornale, udirono, applaudirono, si consolarono infine per l’obiettivo mancato…

Il giornale che non trovi più e invece, in tempi di individualismi esasperati sui tablet e smartphone, dovresti trovare al doppio, come luogo di socializzazione e di consapevolezze meditate. Si pensi alle decine e decine di pagine dedicate nel 1968 all’invasione sovietica della Cecoslovacchia o, l’anno prima, alla guerra arabo-israeliana, come già dieci o dodici anni prima all’invasione dei carri armati a Budapest – valga rileggere i lunghi reportage di Peppino Fiori – e alla pressoché coeva questione dello stretto di Suez, nel condiviso mare Mediterraneo, e poi alla crisi di Cuba, ecc. (Evidente, in tutto questo, la competenza specifica di Crivelli che al Momento aveva diretto la sezione esteri del quotidiano, ma più ancora, in linea con gli indirizzi generali del giornalismo scritto del tempo, la sensibilità al rilascio di una informazione che, all’inizio senza il complemento e/o l’alternativa dei media radiotelevisivi, doveva rendere le misure, appunto – qui è la chiave di tutto – relativizzare su connottu alle dimensioni e complessità del vasto mondo).

Un giornale pur di provincia doveva sapere, e quell’Unione sapeva, accompagnare i suoi lettori ad una conoscenza effettiva di tutti i termini essenziali delle vicende in corso sulla scena grande dei continenti. 

Era un bel modo, professionale, generoso ed elegante, anche quello che spinse il direttore Crivelli a chiedere a monsignor Giuseppe Lepori – per lungo tempo suo avversario diretto perché responsabile de Il Quotidiano Sardo, polemico organo della curia di monsignor Paolo Botto l’arcivescovo – a firmare l’editoriale de L’Unione nella storica circostanza dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II in San Pietro, in quell’ottobre 1962…

Il grande mondo e il piccolo, il nostro, ma pensato criticamente e sempre con argomenti, condivisibili o meno che fossero. Come poteva Michelangelo Pira allorché, vent’anni dopo il confronto d’opinioni levatosi al rientro dallo sfollamento e quando taluno ipotizzava di trasferire il capoluogo provinciale/regionale inverecondamente maciullato ad Abbasanta, avviava il dibattito sull’urbanistica a Cagliari. Si era ancora a quattro-cinque anni dal varo del Piano Regolatore Generale (il famoso Mandolesi), e il problema che ci si poneva ruotava attorno alla domanda «Cagliari è brutta?». Nel dibattito, in sviluppo sotto l’occhiello generale “Apriamo il processo alla città”, intervenne il meglio della nostra cultura urbanistica, con ingegneri e architetti, professori dell’università e storici dell’arte… Cagliari era comunque bella ed è diventata, fortunatamente per noi, sempre più bella nonostante certe ferite infertele anche più di recente e che ancora permangono (magari a cominciare dal Favero degli anni ’70). Furono, mi pare, dieci puntate, estese nell’impaginato del “grande formato” (grande formato per davvero) e di qualità tale da poter essere ammesse come fonti di discussione in facoltà d’ingegneria (e anche di lettere allora in trasferimento a Sa Duchessa). Fu onore reso agli attestati, pur in chiaroscuro, resici da Lawrence e Vittorini, Valery e Carlo Levi e da quei tanti altri, come Crawford Flicht, raccontati a loro volta da Leo Neppi Modona, Miryam Cabiddu e Alberto Boscolo… 

Anni prima, era il 1957, un’altra bella inchiesta in quattordici puntate s’era dichiarata nell’occhiello “Cagliari: una grande città da fare”: “Partiamo da via Roma dove la verità si specchia”, “Alla base dell’anarchia edilizia la mancanza d’un pian regolatore”, “Un pericolo permanente le secolari fognature cittadine”, “Metà delle vie cittadine debbono essere ancora pavimentate”, “Per troppi chilometri regna ancora il buio”, “In aprile cominceranno i lavori di demolizione del vecchio mercato”, ecc. (anche con tutti i riferimenti alla questione del palazzo della Regione infine costruito nel viale Trento).

Inchieste, inchieste, e i lettori erano coinvolti, partecipavano scrivendo al giornale. Crivelli raccontava di aver conosciuto Cagliari e il suo territorio provinciale, in quei primi anni di sua residenza cittadina, grazie a Ballero ed Alziator che lo scorrazzavano qua e là, e grazie alle inchieste a puntate che gli suggerivano di affidare a questo o quel redattore o collaboratore… Come quella, per citarne adesso un’altra, assegnata ad Alberto Granese, sui sardi e i trasporti: “Per i sardi partire è sempre un po’ come morire”… 

Da sempre il giornale quotidiano – il giornale in quanto tale, e naturalmente anche L’Unione giornale non L’Unione bollettino o gazzetta – ha funzionato, nei suoi inevitabili adattamenti grafici e di foliazione, da catena unitiva delle generazioni. E’ fin troppo chiaro che in tempi di internet, e dunque di canali alternativi circa l’informazione – sempre che l’informazione costituisca ancora una necessità del vivere civile e della responsabilità pubblica di tutti noi –, il classico quotidiano ha in parte mutato la sua missione. Esattamente come oggi avviene anche per la programmazione cosiddetta “generalista” della televisione. Ma forse è proprio per la sottrazione che ha subito a causa dei media concorrenti ed alternativi, produttori di notiziari tempestivi ma incontrollati ed anodini, che esso dovrebbe poter costituire un soggetto di cultura “corrente” più attento e qualificato, capace di “trama ed ordito” direi, volendomi riferire al senso del continuum storico. Sotto questo profilo, ma anche sotto quello degli equilibri dei bilanci delle aziende editrici, si tratterebbe forse di sostituire, come ho già accennato, il lettore onnivoro e solitario del noto cliché con il lettore collettivo metti nelle scuole (ma anche nell’associazionismo, nei gruppi sportivi ecc.): in adempimento pedagogico e formativo, materia integrativa dei programmi curricolari. Sempre il buon giornalismo ha saputo ricollegare il presente con il passato, e rappresentare al fruitore del suo servizio il flusso inarrestabile d’una storia collettiva, con le sue accelerate e i suoi rallentamenti, le evoluzioni e gli arretramenti, in essa collocando la bruciante cronaca della politica come dell’economia o del costume, del divertimento come dello sport e dell’arte… 

Un’opinione, la mia è soltanto un’opinione forse condizionata dai tre ripassi integrali compiuti sulla collezione intera del giornale, a partire da quell’ottobre 1889 – migliaia e migliaia di pagine, decine di migliaia di colonne –, e dalla piena percezione di certe costanti nel prodotto consegnato una volta agli strilloni e alle edicole, oggi ai market per il cartaceo e all’web per l’immateriale modernista.

Certo le stagioni di vita di un giornale non possono prescindere dalla fase storica più generale che si attraversa, e forse è un oggi che io (colpevolmente) non capisco a far confezionare una Unione Sarda piuttosto brutta e superficiale (ma anche con qualche bella perla s’intende: i fondi e molti corsivi – in specie quelli gustosissimi e sapienti di Celestino Tabasso –, la scrittura leggera e abile di Francesco Abate, le note rapide di Nicola Lecca, certe rassegne d’incontri con i campioni della Chiappe, alcuni inserti ecc.). 

L’Unione ha attraversato un secolo e trent’anni, passando dal cocchismo di Cao Cugia e Vinelli a quello più ecumenico, inclusivo del bacareddismo prima avversato, di Raffa Garzia, il professore di Gramsci; si sa, mentre andò in tribunale la causa intentata dal sindaco-mito avverso Umberto Cao per la rivolta luddista dell’anno precedente, i liberali d’ogni obbedienza – dai cocchiani agli ex salariani fattisi tutti bacareddiani, ai carboniani, gli uomini di Carboni Boy cioè, presenti anch’essi nel capitale sociale del giornale – fecero massa e in essi confluirono addirittura, almeno amministrativamente e quasi dieci anni prima del patto Gentiloni, perfino i clericali del conte Sanjust (che presto avrebbero avuto perfino il deputato di collegio). 

Fu per qualche anno prossimo all’area radicale, il giornale. Come La Nuova Sardegna, uscita dalla stretta orbita dei mazziniani che l’aveva partorita e in cui era nata e rimasta nel primo decennio della sua vita, anche L’Unione Sarda, ma soltanto dopo la grande guerra, e con Sorcinelli nuovo editore, visse o interpretò il radicalismo nazionale. Un radicalismo ministeriale però senza più il vigore ideale prebellico, un radicalismo che pareva volersi piegare ai nuovi interessi rappresentati – come anche emerge in numerosi degli editoriali del nuovo patron in arrivo da Bacu Abis – dal cosiddetto “pescecanismo”, dagli arricchimenti di guerra cioè che si voleva preservare da tassazioni abnormi nei propositi governativi. Da lì al fascismo duro e puro, quello squadristico, il passo fu breve. E completò il quadro l’arrivo dei fasciomori de Il Giornale di Sardegna (finanziato dalla SES, dalla Comit e da molti industriali) che infatti, dopo il trionfo del 1924 e la morte prematura dell’avv. Ferruccio, al giornale di Terrapieno portarono, dal febbraio 1926, la loro insegna. Il giornale andò da allora, per qualche anno, con la doppia testata e l’ufficialità della rappresentanza: organo della federazione provinciale del Partito Nazionale Fascista. A Sassari La Nuova fu invece silenziata dopo innumerevoli sequestri e sostituita (per vent’anni e più) da L’Isola obbediente e prefettizia.

Fu piuttosto ricco (al netto della prima pagina propagandistica) il giornale del ventennio, vivace – se può dirsi così – nella impaginazione in specie delle parti cittadine, con le gradevoli tavole di Tarquinio Sini sr. e le “articolesse” di Vittorio Porcile, naturalmente anche con le cronache delle trionfali manifestazioni del regime (che invero impettivano allora i partecipanti e interessano oggi gli storici per il tanto ch’essi ne rilevano registrando la temperie sociale, il tono e i valori del costume e dello spirito pubblico nel territorio).

Vennero i fogli impoveriti, spettrali quasi e surreali, degli anni della nuova guerra mondiale, in specie negli ultimi, poi quelli virtuosi, francescani, del CLN, con Cesarino Pintus redattore capo e Jago Siotto e poi Giuseppe Musio alla direzione: Pintus reduce dalla galera fascista (cinque anni) e dalla sorveglianza di polizia (otto anni) nonché dall’esclusione permanente dall’ordine degli avvocati (così dal 1930 al 1944), lui di nascita e incorrotta vocazione mazziniana, lui repubblicano e azionista e sardista, perché quello democratico (nel senso risorgimentale del termine) era uno filoni ideali dell’Italia più bella, di lato al filone liberale interpretato dai Cocco Ortu e Sanna Randaccio ed a quello cattolico degli Amicarelli e Crespellani, di lato al filone socialista dei Siotto, Musio e Macciotta ed a quello comunista dei Lay, Dore e Pirastu. 

La ripresa, dopo il voto referendario che concluse i mille giorni della gestione straordinaria in capo alla Concentrazione provinciale, avvenne all’insegna del liberalismo laico: con Susini dapprima (si trattava del funzionario di banca con l’anima del critico letterario cui Cocco Ortu aveva commesso nel 1945 l’incarico di redattore della Rivoluzione Liberale, e che nel 1946 avrebbe lanciato anche L’Informatore del lunedì), con l’umbro Giulio Spetia poi…

Le trasformazioni e/o gli adattamenti, talvolta non da poco, mai però posero, nel tempo, in non cale il riferimento alle grandi linee della storia nazionale rimontanti al patto risorgimentale, e da quello sviluppatesi lungo direttrici rispettose della unità politica e (mettendo fra parentesi, crocianamente, molta parte del ventennio) rispettose delle necessarie relazioni estere con le liberaldemocrazie occidentali. Il giornale di Crivelli fu ancora quello, coerentemente quello, nel passaggio dei decenni: europeista ed atlantico tanto quanto, per Trieste italiana, nazionale. Gianni Filippini, direttore dal 1977 e con i rinforzi che ne ebbe allora – segnalo sempre, con Rodriguez e Melis (tornato dal distacco regionale) ed Aime, i giovani Pisano e Salis e Masala e Ghirra e Mameli ecc. –, sviluppò tenendo la barca in mare, mai nella fanghiglia. 

Nulla o poco pare di scorgere oggi, negli ulteriori adattamenti modernisti e le possibilità o potenzialità del circuito multimediatico del gruppo Zuncheddu, e mentre anche giunge voce di accorpamenti proprietari che riporterebbero l’informazione isolana al monopolio rovelliano degli anni ‘70, delle consapevolezze dell’ieri: superato il dogma del dio-Po dei padani, il sovranismo iperitaliano ha mangiato addirittura il sardismo che si era proclamato indipendentista perché nazionalitario (all’insegna della bestialità “noi sardi, voi italiani”, ingiuriosa dell’esperienza politica dei Mastino e degli Oggiano, dei Melis tutti quanti), e quelli che si chiamano come l’inno degli italiani, ma di Goffredo Mameli sono l’esatto contrario ideale (ché per l’ideale della Repubblica Romana, intimamente patriottico-ed-europeista, morì il poeta ventiduenne), fanno da corredo insieme con i grillini all’improvvisazione chiacchierona e semplicista nel dibattito pubblico. Da parte sua, la sinistra, povera d’idealità e programmi anch’essa, non sa costituirsi come soggetto capace di restituire nobiltà all’arte...

Il giornale non c’è, non rileva. Lontano dal concretismo legislativo ed amministrativo del Cocco Ortu sr il fondatore, non meno lontano dal Cocco Ortu jr. che fu a lungo editorialista, con gli argomenti non meno che con gli ideali al tempo di Crivelli direttore, il giornale non rivela, non racconta la sua anima, se anima ha. Non ha una posizione franca e onestamente critica sul fenomeno leghista in Sardegna che vale quanto valse per Gesù il popolo di Barabba. Io la vorrei, l’anima de L’Unione Sarda del 2019, come quella laica (formatasi al carducciano Resto del Carlino) di Ascanio Forti del 1913, o come quella del suo coetaneo direttore arrivato a Cagliari nel 1954 (e a quel Carlino destinato per probabilità l’anno dopo: eventualità fortunatamente, per noi e per il Carlino, scongiurata, se a Bologna arrivò Giovanni Spadolini, universitario già in cattedra a Firenze e direttore allora appena trentenne). Un giornale interprete del suo tempo nel quadro grande del prima e del dopo, capace di dialogo con la comunità dei suoi lettori: ho ricordato quella buona pratica dialogante nelle rubriche ampie e durature dette dei “Colloqui domenicali” od “Omnibus”…, ai tempi del processo al vescovo di Prato e della maternità libera di Mina.  

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Crivelli e il 25 aprile, anno dopo anno…

Firma, il direttore, gli editoriali del ventennale (1965), del 1973 e del 1975. Firma ancora editoriali e note di prima pagina e contributi in speciali ancora nel 1980, nel 1983, nel 1985, nel 1986. Ni le leggiamo.

Subito, e anche dopo, e dopo ancora, sempre, incontriamo l’assillo, anzi il doppio assillo di Crivelli: ché tale rimane, dico l’assillo, forse l’angoscia, nei lunghi anni in cui può esprimere le sue sensazioni morali e le sue riflessioni di umanista. Egli scorge il differenziale fra l’Italia sognata nel 1945 e quella ch’era dato di vedere in quegli anni ’60, e poi ’70 e poi ancora ’80 messa su, per gran parte, da una generazione rivelatasi non all’altezza della sua missione. Individua nella incapacità di quella stessa generazione divenuta ormai dei nuovi padri, dei padri che han figli dell’età sua in quel 1945, di trasmettere ai giovani l’impulso etico-civile, tutto patriottico e tutto liberale, tutto democratico, tutto sociale, realizzativo di un’Italia degna della sua miglior storia antica.

Certo egli guarda al costume popolare e dei ceti alti, e guarda alla politica che pratica o utilizza, mal utilizza, le istituzioni. La degenerazione è palpabile, il sistema democratico rischia lo scadimento in partitocrazia, è quasi alle viste Tangentopoli quando egli appena tornato alla direzione del quotidiano – nella stagione ultima e pessima di De Mita e Craxi, Forlani e Andreotti, dopo l’assassinio di Aldo Moro e la morte di Enrico Berlinguer, la scomparsa anche di Ugo La Malfa e Pietro Nenni – consegna alla carta l’ultimo articolo della serie…

«Sulle montagne, nella clandestinità, nei lager, nelle prigioni ci eravamo scossi di dosso l’avvilente impronta che aveva costretto la nostra adolescenza entro gli oscuri legami di una soffocante dittatura e ci aveva poi inviato a combattere una guerra ingiusta e non sentita…», quella guerra «ci aveva rimessi sul cammino logico della storia e ci aveva ricollegati a quel risorgimento della Patria ch’era l’unico ideale vivo nei cuori non guastati dai maestri menzogneri del ventennio funesto…». Così scrive il direttore nel primo articolo qui appresso riportato.

L’esame di coscienza individuale e collettivo, aggiunge, deve farsi ogni giorno pressante: «ci chiediamo quante volte in questi vent’anni abbiamo tradito i nostri ideali e la causa per cui combattemmo, quante volte abbiamo barattato i sogni della nostra giovinezza con i suggerimenti della falsa ragione, quante volte la pigrizia del quieto vivere ha inaridito gli impulsi generosi che avevano illuminato la lotta e la vittoria in quella lontana primavera». Ma ancora e soprattutto: «ci viene fatto di guardare alle nuove generazioni che si affacciano alla vita e che fatalmente sono destinate a seguirci e le sentiamo così diverse, così estranee, così poco compartecipi dei nostri ideali e dei nostri ricordi. E sentiamo allora che forse il male più grave è stato questo, è stata la nostra incapacità di spiegare ai giovani di oggi il valore di ciò che vent’anni fa è stato compiuto, la portata di una lotta che non era un episodio fine a se stesso ma un balzo profondo nel senso della storia». 

È qui, in queste parole, il senso di quanto ho cercato di sostenere ed argomentare circa la totale incapacità de L’Unione Sarda di oggi, e anche di dieci e quindici anni fa, di esprimere una linea politica magna e coerente al miglior passato del giornale cocchiano e liberale, virtuosamente prudente negli anni ’50 della ricostruzione e avanzato negli anni della più matura direzione «f.m.c.», una linea lontana mille miglia dalle minchionerie sovraniste, qualunquiste e sempliciste oggi sul mercato in ricambio dell’altra scadentissima merce berlusconiana: l’incapacità de L’Unione Sarda di oggi di accompagnare i suoi lettori, giovani e vecchi, in un presente che abbia per davvero il sentimento della storia e sappia collocarsi nel tempo lungo, consapevole, direi… mazzinianamente, di essere portatore di una missione alta da compiere per realizzare una società inclusiva e aperta, salda nei suoi valori patriottici e accogliente, addirittura avida di relazioni con il mondo povero e il mondo ricco, il mondo globale… 

«Solo se voi, che avete oggi i nostri anni e le nostre fresche energie di allora, sarete capaci di combattere ancora e di ultimare la ricostruzione che è rimasta incompiuta, la nostra battaglia e, più ancora, il sacrificio di tanti morti, non rimarranno senza scopo come un semina gettata nel deserto». Parole di Fabio Maria Crivelli, amico, fratello e maestro mio che celebro, come ogni anno, in questo decennale della sua scomparsa.


Quella primavera di vent’anni fa (25 aprile 1965)

L’Italia celebra oggi il ventennale della sua liberazione dall’oppressione nazi-fascista. Come ogni data commemorativa, questa del 25 aprile più che ispirare motivi di esaltazione retorica o spunti di speculazione politica dovrebbe indurci ad un serio esame di coscienza. Ci si riferisce, è ovvio, a chi di quell’evento, che esce ormai dalla cronaca per inserirsi nella storia, fu in qualche modo compartecipe ed oggi rivive nel ricordo la commozione intensa, l’entusiasmo dilagante, il fervore appassionato di quei giorni.

Quante speranze, quante illusioni, quanti generosi propositi in quelle ore che sapevano di giovinezza, di resurrezione, di vittoria! E come poteva essere diversamente per una generazione che usciva dalla più spaventosa bufera del secolo, per una generazione che nella lotta all’invasore aveva ritrovato il senso di una intatta dignità, di una consapevole fraternità, di un non deluso ideale? Sulle montagne, nella clandestinità, nei lager, nelle prigioni ci eravamo scossi di dosso l’avvilente impronta che aveva costretto la nostra adolescenza entro gli oscuri legami di una soffocante dittatura e ci aveva poi inviato a combattere una guerra ingiusta e non sentita; la lotta contro il tedesco ci aveva rimessi sul cammino logico della storia e ci aveva ricollegati a quel risorgimento della Patria ch’era l’unico ideale vivo nei cuori non guastati dai maestri menzogneri del ventennio funesto. Ora la resistenza vittoriosa portava alla liberazione del paese e ancora giovani sentivamo che quell’Italia piena di rovine, di lutti e di lacrime ci apparteneva, era il campo su cui avremmo ricostruito una nazione nuova, libera, dignitosa, inserita in un mondo migliore e più giusto.

Come non ricordare senza un fremito le sensazioni di quei giorni? Come non risentire, senza nostalgia, il fresco fervore dei canti, dei discorsi, delle lotte appassionate attorno alle grandi idee che si dibattevano, che si scontravano, in una gara che aveva il sapore inebriante della libertà senza limitati dall’avvilimento della realtà, dei propositi non immiseriti dal calcolo personale o dalla trappola della furbizia?

Bene: vent’anni sono passati. E l’Italia che sognavamo di fare, di ricostruire, è questa, è questo strano paese altalenante fra esasperate delusioni e limitate speranze, un paese che si è a lungo cullato su un falso miracolo ed ora piagnucola attorno al dramma della congiuntura, un paese in cui la democrazia è perennemente minacciata nelle sue istituzioni fondamentali e derisa da una massa in cui lo scetticismo fa leva sull’ignoranza, la furbizia sulla malafede, la menzogna sull’indifferenza dei più. Noi stessi, stanchi e confusi, guardandoci attorno ci chiediamo quante volte in questi vent’anni abbiamo tradito i nostri ideali e la causa per cui combattemmo, quante volte abbiamo barattato i sogni della nostra giovinezza con i suggerimenti della falsa ragione, quante volte la pigrizia del quieto vivere ha inaridito gli impulsi generosi che avevano illuminato la lotta e la vittoria in quella lontana primavera di vent’anni fa.

E a poco serve come consolazione il ricordare che in ogni modo l’Italia di oggi, risanata dalle grandi rovine, è un’Italia che noi abbiamo ricostruito da zero; a poco basta la constatazione obiettiva che la libertà ancora vive nel nostro paese e che questo è il bene supremo, l’unico capace di riparare ogni errore, ogni ingiustizia, ogni male. Perché subito dopo ci viene fatto di guardare alle nuove generazioni che si affacciano alla vita e che fatalmente sono destinate a seguirci e le sentiamo così diverse, così estranee, così poco compartecipi dei nostri ideali e dei nostri ricordi.

E sentiamo allora che forse il male più grave è stato questo, è stata la nostra incapacità di spiegare ai giovani di oggi il valore di ciò che vent’anni fa è stato compiuto, la portata di una lotta che non era un episodio fine a se stesso ma un balzo profondo nel senso della storia, il significato altissimo di un ideale per il quale milioni di uomini sono morti, hanno sofferto, hanno duramente pagato. Forse – dovremmo dire a questa generazione che è destinata a seguirci – il paese e il mondo che noi sognavamo e volevamo vent’anni fa non sono così come li volevamo; forse le migliori speranze sono state in parte deluse e frustrate, forse troppi mali che volevamo estirpare ancora sopravvivono. Ma ciò per cui abbiam combattuto e che vent’anni fa pensavamo di poter realizzare è ancora valido, è ancora l’unico ideale possibile. Solo se voi, che avete oggi i nostri anni e le nostre fresche energie di allora, sarete capaci di combattere ancora e di ultimare la ricostruzione che è rimasta incompiuta, la nostra battaglia e, più ancora, il sacrificio di tanti morti, non rimarranno senza scopo come un semina gettata nel deserto.


Perché occorre ricordare (25 aprile 1973)

Ricordare oggi il ventottesimo anniversario della Liberazione non è un esercizio di vana retorica e neanche semplice assolvimento di un dovere cronistico. Così come non è occasionale il fatto che i partiti democratici, le forze sindacali, le organizzazioni antifasciste abbiano deciso di celebrare l’odierna ricorrenza, a Cagliari e in tutta Italia, con particolare solennità. Vi sono dei momenti in cui il ricordo è un atto di fede necessario, un profondo collegamento con valori e ideali che il tempo e gli eventi sembrano avere se non scalfiti resi meno pressanti e suggestivi, così come tutte le cose che la polvere degli anni trascorsi rende un po’ opache e sbiadite. Oggi – davanti a nuovi e drammatici eventi – chiunque crede nella democrazia deve confermare una scelta che a trent’anni di distanza riappare necessaria e indilazionabile; e anche se l’entusiasmo dei nostri vent’anni e – ahinoi – raggrinzito al pari dell’involucro fisico che fa da vestito all’anima, proprio il ricordo di quei giorni, l’atmosfera inebriante e irripetibile di quella lontana gloriosa primavera deve aiutarci nella ferma inesorabile decisione di dire ancora una volta – come allora, come negli anni tragici che quella primavera prepararono – no al fascismo, no alla legge della violenza, no alla tirannia.

Tornare oggi col pensiero a quei giorni, a quegli eventi, significa un poco tuffarsi nel ricordo della propria giovinezza. Per chiunque abbia dato il suo contributo alla Resistenza – nel luogo o nel modo in cui la sorte ci fece trovare – rievocare quei momenti equivale a compiere di nuovo una scelta che scaturì allora dalla coscienza in maniera drammatica, tumultuosa, talvolta solo istintiva. I giovani di oggi nelle loro diverse irrequietudini, nelle loro assai diverse posizioni di partenza, ben difficilmente possono comprendere le ragioni e gli ideali di una lotta che la storia ha razionalizzato e spiegato ma che nel momento in cui la lotta si svolgeva, nel culmine di una tragedia per molti improvvisa e inattesa, poterono essere compresi o intuiti solo da chi aveva in sé , ben saldi, quei principi morali e quell’amore per la libertà che invano, per più di vent’anni, il fascismo aveva tentato di sradicare dall’animo degli italiani. Perciò la Resistenza nostrana resta – secondo noi – un miracolo: un miracolo più grande di quello che si svolse in altre nazioni dove le situazioni ambientali e storiche erano radicalmente diverse. Per noi il fatto più importante della Resistenza italiana resta questo: la ribellione vasta, irrefrenabile, vittoriosa di una generazione che il fascismo aveva allevato nell’ignoranza, nell’errore, nell’esaltazione di miti assurdi e che, per un moto morale basato più sull’intuito che sulla conoscenza, al momento decisivo seppe scegliere la via della libertà anche quando questa passava per i campi di sterminio, per la sofferenza, per la morte.

Senza quella rivolta, senza quella drammatica scelta, oggi l’Italia non sarebbe un paese democratico, un paese risorto dalle rovine di una guerra terrificante, una nazione di uomini liberi. Ma la libertà conquistata allora, a così duro prezzo, non è un privilegio che una generazione conquista per sé; è un patrimonio da conservare intatto per le generazioni che seguono e che spesso – tormentate da altri problemi, irretite in altre ansie – non sanno comprendere nel loro significato essenziale. Abbiamo noi conservato integro e senza pericoli questo patrimonio? L’Italia che abbiamo oggi sotto gli occhi, il panorama che circonda, ci avverte tristemente di no. Ci sono stati errori, debolezze rilassamenti. Il fascismo che credemmo debellato per sempre si riaffaccia minaccioso sotto molte maschere; la pratica della violenza assedia la cittadella democratica. La libertà è ancora una volta attaccata da forze brutali che forse cercano un’impossibile rivincita. Guardando ai giovani che si preparano a succederci noi ci sentiamo assalire dal dubbio tormentoso di non aver saputo trasmettere loro l’afflato spirituale che è l’unica garanzia per una difesa democratica, temiamo di non aver saputo insegnare loro, con sufficiente chiarezza, i motivi ideali che furono alla base della nostra lotta.

Perciò è oggi necessario ricordare l’anniversario della Liberazione: non con vane orazioni, né con false retoriche. Occorre ricordarlo per dire ai giovani che dal 25 aprile parte tutta la storia d’Italia che abbia ancora oggi un valore, per trasmettere loro la convinzione assoluta che senza la Resistenza nulla sarebbe più oggi possibile, che una società imperfetta si può correggere e rifare, ma che senza libertà ogni sforzo diventa tragedia, ogni battaglia una catastrofe. Dobbiamo dirlo subito – finché non si tardi. Se non vogliamo tradire la giovinezza dei nostri figli e quella che noi abbiamo perduto, senza accorgercene, nella lunga strada grigia che si è aperta dopo l’inebriante primavera del 1945.


Ricordare per sperare (25 aprile 1975)

Forse in una situazione generale più distesa, quella di oggi sarebbe passata nel Paese come una celebrazione solenne ma priva della tensione emotiva, della carica vibrante di ricordi, di rimpianti e perfino di sdegno che invece le emergenze drammatiche degli ultimi tempi le conferiscono, collocandola in un’atmosfera di necessaria partecipazione per chiunque abbia a cuore la causa della libertà.

A trent’anni di distanza la Resistenza rompe il filtro, magari suggestivo, della memoria e riacquista un significato imperativo, ci ripropone in tutta la sua interessa il dramma di una scelta morale che il 25 aprile 1945 credemmo definitiva e intoccabile e che oggi invece rivendiamo insidiata da facinorosi di ogni risma, dai rigurgiti di un fascismo che le trionfali giornate di quella primavera avevano dissolto nel caos sanguinoso della disfatta, da bande di irresponsabili che nell’illusione di combattere il fascismo con la violenza e il disordine attentano alla democrazia e tradiscono il più puro ideale della Resistenza, l’ideale della Libertà.

Certo è difficile per chi non ha vissuto quei giorni esaltanti di trent’anni fa capire oggi, nel suo significato più intimo, il messaggio morale che i caduti e i superstiti di quella lotta intendevano scrivere. E’ altrettanto difficile per chi quelle giornate ha vissuto respingere lo sconforto, il rimpianto, la rabbia che si prova a guardare oggi il ribollire limaccioso di infami tendenze, il riapparire di neri fantasmi, il serpeggiare di miti di violenza fra schiere di giovani ai quali la vittoria del 25 aprile aveva assicurato un Paese libero in cui nascere, vivere, ed operare. Per una generazione che ha bruciato i suoi anni più belli nella lotta terribile della guerra partigiana, nelle carceri fasciste, nei campi di deportazione nazisti, che ha patito il freddo, la paura, la fame, che ha visto cadere i fratelli migliori, è disperatamente amaro vedere oggi giovani ai quali è stato dato di vivere in pace e in libertà inseguire i fantasmi di aberranti ideologie totalitarie e attentare ad un ordine stabilito su principi di libera democrazia, cospargendo i muri di scritte contro chi, trent’anni fa, faceva le stesse cose ma per ben diversi ideali e con la sostanziale differenza di rischiare, ogni volta, la propria vita.

Pensare a tutto ciò oggi, e provarne risentimento e sentirsi traditi, serve, tuttavia, a ben poco. A meno che non sia motivo di riflessione autocritica e che non ci si chieda anche se in questi trent’anni tutti noi che allora, nell’impeto generoso dei vent’anni, facemmo una scelta di campo senza calcoli e senza egoismi, non abbiamo poi lasciato, in vari modi, affievolire la carica ideale che ci portò alla vittoria, non , non abbiamo troppo presto ritenuta conclusa una battaglia per la libertà che va invece ogni giorno rinnovata, se quelli di noi che sono stati al vertice della vita nazionale e in ogni altro posto di responsabilità non abbiamo mancato nel necessario dialogo con i giovani che crescevano in un Paese ricostruito e rinnovato, dimenticando di spiegare loro il significato essenziale della Resistenza, facendogliela capire ed amare non attraverso esaltazioni retoriche o ricostruzioni di parte, ma nel suo valore umano di lotta perenne – valida per ogni generazione e per ogni individuo – di opposizione e rifiuto ad ogni sopraffazione, ad ogni prevaricazione violenta, ad ogni principio che soffochi la libertà individuale intesa nel senso più largo.

La ricorrenza odierna ci offre un’occasione forse non tardiva per riparare a tanti nostri lassismi, a tante nostre insufficienze. E’ l’occasione per ricordare, non a noi che sappiamo, ma a tutti coloro che non hanno potuto sapere, che il 25 aprile 1945 è nata, attraverso il dolore, il sangue, il sacrificio di molti italiani una Nazione libera; che dopo trent’anni, malgrado errori e debolezze, questa libertà è ancora il bene più prezioso che ci resta e che è compito fondamentale della nuova generazione scrivere oggi la sua pagina più bella difendendola contro chiunque, per calcolo o per fatale illusione, tenti di metterla anche per un solo istante in pericolo.


Il giorno della libertà (in Agenda aperta, 27 aprile 1980)

25 Aprile: guardo sul televisore le immagini della celebrazione a Milano. Attorno a Sandro Pertini i volti dei vecchi capi della Resistenza, le bandiere delle brigate partigiane, una marea di folla che ascolta composta e partecipe i discorsi di rito. Mi piacerebbe per un momento cogliere le sensazioni di Pertini e degli altri protagonisti della cerimonia nel ritrovarsi, trentacinque anni dopo, nel cuore di una città che vide il momento più bello della loro lotta e che ora sembra protesa a ritrovare nel ricordo un motivo di speranza, ad aprirsi uno spiraglio nel buio di una crisi in cui è ripiombata dopo gli anni luminosi della vittoria e della ricostruzione.

Siamo – noi giovani di allora – tutti, ormai, viaggiatori della sera. Nel nostro zaino pesano soltanto i molti ricordi; illusioni e promesse si sono dispersi nella lunga strada che ci separa da quel giorno in cui tutto il mondo ci apparve un campo dissestato ma aperto a tutte le conquiste. Il mio venticinque aprile – nel filo della memoria – non si celebra a Milano e in Italia; si perde nella brumosa primavera di una lontana città tedesca del nord, sulle ventose colline che circondano Lunenburg. Qui – il mattino del 25 aprile 1945 – riconquistammo, senza averne immediata percezione, la nostra libertà.

Racconto, per sommi capi, non solo per rivivere un attimo magico della mia vita ma anche per tener fede ad una promessa fatta in quel giorno a due compagni di prigionia, Gastone Greggi e Gino Millozza, coi quali appunto dividemmo quell’ora dicendoci che ogni anno, nell’anniversario, ci saremmo ritrovati col pensiero ovunque le vicende della vita ci avessero sospinti e per il tanto che si prolunga un’umana esistenza.

Quel mattino d’aprile cominciò con uno straordinario silenzio: nella baracca fra i reticolati che ci ospitava da tre mesi la luce del giorno continuò a penetrare senza che risuonassero i soliti latranti appelli delle guardie tedesche cui eravamo affidati. I primi usciti dalla baracca tornavano dentro con l’annuncio che l’ora della sveglia era passata da un pezzo e che in tutto il campo, ai cancelli e sulle torrette, non c’era anima viva, nessuna traccia di sentinelle, nessun tedesco in vista per un raggio di chilometri. Eravamo in tutto una cinquantina di ufficiali italiani prigionieri; quel campetto alla periferia di Lunenburg era l’ultima tappa di un lungo itinerario che fra Polonia e Germania ci aveva visto peregrinare dal settembre del ’43 come autentici forzati, istupiditi dal freddo e dalla fame. Eravamo qui dal gennaio, affidati ad un gruppo di SS che ogni giorno, dall’alba a tarda sera, ci scortavamo sue giù per la collina a scavare e rimuovere pietre nella stazione distrutta dalle bombe degli alleati. Simili a spetri, avevamo vissuto gli ultimi giorni come i più terribili della nostra vita sotto la minaccia continua di essere eliminati prima dell’arrivo delle truppe alleate che si facevano sempre più vicine, precedute da spezzonamenti e mitragliamenti degli aerei che passeggiavano sulle nostre teste. Da tre giorni il rombo sempre più ravvicinato di colpi d’artiglieria sembrava segnalare il procedere dell’avanzata di quelli che forse ci avrebbero liberati: il forse era legato alle decisioni dei nostri carcerieri sui cui volti, chiusi in una cupa ottusità, cercavamo invano una risposta. Ed ora – in quella mattina che nel ricordo assume sempre i contorni di un sogno – solo il silenzio ci circondava, i reticolati incustoditi erano la porta aperta che ci separava dalla libertà e dalla salvezza. Guardavamo il cancello del campo, vi ci affollavamo davanti ma nessuno di noi aveva ancora il coraggio di aprirlo, di varcarlo, eravamo in preda all’oscuro terrore che a posarvi le mani ricomparissero sulle torrette le guardie, forse nascoste per un beffardo gioco, e risuonassero gli spari che altre volte avevamo sentito esplodere contro dei compagni giunti troppo vicini al filo spinato. Non so per quanto tempo esattamente, forse una ora, o forse due, sostammo così, assiepati attorno all’uscita, a guardare giù dalla collina, verso la città che s’intravedeva appena oltre la coltre di nebbia che velava tutto il paesaggio. E anche la città sembrava deserta, immersa in quello straordinario silenzio che ora – per sempre – è per me il suono, il sapore della libertà. Poi fummo proprio noi tre –Gastone, Gino ed io – ad aprire con uno strattone il cancello non più rinserrato nei ganci del lucchetto, a muovere i primi passi fuori dal lager, a scendere dalla collina alberata verso la città.

Erano questi – dopo quasi due anni di prigionia – i nostri primi passi di uomini liberi. Fra poco avremmo incontrato i primi carri armati inglesi entrati in città, ci saremmo imbrancati in una folla di prigionieri di tutte l nazionalità – russi, francesi, cecoslovacchi, polacchi – avremmo scambiato abbracci di gioia, avremmo mangiato il primo boccone di pane bianco, fumata la prima sigaretta americana, bevuto il cognac sottratto ad una cantina delle SS saccheggiata, avremmo insomma festeggiato- in un crescendo di ebbrezza, in un tumulto di sensazioni, in un parossismo di esaltazione – la nostra liberazione. Ma quel “dopo” è nel ricordo confuso e sfuggente, come la babele delle lingue in cui gente di tante nazionalità, chiacchierava e gridava, nel caos della cittadina tedesca teatro di quell’irripetibile spettacolo: e invece anche ora, rigomitolando nella memoria un filo che è lungo ormai trentacinque anni, risento preciso, intatto, il suono delle nostre scarpe sdrucite sull’asfalto di quella strada che percorrevamo lentamente, scendendo dalla collina: ogni passo ci allontanava dall’incubo e ci restituiva alla vita, alla speranza del ritorno, alla prospettiva di un’esistenza che per noi – poco più che ventenni – era ancora tutta da incominciare.

In quell’ora di quello stesso giorno, a mille e più chilometri di distanza, i partigiani sfilavano nelle vie di Milan liberata dai tedeschi: la guerra che per noi si concludeva sul ciglio d’una nebbiosa collina nel nord della Germania alla stessa ora terminava per altri milioni di italiani in tante contrade diverse. Milioni di italiani che non solo la distanza geografica separava, ma anche le differenti esperienze, un recente passato vissuto in condizioni dissimili, chi col fucile sui monti, chi n nelle carceri della Gestapo, chi inerme nei lager di prigionia; ma mai come in quel momento tutti erano affratellati da quell’impeto di felicità che dà il riacquistarsi la libertà col sacrificio, la sofferenza, il confronto con la morte. Noi – i tre prigionieri che ritrovavamo la strada del ritorno scendendo dalla collina di Lunenburg – ignoravamo tutto di quel che stava avvenendo in quel momento nelle vie di Milano e delle altre città d’Italia che salutavano la vittoria della Resistenza; e quelli che in Italia in quel momento portavano a termine la loro battaglia tuto ignoravano di noi. Ma sono certo che almeno in un momento di quella giornata, in quel primo inizio del giorno della libertà, tutti abbiamo vissuto un attimo uguale, tutti abbiamo sentito quel silenzio straordinario che segna la fine della guerra con i suoi orrori e le sue angosce e prelude al canto inebriante della vittoria e del ritorno alla vita. E’ il momento in cui l’odio, la paura, la disperazione si dissolvono come i fantasmi nella luce del primo sole e in cui ogni speranza anche la più fantastica, appare realizzabile.

Forse è per questo – io credo – che noi, viaggiatori della sera, celebrando, trentacinque anni dopo quella giornata che fa ormai parte della storia vorremmo, senza riuscirci, che anche chi non l’ha vissuta, i tanti che sono nati dopo, capissero com’è triste nel tumulto di oggi rievocare le speranze – le illusioni – che sentimmo nascere nei nostri cuori muovendo fra le macerie i primi passi verso la libertà.


Non solo una data (25 aprile 1983)

25 Aprile 1945: per gli italiani nati dopo, l’odierna celebrazione della Liberazione è solo una ricorrenza segnata sul calendario come festività civile, qualcosa di cui hanno letto, spesso poco e male, sui testi scolastici o sui libri di storia. Per gli anziani che l’hanno vissuta è il ricordo di una primavera che si fa sempre più lontana col suo retaggio di memorie esaltanti, di drammatiche testimonianze, di avventurose vicissitudini. Triste privilegio dell’età avanzata è quello di ripercorrere spesso il tempo passato con la consapevolezza malinconica di sentirsi un superstite sempre più estraneo alla realtà che avanza: il divario che molti di noi oggi sentono fra l’Italia odierna e quella uscita sanguinante, lacera ma carca disperanze di energie dalla bufera della guerra e delle distruzioni si basa – io credo – sul contrasto stridente che il Paese offre fra i nostri sogni di allora e l’immagine attuale, fra l’atmosfera di quei giorni di resurrezione politica e morale e lo smarrimento indifferenze di oggi, fra gli eventi e i discorsi di questa mortificante primavera del 1983 e le esaltanti speranze di quell’aprile del 1945.

Per chi non c’era o ea troppo giovane per capire e ricordare è difficile ricostruire il clima di quei giorni: sui testi di storia si potranno trovare le date, i fatti, le drammatiche sequenze, le parole dei protagonisti: ma le immagini restano fredde documentazioni d’archivio se non vi è vissuto il sentimento di esaltazione, di riscatto, di personale ed autentica liberazione che accendeva il cuore di milioni di uomini e di donne in quelle ore che segnavano la fine di una tirannia di una guerra devastatrice, di un’oppressione feroce e senza limiti. I partigiani che scendevano ai monti a piedi andavano a liberare le grandi città del Nord in gara con le avanzanti colonne motorizzate degli alleati, i patrioti che uscendo dai nascondigli e dalle carceri percorrevano le strade inalberando il tricolore, i prigionieri che liberati dai lager di deportazione in Germania iniziavano il lento cammino del ritorno in patria, i vecchi, le donne, i cittadini di tutte le età che affollavano le piazze ritrovando nel sole di quel magico aprile il conforto di tanti anni di paure, di fame, di rovine, erano non le tante componenti di un popolo che in quell’ora la vittoria ritrovava il suo sentimento di nazionalità ma un tutto unico, un omogeneo impasto di sentimenti, entusiasmi, furori, un blocco di convergenti volontà, aspirazioni, propositi, come sempre diventano le folle nei momenti più alti della Storia.

In quei giorni le parole pace, libertà, fratellanza, democrazia non erano espressioni di vuota retorica, attorno ai partiti e ai loro capi non si radunavano gli attivisti in cerca d’impiego e di fortuna, i giornali che la gente acquistava assaltando le edicole vano il sapore fresco della verità: a ricordare oggi, dopo quasi quarant’anni, sembra che in quell’Italia piena di rovine le strade fossero invase da un unico e dominante profumo in cui si mescolavano l’odore reale del pane bianco di nuovo sfornato e quello immaginario estratto dalla liberà ritrovata.

Ricordare è molto spesso soffrire. Paragonare quest’Italia che abbiamo sotto gli occhi, con la sua crisi politica, i suoi sconquassi economici, le sue vicende di scandali, eversioni, dissipazioni, le sue ricorrenti paure, delusioni, fughe dalla responsabilità, all’Italia che chiudendo la tragedia del fascismo e della guerra riprendeva il suo cammino di Nazione civile in un compatto impulso di speranze ed energie che significò rapida ricostruzione e mirabolante rinascita, significa porci inquietanti interrogativi su trent’anni di storia, quelli hanno seguito il momento epico e troppo rapidamente vanificato della Liberazione. Ma nello sconforto di una realtà così diversa dai sogni di allora, proprio dal ricordo si apre un unico spiraglio di speranza: il ricordo di una Resistenza che cambiò l’avvilimento di un popolo sconfitto in inaspettata capacità di risveglio e resurrezione. Se a capo di questa nostra Repubblica abbiamo oggi in sardo Pertini il più amato fra gli uomini politici del presente, vuol dire che nel cuore del popolo l’amore per i valori della democrazia e della libertà, malgrado tutto, non è morto.


Il mito che gli anni non possono scalfire (25 aprile 1985)

Gli italiani celebrano oggi il quarantennio della Liberazione in un clima che è certamente diverso da quello degli anni più vicini ad un evento che, in ogni caso, rimane il più importante, e il più significativo nella storia patria di questo secolo. Anche se per un giorno in questa ricorrenza del venticinque aprile rivedremo nelle piazze i superstiti della lotta partigiana, ascolteremo sui podi il racconto dei momenti epici con i quali si conclude una lunga e sanguinosa battaglia, sentiremo risuonare gli inni e le canzoni che nella gioia del trionfo accompagnarono la calata dai monti delle brigate vittoriose, difficilmente riusciremo a riprovare quel sentimento di irrefrenabile commozione, di generosa fratellanza, di illuminate speranze che accomunò la grande maggioranza degli italiani nei giorni radiosi di quella lontana primavera e negli anni immediatamente a ridosso, quando l’epopea della Resistenza fece da cemento alla ricostruzione morale e materiale di un Paese uscito distrutto dalla guerra.

Quarant’anni sono molti nel ciclo limitato dell’esistenza umana; e non vi è dunque d meravigliarsi se oggi a celebrare la ricorrenza della Liberazione sono in netta maggioranza coloro che di quell’epoca non hanno alcuna memoria personale e se i testimoni diretti appaiono figure che l’età avanza pone nel ruolo di simboli quasi avulsi dalla realtà circostanze , fatalmente protesi alla difesa e alla conservazione di un mito, quello della Resistenza, che come tutti i miti può alla fine risultare esorbitante e incomprensibile alle generazioni che rapidamente si succedono. Viviamo, per di più, in un tempo in cui la caratteristica predominante in una certa categoria di storici nostrani sembra quella della “rivisitazione” intesa come gusto di riscrivere i fatti di ieri in chiave di puntiglioso contrasto, di iperbolico ravvedimento, i obbligatorio ripensamento dei valori fino a ieri accertati e indiscussi. Non è per forse per caso che in questa smania di “fare le pulci alla storia” nei giorni che hanno preceduto la celebrazione quarantennale della Liberazione tante pagine di giornali e riviste, e perfino alcune trasmissioni televisive, sono state dedicate non agli uomini e ai fatti più significativi della Resistenza ma ai personaggi e alle vicende dell’altra parte e alla fine tragicamente pagò le conseguenze della sua sconfitta. Nessuno, naturalmente, vuole qui riaprire il capitolo doloroso che è nel fondo di quella che fu certamente una guerra anche fra italiani, e nessuno vuol rinnegare i risultati di una pacificazione nazionale da tempo consolidata. E tuttavia la pervicace insistenza di troppi storici o pseudo storici a ricercare giustificazioni postume, riabilitazioni idealistiche, pietistiche e glorificazioni per la parte sconfitta, per i combattenti sbagliati, per i protagonisti noti e meno noti della repubblica di Salò, oltre che apparire fastigiosa e irritante deve essere alla fine respinta come fuorviante e gravemente lesiva dei fondamentali principi della vera Storia, quella con la S maiuscola, per la quale le vicende dei singoli, gli episodi frammentari anche se tragici, gli atti individuali più meno spiegabili e non sempre di chiara interpretazione, hanno un valore minimo e scompaiono in quel grande crogiolo dove le masse nel loro insieme e i risultati che ne conseguono si fondono per produrre il risultato finale, l’unico che conti.

Rivista in questa luce – l’unica giusta dal punto dell’obiettività storica – la Resistenza rimane un mito che quarant’anni non hanno in alcun modo scalfito, perché è il mito collettivo nel quale s’identifica l’intero popolo italiano e per il quale per la prima volta l’Italia cessa di essere una Nazione senza libertà o una libertà senza Nazione. Ogni studioso serio delle nostre vicende nazionali ha sempre concordato su un punto: quello del difficile e lungamente incompleto processo di sviluppo della nostra unità. E’ un modo rimasto irrisolto per quasi un secolo: il Risorgimento fu un capitolo d’estrema importanza in questo processo, m è ormai fuori di ogni seria controversia che le lotte risorgimentali vennero pilotate e praticamente condotte da élites ristretta di stampo librale ottocentesco che escludevano di fatto ampie masse di sudditi dalla condizione di cittadini. La sottomissione degli ideali repubblicani alla guida monarchica non era che la conseguenza obbligata di questo modo di far procedere la Nazione verso un’unificazione difficile e di assai lontana prospettiva. Il ventennio fascista non fu che un tentativo, in termini peggiori e aggravati, di accelerare il processo d’inserimento popolare nel contesto della Nazione: pilotato ancor più dall’alto, in un regime autocratico e illiberale, il movimento, il movimento di unificazione fece passi indietro invece che avanti; giustamente lo storico Salvatore Veca ha scritto che «il fascismo da questo punto di vista può esser visto come il tentativo di costringere gli italiani a considerarsi una nazione e un popolo magari a bastonate». L’intermezzo breve ma tragico fra il 25 luglio e l’otto settembre del ’43 sembra la fine di questo processo e di ogni sogno di unificazione: ma invece proprio dopo quell’otto settembre il miracolo così a lungo sognato comincia rapidamente a compiersi. Dopo otto decenni nel momento che sembra il più oscuro e il più disperato della nostra esistenza nazionale, nasce per mille rivoli diversi ma presto confluenti in un grande fiume unico quel mito della Resistenza che si pone come mito di rifondazione nazionale con le libertà e anzi grazie ad esse. L’insoluto dilemma degli anni risorgimentali e di quelli del fascismo trova, nell’affluire disordinato, talvolta contraddittorio, di uomini di ogni estrazione sociale, di diversa tendenza ideologica, di lontane origini etniche, alla lotta contro il nemico nazi-fascista, il denominatore comune che amalgama la condotta militare con il concetto del pluralismo, gli interessi di categoria con quelli supremi del bene comune. Dopo tanti appuntamenti mancati fra nazione e democrazie il popolo italiano nella sua vasta accezione realizza attraverso le tante fasi della Resistenza, la lotta partigiana, la costituzione dei comitati di liberazione, le sofferenze nelle carceri, il martirio dei deportati, l’ostinato no dei soldati rinchiusi nei lager tedeschi, quella rivoluzione democratica che negli altri Paesi dell’occidente ha realizzato, con molto anticipo, l’unico sistema che si addice all’esistenza di ogni popolo civile.

E’ questa l’unica irrefutabile verità storica che si può e si deve cercare oggi nella celebrazione della nostra Liberazione; e se è magari vero che viviamo un tempo in cui le ideologie sembrano in declino, se in Italia come in gran parte del mondo si assiste ad un ripiegamento culturale che contrappone il fattore individuale, il personali, ai grandi miti e fa della fredda regione il motore di ogni azione, n non per questo il mito della Resistenza può essere confuso con le utopie ideologiche e politiche che vanno gettate nel mucchio delle illusioni tradite. Perché da quel mito, dalle lotte sanguinose della Resistenza, dalla morte e dalla sofferenza di tanti italiani – ertamente i migliori fra noi – sono nati i due fatti fondamentali della nostra storia nazionale, per oggi e per domani: la Repubblica e la Costituzione. Per quarant’anni il nostro Paese, pur fra errori, drammatici eventi minacciose ombre di dissolvimento, ha continuato a camminare fra quelle due pietre miliari ed ha conservato il bene supremo della libertà. In questo giorno di celebrazione l’impegno in cui tutti dobbiamo ritrovarci – quelli che hanno vissuto quel lontano 25 aprile e quelli che lo conoscono solo per averne letto sui libri di scuola – è quello di conservare questa sacra eredità per le generazioni che ci seguiranno.


La lezione della Resistenza (25 aprile 1986)

Celebrata solennemente l’anno scorso in occasione del quarantennio, la ricorrenza della Liberazione viene oggi festeggiata in tomo minore. A tenere in sordina le celebrazioni pubbliche ha contribuito anche l’annuncio governativo del particolare rilievo con il quale si festeggerà, il due giugno, l’anniversario della nascita della Repubblica; resta da vedere come in pratica sarà raccolta l’idea dei balli in piazza e dei fuochi d’artificio che in qualche modo vorrebbero accostare la celebrazione nostrana a quella, ormai collaudata da secoli, del 14 luglio francese.

Tuttavia per tutta una generazione quella del venticinque aprile rimane una data profondamente radicata nel vivo dei sentimenti; in tanti di noi è ancora capace di suscitar memorie che ci riscattano dai dubbi e dalle amarezze del presente. La preferenza che la classe dirigente vuole accordare alla festa della Repubblica può avere una sua giustificazione storica solo se non si dimentica che la Liberazione fu il fattore antecedente e indispensabile perché l’Italia risorta dalle rovine morali e materiali potesse imboccare la strada della democrazia che al suo culmine aveva il traguardo del cambiamento istituzionale.

C’è anche un motivo in più per non tenere sottotono l’odierna ricorrenza. Nei giorni scorsi da parte di certi commentatori facili all’enfasi critica si è fatto abuso del parallelo storico fra una certa ricorrente “viltà italica”, oggi di fronte ai fatti libici come ieri nel tragico settembre del ’43. E qualcuno andando oltre ha tirato in ballo addirittura la Resistenza per affermare che chi osava avanzare riserve sull’azione militare contro Gheddafi tradiva lo spirito e i valori che contrassegnano la guerra dei partigiani contro la dittatura nazista. Mai paragone ci è apparso più sbagliato di questo: chi ha voluto tentarlo mostra di non aver capito le ragioni essenziali che animarono i patrioti in quella che fu un’autentica lotta di popolo tesa a liberare il nostro Paese da un’oppressione criminale, in uno spirito che mirava soprattutto ad affrettare il ritorno della pace e dea democrazia, e non certo per il gusto dell’avventura bellica fine a se stessa. La riluttanza mostra a oggi dalla gran parte del popolo italiano, e giustamente interpretata dai responsabili del Governo, non può in alcun modo essere paragonata all’infausto otto settembre che fu la prova conclusiva del disfacimento di un regime dittatoriale, ma al contrario raccordata esattamente ai principi di fondo della Resistenza; gli italiani che condannano ogni azione terroristica e che guardano con preoccupazione alle continue provocazioni di un piccolo dittatore farneticante qual è Gheddafi, trovano però anche eccessiva la pretesa di Reagan di assumersi in proprio il ruolo di gendarme vendicativo con scarso rispetto delle opinioni e degli interessi dei suoi alleati, e soprattutto di quelli attuali nelle zone più esposte del mediterraneo.

L’insegnamento che le generazioni nuove hanno tratto dalla Resistenza e dalla sua vittoriosa conclusione non consiste in una bellicosa propensione alle azioni di forza ma, al contrario, in una responsabile ricerca delle vie pacifiche per salvaguardare i diritti di ogni popolo ed evitar il moltiplicarsi dei pericoli che insidiano, da troppo tempo il nostro Paese e l’Europa intera.





Fonte: Gianfranco Murtas
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