Gianfranco Murtas

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Giuseppe Dessì ed Antonio Gramsci (attraverso Giuseppe Fiori). Discutendone con Antonello Angioni

di Gianfranco Murtas


Sono tornato a Dessì e con lui (e con Giuseppe Fiori) sono arrivato a Gramsci. Complici le costrizioni domestiche da coronavirus, utilmente sfruttate per avanzare con le classificazioni della corposa emeroteca associata alla biblioteca familiare ed agli annessi archivi storici tutti isolani (sezioni del movimento repubblicano e autonomista, della massoneria, della Chiesa e dell’evangelismo otto-novecentesco, del bacareddismo) ho recuperato l’articolo che l’autore di Paese d’ombre dedicò a Vita di Antonio Gramsci, la prima opera interamente biografica di Fiori sui protagonisti dell’antifascismo patrio. Si sa che nel tempo sarebbero venuti altri magnifici lavori sullo stesso filone: dapprima L’anarchico Schirru, poi Il cavaliere dei Rossomori, quindi Una storia italiana: vita di Ernesto Rossi, e dopo ancora Casa Rosselli, oltre a tanto altro naturalmente: da Vita di Enrico Berlinguer a Uomini ex, al tremendo (come per il contrappasso della storia) Il venditore: storia di Silvio Berlusconi e della Fininvest. E si sa che la sua bella avventura di scrittore era cominciata, per Fiori, negli anni finali di servizio a L’Unione Sarda (e per qualche tempo, come collaboratore, a La Nuova Sardegna), o nel passaggio a il Gazzettino sardo, con i celebratissimi Sonetàula (1960) e Baroni in laguna (1961). 

Diciamo di Dessì, dei suoi luoghi e personaggi…

Giuseppe Dessì costituisce per me un riferimento illuminante ed amato in certi percorsi della mia vita di sardo. Lo scopersi, giovanissimo, a Villacidro, quasi all’indomani del premio Strega al suo romanzo-super, a Paese d’ombre cioè. E fu lettura magica quella, che mi consegnò alcune chiavi di più intimo accesso al luogo, bello e tutto colorato, che mi aveva accolto con fraternità. Tante letture, della sua narrativa e dei saggi che lo hanno raccontato, e a Dessì ho dedicato, cercando di pareggiare i debiti, anche molti miei lavori, in televisione e sulla carta stampata, su giornali e libri, ormai anche nell’web. Davvero come a ripagargli i miei debiti contratti con la sua lezione. In ultimo con la mostra di centocinquanta riproduzioni dei suoi scritti apparsi sulle pagine de La Nuova Sardegna e de L’Unione Sarda lungo gli anni delle sue continuative collaborazioni (soprattutto dal 1949 e maggior concentrazione nel decennio successivo, fino ai tanti – numerosi anch’essi – degli anni ’70, quasi alla vigilia della sua morte).

Lo ripeto: in ultimo è stato per festeggiare l’80° compleanno di don Angelo Pittau, parroco emerito di Villacidro e Guspini, uomo dagli infiniti talenti e dalle sorprendenti ed operaie esperienze umane, culturali e religiose, agente sociale fra comunità solidali, cooperative di lavoro e centri di ascolto diffusi, anche su spinte Caritas, sul territorio diocesano alerese, è stato per testimoniare affetto e gratitudine al presbitero che va per il decanato e che da giovane, prima di partire per i suoi mille giorni in Vietnam, discusse a Roma la propria tesi di laurea proprio su Dessì e il suo mondo di Parte d’Ispi, che pensai di esporre nel salone d’ingresso dello storico palazzo Brundo di Villacidro quei paginoni della stampa isolana, documento di una partecipazione dello scrittore alla temperie sentimentale dei suoi corregionali. Così, appunto, nei decenni mediani del Novecento.

Dessì era di amori socialisti, uomo della sinistra. Dei suoi percorsi ideali e politici, oltreché umani ed intellettuali, ha raccontato egli stesso soprattutto nell’introduzione ai due volumi antologici di Riscossa, il settimanale fondato a Sassari, nel 1944, da Francesco Spanu Sattta (allora azionista) e altri amici dell’antifascismo cittadino e provinciale, repubblicani e comunisti, sardisti e cattolici, liberali e socialisti. In quel tempo egli era provveditore agli Studi di Sassari (e nel 1948 avrebbe pagato il fio ai democristiani già fattisi padroni delle pubbliche istituzioni, subendo un trasferimento punitivo per non aver concesso la vacanza agli studenti in occasione della visita di Alcide De Gasperi, in città non come presidente del Consiglio ma come esponente del Biancofiore). A quelle stesse esperienze professionali e politiche sarebbe tornato in diverse occasioni anche sui giornali sardi. Non c’era Gramsci, nel suo orizzonte, non c’era ancora, almeno in quegli anni ’40, ’50 e ’60. 

E intanto, come riferiscono le sue biografie, un certo accostamento al PCI, pur da posizioni di indipendente, egli cominciò ad averlo fin dal 1960 (quando venne eletto nel Consiglio comunale di Grosseto), mentre nel 1974 – al tempo del referendum antidivorzista – fece nuova professione elettorale e di militanza. Fu quando il Partito Comunista Italiano, nella stagione delle amministrative che portarono i suoi uomini al governo di città importanti come Roma, Torino, Napoli ecc., oltreché a quello di numerose province e diverse regioni a statuto ordinario, sotto la guida di Enrico Berlinguer cercò (e progressivamente trovò) accrediti internazionali fra le democrazie occidentali: seguì infatti al disegno del “compromesso storico” – rimbalzo positivo della drammatica crisi cilena – quello dell’eurocomunismo, dell’intesa cioè con i partiti e i movimenti dell’operaismo francese, spagnolo e portoghese per promuovere istanze progressiste interne al sistema capitalistico atlantico.   

… e di Gramsci, fra idealità ed affanni

Ho detto: non c’era Gramsci, nel suo orizzonte, non c’era ancora, almeno in quegli anni che precedettero il suo più convinto e libero impegno nel PCI. Nella mia più giovane generazione, invece, Gramsci c’era già, c’è stato, c’è ancora. Io stesso, nella mia biblioteca, ho composto nel tempo una discreta sezione gramsciana (un centinaio di volumi, numerose riviste speciali e alcune corpose cartelle degli estratti-stampa). E, pur non comunista, al “mito” di Antonio Gramsci, per la forza provocatoria della sua interpretazione (tanto più del risorgimento nazionale come della questione meridionale) e per la sua testimonianza di vita, ho portato sempre rispetto quasi religioso. Godendo che fosse stata proprio l’amministrazione a guida Cesare Pintus – il mazziniano repubblicano-sardista di Giustizia e Libertà – ad aver intitolato a Gramsci, nel 1945, la piazza cagliaritana già dedicata dal regime al gen. (di divisione) Carlo Sanna “Babbu mannu”, eroico supercomandante della Brigata Sassari nella grande guerra ma poi anche primo presidente del Tribunale speciale per la difesa dello Stato (cioè della dittatura).

Di Gramsci giovane – giovane liceale del Dettori, negli anni che anticiparono di poco o pochissimo la collocazione del Dante-sentinella e mentre erano già in cattedra (o vi stavano arrivando) uomini come Raffa Garzia e Liborio Azzolina – ho ricordato varie volte la partecipazione all’associazione Martiri del libero pensiero: Giordano Bruno, che aveva la propria sede nella via Barcellona, poco sopra la casa massonica abitata dalla loggia Sigismondo Arquer. E a proposito di massoneria, vale sempre ricordare il discorso parlamentare che, a distanza di un anno circa dall’assassinio di Matteotti, egli tenne per contestare la legge fascista che avrebbe imbavagliato presto il libero associazionismo e ogni presenza della Libera Muratoria sul territorio nazionale. Gramsci vide la massoneria come il “partito della borghesia”, il partito della continuità dello stato liberale, avvertendo che la soppressione ex lege della sua attività avrebbe chiamato, a trascico, quella della libera stampa, dei partiti e dei sindacati.

Nel mezzo – fra la militanza dettorina e il discorso parlamentare del 16 maggio 1925 – il tanto che, a Torino soprattutto, segnò la vicenda umana e politica del socialista dell’Ordine nuovo, del comunista dal 1921, del testimone attivo delle battaglie operaie (occupazione delle fabbriche inclusa) che seguirono alla fine della grande guerra e arrivarono al regime di dittatura. E del dirigente (pur anche critico) di un PCd’I da allora e da subito prigioniero degli schemi dogmatici delle internazionali, delle verità leniniste della nuova Russia…

Ma poi ecco le ragioni di affezione al personaggio: non l’ideologia, ma la militanza morale, la vita privata, la persona in carne ed ossa con le sue afflizioni di varia natura…Tutto quanto Giuseppe Fiori ha saputo infine consegnare alle pagine laterziane nel 1966, con una scrittura robusta e nitida, pienamente coinvolgente il lettore…

L’incontro dessiano con il comunista critico

Dessì e Gramsci, dunque. E’ del 1965 un riferimento a Gramsci che Dessì inserisce nella pagina introduttiva ad alcuni capitoli di Caccia grossa, di Giulio Bechi, accolti nel secondo volume della ampia e bella antologia La scoperta della Sardegna, da lui curata e introdotta per i tipi preziosi delle edizioni Il Profilo: «Benedetto Croce ebbe parole di lode per questo libro, senza peraltro trovar niente da ridire sui sistemi usati dal governo italiano per reprimere il brigantaggio nuorese. Ben diverso è naturalmente il giudizio di Antonio Gramsci per il quale “caccia grossa” vuol dire, senza equivoci, caccia all’uomo».  

Alcuni stralci di quella scheda introduttiva sono riportati in Un pezzo di luna. Note, memoria e immagini della Sardegna, pubblicato postumo, nel decennale della morte dell’autore, dal Banco di Sardegna (cf. p. 237: e, sia detto qui sempre fra parentesi, il “pezzo forte” titolato “Belli feroci e prodi”, che parte dalle cronache del Bechi per arrivare a Villacidro e al biografico familiare, è certamente fra i più belli dell’intera antologia).  

Ma a dire sempre di Dessì e Gramsci: non si può mancare di citare l’ampia sezione riservata all’ideologo comunista in Narratori di Sardegna, l’antologia che Dessì curò con Nicola Tanda nel 1965 (ed ebbe ristampa nel 1975) per le edizioni APE Mursia. Sono più di venti pagine tratte essenzialmente da tre opere: Lettere dal carcere, Duemila pagine di Gramsci, Passato e presente (cf. pp. 137-157). Dalla prima: “La rosa” con le lettere alla cognata Tatiana/Tania (“Un colpo di sole” e “La rosa guarita”), “Il riccio e le mele” con una lettera favolistica al figlio Delio, e “Come si impara a studiare e a diventare uomini” con le altre lettere-lezione al figlio Giuliano (“Un cagnolino da latte”, “Studiare è difficile”, “Studiar bene”, “Mantenere le promesse, “Impara a essere ordinato”, “Ogni cosa è seria”, “Divertiamoci insieme”), ed ancora “La storia riguarda tutti gli uomini del mondo" (altra lettera a Delio) e “Il paradiso è nel cuor dei figli” (struggente lettera alla madre). Da Duemila pagine ecc.: “Non mi piace tirar sassi nel buio” (è una lettera alla Tatiana). Da Passato e presente ecco infine “Del sognare a occhi aperti e del fantasticare” (con i brani “Ottimismo e pessimismo” e “Lingua cinese”).

Nelle avvertenze introduttive, così scrive Dessì insieme con Tanda: «L’antologia è dedicata… ai ragazzi delle scuole, perché possano imparare, attraverso autori che sono nati in Sardegna e che devono la loro formazione ed una esperienza di vita sarda… a conoscere i problemi della nostra complessa vicenda culturale e storica.

«Abbiamo seguito l’opinione di Gramsci sulla necessità di parlare ai ragazzi come a persone grandi: “io penso – egli dice – che sia bene trattare i bambini come esseri già ragionevoli e coi quali si parla seriamente anche delle cose più serie, ciò fa loro un’impressione molto profonda, rafforza il carattere, ma specialmente evita che la formazione dei bambino sia lasciata al caso delle impressioni dell’ambiente ed alla meccanicità degli incontri fortuiti».

Andando per il libro di Fiori

Nel 1966 uscì, da Laterza, Vita di Antonio Gramsci ed al bolognese Il Resto del Carlino – allora a direzione Giovanni Spadolini – il 22 luglio Dessì propose una propria recensione. Appena una settimana dopo lo stesso articolo uscì in seconda pagina su L’Unione Sarda a direzione Fabio Maria Crivelli. Titolo: “Nei luoghi dell’infanzia di Gramsci”, con occhiello “Giuseppe Dessì parla del libro di Giuseppe Fiori”. Varrà anche dire, in proposito, che la già richiamata antologia postuma Un pezzo di luna, con accorta presentazione di Anna Dolfi, ripubblicò il pezzo nella seconda sezione del suo indice, dividendolo in due parti, consegnando quella conclusiva, e per stralci, alle note (cf. pp. 181-183 e 256). 

Bisognerebbe dire qualche cos’altro. E intanto che, quando s’accostò all’opera di Fiori e al proprio impegno di recensore, Dessì era malato. Il 29 dicembre 1964 egli era stato colpito da trombosi cerebrale, un accidente che gli procurò l’emiparesi: la parte sinistra del suo corpo ne era rimasta impedita e tale sarebbe stata, pur con qualche parziale e precaria ripresa (per la bontà della fisioterapia), sino alla fine. Una limitazione severa che, fortunatamente, non avrebbe negato allo scrittore quella fertilità intellettuale e narrativa documentata dai titoli che avremmo via via ancora conosciuto. Ad iniziare da Lei era l’acqua, raccolta di racconti pubblicata a fine 1966 da Mondadori, per finire naturalmente, nel 1971 per il 1972, con Paese d’ombre (e, in aggiunta, il postumo La scelta). Per non dire di Narratori di Sardegna e di Scoperta della Sardegna, cui mi sono riferito prima, della nuova edizione de I passeri (1965), del contributo “Il professore di liceo” offerto a Belfagor (maggio 1967), degli interventi pur non più numerosi sulla stampa e felicemente riesposti nei preziosi lavori dei tanti che dell’esempio della Dolfi e della Linari han fatto tesoro donando alla storiografia letteraria un gran numero di sorprendenti rivelazioni circa la prismatica personalità di Dessì. 

Gli stessi carteggi pubblicati negli ultimi anni – ora qui citerei soltanto Lettere 1931-1977 (fra Dessì e Claudio Varese), a cura di Marzia Stedile (2002) e A Giuseppe Dessì. Lettere di amici e lettori, a cura di Francesca Nencioni (2009) – danno conto della mai cessata intensità, nonostante la malattia, delle relazioni sociali e intellettuali, antiche e nuove… Nell’epistolario censito dalla Nencioni, in particolare, ritorna più volte anche il nostro Gramsci: nel fatidico 1966 – quello della uscita della biografia a firma di Giuseppe Fiori – negli scambi con Umberto Cardia, al tempo consigliere regionale della Sardegna. Questi chiede a Dessì un contributo per Rinascita Sarda – la rivista dei comunisti sardi – nel dibattito apertosi sulle posizioni assunte da Antonio Gramsci nei confronti dell’Internazionale comunista e del PCI (in esso entrò anche la polemica nel frattempo accesasi fra il periodico e Giuseppe Fiori). Nel maggior novero, ma retrocesso di una decina d’anni, ecco anche le bozze dattiloscritte di un articolo su Gramsci steso dall’avvocato sassarese Michele Saba, leader dei repubblicani sardi e frequente corrispondente nonché amico, fin dai tempi di Riscossa, dello scrittore villacidrese: allo scrittore forse per averne un parere.

Ecco ora la recensione dessiana uscita sul quotidiano di Cagliari.

Nei luoghi dell’infanzia di Gramsci (L’Unione Sarda, 1° agosto 1966)

Alcuni anni fa viaggiavo in Sardegna per ragioni di lavoro. Un giorno, mentre andavo da Macomer a Bosa, mi venne in mente di fare una puntata fino a Ghilarza per visitare la casa di Gramsci, di Antonio Gramsci, di cui avevo scoperto l’importanza lontano dalla Sardegna, e del quale, in Sardegna, durante la mia giovinezza, non avevo mai sentito parlare da nessuno. Devo precisare, del resto, che se ne parlava ben poco anche negli stessi ambienti antifascisti del Continente che io avevo frequentato. Si parlava dei fratelli Rosselli, di Giacomo Matteotti, di Filippo Turati, di Piero Gobetti, ma non di Antonio Gramsci.

Il suo nome era poco noto anche tra i vecchi socialisti che si ricordavano invece benissimo di Treves, di Serrati, di Amadeo Bordiga e delle lotte di corrente che, in seno al partito socialista italiano, precedettero il Congresso di Livorno da cui nacque il partito comunista d’Italia.

Antonio Gramsci non era mai stato un tribuno, la sua forza era nelle idee. Se ne ricominciò a parlare, specialmente tra i più giovani, dopo la fine della guerra antifascista, quando appunto ebbe inizio la ristampa dei suoi scritti. Perciò io, quando decisi di andare a Ghilarza con lo scopo preciso di conoscere la casa dove aveva abitato fanciullo e altri luoghi di cui si parla nelle “Lettere dal carcere”, mi trovavo nello stato d’animo di chi intraprende quasi un pellegrinaggio. 

Arrivato a Ghilarza e oltrepassato il passaggio a livello, mi fermai per chiedere notizie. Ghilarza era simile a tanti altri paesi della Sardegna: strade polverose, case basse e grigie di pietra vulcanica con tetti color di ruggine, un esile campanile e una cupola rotonda superava di poco i tetti; uomini in fustagno e donne in nero tornavano dalla campagna: i bruni e cupi colori della gente isolana, il perpetuo polveroso lutto, testimonianza di un dolore divenuto abitudine. Mi rivolsi a un giovane sui vent’anni per chiedere da che parte fosse la casa di Gramsci. Mi rivolsi a lui perché mi parve somigliasse un poco al direttore dell’Ordine Nuovo: gli stessi grandi occhi bruni e tristi, la grossa testa infossata nelle spalle. Mi guardò allibito: “Antonio Gramsci?” ripeté con voce incerta come se pronunciasse un nome straniero – oppure anche un nome troppo familiare, il nome di uno dei tanti emigrati partiti dal paese e dei quali si era perduto il ricordo. In paese, quando era studente lo chiamavano Nino, e se volevano precisare aggiungevano: il figlio di Peppina Marcias. Salutai e passai oltre. Ma poco dopo il giovane mi raggiunse di corsa, bussò al vetro della macchina “andate avanti, gridò, troverete una piazzetta”. Trovai la piazzetta, e in una targa di marmo non più grande di un foglio di quaderno lessi il nome sbiadito. Mi diressi verso un negozietto, un piccolo emporio paesano, nel quale si poteva trovare un po’ di tutto, e seppi che proprio lì, al piano superiore, aveva abitato, molti anni prima la famiglia Gramsci. Fui fortunato: il padrone dell’emporio si era autonominato, con reverente affetto, custode delle memorie gramsciane a Ghilarza.

Mi fece visitare la casa: tutto era ancora come quando Antonio era ragazzo: i poveri mobili, i muri scrostati, la scala di legno consunta, i pavimenti sconnessi. Le cose parlavano, dicevano molto di più di quanto non si sarebbe potuto apprendere dalla viva voce delle persone che lo avevano conosciuto. Perché, mi confidò il padrone dell’emporio, in paese si parlava di Gramsci ancora con un certo sospetto, con un certo timore: non è che egli fosse uno sconosciuto nel suo stesso paese, ma rimaneva sempre un clandestino, e le cose che conservavano ancora la sua impronta erano destinate a sparire, mi disse con rammarico il fedele compagno di infanzia. Ora l’inespresso desiderio sarà realizzato dall’Ente Regione con una Fondazione Gramsci che si ripromette non solo di conservare le memorie gramsciane, ma di approfondire gli studi intorno al pensatore.

Quasi a illustrare la giustezza e l’opportunità dell’iniziativa, l’editore Laterza ha testé pubblicato una “Vita di Antonio Gramsci” del giornalista e scrittore sardo Giuseppe Fiori, già noto per il suo libro “Baroni in laguna” (in cui, con precisione di storico e con lucido rigore polemico, studia la situazione anacronistica delle popolazioni di Cabras tuttora soggette a servitù e vessazioni feudali. Il Fiori è spinto a queste ricerche da un sincero disinteressato bisogno di conoscenza, e per questo le sue denunce sono tanto più valide).

Dallo stesso spirito di disinteressata obiettività egli è stato guidato nella accurata, minuziosa ricostruzione della “Vita di Antonio Gramsci”, ricostruzione così obiettiva che il libro ha potuto, senza fondate opposizioni, venire adottato come testo di studio nelle Magistrali di Cagliari.

Il Fiori rientra qui nella tradizione della migliore saggistica e risponde a una esigenza che si faceva sentire sempre di più, quanto più sono conosciuti gli scritti di Gramsci. Nessuno mette in dubbio che il modo migliore di conoscere un autore sia di affrontarne la lettura direttamente, secondo l’insegnamento crociano, anzi, desanctisiano, ma è un fatto che, dopo la lettura delle “Duemila pagine di Gramsci” edite dal Saggiatore mondadoriano a cura di Nicolò Gallo e di Giansiro Ferrata, si sentiva sempre di più il bisogno di conoscerne più da vicino l’autore, cioè l’uomo Gramsci, nella sua vita quotidiana.

Ed è appunto a questa esigenza che risponde il libro del Fiori condotto con metodo rigoroso, attraverso ricerche di prima mano e pazienti interviste. Il risultato di questo lungo lavoro è quanto mai positivo, e “Vita di Antonio Gramsci” è il miglior commento, la migliore guida alla lettura di Gramsci scrittore. Ma non è soltanto questo, che sarebbe già molto. Nello svelare il mistero della formazione del pensatore sardo, Giuseppe Fiori illumina anche un periodo importante e mainoto della storia isolana, e cioè i primi anni del secolo con le lotte operaie guidate dal socialista Giuseppe Cavallera, molto prima che, con l’apparizione sulla scena politica sarda di Emilio Lussu, avesse inizio il vero e proprio risveglio politico dell’isola. Notevole è inoltre la ricostruzione dell’ambiente paesano avulso dalla vita nazionale, soggetto alla politica delle clientele che affliggeva e mortificava anche la Sardegna come tutto il meridione, politica alla quale sono legate le disgraziate vicende del padre di Antonio, condannato per peculato con un processo viziato dalla faziosità e dalla corruttela degli ambienti giudiziari, soggetti anche essi al clientelismo.

Molte delle lettere di Gramsci citate dal Fiori sono inedite, così che il libro, oltre ad avere un notevole valore antologico è in certi casi una vera e propria scoperta, come per esempio, per quanto riguarda il rapporto e le divergenze con lo steso Togliatti e con Amadeo Bordiga, la sua battaglia per i consigli di fabbrica, l’avversione all’astensionismo parlamentare bordighiano, in cui si può scoprire il germe della posizione assunta da Gramsci decisamente durante il periodo aventiniano, e le ragioni per cui fu antimassimalista e antituratiano e per cui, pur avendo preso posizione prima e durante il congresso di Livorno, considerò sempre la scissione come una sconfitta della classe operaia.

Forse è troppo affermare che il libro di Fiori è un valido contributo anche alla storia del socialismo italiano; ma certo è che esso, attraverso la vita di Gramsci ce ne illustra alcuni aspetti che possono, per lo meno, riuscire nuovi alla massa di lettori, ai non specialisti. E credo che questo di portare la storia a conoscenza dei non specialisti, di renderla trasparente e accessibile ai così detti profani, è uno degli scopi che il Fiori si proponeva e che ha raggiunto in modo egregio.

Il giudizio di Antonello Angioni

Del libro di Fiori e dei commenti di Giuseppe Dessì ho discusso nei giorni scorsi, a più riprese, con Antonello Angioni, avvocato ed intellettuale multianime, abile (e appassionato) ricercatore storico nonché prolifico (e prezioso) scrittore, da qualche mese anche consigliere comunale. Ho più volte detto di non apprezzare le sue ultime scelte politico-amministrative, ma certo queste – compiute dopo lunga riflessione e, ne sono sicurissimo, in perfetta buona fede, senza reconditi o inconfessabili modelli (del genere dei fasciomori per intenderci) – non incidono in nulla sulla stima e l’amicizia che professo per lui.

Ad Angioni, già militante del Partito Comunista Italiano e, negli anni più recenti, anche direttore dell’Istituto Gramsci sardo (di cui era presidente Nereide Rudas), ho chiesto di metter giù, per la pubblicazione, un suo commento sia al testo di Fiori che a quello di Dessì. Lo ha fatto in forma di lettera a me diretta e gli sono grato per la premura oltre che, naturalmente, per l’impegnativo contenuto dei suoi argomenti.

Ecco le sue osservazioni.

Caro Gianfranco,

da quando ho letto per l’ultima volta il libro di Giuseppe Fiori, sono passati almeno dieci anni per cui non è semplice esprimere dei giudizi approfonditi sullo stesso. Mi limito quindi a riportare alcune impressioni che, come fasci di luce, mi ritornano alla mente andando a ritroso nei sentieri della memoria e che potrebbero costituire il punto di partenza per un’analisi che potrà essere condotta in futuro. 

Innanzitutto ritengo che a Giuseppe Fiori, sicuramente, debba essere riconosciuto il grande merito di aver scandagliato, per primo, l’intera vita di Antonio Gramsci, sino allora relegata a ricostruzioni spesso tendenziose o di carattere agiografico e comunque parziali, in quanto destinate a lumeggiare singole fasi della sua vita (ad esempio il periodo, assai impegnato, de “L’Ordine Nuovo” e quello, doloroso e denso di riflessioni, del carcere).

In particolare, Fiori ha svolto un grande lavoro anche per svelare la vita familiare e privata di Gramsci, la sua profonda umanità, la sua esemplare moralità. Gramsci per la prima volta viene colto anche come uomo, nella sua vita quotidiana.

Tutto ciò, peraltro non fa venir meno l’esigenza di un’analisi critica del lavoro di Fiori, sia avuto riguardo alla ricostruzione delle posizioni politiche e teoriche che con riferimento alla tormentata vicenda umana di Gramsci.

Ad esempio - a mio avviso - non viene trattata, col necessario grado di approfondimento, la questione del “sardismo” di Gramsci e, in tale ambito, del rapporto intrattenuto con Emilio Lussu negli anni dell’esperienza parlamentare. Ciò determina una sottovalutazione del contributo dato da Gramsci alla successiva elaborazione di una concezione autonomista (di matrice federalista) che fissi il rapporto tra lo Stato Italiano e la Sardegna sulla base di contenuti che, almeno in parte, costituiscono uno sviluppo delle idee dei “democratici” di formazione risorgimentale. 

Al riguardo non va dimenticato che, già al tempo della “Città Futura”, Gramsci pensava «di ricominciare una tradizione italiana, la tradizione mazziniana rivissuta da socialisti».

Il nodo da sciogliere, districandosi nell’ambito della sua peculiare elaborazione, è quello di capire come in Gramsci venga a delinearsi la concezione dell’autonomia sarda (che negli anni in cui Gramsci scriveva aveva già avuto diverse e importanti elaborazioni sul piano teorico) e della creazione di un potere autonomista “nuovo” perché fondato sul consenso delle grandi masse di operai, contadini e intellettuali. Tale questione, a mio avviso, non è trattata da Fiori in maniera adeguata.

Inoltre, non può in alcun modo condividersi - sulla base delle carte processuali - quanto afferma Fiori in relazione alla condanna subita da Francesco Gramsci, padre di Antonio, per peculato a seguito di diversi ammanchi che si erano verificati (ed avevano costituito oggetto di accertamento in sede ispettiva) nella gestione dell’Ufficio del Registro di Sorgono dallo stesso diretto.

Infatti l’affermazione secondo la quale il processo sarebbe stato viziato dalla faziosità degli ambienti giudiziari soggetti anch’essi al clientelismo che affliggeva e mortificava la Sardegna è priva di qualsiasi fondamento. Il processo si articolò nei tre gradi di giudizio tutti sfavorevoli all’imputato. La sentenza di condanna pronunciata dalla Corte d’Appello di Cagliari il 27 ottobre del 1900 - consultabile nell’Archivio di Stato di Cagliari e che ebbi modo di esaminare circa quaranta anni fa - contiene una ricostruzione della vicenda completa, su base in prevalenza documentale. 

Non può quindi affermarsi che la “disgraziata vicenda” del padre di Antonio potesse in qualche modo ricollegarsi al fatto che lo stesso avesse assunto una posizione critica rispetto agli ambienti in quegli anni vicini all’on.le Francesco Cocco Ortu e appoggiato, nell’ultima competizione elettorale, il candidato Enrico Carboni Boy che, contrapposto al Cocco Ortu, risultò sconfitto.

Fiori, a fronte di tre sentenze di condanna non può cavarsela dicendo che Ciccillo (Francesco Gramsci) «qualche leggerezza doveva rimproverarsela; disordine in ufficio ce n’era». Non era una questione di «disordine» e definire l’appropriazione di danaro pubblico per sé alla stregua di una «leggerezza» è sbagliato

Se la preoccupazione di Fiori era quella di non sminuire la grandezza di Gramsci, si può fare presente che la grandezza è tale che non potrebbe certo essere offuscata dagli errori del genitore. Certo - come ha scritto Jacques Le Goffe - «la storia si fa con i documenti e con le idee, con le fonti e con l’immaginazione». Ma qui, sotto questo profilo, c’erano a disposizione i documenti per cui poteva evitarsi il ricorso all’immaginazione.

Non va dimenticato che Gramsci, col suo pensiero, all’epoca voce solitaria e isolata, è stato in grado di offrire una visione del marxismo liberata dalle sovrapposizioni dovute al dogmatismo, allo schematismo dottrinario, al meccanicismo e al settarismo. É lui che ha riportato il marxismo alle sue origini, connotandolo come un pensiero segnato da una radicata aspirazione di libertà e da un profondo umanesimo.

Quello di Fiori resta comunque di un lavoro assai complesso e di alto livello che ha contribuito alla conoscenza di Gramsci da parte di un vasto pubblico.

Quanto al giudizio assai lusinghiero espresso da Giuseppe Dessì sul libro biografico su Gramsci - che viene fatto rientrare nella tradizione della migliore saggistica - ritengo di doverlo pienamente condividere con le precisazioni di cui sopra. Ma considera che Dessì non è mai stato uno studioso approfondito del pensiero di Gramsci e, probabilmente, non ha studiato il dibattito che si era sviluppato in seno alla Terza Internazionale Comunista e sulla cosiddetta “Svolta degli anni Trenta”…

Si tratta, come vedi, di riflessioni molto frammentarie e dirette che, a distanza di molti anni dalla lettura dell’opera, affido a te senza filtri e quindi con altissime possibilità di errore. Di ciò vorrai perdonarmi.

Fraterni saluti.                                                                                                




Fonte: Gianfranco Murtas
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