Gianfranco Murtas

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Franco d'Aspro, il Maestro Massone che ci credeva. Omaggio alla sua memoria, e ancora a quella di Giovanni Bovio e Giuseppe Boero a Cagliari

di Gianfranco Murtas


Nella serata di sabato 8 ottobre 2005 si svolse, presso la Casa massonica di Cagliari, una tavola rotonda sul tema “Franco d’Aspro, maestro d’Arte e di Loggia”, programmata – nel decennale della scomparsa del grande artista ed alto dignitario della Libera Muratoria – in coincidenza con la presentazione di due miei nuovi libri: il primo, intitolato appunto Franco d’Aspro, maestro d’Arte e di Loggia, ed il secondo AUTOSAG, Il Rito Scozzese Antico e Accettato. Note per una storia delle Obbedienze ferane fra Valli, Zenit ed Orienti della Sardegna (1908-1995).   

Introdotto da Andrea Allieri, presidente del Collegio circoscrizionale dei Maestri Venerabili della Sardegna, che organizzò la manifestazione (alla quale intervennero circa 200 persone, e godette di alcuni intermezzi musicali offerti dai fratelli Pani, giovani ma valentissimi orchestrali del locale Conservatorio), il dibattito si imperniò sulla relazione di Enrico Rais – manager d’impresa e conduttore di brillanti trasmissioni televisive –, mentre al giornalista di Videolina Andrea Frailis venne affidato il ruolo di moderatore.

In conclusione intervenni io. Ecco di seguito il testo del mio breve intervento improvvisato, e la relazione – più meditata – che predisposi per l’occasione.

Ripensando agli abusi commessi in epoca recente a palazzo Sanjust, in quello stesso palazzo Sanjust nel quale tenemmo quell’incontro così intensamente partecipato da tutti, s’affollano in cuore sentimenti diversi. Il primo è la rabbia impotente per come gli uomini di questi ultimi tempi – pieni di vanagloria e senza sostanza istituzionale (e si sarebbe tentati di dire: anche umana!) – hanno, con mille complicità, ridotto o malridotto le sale austere della sede cittadina del Grande Oriente d’Italia, da essi trasformate nel circo d’esibizione delle imbecillità.

Il secondo è la speranza (vaga) di un radicale e profondo ripensamento autocritico generale – di tutti! a partire dalla massa dei nicodemici – e di iniziative ravvicinate direi quasi di “riconsacrazione” al buon pensare e al buon fare di ambienti messi su per essere funzionali alla promozione collettiva, accogliendo per una educazione sapienziale – come farebbe ogni altro consorzio di speciale vocazione morale e spirituale –, e disponendo una gratuita generosa offerta di valori culturali ed etico-civili alla città e alla Sardegna tutta oltre ogni distinzione ideologica e d’appartenenza.

Il terzo è che si compia lo sforzo di un recupero pieno e avanzato delle sensibilità patriottiche – che sono l’esatto contrario di ogni coonestante deriva sovranista oggi al mercato – sicché l’indissolubile associazione di nazione e democrazia come l’intendevano Mazzini e Garibaldi nel XIX secolo costituisca patrimonio condiviso e base per ogni avanzamento nella prospettiva delle intese politico-istituzionali europee e nell’apertura alla cooperazione con il mondo povero e già sfruttato dal colonialismo occidentale.

L’arte che, al pari della religione, è universale per i suoi codici più intimi e non massifica le varietà che sono espressione di storie sociali e culturali particolari le quali stesse, di loro natura, debbono andare, e vanno fortunatamente, per combinazioni musive e trasversalità sottili, mai per viziosi solipsismi, è strumento di superiore civiltà. Essa opera così in funzione di sviluppo della fraternità ed è lessico di dialogo e concordia.


La casa massonica di Cagliari, al pari delle migliori sedi di cultura della nostra città e secondo le intenzioni originarie dell’indimenticato professor Vincenzo Racugno che essa ha donato alla Fratellanza liberomuratoria della Sardegna e del suo capoluogo, deve perciò sempre più impreziosirsi, con le dotazioni di una biblioteca specializzata così come con il patrimonio d’arte che è chiamata a custodire, facendosi luogo di incontro fra esperienze intellettuali, civili e religiose che raccontino il nostro tempo e tendano a costruire, dalla Sardegna, relazioni con il vasto mondo.      


Andrea Frailis (moderatore)

Io non posso rinunciare al mio mestiere di intervistatore, e allora vorrei chiedere a Gianfranco Murtas questo: «Maestro d’Arte e di Loggia», in che modo la qualità di Artista e di Massone si è compenetrata in questo grande personaggio che è stato Franco d’Aspro? E in secondo luogo, vorrei chiedere se «cattolico e massone»… ecco, se c’è qui una compatibilità, perché mi pare ci sia al riguardo qualche problema… Ricordo che nella chiesa vicina alla mia abitazione, da bambino, si leggeva «vietato l’ingresso a comunisti e massoni»…


E per lui una risposta (di Gianfranco Murtas)

Credo di poter rispondere abbastanza facilmente a questa doppia domanda. 

Intanto io non credo che Franco d’Aspro possa considerarsi, per gran parte della sua vita, cattolico nel senso dogmatico del termine, o dottrinale del termine, o tecnico del termine. Cristiano sì, per grazia naturale, direi così. E lì è avvenuto poi, nella sua Arte, il grande sposalizio fra Massoneria e Cristianesimo.

Però recupero proprio questa parola che da un certo punto di vista può sembrare con un significato più ristretto: di cattolico rispetto al cristiano, dico. Perché cattolico vuol dire universale, e la Massoneria è eminentemente una istituzione universale. Da questo punto di vista l’incompatibilità è un assurdo, come si può dire? biologico, per fatto stesso di natura. L’incompatibilità non ha senso. Ha senso nella misura in cui si dà ai termini dei connotati e dei significati diversi da quelli che sono pertinenti nella realtà. E chi li dà questi significati impropri? Li dà chi è sicuro di possedere la verità, chi ama più parlare che ascoltare, chi non è abituato a mettersi a confronto… 

Quando c’è stato, qualche anno fa – e mi pare questo di averlo già detto nel 2001 quando presentammo Diario di Loggia, e poi in molte altre circostanze –, quando negli anni ’90 i giornalisti si sbizzarrirono nella pubblicazione degli elenchi delle logge facendo del giornalismo deteriore, quel tipico giornalismo spazzatura dimostrato dal fatto… basterebbe dire solo questo: che furono ripubblicati addirittura a dieci anni di distanza quegli elenchi – perché poi l’operazione si ripeté mi pare intorno al 2000 e io feci una rapida spunta – e contenevano almeno una quarantina di nomi di morti! Elenchi che non avevano né capo né coda. Ma bisognava fare scandalo… E in quella circostanza, dicevo, parlandone con amici giornalisti, compresi quelli della sinistra – e io mi considero uno di sinistra, anche se della sinistra democratica di stampo repubblicano e azionista che è cosa diversa da quella di classe come noi l’abbiamo conosciuta, dogmatica –, dai miei amici della sinistra andai con i versi della Lode del dubbio di Bertold Brecht. Una splendida poesia che dovrebbe entrare nella letteratura massonica: «Anche quel buco del tetto l’ha fatto Iddio in persona…». Come a dire: quello che sa tutto e attribuisce le parti anche a Dio, è chi non ha coscienza probabilmente manco di se stesso ma pretende di sapere tutto, del creato e di Dio.


S’affaccia Brecht cantore del «dubbio»

E allora, ecco, questi chierichetti che ci sono nella Chiesa cattolica, ci sono anche fra i Ds come già nel Pci. Chiunque abbia una visione totalitaria e presuntuosa e non si pone nessun dubbio è l’antitesi di quello che il massone dovrebbe essere. Quindi anche le cadute che la Massoneria ha avuto, e a mio parere ne ha avute purtroppo tante, derivano da questo fatto: che ha perso, più e più volte, il senso di quello che essa deve essere: scuola di ricerca.  

Ho trovato proprio in questi giorni un bellissimo articolo in una rivista massonica di qualche tempo fa, sono cinque righe del gran maestro Laj, parliamo del 1945-46-47, quando la Massoneria rinasce dopo gli anni di guerra e della dittatura. Dice il gran maestro: «Non dobbiamo trovarci ancora, se verranno i tempi grossi – e verranno – con un esercito numeroso ma imbelle… Se saremo in pochi, non importa; ma se la Massoneria non è e non riesce ad essere un corpo di eletti, non per ricchezza o per sapere e potere, ma per altezza e ricchezza morale, essa manca alla sua missione, è meglio che non esista…». Ecco, questo è il filo rosso, dovremmo ricordarcelo sempre, e lo scozzesismo di Franco d’Aspro – un certo elitarismo a cui puntava lui che era un nemico dei grossi numeri e invece era portato alla severità della selezione – confermava questa vigilanza… Quindi, per riprendere il tuo discorso, «massone e cristiano» è un matrimonio che va da solo, è spontaneo, è spinto dalla storia e dalla natura.

Circa il fatto del «cattolico» mi riservo di dire poi alcune altre cose che sono anche state riportate nel libro, perché io mi sono sforzato, fino allo sfinimento, per recuperare la memoria di Franco d’Aspro dalle prigioni in cui il conformismo di qualche chierichetto con la tonaca e senza la tonaca l’aveva confinato, parlando di abiura, che nel caso specifico significava dire suicidio dei valori… perché egli era stato talmente massone nel dna, lui nipote di carbonaro e figlio di massone, che dire abiura alla Massoneria voleva dire abiura alla sue ascendenze biologiche, e spirituali, intellettuali e civili. E quello che non si è capito – e passi ancora che quello non si è capito da fuori, da quegli idioti che sul giornale della diocesi scrissero «bugiardi i massoni» che avevano pubblicato i necrologi, passi per loro, ma ho saputo che anche nella Fratellanza si è accolta come veritiera una ipotesi del genere, offensiva della memoria di Franco d’Aspro.


Dunque «Maestro d’Arte e di Loggia»… scusate ma parlando a braccio ci sono sempre queste deviazioni o divagazioni… A me è sembrato di trovare nell’opera di artista e di scultore di Franco d’Aspro ripetutamente la cifra massonica. Sapete, nelle chiese di Cagliari, sull’altare, dove si celebra l’eucarestia, ci sono molti crocifissi, e molti luciferi e candelabri col Delta massonico. Andiamo per Cagliari e troveremo questa cifra massonica che «per lui costituiva il contributo – ho scritto in questa breve relazione – della sua Massoneria» alla vicenda della umanità così come è letta dal cristianesimo. Il suo grande amore per il Crocifisso, il suo grande amore per la Vergine e Madre, il suo grande amore per il popolo degli angeli e dei santi, che ritorna continuamente nelle sue opere… C’è sempre quel sigillo. Egli si compenetrava nel dramma del Cristo crocifisso, partecipava all’evento anche con la sua natura e la sua ideologia massonica.


 


Dunque «Maestro d’Arte e di Loggia». Come era maestro di Loggia: serio, austero, pontificale, un 33 fin dal 1950, grado apicale della Piramide scozzesista, così era maestro nella sua fonderia. E’ stato ben detto che fondeva lui stesso le sue ideazioni. Io ho recuperato questi concetti di Artista, Artigiano e Artiere. Sono tre aspetti della sua personalità d’artista legati alla sua identità di massone… Ma adesso, se voi mi consentite, e anche per rimettere un po’ di ordine alle cose dette, vorrei proporvi questa mia breve relazione, saranno una decina di minuti… Però è stata molto pensata, ed è anche molto concentrata, ed espone ordinatamente alcune riflessioni che mi parrebbe importante di trasmettervi, perché anche si possa eventualmente confrontare la lettura che ne do io, della personalità di Franco d’Aspro, con quella che ne date voi.

E intanto però vorrei esordire, un po’ anche in onore alla sua memoria e anche come ringraziamento della vostra presenza, riprendendo in apertura – e c’entrerà, vedrete – alcuni versi della Loggia Madre di Rudyard Kipling, premio Nobel per la letteratura.


Il messaggio universale

La loggia di Kipling era in Punjab, lui era un ufficiale dell’esercito di sua maestà britannica nelle Indie orientali.

«… C’era Rundee il capostazione,

Beazeley il ferroviere,

ed Ackman del Commissariato,

Donkin della prigione,

Blake il sergente macchinista,

che fu per due volte il nostro Venerabile,

unitamente a quello che gestiva il bazar Europeo,

il vecchio Framjee Eduljee.


«Fuori: “Sergente! Sir! Buongiorno! Salaam!”,

Dentro. “Fratello”, e questo non fa male.

Ci incontravamo sulla Livella 

e ci lasciavamo sotto la Squadra

ed io ero il Secondo Diacono, laggiù, nella mia Loggia Madre!


«Vi era ancora Bola Nath il contabile, 

e Saul, l’ebreo di Aden,

e Din Mohammed, disegnatore del Catasto.

Vi era Cuckerbutty, lo scrivano indiano,

ed Amir Singh, il Sikh,

e Castro dell’Officina Riparazioni,

che era cattolico romano.


«Non avevamo paramenti fastosi,

la nostra Loggia era vecchia e nuda,

ma noi conoscevamo gli Antichi Limiti

e ci attenevamo strettamente ad essi,

e, ripensando al passato,

spesso mi colpisce il fatto

che non esistono “infedeli”

a meno che noi stessi non lo siamo.


«Non potendo riunirci ad un pranzo 

per non infrangere le Leggi di casta,

ogni mese dopo il Lavoro Muratorio

noi ci radunavamo a fumare.

E chiacchieravamo tra noi

di Religioni e di Filosofie

Ed ognuno paragonava agli Altri

Il Dio che riteneva migliore.


«Così l’Uomo parlava all’Uomo…».


E così via, ancora con questi versi bellissimi di Kipling, che ancora fotografa le scene:

«… cavalcavamo a casa, verso il riposo,

con Maometto, Dio e Shiva

che continuavano a scambiarsi le consegne nelle nostre teste.

«…Fuori: “Sergente! Sir! Buongiorno! Salaam!”.

Dentro : “Fratello”, e questo non fa male…».

 

Questo per dire della universalità della Massoneria. E dunque, ecco la mia relazione.


D’Aspro, l’Arte, la Massoneria e la Religiosità

Ancora una volta la biografia si fa autobiografia. E’ inevitabile.

La prima immagine che la mente mi ripropone è l’incontro paritario fra il ventenne, poco più, inesperto di tutto, ed il 64enne professore, grande fisicamente e grande nell’ingegno creativo, ideazione e pratica manuale. 

Grande: lo intuivi subito, perché la sua complessione stessa, il suo aspetto stesso erano una cosa grande, un’opera d’arte, strutturata e fascinosa. Così lo immagini l’Artista, il maestro di Bottega. E così forse immagini anche il Sovrano Grande Ispettore Generale, il 33 del Rito Scozzese tutto docenza (anche se, in verità, Silicani fu – da tale punto di vista – altro: non imponente ma esile e modesto, uomo sì d’organizzazione ma, di più ancora, di meditazione e preghiera). 


Artista e Artigiano, e Artiere

Ho giocato spesso su questi tre termini con la A iniziale maiuscola – Artista, Artigiano e Artiere di loggia – per le suggestioni insite nell’assonanza della comune radice e perché, evidentemente, essi richiamavano le tre facce di una singolare medaglia prismatica.

Il creativo rivendica a sé una doppia cittadinanza: quella del mondo delle idee, e ancor più delle intuizioni che sanno suggerire – ispirare e spiegare cioè – e quella del mondo delle cose e del fare, si direbbe della terrestrità.

La realtà della immaterialità è quella, evidentemente, che più intriga: avverti che vorrebbe inverarsi nella forma e nelle dimensioni, nel colore, nello spessore, che vorrebbe entrare in relazione con il sensibile, natura e umanità, e ti appassioni a vederne la trasmutazione, appunto, nella materialità. 

Mondo delle idee e delle intuizioni, e mondo delle cose e del fare: si tratta di una doppia polarità che non è schizofrenia ma complementarità, sposalizio. 

Le idee e le intuizione calano nel bozzetto, nell’opera che è fonte derivata (pur anche con una sua autonomia dall’autore) che accende le emozioni, soggettive e corali, in chi possiede la grazia di sapersi relazionare con l’arte e, attraverso l’opera d’arte, con il suo autore. Incontro di umanità, immediato con l’oggetto, mediato con l’autore e il suo mondo interiore ed esperienziale. 


L’Ars regia

Artiere è il mestiere sociale di chi la genialità dell’Artista e l’abilità pratica dell’Artigiano riesce a calarle – come esperienze della mente e come esperienze del fare – nel teatro, o nel tempio in cui oggetto e soggetto si identificano: io sgrezzo la mia pietra, io levigo la mia pietra, io associo la mia pietra alle altre per costruire l’edificio sociale.

L’Ars regia è il lavoro, e la fatica, della trasformazione di se stesso e dell’edificio sociale, non la magia di forze esterne ad un uomo deresponsabilizzato. Sembra poco, ed è tutto!

Eminentemente il Rito Scozzese Antico e Accettato offriva a Franco d’Aspro le opportunità di un tale esercizio. Non uomo di lettere, anzi – per sua stessa confessione naif – uomo per il quale la fatica della penna era più onerosa di quella della fonderia, egli era un lettore attento e competente dei corposi, complessi testi rituali dello scozzesismo, della simbologia templare e volgeva prima di tutto a sé quelle tavole degli interrogativi e delle risposte possibili, come i formulari gli suggerivano; e dopo essersi provato nello sforzo, esigeva che anche gli altri – coinvoltisi liberamente nell’avventura della Piramide – non se ne esimessero.

Tre sono gli elementi caratteristici della sua personalità che di più mi hanno sempre colpito: tre. C’è tutta una scuola, interna alla dottrina massonica classica, che rimanda alla numeralogia. Io non ne sono esperto però… 

Tre, il numero perfetto per eccellenza: tre, il delta divino, la somma dell’individuale e del sociale (dell’uno e del due cioè) era l’insistente cifra che fissava, come a marcare con il linguaggio del codice segreto, perché dell’anima, l’apporto della sua massoneria, in ogni figura, ad iniziare da quelle religiose: lo trovi anche sugli altari dove si celebra la messa, a Cagliari. Nella figura del Cristo come sui luciferi che onorano l’eucarestia.


d’Aspro italiano multiplo

Punto primo, la summa interregionale che lo rendeva tanto italiano da essere come il simbolo vivente – per ascendenze e per vissuto – di una società nazionale formatasi nel corso dei decenni e dei secoli, combinando fra loro, in un miracolo di fecondità, comunità diverse, non omologandole nel basso ma associandole, legandole con i fili d’oro della religione di Cristo e della lingua di Francesco d’Assisi e Dante. 

Figlio di toscana e di abruzzese teatino, nato in Piemonte e cresciuto ad Avellino, studente a Bologna ed apprendista di bottega o tirocinante a Napoli, diventato sardo. Proprio il punto terminale di tale percorso, che parrebbe – per l’insularità dell’approdo – quasi alternativo a tutto il resto, fatto quasi di caselle contermini, assume significati che non sarebbe giusto ignorare, sminuire o banalizzare.

La Sardegna è, in qualche modo, scaturigine e ricapitolazione della storia nazionale, di quella antica e di quella risorgimentale e recente.


Nella sequenza delle generazioni

Punto due, intimamente legato al primo: il senso della successione generazionale. Ho sempre avuto l’impressione che nella sua famiglia, più ancora che i valori della cultura aulica – e cultura ci fu – contasse quella certa sensibilità del divenire storico che ti fa capire che tu sei uno della storia, un protagonista sì in altri tempi e altri luoghi rispetto a quelli dei tuoi avi, ma sempre dell’unico film, e non uno spettatore o un giudice algido ed estraneo.

Questa circostanza – che, ripeto, è intimamente combinata con la consapevolezza dell’appartenenza nazionale (o chiamala patriottica, dell’Italia una eppure multipla, e specularmene: plurale eppure unitaria, senza omologazioni altro che, purtroppo, oggi, in certi aspetti deteriori della modernità consumista e sprecona) – è importante rilevarla e scriverla a lettere tutte maiuscole, perché ci troviamo, e in prima persona mi sono trovato, a riscattare la memoria di Franco d’Aspro da una prigione in cui il conformismo e il pregiudizio l’hanno ingiustamente collocata, quando hanno osato parlare di abiura della massoneria, che sarebbe avvenuta nel crepuscolo della sua vita.

Sostenere questa tesi significherebbe smentire – né più né meno – quanto nella autenticità e profondità della sua persona, sentimento e pensiero, era luce vivida: il dovere morale ed esistenziale di portare a una fase più avanzata del tracciato storico i valori appresi in casa, dalla pedagogia predicata e testimoniata dal padre massone e, prima ancora, dal nonno carbonaro. Credenziali che, non a caso, egli offerse nell’autunno 1963 quando si presentò alla Fratellanza della “Nuova Cavour” per dire “eccomi”; e come tale fu accolto e onorato.

Insomma, una abiura – che mai, mai ci fu – avrebbe significato un incredibile suicidio, la morte provocata cioè di un sé che costitutivamente era nella consapevolezza della sequenza generazionale, e in quella sequenza generazionale: democratica e laica, patriottica.

Si potrebbe invece, stavolta fondatamente, alludere ad altro, all’armonia ferita, ad un certo punto, da azioni e intenzioni non commendevoli di taluno. Per cui, già 75enne e dispensato a norma di regolamento dalla frequenza, preferì ritrarsi, limitando la sua partecipazione alla catena d’unione a momenti e situazioni di sincerità certa e sostanziale. Ma è altra questione.


Laico, interno alla spiritualità cristiana

La terza caratteristica forte della personalità di Franco d’Aspro è, a mio avviso, lo sua spiritualità religiosa che, in quanto cavaliere e principe scozzesista, associava il cristianesimo alle letture naturalistiche della vita.

Forse certa educazione del filone materno, certamente la pratica dell’arte, lo studio della storia dell’arte – e quanto più quella italiana, dal medioevo al rinascimento, dal barocco alle stagioni più moderne –, lo avevano reso interno alle produzioni morali, dottrinali e sociali del cristianesimo.

Cristo crocifisso diventava l’archetipo dell’uomo allo stadio pieno della sua umanità, sofferente e solo, trafitto da una società capace di rivoltarsi alla giustizia, ma era pure, già col suo solo mostrarsi, ammonimento e modello d’un nuovo essere ed andare per le strade della storia: insomma Cristo crocifisso era, insieme, certificazione di una sconfitta del Sinedrio o del Pilato che è in noi; era bivio e cioè chiamata alle scelte definitive; era indirizzo e meta d’un mondo che non concepisce ingiuste emarginazioni… 

Così la Vergine e Madre era divenuta l’icona della ricezione e della restituzione, icona della mutua fedeltà fra terra e il cielo, interfaccia di una provvidenza che a sua volta ha bisogno dell’umanità per essere se stessa – intelligente energia eternamente creativa e compartecipativa –; era incarnazione di coprotagonista d’un piano, appunto di provvidenza, proposto e non imposto, senza prevaricazioni e con rispetto invece del libero arbitrio, coerente al principio secondo cui la storia della salvezza nasce negli stessi impasti sporchi del mondo…

Così gli angeli, e così i candelabri convocati alla missione dello squarcio delle tenebre – umanizzati anch’essi –, così i santi intesi come il popolo che ha firmato, con libertà e fiducia, l’atto fondativo del sodalizio, anch’essi erano simbolo – nella elaborazione spirituale di Franco d’Aspro maestro d’Arte e maestro di Loggia – di un umanesimo consapevole della non autosufficienza del creato e, anzi, del suo bisogno di complementarità in sfere più grandi dell’ambito del sensibile.  

Il primo livello di integrazione, cioè di soddisfazione del bisogno di complementarità, è, per definizione, quello sociale. Da questo punto di vista la militanza massonica di uno spirito libero come quello di Franco d’Aspro era, io credo, la risposta giusta e perfetta.


Massoneria ecumenica e civile

Pur seguace di una linea che ha conosciuto la massoneria nel suo protagonismo civile – risorgimento, postrisorgimento, l’Italia giolittiana, l’Italia postfascista e costituzionale, democratica e repubblicana, l’Italia laica negli ordinamenti e morale nella società (il sogno di un cattolico liberale mai amato dalla gerarchia come Arturo Carlo Jemolo) –, in d’Aspro viveva una prospettiva di massoneria ecumenica, che ritengo quella autentica, quale è espressa anche nei famosi versi di Rudyard Kipling. 

In essa riposa la sua eredità spirituale per la Fratellanza massonica che è stata tanta parte della sua vita, per la cerchia degli amici e di chi gli ha voluto bene, per la grande comunità di quelli che si sono accostati alla sua arte e da essa hanno ricevuto la santa provocazione del pensiero meditativo.   

Questo io dovevo dire, e vedete che è un contributo di riflessioni credo non banali... E in ultimo mi permetto di aggiungere questo: si è accennato prima alla possibilità, o al dovere forse, che la città di Cagliari dedicasse una strada, o una piazza o una scuola a Franco d’Aspro. 

Io devo dire che una lettera in questo senso la scrissi molti anni fa – 7, 8, qualcosa del genere – a un assessore della giunta Delogu. Mi si rispose: bisogna far passare dieci anni… se vuoi fai tu la proposta a chi di dovere, ecc. 


Una strada per l’Artista

Risposta che era la summa di cose non accettabili. Prima di tutto per il dovere della collegialità in un esecutivo amministrativo che, secondo me, poteva far correre da un assessorato all’altro la proposta. Appunto nel nome della collegialità, se collegialità ci deve essere... 

In secondo luogo perché si è abbondantemente derogato, anche in Sardegna, alla regola dei dieci anni. Basta fare richiesta motivata al prefetto da parte dell’Amministrazione civica. Non si è voluto fare.

Ma questa città – fatemelo dire con grande franchezza e nel rispetto delle opinioni di ciascuno di voi –, una città che intitola il terrapieno a un grande galantuomo ma federale fascista negli anni delle leggi razziali, che intitola una piazza al commissario prefettizio e poi podestà – benemerito anche lui per tanti motivi – e deputato a lungo di un sistema di dittatura che riempito le carcere i degli oppositori, che ha mandato il gran maestro Torrigiani al confino, liberandolo soltanto per morire cieco…, una città che non più di due o tre mesi fa ha intitolato un’altra piazza a chi pagava le squadre fasciste nel 1922, antisocialiste, e che entrò in politica comprando anche il quotidiano L’Unione Sarda, nel 1920, per sostenere la sua azione politica contro i cosiddetti fasciomori, cioè i sardisti che stavano per entrare nel Partito Nazionale Fascista che essi poi avrebbero egemonizzato – sapete che il fascismo sardo è stato essenzialmente fasciomoro, come è stato definito, mentre lui era un fascista della prim’ora, Ferruccio Sorcinelli… – allora sapete, se un’amministrazione civica ha questa sensibilità democratica, ha conti da sistemare con la democrazia? io non lo so!… e si dimentica di Franco d’Aspro, io non mi riconosco, non posso riconoscermi non solo in questa Amministrazione ma anche in una città che si riconosce in questa Amministrazione!

Aggiungo, e chiudo, che io una nota in questo senso l’ho manata due mesi fa all’Unione Sarda, ed essendo stata puntualmente censurata, l’ho rimandata due settimane fa circa. Naturalmente non è apparsa, nel nome della libertà di stampa. 

Voi troverete, forse anche qui – anzi anche qui, o nell’uno o nell’altro, o nell’uno e nell’altro libro – le lettere censurate che riguardavano la Massoneria. Quando io sono andato a difendere… la Massoneria… Quando fu inaugurato Palazzo Sanjust e poi quando morì Franco d’Aspro e lo si fece passare per un traditore dei valori che invece erano stati il cardine della sua vita… 

Ma così anche nel libro su Alberto Silicani: anche lì c’è una lettera pubblicata con un incipit: lettera censurata dall’Unione Sarda ma riscattata dal libretto… Perché, guardate, il tempo è galantuomo: a Immacolata l’ho detto, è da dieci anni che glielo dico, da quando lei s’era sentita ferita da questa dimenticanza della città nei confronti di Franco d’Aspro...




L’insipienza di un’amministrazione civica

Voi non conoscete forse tutta la vicenda di questo magazzino artistico di grandissimo valore di cui si proponeva l’acquisto da parte di un’Amministrazione importante come quella comunale di Cagliari, che non ha avuto questa sensibilità di acquistare a un prezzo che era forse della metà del valore reale delle opere… Poi c’è stata una amministrazione periferica, dell’hinterland – e speriamo di poter fra breve inaugurare questa mostra permanente in onore di Franco d’Aspro.

Il tempo è galantuomo, anche questa serata dimostra che il tempo è galantuomo. Io vorrei che la Fratellanza massonica meditasse, per quanto interessa lei, anche sulla proprie omissioni da questo punto di vista: le memorie… 

Sapete, nessuno di noi è perfetto, e non dobbiamo fare santo chi non c’è più, non vogliamo travisare la realtà, è chiaro… anzi il primo omaggio che facciamo a chi non c’è più è quello di dire la verità su di lui. Siamo un chiaroscuro tutti quanti, ma quelle virtù che hanno reso fecondo il terreno nel quale poi altre generazioni sono passate, Franco d’Aspro questo, come vecchio massone, ha fatto: ha seminato, e tanti sono passati poi nei solchi da lui tracciati e soprattutto sono cresciuti umanamente e massonicamente. Questo bisognerebbe non dimenticassimo. Di Franco d’Aspro e di tanti altri… Un patrimonio enorme di memorie... Basta così. 


Tornando a Bovio

Mi era sembrato giusto, tornando in argomento di Libera Muratoria e di impensabili abbattimenti – quali sono stati quelli purtroppo registrati negli ultimi tempi – del tono ideale della sua presenza a Cagliari, compensare, quasi assorbire il magone ritornando a memorie nobili e tutte sarde: e Franco d’Aspro fu sardo, fatto sardo dalla sua arte e dalla sua stessa ispirazione umanistica che nelle lavorazioni della cera persa recuperava tanto delle esperienze creative del Mediterraneo antico, quasi facendosi inghiottire da un beatifico trasversalismo ellenico-latino e di più vaste aree in cui collocava, come amava dire, il proprio sentimento, spontaneo ed insieme educato, universalista. Sardo e universale per pratica d’arte. Un capolavoro.

Per questo aveva sviluppato una speciale intesa con un altro spirito di altissima dottrina umanistica e universalista frequentante, lungo gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, la stessa sua loggia, vale a dire la Hiram cagliaritana: Sabino Iusco, professore (storico dell’arte) allo stesso liceo artistico della città in cui egli insegnava – sarebbe stato, Iusco, soprintendente ai beni storici e artistici della Basilicata –, in loggia dignitario e Venerabile. Pagine alte, davvero alte della storia neppure così remota della Massoneria cagliaritana.




Fu, Sabino Iusco al pari di Franco d’Aspro, tra i fondatori della loggia Hiram, nel passaggio fra 1965 e 1966, gemmando dalla Nuova Cavour che l’aveva accolto al suo arrivo a Cagliari. Fatto Maestro e dignitario, della Hiram divenne il Maestro Venerabile nell’a.m. 1969-1970 ed Oratore eletto del Collegio circoscrizionale presieduto allora dal Venerabile sassarese Bruno Mura (il quale con Franco d’Aspro condivideva la leadership del Rito Scozzese nell’Isola), vice il carboniese Tiberio Pintor, magnifico uomo di scuola.

La loggia Hiram al tempo della sua costituzione – con d’Aspro e Iusco, Caput Magister Mario Giglio – riuniva una ventina di personalità d’eccellenza della Cagliari d’allora, personalità che sarebbero ancora più numerose confluite, partecipative, negli anni immediatamente a seguire, dai partiti come dall’imprenditoria, dalla amministrazione pubblica come dalla medicina, dalla scuola come dalle professioni, nella coralità dei lavori, sempre di degnissimo livello, quali essa sapeva produrre ed offrire al più largo circuito latomistico isolano (alcuni vennero anche dati alle stampe).

Avvennero ricambi importanti allora nella struttura della loggia, e la valentia dei nuovi attenuò certamente le perdite via via registrate per legge di natura – quanti lutti! a partire da quelli intestati a Quintino Fernando – Oratore della loggia e nel mondo civile professore di storia e filosofia al liceo Pacinotti – ed Hoder Claro Grassi, prolifico pittore metafisico apprezzato da critica e pubblico… Si perse allora anche Nicola Valle, presidente ed anima degli Amici del libro, intellettuale a tutto tondo (letterato e musicista, critico letterario e d’arte e musicofilo) che, lui di antica iniziazione, aveva allora preferito ricollocarsi nell’organico della gemella loggia intitolata a Giordano Bruno, con Venerabile il professor Carlo Anichini, docente universitario ed oceanografo.

Partecipava al piedilista – per restare sempre nel campo d’arte e ad esso limitarmi – anche Nino Ciusa, l’unico figlio maschio di Francesco Ciusa, impresario in quanto ad attività professionale, curatore – con le sorelle – delle catalogazioni delle opere paterne…




Sono, questi, soltanto flash, semplici flash di memoria che mi rimandano a frequentazioni ora personali – di me giovanissimo, ancora ragazzo in alcuni casi – ed alle carte che in molti fiduciariamente mi hanno via via consegnato perché il meno possibile fosse disperso delle esperienze trascorse. Ed è proprio per questo, per le illuminazioni di memoria e sentimento che mi vengono da figure e attività di cinquant’anni fa, un po’ di più e un po’ di meno, che ho vissuto e vivo come una tragedia autentica quel che è occorso a palazzo Sanjust ad opera di uno o due sconclusionati, ma con la copertura – direi la complicità – di molti pari e dignitari assolutamente inadeguati al ruolo. Mai avrei immaginato un presidente circoscrizionale sardo – il numero uno fra i millecinquecento massoni giustinianei sardi – giocare, come un ragazzino di dieci anni, al “mi piace” con la faccine sceme replicate tre volte, al “mi piace” riferito alle pagliacciate imposte al busto storico e “antifascista” di Giovanni Bovio. 

Un Vincenzo Delitala o un Giuseppe Delitala, un Mario Giglio, un Bruno Mura, un Luciano Rodriguez, un Armando Corona e quanti altri dopo loro in tempi neppure remoti, così come gli apripista Alberto Silicani, Domenico Salvago, Emilio Fadda, Annibale Rovasio, Michelino Conti…, avrebbero mai osato “volersi” perdere, in controtestimonianza al proprio ufficio, come si è perso l’attuale presidente? Presidente del nulla! presidente che bisbiglia “ma Bovio chi è?”, imitato da qualcuno della piazza di Barabba che applaude. Negli anni della sua presidenza circoscrizionale, ed a dieci metri dal suo ufficio, agli insulti reiterati al capo del nostro Stato repubblicano si sono mischiati gli assalti alla riservatezza delle segreterie ed i furti sacrileghi di preziosità (la Torah non ha prezzo!), le sceneggiate o i fotoromanzi nello sfondo della quadreria dei gran maestri, vittime una volta Hiram l’architetto capo e un’altra un busto d’arte liberato dalla prigione fascista, e le volgarità ordinarie, l’ordinario trivio nella rete web. Che schifezza! 

E in giro il silenzio invece della ribellione. Nel Tempio della libertà, oltre che dell’uguaglianza e della fratellanza. Nel Tempio della libertà! libertà del pensiero e della sua limpida espressione, soprattutto libertà dalle convenienze futili e venali, libertà dai condizionamenti conformisti e dall’ignoranza che impedisce di appassionarsi alla biografia civile di Giovanni Bovio, ai Doveri dell’Uomo di Giuseppe Mazzini, e di studiare le pagine dei molti professori – da Mola a Conti, da Fedele a Isastia e Novarino – che ci hanno spiegato il risorgimento e l’antifascismo, come la Libera Muratoria nacque o rinacque nell’Italia risorgimentale votata a un disegno storico, non importa se con le prudenze diplomatiche dei liberali o con l’irruenza militare dei democratici: la nazione unita, forte di alleanze continentali, e come patì sotto la dittatura di Mussolini.

Società di Tradizione, aperta nel tempo nuovo, nel millennio nuovo, alle sfide della bioetica e della ricerca astronomica, delle scoperte ultime dell’universo infinito di cui scriveva Giordano Bruno, da filosofo non da scienziato, mezzo millennio fa, la Massoneria dovrebbe avere la stessa dignità, direi morale ed intellettuale, a Londra e a Roma come a Bombay, a Cagliari e ovunque in Sardegna come a Milano e Firenze e Parigi e New York.

Oggi palazzo Sanjust non risponde. E la catena s’è spezzata, un anello è andato perso. So bene che in questa o quella loggia, forse soprattutto nel “sistema” dell’alta ritualità Emulation, fremono spiriti inquieti, soffrono persone buone e oneste, colte e istituzionali, piangono con me oggi – non è vana retorica! – quelli che ci credono e hanno tentato, nel loro campo, ma senza risultato, di fare avvertiti i Maestri volta a volta eletti, democraticamente, alle funzioni ora ispettive ora disciplinari e giudiziarie, ora e soprattutto santamente pedagogiche.




Si dice che la Massoneria sia una permanenza nella storia, non museale certamente, ma testimoniale, tesa “iniziaticamente” alla ricerca dell’ “oltre”, di quanto v’è oltre l’apparente, e di garantire solidità ai valori civili della convivenza sociale. Credo che Franco d’Aspro – da principe educato e signore – sarebbe inorridito a vedere sullo schermo universale le buffonate imposte ad un monumento d’arte come è avvenuto da noi, e conoscere tutto il resto, tutto il resto, tutto il resto che è ripugnanza. Lui già per il piccolo Tempio di palazzo Chapelle, negli anni ’60, ma replicandosi per il ben più ampio Tempio di via Zagabria, nel moderno quartiere di Genneruxi, aveva lavorato d’arte per le applicazioni dell’Ars regia… i candelabri rituali e quant’altro gli era stato richiesto, o spontaneamente aveva pensato utile donare. Si chiamava, si chiama generosità.  






Fonte: Gianfranco Murtas
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