Gianfranco Murtas

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Monsignor Pier Giuliano Tiddia al 90° compleanno!

di Gianfranco Murtas

L’arcivescovo emerito di Oristano, don Pier Giuliano Tiddia – prete da 68 anni, vescovo da 44, una carriera ecclesiastica di molti arrivi ma soprattutto di molte esperienze e molte virtù (certamente sono più numerose quelle nascoste di quelle conosciute) – è giunto ad un compleanno giubilare che ancor più e meglio motiva ed accompagna l’affetto e la riconoscenza dei molti che nella sua hanno incrociato la propria vita per le circostanze più diverse.

Dottore in diritto canonico laureato alla Lateranense, incaricato di molti uffici in sequenza nella diocesi di radici e formazione – quella di Cagliari sotto gli episcopati Botto (il presule che lo ordinò presbitero a Sarroch nel dicembre 1951, a 22 anni e mezzo, con speciale dispensa vaticana), Baggio (il cardinale che di più lo valorizzò nel rettorato del seminario minore già avviato nel 1965 e poi come parroco della cattedrale e procancelliere), Bonfiglioli (l’arcivescovo che lo volle da subito suo vicario generale e poi anche vescovo ausiliare, ordinato in duomo nel febbraio 1975), Canestri infine (con il quale preparò e gestì al meglio la visita del 1985 di papa Giovanni Paolo II) – fu delegato del governo pastorale della diocesi di Oristano dall’inizio del 1986, e in tale veste ebbe la provvisoria reggenza, come amministratore apostolico, anche della diocesi di Ales-Terralba (nel 1989-90) così come anni addietro l’aveva avuta della diocesi di Lanusei (nel 1981).

Nella successione (e talvolta compresenza) dei suoi innumerevoli incarichi ecclesiastici assolti (sempre con riconosciuta diligenza e fattività) tanto negli anni giovanili del suo presbiterato quanto in quelli del più maturo episcopato, meriterebbero di essere evocati almeno i seguenti: collaboratore di don Pietro Sirigu, parroco di San Benedetto, a Cagliari, nei primissimi anni ’50, con puntuale celebrazione domenicale all’asilo delle Ancelle della Sacra Famiglia (nella via Raffaello); addetto alla cancelleria diocesana, con contestuale trasferimento delle celebrazioni liturgiche dalle Mercedarie (nella via Barone Rossi); direttore del Bollettino Ecclesiastico Regionale (per trentacinque anni! fino al 1988), ma all’inizio (dal 1953 al 1957) redattore anche del Monitore Ufficiale e dal 1958 al 1963 (o al 1971, per la diffusione interna) del Bollettino Diocesano; notaro del Tribunale ecclesiastico regionale (presieduto dal can. Giuseppe Lai Pedroni e successivamente da don Gesuino Martis); responsabile dell’ufficio questue; cappellano della chiesa del Santo Sepolcro (dal 1954 al 1958) ed occasionale collaboratore della parrocchiale di Sant’Eulalia (ma dal 1959 al 1964 qui assiduamente celebrante, la domenica, la messa dell’alba per i marianelli dell’Asilo della Marina); dal 1953 assistente della FUCI (nella antica sede di palazzo Belgrano e successivamente presso la chiesa di San Giuseppe) e insegnante di religione dapprima alle magistrali Eleonora d’Arborea (in via Lamarmora), quindi al liceo classico Siotto Pintor (nelle scalette del Santo Sepolcro e poi nella piazzetta Dettori), nonché all’istituto dell’Assunzione; docente di filosofia al nuovo seminario diocesano (fino al 1977), dopo essere stato , nello stesso seminario passato intanto da Dolianova al nuovo stabilimento di San Michele, direttore spirituale (dal 1956 al 1964 ) e rettore (successore di monsignor Giovanni Cogoni) dal 1965 al 1971; professore al Centro di aggiornamento pastorale (per i preti diocesani, negli anni del Concilio Vaticano II)… Altro ancora?

Nel 1970 fu nel gruppo dei maggiori responsabili diocesani che accolse papa Paolo VI a Cagliari, e tanto più all’incontro con il clero e i seminaristi al San Michele; canonico di stallo (dal 1968 con prebenda iniziale di Sestu, quindi con quella di San Simmaco); per un anno e mezzo (dopo la partenza del papa, fra 1970 e 1971) parroco della cattedrale, e finalmente vescovo ausiliare e moderatore del Consiglio presbiterale, pro-rettore del seminario regionale (trasferito da Cuglieri a Cagliari già nel 1971), convisitatore nella visita pastorale dell’arcivescovo Bonfiglioli; amministratore apostolico di Lanusei nell’interregno fra gli episcopati Delogu e Piseddu; reggente la diocesi di Cagliari dopo la malattia dell’ordinario e fino all’arrivo di monsignor Giovanni Canestri…, ); commentatore regolare del Vangelo domenicale, nell’anno liturgico 1982-83, presso la cagliaritana TV “4 Mori” di Cagliari; arcivescovo residenziale di Oristano (dal 1986 al 2006), segretario generale del Concilio Plenario Sardo (conclusosi nel 2001, dopo quindici anni di lavori), presidente della Conferenza Episcopale Sarda (dal 2004, successore di monsignor Ottorino P. Alberti, al 2006).

Dalla regione alla nazione, a livello di Conferenza Episcopale Italiana: membro dapprima della commissione del clero e responsabile dei primi due convegni nazionali per la formazione dei presbiteri (nel 1981 e 1984), poi nella commissione giuridica (dal 1984, e dal 1990 anche come presidente, impegnato soprattutto nell’applicazione del nuovo Concordato con lo Stato italiano) e, fra il 1995 e il 2000, nel Consiglio generale di amministrazione della CEI; collaboratore dell’Osservatore Romano (continuativamente impegnato nel commento settimanale del Vangelo, sia nell’anno liturgico 1987-88 che in quello 2006-2007). 

Una vita intensa, impegnata, disciplinata, tesa sul filo delle consapevolezze missionarie, quale che ne fosse il campo: don Pier Giuliano Tiddia è un sacerdote e un vescovo che resterà nella storia della Chiesa sarda del Novecento (e dei primi del secolo nuovo) come una delle figure di spicco. La trasversalità degli ambiti in cui ha faticato per il bene delle comunità, quale che ne fosse la natura o il tratto, è forse unica. Essa si è facilmente, e sempre al meglio compromessa, con il suo stile misurato e discreto ma altrettanto fattivo, concreto. La generosa gratuità della sua presenza nelle mille circostanze di vita di innumerevoli persone è stata un’altra caratteristica del suo sacerdozio cristiano e la buona coscienza oggi lo accompagna nell’età fattasi importante.

Giusto dieci anni fa, concordandolo con l’allora sindaco di Sarroch Mauro Cois, raccolsi da monsignore una lunga intervista, pubblicata poi in un libro di oltre duecento pagine integrate o arricchite da un cospicuo fascicolo fotografico: il ripasso di una vita. E su questo concetto fissammo il titolo, proposto da me e volentieri accolto dall’arcivescovo che ripassò, riga per riga, l’intero testo (quasi in nulla ritoccandolo).

Ho pensato di onorare la personalità prestigiosa e cara di monsignor Tiddia ripubblicando oggi le prime pagine di quella intervista-conversazione, ed ha un valore speciale, simbolico direi, la circostanza che ad accogliere questo rimbalzo dalla biblioteca all’web sia il sito fondato da Andrea Giulio Pirastu, ancora presente e attivo nel movimento degli ex-allievi salesiani. Perché don Pier Giuliano molto ha avuto a che fare, e in più occasioni, con i salesiani…

Le pagine qui riproposte attengono agli anni della sua prima formazione, di lui bambino e ragazzo, fra Sarroch e Cagliari, Cagliari e Sarroch, fino all’arrivo al seminario regionale di Cuglieri, nell’autunno 1943, a pochi mesi dall’armistizio. Emergono dalla sua esposizione i ritratti nitidi dei suoi genitori, dei familiari tutti perfino nelle generazioni e nei rami collaterali. Il racconto sembra gustoso, aiuta ad entrare anche nei contesti, negli ambiti sociali e temporali nei quali il piccolo o il giovanissimo figlio del medico condotto di Sarroch e della insegnante che per la famiglia aveva rinunciato alla cattedra scolastica andava formandosi… Così nitidi appaiono i ricordi dei compagni di gioco in paese e di quelli di scuola – fra Siotto e istituto salesiano – a Cagliari, dei circolini di Azione Cattolica a Sant’Eulalia, dei seminaristi incontrati a Cuglieri, e delle figure adulte, superiori e docenti e parroci, guide sicure… 

Sarroch e Cagliari, le patrie del cuore

Mio padre Emilio era figlio di Antonio Tiddia, un piccolo proprietario coltivatore della terra sarrochese forse da generazioni. Sua madre, Maria Loi, era invece originaria di Villa San Pietro, proprio il paese vicino a Sarroch dove avrei avuto il primo incarico dopo l'ordinazione sacerdotale. Contrariamente a tutto il resto dell'ambiente familiare, fu indirizzato, insieme con una sorella, agli studi: lui sarebbe finito medico, la sorella Angela invece maestra (sposò un noto oculista: Giovanni Cossu). Frequentare la scuola a Cagliari, però, era allora un problema, per la difficoltà di viaggiare tutti i giorni così come per l'inesistenza di un collegio nel quale sistemarsi. Così mio nonno decise di mandarlo dai salesiani a Lanusei, dove conseguì la licenza ginnasiale. Fu allora, ragazzo ormai di 15-16 anni, che venne a Cagliari, dove frequentò il liceo Dettori e l'università. Prima dell'università, però, fu chiamato sotto le armi e spedito a combattere sul Carso, con tanti altri "ragazzi del '99", come si diceva... Poi iniziò il corso universitario, ottenendo la laurea nel 1927. Mi pare fossero sei i nuovi dottori quell'anno. Ebbe subito la condotta medica di Sarroch, che era vacante.

Ma intanto, proprio negli anni universitari, aveva conosciuto a Cagliari mia madre Maria Ciuffo, allora studentessa alle magistrali di Castello. Lei era figlia di un notaio che abitava e aveva studio a Quartu. E infatti, quando poi decisero di fare famiglia, si sposarono, i miei genitori, nella chiesa, ora basilica, di Sant'Elena. Era il 29 dicembre 1927. Celebrò il parroco monsignor Pietro Sanna, il cui canonicato mi sarebbe stato conferito nel 1968 quando, alla sua morte, venni assunto nel Capitolo metropolitano.

Nonno Francesco Ciuffo e nonna Vincenza Massidda – lui originario di Nurri, lei di Mandas – ebbero quattro figlie, che studiarono tutte alle magistrali, che in quel tempo si chiamavano scuola Normale. Questo avveniva di frequente fra le ragazze di famiglia, o di ceto medio relativamente agiato. Debbo ricordare che i Ciuffo subirono diversi trasferimenti, in conseguenza delle necessità dello studio notarile: Nurri dapprima (nonno era stato anche sindaco di Nurri e lì appunto nacque mia madre nel 1907), poi Quartu (dove lui era stato anche amministratore dell'asilo) ed infine Cagliari. A Cagliari nonno Ciuffo morì nel 1939; nonna Massidda gli sopravvisse per ben 36 anni, perché morì molto anziana, alle soglie dei cento anni, nel 1975, proprio a Sarroch.

Avevano avuto casa nel Largo – e io nacqui là –, ma già alla fine degli anni '30, dopo essersi spostati per qualche tempo in piazza Yenne e da lì in via Gio.Maria Angioy 17, avevano lasciato Stampace per sistemarsi in via San Lucifero 74, all'angolo con la piazza allora Carlo Sanna, poi Antonio Gramsci, dove anche io avrei vissuto qualche anno al tempo delle ultime classi ginnasiali.

Sul fronte sarrochese dei Tiddia, dovrei ricordare che mio nonno rimase vedovo relativamente giovane, con tre figli ancora piccoli in casa: oltre a mio padre, anche Assunta, andata a nozze poi con Giacomo Addis, ed Efisio sposatosi con Dina Addis e scomparso nel 1951, prima ancora che io dicessi la prima messa, per un incidente sul lavoro. Volle, nonno Antonio, ridare una madre ai suoi figli e si risposò con Monserrata Loi, che era sua cognata. Fu anche questo un matrimonio felice e fecondo. Mia zia Angela, che ho prima citato, venne da questa unione. Restò sempre, però, in mio nonno Antonio, un ricordo caro della prima moglie, di mia nonna Loi... Potrei dire che sia l'animo delle persone che le circostanze, l'impronta veramente comunitaria del paese favorirono sempre questo sentimento unitario della nostra famiglia. Anche lui, nonno Antonio Tiddia, morì molto avanti negli anni, novantenne, nel 1955. Nonna Monserrata (così la chiamavo) perse la vista e passava le giornate col rosario in mano. Morì nel 1963.

Data la professione di babbo, i miei si sistemarono a Sarroch. Il paese allora doveva avere un po' meno di duemila abitanti. In "Sardinia Sacra", che era l'annuario ecclesiastico sardo uscito nel 1937, quando io avevo soltanto 8 anni, è riportata la popolazione di 1.831 residenti. Mio padre aveva la condotta medica ed era ufficiale sanitario, mia madre si occupava della casa per una scelta condivisa con mio padre, che le aveva chiesto di dedicarsi interamente alla famiglia, rinunciando all'insegnamento. Cosa che lei aveva accettato volentieri. C'era tanto da fare, e ce ne sarebbe stato ancora di più con noi piccoli... Perché, appunto, dopo siamo nati noi, io nel 1929 – il 13 giugno – e mio fratello Francesco due anni e mezzo dopo, nel novembre 1931. Di fatto poi mia madre l'insegnante l'ha fatta ma non a scuola, il suo campo di attività sarebbe stato la parrocchia, il catechismo ai bambini e l'opera sociale della Chiesa...

La loro vita si è svolta quindi interamente a Sarroch, fino alla morte: mio padre è morto nell'agosto 1984. Il Comune gli ha intitolato la scuola materna di via Verdi.

Mia madre è deceduta in paese nel marzo 2007: quasi centenaria come mia nonna Massidda.

Mio fratello che è medico, è sarrochese nato e cresciuto. Anche io sono certamente sarrochese, anche se nato a Cagliari. Forse ci fu qualche incertezza o preoccupazione per il parto e questo consigliò che mia madre, avvicinandosi il momento, stesse a casa dei suoi genitori, a Cagliari appunto, dato che nonno Ciuffo e la sua famiglia avevano nel frattempo lasciato Quartu. Abitavano allora, come ho detto, nel largo Carlo Felice, in un palazzo sulla sinistra salendo, credo al civico 29, di fronte al grande mercato che sembrava il Partenone di Atene.

I nonni, i genitori, il fratello

Pier Giuliano, un nome doppio. Fu suggerito da mia zia Ida Ciuffo perché era devota a questo santo fondatore dei sacramentini. Lo propose ai miei con insistenza e la spuntò. Con la conseguenza però che al Comune di Cagliari, perché non si potevano mettere due nomi – anche se quello era da leggersi come nome unico –, accolsero soltanto Piero. Infatti nella mia carta d'identità è indicato soltanto Piero...

Fui battezzato al fonte di Sant'Anna, da uno dei parroci della Collegiata, allora giovanissimo, dottor Plinio Piu, che sarebbe diventato canonico penitenziere della cattedrale. Ecco, nei registri parrocchiali sono registrato giusto: Pier Giuliano come primo nome, Antonio – lo stesso di mio nonno paterno – come secondo nome, e Francesco – lo stesso di mio nonno materno – come terzo.

Anche nella scelta dei padrini, i miei genitori accontentarono entrambe le famiglie di provenienza: c'erano infatti sia mio nonno Antonio che mia nonna Vincenza.

La nostra casa era alla fine della via Cagliari, la strada principale di Sarroch. Era una casa di affitto... Si trovava all'uscita nord dell'abitato. Vi restammo fino al 1950. C'era il loggiato, il giardino e ampi spazi laterali, l'orto con un pozzo. Le camere erano disposte su due piani, erano sufficienti per le nostre esigenze. Mancava il sevizio acqua purtroppo! Allora non esisteva l'acquedotto a Sarroch, e l'acqua potabile ci giungeva dalle sorgenti. Le donne il bucato lo facevano al fiume.

E mio padre attrezzò anche l'ambulatorio. Allora in paese non c'era l'ambulatorio comunale. Intendiamoci tutto era molto semplice. Il medico condotto è un medico generico, di base, come si dice, che doveva occuparsi di tutto, dagli infortuni ai denti, alla diagnostica che poteva poi meglio precisarsi in ospedale. Allora non c'era la mutua.

Lui era tutto per la sua professione medica, oltre che per la famiglia s'intende! Lo era stato da giovane, lo sarebbe rimasto anche dopo, direi anche dopo il pensionamento, dopo quarant'anni di lavoro, nel 1967. Dico un particolare: non si muoveva mai da Sarroch, tant'è vero che, dopo il viaggio di nozze, il secondo viaggio in continente lo fece a quasi cinquant'anni di distanza, quando io divenni vescovo e ci fu accordata l'udienza con il papa Paolo VI. Andammo insieme a Roma, naturalmente in aereo, dove lui non era mai salito. Ricordo che rimase un po' turbato...

Lui era sempre presente in paese, non prese mai supplenti. Una volta soltanto, nel 1946, fu costretto dalle circostanze. Intanto, durante la guerra, gli avevano tolto la macchina, che era stata requisita dal governo: chissà perché, come se al medico potesse non essere necessaria. E capitò questo, che nel febbraio 1946 fosse chiamato d'urgenza a Villa d'Orri. Era a letto con la febbre per un'influenza. Ciò nonostante si alzò e andò, nel freddo della stagione e con la febbre addosso, a visitare quel malato. Andò in carrozza, e non è tanto per la scomodità del viaggio quanto per l'aria che entrava dentro, si buscò una grave pleurite, poi riconosciuta purulenta. Venne ricoverato all'ospedale e fu necessario operarlo. Fra operazione e convalescenza dovette passare molti mesi fuori dal lavoro, e quindi dovette farsi sostituire.

Naturalmente, quando mio fratello si laureò in medicina, alla fine degli anni '50, aveva un aiuto più vicino. Finché non lasciò il campo, perché ormai anziano. Ogni giorno le visite in paese le faceva a piedi. I vecchi sarrochesi lo ricordano senz'altro. Soltanto negli ultimi anni, quando prese una utilitaria, una 600, si spostava in macchina. Così ha continuato fino al 1967 quando, dopo 40 anni di servizio, chiuse la condotta e continuò ad esercitare come medico libero, e ricordo sempre questa attenzione, questo affetto, questa preoccupazione per i suoi pazienti. Al fondo c'era la sua convinzione cristiana. Amante della caccia, dove evidentemente poteva andare soltanto la domenica, si organizzava per poter essere di ritorno in paese all'ora della messa delle 11.

Morì il 30 agosto 1984, all'età di 85 anni compiuti a marzo. Era, come ho ricordato prima, un "ragazzo del '99", come si chiamavano i diciassettenni chiamati al fronte dopo Caporetto. La sua agonia è stata breve. Mi chiamarono durante la notte, io partii subito per Sarroch. Spirò dopo due ore, quando sopraggiunse il collasso. Era in casa, aveva paura di andare in ospedale: «Non mi ci porteisi in ospedali», diceva. Ed era stato accontentato.

Con me concelebrarono i tre arcivescovi residenti a Cagliari in quel tempo, e cioè Canestri, Bonfiglioli e Carta e ben 60 sacerdoti diocesani, cominciando dal parroco di Sarroch don Mariolino Secci che definì mio padre «un uomo che è stato un sicuro segno di Dio per tutto il paese». Quella per me è stata, pur nel dolore, una bella manifestazione di fraternità sacerdotale.

Io cosa potevo dire di lui? «Era uno che sapeva amare e sapeva farsi amare. Che aveva il dono della fede semplice come quella di un bambino. Che sapeva sopperire alle necessità della Chiesa: soprattutto a quelle del seminario e delle missioni. Che aveva il dono di non lamentarsi mai, nemmeno nei momenti difficili della vita»…

Alla fine degli anni '40 il proprietario [della casa di via Cagliari] vendette lo stabile, quindi mio padre pensò a costruire la casa, spostandosi però dall'altra parte del paese, in direzione del mare, ma in quel tempo ancora campagna... Il terreno era di mio nonno. È lì che entrambi i miei genitori sono deceduti.

In paese, fra i giochi dell’infanzia

Ricordo con affetto le amicizie infantili, le amicizie anche del vicinato. Erano frequentazioni che valevano anche come passatempo, la società allora non è che ci desse molte opportunità. L'ambiente era sereno, ci accontentavamo del poco. Spesso facevano le scampagnate nei dintorni di Sarroch, senza allontanarci troppo; portavamo da mangiare, ma poi si riusciva a tornare a casa per l'ora di pranzo.

I giochi dell'infanzia erano i più semplici, per lo più all'aperto, oltre a quelli delle gite in campagna. Tracciavamo le linee per terra in strada, e giocavamo a pincareddu... Poi sarebbe venuto anche il calcio, che mi è sempre piaciuto ed ho praticato anche negli anni del seminario: dico in seminario ma anche a Sarroch, quando tornavo in paese. Giocavo da mediano destro, fra difesa e centrocampo.

A Sarroch mancava all'inizio una qualsiasi struttura organizzata. Trovai da fare, e divertirmi, con il gruppo dei chierichetti della parrocchia, che don Giovanni Tronci, allora nostro parroco, curava molto. Ragazzini, passavamo un po' di tempo anche giocando a carte, naturalmente senza scommesse in denaro!

Ecco, al tempo della mia infanzia, di fronte a casa risiedevano due famiglie Casula che offrivano a me e a mio fratello proprio i compagni di giochi. Le amicizie si allargarono poi nel gruppo chierichetti… soprattutto con il calcio, una passione, ripeto, che ho sempre avuto, come moltissimi miei compaesani.

Tra i vicini ricordo in modo particolare la famiglia di Carlino Cois; questi gestiva una falegnameria che si apriva sulla via Cagliari; fra i tanti suoi figli e figlie – quasi tutti ancora viventi – ricordo soprattutto Bruno, quasi mio coetaneo, padre dell'attuale sindaco di Sarroch Mauro Cois. Con Bruno avevo una più viva amicizia e ricorrevo a lui per lavoretti semplici in legno, tipo riparazioni, utili per un ragazzo. Conservo ancora sotto gli occhi un suo ricordo per la mia prima messa, nel 1951: un tavolinetto per la macchina da scrivere, da lui preparato. Oggi che lavoro col computer, ce l'ho nella mia camera da letto e ci tengo sopra… le medicine.

Evocare adesso la famiglia di Carlino Cois fra i vicini di casa e gli amici in quegli anni fra l'infanzia e l'adolescenza mi obbliga almeno a citare una delle sue figlie – Bianca – che risiede a Cagliari fin dalla gioventù, nel monastero delle suore Sacramentine, con il nome di Maria Concetta dell'Immacolata. La incontro ancora spesso, ogni volta che visito quelle claustrali.

E non solo. Il nome di Bruno mi riporta alla mente anche un episodio, relativamente recente, occorsomi nella sagrestia della parrocchia di San Giacomo a Cagliari. Al termine della messa entrò a salutarmi una signora che non conoscevo, presentandosi così: «Sono Giuliana Cois, figlia di Bruno, e i miei genitori chiesero a lei il battesimo». Ho rivisto Bruno in quella scena di quasi 55-56 anni fa, e ne ho risentito l'affetto e la cordiale amicizia, perché volle dare il mio nome a sua figlia.

Tra i ragazzi amici del vicinato mi piace ricordare anche Idio Salonis, che abitava a circa 200 metri da casa mia, verso l'uscita dal paese; l'ho incontrato di recente con la moglie.

A scuola, all’inizio della carriera

Le prime classi elementari le frequentai a Sarroch. La prima, in verità, la saltai, nel senso che mi preparò, per entrare direttamente in seconda, una maestra – Marta Cois, amica di famiglia – che veniva a casa. I miei genitori s'erano convinti che potessi saltare quell'anno, volevano accelerare, dicevano che rispondevo bene... Quindi frequentai la seconda, nel 1935, e la terza rispettivamente con le maestre Nina Mura e Gina Sarais, quest'ultima moglie di Elio Piroddi, futuro direttore didattico. Della maestra Sarais avrei celebrato il funerale io stesso, molti anni dopo. Il caseggiato era nuovo, la scuola si intitolava all'avv. Luigi Siotto.

So che l'edificio, inaugurato nel 1936, era stato costruito perché non si poteva andare avanti con quelle aule precarie e inadatte che per lungo tempo erano state allestite sotto il municipio, di fianco alla caserma dei carabinieri, in locali dispersi qua e là. Le classi comprendevano anche allora una ventina di alunni e ricordo che non c'erano bidelli, ma soltanto una signora che era incaricata delle pulizie.

lo ricordo che quelli erano anni che scorrevano veramente sereni, almeno per quanto potevamo cogliere noi bambini: le dimensioni del paese favorivano questo, la vita era molto semplice per tutti, si viveva nella dignitosa povertà...

Ma naturalmente ricordo anche che numerosi compagnetti venivano scalzi a scuola. Riconosco che io ero un po' privilegiato rispetto a molti, ero – come dicevano – «su fillu 'e su dottori»... D'altra parte si sa che nei paesi d'un tempo il medico, magari il farmacista, il maresciallo dei carabinieri, il parroco e i maestri di scuola erano quelle "autorità" che si incontravano... In più avevo una famiglia che mi sosteneva a casa con i compiti, completando la lezione, ecc. Soprattutto mia madre poteva seguirmi utilmente, come avrebbe fatto anche con mio fratello Francesco.

Per gli ultimi anni delle elementari mi spostai dai nonni Ciuffo a Cagliari. Stavano ancora a Stampace, in via Gio.Maria Angioy. Frequentai la scuola Satta, nella stessa via Angioy. Lì ebbi per maestro Sebastiano Pirodda, il fratello del medico Antonio Pirodda che poi mi operò di naso e gola. Io ero preso da questi malanni già da piccolino, con conseguenti bronchiti e addirittura, una volta, la polmonite.

Mi risolse il problema, una volta per tutte, proprio l'operazione alla gola. Ricordo ancora gli stratagemmi adottati per distrarmi e non mettermi in agitazione...

Quindi le ultime classi elementari al Satta e poi il ginnasio Siotto, che era Giovanni Siotto-Pintor, il parlamentare cattolico liberale del nostro Ottocento, non il Siotto delle elementari sarrochesi…

Dopo aver saltato la prima, saltai anche la quinta elementare. Infatti dopo la quarta diedi, in autunno, l'esame di ammissione al ginnasio, corrispondente alla prima media. Mi preparò quell'estate la maestra Nella Laconi, amica di mia zia Ida, quella che aveva ispirato il mio nome di battesimo. Tutti i giorni salivo in casa sua, nella piazza Yenne. È morta, molto anziana, pochi anni fa.

L'edificio era antico. Il Siotto – allora soltanto ginnasio, perché si sarebbe trasformato in ginnasio-liceo soltanto nel 1951 – era, nell’anno scolastico 1938-39, nelle scalette del Santo Sepolcro, quelle che collegano la piazza con la via Manno attraverso il portico Sant'Antonio. Non lontano quindi dalla mia casa in via Gio.Maria Angioy. Era preside, allora, professor Gioacchino Longobardi, che mi pare prese la guida della scuola proprio allora. Suo vice era professor Piero Atzeni, monserratino, che era stato compagno di studi di mio padre, dai salesiani di Lanusei. Fui iscritto al corso D, che era quello in cui insegnava anche il professor Marcello Serra: lettere italiane e latino.

Era un carissimo insegnante: lo ricordo per la giovialità del carattere e il modo vivace e intelligente di fare lezione e tenere la classe. Quando fui nominato arcivescovo di Oristano, venne apposta a trovarmi. Non poteva salire le scale e quando il vicario generale mi avvertì che mi attendeva in curia, scesi io felicissimo di incontrarlo. Era già passato mezzo secolo!

Docente di matematica era la signora Sole... In seconda iniziai lo studio anche della lingua straniera, che nel corso D era il tedesco, con la professoressa Sanna. Studiai il tedesco per due anni, purtroppo poi l'ho lasciato, mi sarebbe piaciuto proseguire... Per entrare in quarta ginnasiale – per cui mi ero prenotato anche io dai salesiani, ma di Cagliari, non di Lanusei come mio padre – occorreva però passare al francese. Ragion per cui mi preparai d'estate. Era il 1941. Per la religione la mia classe aveva monsignor Giuseppe Lepori.

E dei compagni [ricordo] certamente Gianfranco Podda, con cui continuo a frequentarmi e del quale ho celebrato perfino le nozze d'oro, e Marino Fontanarosa...

Ho sempre studiato bene, con metodo e impegno. Ma mi sono anche divertito, amavo lo sport come tutti i ragazzi. Giocavo tutte le volte che potevo, anche perché il circolo cattolico che frequentavo da ragazzino aveva il calcio come quasi unico divago. In quel tempo il nome più ricorrente era quello di Peppino Meazza, che era un campione dell'Inter, e così divenni anche tifoso dell'Inter.

Inoltre ebbi modo di vedere, qualche volta – la prima avrò avuto 10-12 anni –, alcune partite del Cagliari e anche della San Giorgio, che era l'altra squadra che giocava in città. Allora le partite si disputavano nel campo di via Pola, che collega il corso Vittorio Emanuele con il viale Trieste. Però non vedevo la partita dalla tribuna interna al recinto sportivo, la vedevo dal giardino di una casa là vicina, dove ci ospitavano...

Non dimentico le lezioni di educazione fisica. Allora utilizzavamo le strutture della GIL, in viale Bonaria, ancora funzionanti dietro la della RAI. Nella mia memoria sono momenti indissolubilmente legati alla situazione di guerra in cui eravamo precipitati.

Al Siotto dopo il Satta, e la guerra

Tutto il ginnasio l'ho vissuto in quel clima, fra preparazione e svolgimento della guerra, e in quinta ginnasiale avrei poi assistito anch’io ai bombardamenti, e conosciuto lo sfollamento.

C'era stata prima una abbondante preparazione propagandistica, e c'erano anche state – verso la metà degli anni '30 – tutte le campagne africane dell'Italia fascista, in Etiopia, Eritrea e Somalia. Allora non erano infrequenti, anche a Cagliari, le cosiddette "dimostrazioni": in sostanza si trattava di scioperi, di astensioni dalle lezioni con una scusa patriottica. Una volta si doveva gridare contro l'Inghilterra, un'altra volta si doveva acclamare per gli avanzamenti, veri o supposti, delle nostre truppe in Africa... A promuovere queste cosiddette "dimostrazioni" evidentemente tollerate dal regime per il loro sfondo patriottico e lo scopo propagandistico – almeno all'apparenza –, erano i ragazzi delle ultime classi. Era ed è abbastanza intuitivo, però, che spesso dietro il fine sbandierato se ne nascondesse, negli studenti, un altro molto meno nobile: saltare una lezione, magari qualche interrogazione... Tutto poi si concludeva in fretta. Non si aveva per meta né il municipio né la prefettura, si sfilava in corteo per qualche strada e poi ciascuno a casa propria. Il corteo si impoveriva man mano che procedeva per il centro cittadino.

Il regime aveva le sue organizzazioni, la sua ritualità, il suo calendario. Io fui iscritto d'ufficio, da bambino, fra i balilla. Il sabato c'erano le cosiddette adunanze. Il più delle volte venivamo convocati nel cortile dei salesiani per andare poi, sfilando, per le strade magari di Stampace o della Marina. Debbo dire che io non le gradivo molto queste adunanze, ma neppure le potevo evitare: anche perché se non portavo a scuola, il lunedì successivo, il mio libretto con il timbro di partecipazione all'ultima adunata, dovevo giustificare. Erano noie, insomma.

Un modo per salvare capra e cavoli però c'era. Talvolta mi presentavo con qualcosa dell'abbigliamento che non andava – tipo le calze o le scarpe di colore marrone – sicché, dopo aver acquisito il mio timbro di partecipazione, potevo andarmene per i fatti miei, ero congedato. Oppure capitava che mi ingegnassi perché, in un certo punto della sfilata – il mio punto prescelto era l'angolo fra la via Portoscalas e le scalette che portano al Corso –, le mie scarpe si slacciassero: dovevo quindi chinarmi a riallacciarle e mi ci apprestavo... lentamente, molto lentamente, mentre i miei compagni proseguivano a passo di marcia per la meta. Fino a che, rimasto solo, me ne tornavo a casa o andavo al circolo di Azione Cattolica di Sant'Eulalia.

La cosa può raccontarsi da punti di vista diversi, fra il prima e il poi. All'inizio nessuna preoccupazione veramente grave, gli allarmi di dopo significarono invece i bombardamenti sulle case, i morti, la tragedia.

Ancora nel 1940-41, la cosa funzionava così: se l'allarme suonava dopo la mezzanotte, era regola che si entrasse a scuola un'ora dopo. Il che capitò più volte. Erano allarmi "benedetti" quelli, anche perché veramente restavano senza conseguenze serie. Noi ci scampavamo un po' di lezione...

Poi cambiò tutto, purtroppo anche se progressivamente. Iniziavano altri problemi rilevanti nella vita di tutti quanti: erano i problemi economici per le famiglie, i problemi di approvvigionamento alimentare. C'era una crescente scarsità di viveri, furono distribuite le tessere annonarie nominative La fame credo sia stata un'esperienza di tutti. Anche a scuola, la merenda di mezza mattina, che pure sembra una cosa modesta e normale, la dimenticammo

lo abitavo, anche con mio fratello che intanto aveva iniziato le scuole medie, da mia nonna e mia zia Ida, nella casa di via San Lucifero dove ci eravamo frattanto trasferiti. Ai primi dei 1939 era morto mio nonno Francesco, il notaio, anzi il presidente del Consiglio notarile di Cagliari. Era già anziano, anche se non vecchissimo: 74 anni. Intanto le altre due sorelle di mia madre, intendo le zie Anna e Fanny, avevano fatto famiglia per conto loro: la prima con Giacomo Cambatzu, che era segretario comunale ad Iglesias e si sarebbe poi trasferito con i suoi in alta Italia per morire infine a Correggio; la zia Fanny aveva sposato invece Antonio Ciuffo, un cugino, esattore a Cagliari.

La casa, al secondo piano, era grande. Avevamo una portinaia sempre molto disponibile, la signora Pinuccia. Nell'appartamento otto il nostro abitava monsignor Saturnino Peri, nativo di Tresnuraghes che era stato parroco di San Lucifero, poi della cattedrale, e infine vescovo dapprima a Crotone in Calabria, poi ad Iglesias. Io ragazzo non ebbi molte occasioni di incontro, magari nelle scale... Era ormai al tramonto, cieco e bisognoso di accompagnamento. Lo portavano giù per fare quattro passi nella piazza... Poi, dopo lo sfollamento, non tornò più a Cagliari.

Di tanto in tanto veniva a trovarci mia madre, non mio padre che era tenuto alla presenza nel suo servizio medico comunale. In paese io tornavo, in quegli anni del ginnasio, fra triennio e biennio, fra il Siotto ed i salesiani, durante le vacanze d'estate, ed a quelle di Natale e Pasqua.

Al biennio ginnasiale dai salesiani e al circolo di Sant’Eulalia

Per i bambini, ma non soltanto per loro, la chiesa di Santa Vittoria Vergine Martire era un punto di riferimento sia religioso che sociale. Teoricamente potevamo contare anche su un'altra chiesa, nel territorio, appena fuori paese, a Barracas de susu: San Giorgio Vescovo. Però allora era in rovina. Fortunatamente di recente è stata ricostruita, anche se non è officiata. Poi c'erano le associazioni: il gruppo Donne di Azione Cattolica, l'associazione giovanile maschile intitolata a San Luigi e quella femminile intitolata a Santa Vittoria stessa. Era attiva anche la Conferenza delle dame di San Vincenzo. Dopo la morte di don Raffaele Perra, quartese di origini, che fu anche lui parroco di Sarroch e morì quando io ero ancora ragazzino, arrivò don Tronci.

Dunque, dopo il triennio dei Siotto frequentai la quarta e la quinta ginnasiale dai salesiani in viale Fra Ignazio. Mio fratello mi seguì, con il distacco di qualche anno. Mi facevo delle belle passeggiate, da via San Lucifero al viale Fra Ignazio! Per passare dal Siotto ai salesiani c'era, ho ricordato prima, il problema della lingua francese. Non è che dovessi superare un esame fra la terza ginnasiale e la quarta, però ignorare le basi del francese, che era la lingua studiata nelle classi dei salesiani, mi avrebbe messo in difficoltà. Per questo mi aiutò molto il parroco di Sarroch, appunto don Tronci, che durante l'estate del 1941 mi approntò uno studio intensivo della lingua, con indubbio profitto negli anni seguenti.

Do un ottimo giudizio di quella scuola, di quei metodi didattici, di quella esperienza anche umana e spirituale oltreché culturale che consentiva. Il direttore dell'istituto era don Giulio Reali, l'economo don Mario Girolimetti, un piemontese. Il docente di italiano credo di ricordare fosse don Bucarelli, di latino e greco avevamo don GiamBattista Atzeni, di francese don Mele, di matematica don Carnevale. Erano tutti sacerdoti.

Io ero alunno semiconvittore, nel senso che tornavo a casa, da nonna e zia, per la cena e a dormire. La mattina ero puntuale. A scuola si iniziava con la messa, poi venivano le lezioni ed a fine mattinata il pranzo. Nel primo pomeriggio lo studio formativo, fin verso le 19, quando rincasavo abbastanza stanco... ma soddisfatto. Un ricordo gradevole lo conservo del pranzo, dati i tempi... Era sufficiente, quasi abbondante, e potevamo consumarlo senza dover far ricorso alla tessera annonaria, che quindi rimaneva a disposizione per le necessità della famiglia.

[Fra i compagni] Andrea Pirodda, fra i compagni della mia classe in particolare lui, ma non soltanto lui ovviamente. Anche Cocchitto Orrù, Elio Salabelle, Carlo e Marcello Marchi...

Quelli furono anni certamente molto formativi, come dicevo, non soltanto dal punto di vista culturale in generale, ma umano e inevitabilmente anche spirituale. E posso dire che valsero anche per la messa a fuoco di una scelta che cominciava a farsi presente in me: quella del seminario.

Lo studio impegnava gran parte del tempo, sia negli anni del ginnasio inferiore che in quelli del ginnasio superiore in viale Fra Ignazio. Ma allora riuscivo abbastanza bene a combinare con il circolo di Azione Cattolica di Sant'Eulalia. Intendiamoci, dal punto di vista prettamente ricreativo non è che il circolo di Sant'Eulalia offrisse molto: un cortiletto dove si potevano dare calci a un pallone, anzi una palla, ma non è che i potesse giocare una partita vera e propria. Noi però ci accontentavamo, giocavamo cinque contro cinque... I passaggi avvenivamo anche con calci al muro, che rimandava la palla in gioco... Nelle sale, poi, avevamo il calcio balilla e il ping pong.

Naturalmente c'erano gli incontri formativi, di catechismo, che erano concentrati soprattutto nel fine settimana, o in occasioni particolari, perché la scuola ci impegnava molto, fra lezioni, interrogazioni e altro.

L'anima di tutto [era dottor Mario Floris]. Dottor Floris era stato ordinato sacerdote nel 1937, ma era rimasto a Cuglieri un altro anno per laurearsi. Nel 1938 era quindi tornato a Cagliari, e si può dire che io iniziai la mia esperienza di circolino con lui. Nel 1938-39 avevo dieci anni! Bisogna anche considerare che dottor Floris era nativo del quartiere della Marina, o comunque conosceva l'ambiente molto bene dacché era ragazzino. Condusse il circolo per cinque anni, perché poi i bombardamenti sulla città, fra febbraio e maggio, costrinsero alla evacuazione.

Il nostro riferimento era, direi, soltanto dottor Floris, che divenne parroco quando morì dottor Loi. Gli altri vice erano don Giacinto Macis e don Mario Marcialis, che nel dopoguerra sarebbe diventato cappellano dell'Ospedale civile.

[Dottor Floris] Rappresentò un modello che evidentemente fu fecondo. Quando lo incontrai, all'inizio, certamente lui – essendo appena arrivato a Sant'Eulalia dopo la fine degli studi – non aveva ancora una visione decisa, cosa che maturò soprattutto nel tempo, accelerandosi al ritorno dallo sfollamento. Ricordo la sua delicatezza verso noi ragazzi, una delicatezza che è rimasta una sua caratteristica. Aveva una figura fisica modesta, piuttosto basso, era sorridente ma serio. Era facile fidarsi di lui. Mi ha accompagnato sempre, man mano che sono cresciuto, finché sono diventato sacerdote. L'ho reincontrato più volte, da sacerdote e da vescovo, e ho visto come l'attenzione da parte sua fosse diventata affetto e rispetto non soltanto per la persona ma anche per il ruolo. Voglio dire: non si è mai consentito un «eh, ti conosco da ragazzo...», no, è sempre stato molto misurato, delicato e rispettoso.

Di dottor Fioris vorrei aggiungere qualche particolare. Lasciò Sant'Eulalia dopo una decina d'anni di parrocato, nell'autunno del 1953 per andare a Sant'Andrea Frius, e dopo quattro anni circa a Villasor dove rimase fino alla morte. Morì nel 1979 all'altare, proprio mentre celebrava la messa. Credo sia stato uno dei sacerdoti più amati dai confratelli della diocesi, oltre che dalle comunità che ha servito.

La cresima mi fu amministrata da monsignor Piovella che ero ancora proprio piccolo, avevo sei anni soltanto – ma allora si usava così –, il 26 dicembre 1935, nella cappella del palazzo arcivescovile. Eravamo un bel gruppetto di bambini. Il mio padrino fu nonno Ciuffo, il notaio. Facevamo tutto in famiglia...

La cresima è il sacramento della maturità cristiana e quindi, come presupposto, umana. Se ne è discusso molto di dove collocarla, prima, dopo... Forse l'ideale sarebbe mantenerla nell'età nella quale ordinariamente la si dà oggi - intorno ai 14 anni - ma proseguendo nell’incontro con i cresimati. Perché se è vero che il sacramento aiuta in sé, aiuta anche l’accompagnamento della Chiesa. Bisogna trovare le forme della catechesi per gli adulti. Questione che si imporrà sempre più, come quella dell'affinamento qualitativo della preparazione spirituale teologica.

Ho vissuto intensamente quella esperienza. Per temperamento e per educazione ho cercato sempre di applicarmi seriamente alle cose, anche... al gioco. A. Sant'Eulalia ricordo, fra i molli compagni – eravamo numerosi davvero, perché la Marina era allora un quartiere veramente popoloso –, soprattutto Franco Murtas, destinato a diventare sindaco di Cagliari all'inizio degli anni '70, Tonio e Leonida Fadda, Chicco ed Ettore Contu e anche Gianni Gandolfo. C'era anche un Dessi che era già dirigente, imparentato con dottor Mario Floris. Allora mi pare lavorasse in un negozio vicino alla piazza del Carmine che trattava articoli che interessavano i ragazzi...

A parte i bambini, gli altri ci si divideva fra aspiranti ed effettivi. Gli aspiranti erano i ragazzi fino ai 15 anni, gli effettivi juniores comprendevano la fascia fra i 16 e i 18 anni, quelli seniores oltre i 18 anni.

Oltre alle attività ludiche di cui ho detto, una parte centrale l’aveva, a Sant'Eulalia, la messa domenicale delle 9. Allora gli iscritti al circolo erano ammessi ai lati del presbiterio, di fianco all'altare dove il sacerdote celebrava spalle al popolo. Gli aspiranti, fra cui io, stavamo sulla sinistra, dove era ed è la porta della sacrestia, gli effettivi invece erano sulla destra del presbiterio.

Il resto delle attività comprendeva essenzialmente il catechismo e con il catechismo quegli incontri di formazione spirituale che erano ben distinti se rivolti agli effettivi, fossero seniores o juniores, oppure agli aspiranti.

I bombardamenti, l’evacuazione

I primi bombardamenti non destarono preoccupazioni particolari. Furono piuttosto allarmi. Quasi ci eravamo abituati. I problemi veri iniziarono ai primi di febbraio. Un certo giorno, mentre noi eravamo a lezione in aula, ci fu una brutta mitragliata. Fummo portati d'urgenza nel teatro, che si considerò evidentemente una specie di rifugio. Partì l'allarme, poi questo mitragliamento forse in conseguenza di uno scontro aereo fra alleati e italiani. E dopo quel fatto molti cominciarono a lasciare la città. La cosa divenne sfollamento di massa dopo i bombardamenti del 17, e soprattutto del 26 e del 28 dello stesso febbraio. La scuola venne chiusa. Mi sembra però che l'ultima seduta scolastica sia stata quella del 9 o 10 febbraio.

Io mantenni i contatti con i salesiani per concordare l'esame di licenza ginnasiale, che sostenni a Santulussurgju, appunto su indicazione dello stesso collegio di Cagliari, forse qualche giorno dopo il fatale 13 maggio. Naturalmente noi compagni ci disperdemmo seguendo ciascuno la propria famiglia. Anche mia nonna e mia zia, mio fratello e io lasciammo Cagliari. Loro si ritirarono a Meana, a casa di cari amici, perché a Sarroch non c'era spazio a sufficienza. Noi ragazzi tornammo in paese, in famiglia. Bisogna dire che Sarroch era in una zona pericolosa, dal punto di vista aereo, però non avemmo i bombardamenti. Solo una mitragliata fra aviogetti che si inseguivano in cielo.

È sempre possibile parlare male della guerra. Potrei spostare magari l'attenzione su Sarroch... Comunque inizierei sottolineando nuovamente che i primi tre anni, diciamo fino al 1942, la guerra, pur nella negatività delle vicende per l'Italia, non sembrò dare a Cagliari pesi troppo gravosi: qualche allarme notturno, qualche cannonata dell'antiaerea, ritardi nell' ingresso a scuola.

Ma quella certa mezza mattina di febbraio le cose apparvero serie e, interrompendo le lezioni, fummo portati nel teatro-rifugio. Però subito cominciarono le partenze. Io, con mio fratello, tornai a Sarroch: il paese era vicino a Cagliari ma si pensava, o si sperava, non interessante per i bombardieri. La verità è che anche per Sarroch c'era l'allarme. Forse non poteva non essere così. E dunque, come prima soluzione, con tanti del vicinato, ci recavamo sotto un ponte in una rientranza appartata della strada Sarroch-Pula. Però mio padre, profittando di una sporgenza rocciosa di qualche spessore nel cortile di casa, fece sistemare un rifugio di fortuna: un rifugio certamente non sufficiente a difenderci da una eventuale bomba, ma al massimo dalle mitragliate... Ed eravamo là quando il mitragliamento tra aerei tedeschi e americani provocò lesioni non gravi al muro di casa, che fortunatamente era di pietra.

Ricordo ancora la scena "ammirata" da quello spiazzo il 13 maggio, quando si vedevano le bombe scendere su Cagliari come grani di rosario, gettate da circa 500 aerei, con cielo limpido e luminoso, verso le ore 13. E poi gli aerei ritornarono, ben inquadrati, passando sopra di noi senza disturbarci. In linea d'aria distavamo da Cagliari soltanto 10 chilometri!

A proposito di tempo di guerra, ricordo anche l'accoglienza manifestata a Sant'Efisio, proprio a Sarroch, il 1° maggio 1943, quando arrivò inatteso su un camioncino per il latte, legato con funi per non cadere. La statua fu circondata sino a tarda notte. Non c'erano fiori, ma tante lacrime e suppliche furono l'ornamento di quella statua; e tante buste contenenti povere offerte, con messaggi al santo portanti precisi nomi di militari dispersi nei vari fronti...

Certo, a ripensarci, il fascismo arrivò alla mia generazione come una organizzazione sociale tutto sommato positiva, c'era ammirazione per tutto quello che era inquadrato, e voci dissenzienti a noi non ne arrivavano. Ma con l'andare della guerra mi resi conto anch'io, pur ragazzo, che così non si poteva andare avanti. La situazione era diventata insostenibile.

Debbo anche dire che non ci fu verso gli americani, che pure ci bombardavano o ci avevano bombardato con le conseguente che si conoscono, quella paura che avemmo invece verso i tedeschi fino alla partenza all'indomani dell’armistizio dell'8 settembre. Ricordo una reciproca cordialità fra gli americani e noi che li accoglievamo sul finire della guerra.

Io credo fosse mancata [negli uomini di chiesa] la consapevolezza profonda della natura della dittatura. La Chiesa è informata sempre ad uno spirito di rispetto e obbedienza verso il potere civile, e questo ha contato senz'altro nell'incoraggiare nella.., magari direi convivenza, non connivenza.

A me piace ricordare monsignor Giuseppe Cogoni, che fu antifascista spiato e schedato dalla polizia segreta. Era nativo di Pirri e fu vescovo a Nuoro ed arcivescovo ad Oristano. Una figura luminosa. La mia famiglia fu in relazione con lui.

[A Santulussurgiu andò] Benissimo in quanto all'esame di licenza ginnasiale. Intanto però sarebbe da dire che fu faticoso arrivarci. Viaggiai con mia madre e mio fratello, che doveva sostenere per suo conto l'esame di terza media per accedere anche lui al ginnasio-liceo.

Arrivammo in carretta alla fermata delle Ferrovie, in zona San Paolo, dato che la stazione era stata quasi completamente distrutta. Da lì, in treno, partimmo per Oristano; da Oristano proseguimmo in pullman fino al cuore del Barigadu.

Finiti gli esami, tornammo a Cagliari in treno. Decidemmo di iniziare il rientro a Sarroch a piedi, ad evitare l'allarme, che poi effettivamente ci fu, subito dopo Giorgino. E dovrei però dire che Giorgino non era l'ideale per nasconderci. Sulla sabbia c'era una postazione con una mitragliatrice e un soldato. Anche lui si riparò... tanto per dire, con noi, dietro la piccola tettoia che voleva occultare l'arma bellica, ma non pensava a sparare. Fortunatamente le sirene presto comunicarono il cessato pericolo; sopraggiunse il pullman di linea e finalmente giungemmo a casa.

E giacché ci sono – perché un ricordo tira l'altro – aggiungerei una scena notturna dell'8 settembre, quando i mezzi tedeschi, che portavano soldati e cannoni, lasciarono la zona di Nora. Si fermarono all’uscita di Sarroch: ci fu la paura che, prima di allontanarsi – raggiungendo il mare attraverso il nord Sardegna – volessero sparare sul paese. Invece, con l'aiuto della Provvidenza, ripartirono.

L'esame di licenza ginnasiale a Santulussurgiu, dove i salesiani avevano un collegio ed avevano trasferito il ginnasio in alcuni locali vicini presi in affitto, che poi avrebbero lasciato negli anni ‘80, non fu particolarmente esigente, data anche la situazione generale di emergenza. Le interrogazioni riguardarono tutte le materie; non c'era scritto, l'esame fu solamente orale, secondo le regole stabilite dal ministero. E ricordo che, alla fine, il professore che mi aveva interrogato, don Giuseppe Perino – venne ad abbracciarmi commosso, dicendomi che trent’anni prima aveva esaminato, a Lanusei, mio padre.

Missione di vita d’un quattordicenne: il sacerdozio

C'erano stati diversi sacerdoti che mi avevano detto «tu sei fatto per il sacerdozio», vedevano la mia frequenza regolare, quotidiana in chiesa, il servizio all'altare... Ma la decisione ultima, che fu anche un momento di commozione interiore, la presi all'indomani dell'esame di Santulussurgiu. Mi parve di sentire proprio una voce interiore più forte e più chiara. Ne parlai subito a casa. Andare in seminario? Accettarono tutti volentieri, e così nei mesi da maggio a settembre – e parlo del settembre dell'armistizio, e quindi della fine della guerra in Sardegna – mi disposi a quella svolta totale nella mia vita.

Però vorrei dire, a questo riguardo, anche un'altra cosa. La riflessione sui tragici momenti ai quali ho fatto prima riferimento, proprio alla luce della celebrazione mariana del mese di maggio – lo ricordo bene! – mi illuminò ancor più e meglio nella decisione del sacerdozio che stavo maturando. E ancor più questa riflessione sulla durezza di quegli eventi ritornò frequente negli anni del seminario rafforzando la mia vocazione.

Fui in contatto costante con il mio parroco don Tronci, che a sua volta interessò il seminario diocesano, allora diretto da monsignor Giuseppe Orrù. Furono avviate tutte le pratiche perché fossi presentato iii seminario di Cuglieri. Preciso che il seminario arcivescovile di Cagliari, quello di via Università, era chiuso in conseguenza dei danni di guerra che Io resero inagibile per due o tre anni. Ma anche quello regionale di Cuglieri, dove ero destinato per frequentare il triennio di liceo, soffriva dell'emergenza dei tempi, non tanto per esser stato danneggiato, quanto per essere a corto di approvvigionamenti. Infatti l'anno scolastico iniziò a novembre inoltrato, mentre di norma si partiva ai primi di ottobre.

La vestizione, che era il primo atto di questo nuovo corso della mia vita, la feci nel mio paese, a Sarroch. Avvenne durante la messa di domenica 14 novembre 1943, per mano del parroco don Tronci su mandato del rettore del seminario minore monsignor Orrù, allora sfollato. Misi la sottana nera che era appena stata dismessa da un ragazzo del mio paese, che aveva lasciato il seminario. Mi stava bene!, e così mi inoltrai per Cuglieri. Fu un viaggio avventuroso. Il punto di incontro fra i seminaristi che venivano dalle varie parti della Sardegna era stato fissato ad Oristano, e là arrivavano tutti o con il treno o con mezzi propri. Io ci arrivai con il treno, partendo da Cagliari, accompagnato da mia madre. Andai subito a salutare l'arcivescovo, che era monsignor Giuseppe Cogoni, che ho ricordato prima. E quindi partii a bordo di un camion militare fino a Cuglieri...

Era una bella esperienza che iniziava fra le difficoltà. Avevo 14 anni e qualche mese soltanto, ero attento a quello che avevo attorno. I militari ci misero a disposizione una serie di camion, quelli coperti con la tenda. Percorremmo diversi chilometri di strada sterrata. Durante il viaggio facemmo conoscenza e amicizia fra noi ragazzi. Dal Cagliaritano partimmo quell'anno in tredici, includendo nel numero anche coloro che poi non diventarono sacerdoti. Quelli che arrivarono fino in fondo, di quel gruppo, sono Lauro Pinna, sarrochese, purtroppo deceduto prematuramente, Ivan Marras di Muravera, scomparso nel 2001, Dante Usai di Orroli, Antonio Porcu di Quartucciu, Lauro Nurra di Cagliari ma originario del nord Sardegna, e Gino Porrazzo – deceduto nel 1956 – il quale, già docente statale, era venuto a Cuglieri per frequentare l'ultimo anno. Ma naturalmente mi rimane un caro ricordo anche degli altri, come Efisio Piredda di Pula, Franco Cocco di Samatzai, Raffaele Bodano di Quartu...

Il dolente ricordo di don Lauro Pinna

[Alla morte prematura di don Lauro Pinna] Scrissi l'introduzione a un libretto di ricordanza, l'avevo intitolata «Un'amicizia che non può essere cancellata lassù»: «la nostra amicizia iniziò nel 1938: lui era al primo anno di Seminario, io entrai nel gruppo ministranti… », «Il servizio liturgico era un momento che ci faceva trovare insieme; già i momenti comunitari nei locali adiacenti la sagrestia, con i relativi giochi, ci associavano; tutto veniva seguito dalla cura pastorale di monsignor Giovanni Tronci... egli si interessava vivamente delle vocazioni sacerdotali e perciò del gruppo ministranti».

Sì, i ministranti erano i chierichetti, in sardo "is sagrestaneddus". Lauro era più grande di me di più di tre anni, ma l'intesa era perfetta: «Frequentavamo ambedue la prima ginnasio, lui nel Seminario, io nella scuola pubblica. Per quanto ci incontrassimo solo durante le vacanze estive, l'amicizia con Lauro fu spontanea, perché il suo carattere era aperto, allegro, sincero, disponibile agli altri… è giusto che confidi come anche il suo esempio mi aiutò a maturare la decisione di entrare in Seminario».

Dovrei dire che lui era proprio di famiglia a casa mia, come anch’io a casa sua, in paese. È stato così sempre, la confidenza è rimasta massima anche negli anni di Cuglieri, abbiamo fatto insieme sia il liceo che la teologia… «curavamo di comunicarci le notizie che giungevano dalla terra natia, di fatto molto distante».

Per me sono effettivamente ricordi cari, anche dolorosi, e di commozione. Ricordo la sua ordinazione, in cattedrale a Cagliari, il 16 luglio estate 1950: la prima ordinazione del nuovo arcivescovo monsignor Botto. Fu il giorno in cui io ricevetti il suddiaconato.

Poi partecipai, a Sarroch, alla sua prima messa. Ci fu tanta semplicità e insieme tanta festa, anche perché da Sarroch erano chissà quanti decenni che non venivano vocazioni sacerdotali.

Ma anche altri ricordi si affollano nella mente, ricollegandoli alla scena del nostro paese: i suoi funerali a Sarroch, dopo quelli celebrati a Senorbì dov'era parroco. Era il 1972, io ero allora parroco della cattedrale e fu affidata a me la presidenza della liturgia, proprio perché compaesano. Monsignor Troncj era stato invitato, ma non se la sentì, era shoccato per quella morte tragica: lui Lauro l'aveva cresciuto in parrocchia e mandato in seminario. Poi accompagnammo tutti quanti il nostro Lauro nel camposanto di Sarroch. Continuo a celebrare anche per lui ogni 2 novembre in paese.

La prima ambientazione liceale, a Cuglieri

Lasciavamo la nostra casa per un ambiente sì accogliente, ma a cui ci si doveva abituare. Il pasto, rispetto a quello di casa, certamente era scadente. D'altra parte noi eravamo ben 250 studenti, e se aggiungiamo tutto il personale e i superiori, toccavamo quasi le 300 persone, e dar da mangiare tutti i giorni, e tre volte al giorno, a trecento persone nel 1943 non era davvero facile!

Il rettore era padre Carlo Bozzola, il suo vice era padre Silvio Taras. In prima liceo – la classe era di ben 60 alunni – e negli anni successivi ebbi come professore di lettere italiane padre Egidio Boschi, di latino e greco padre Luigi Gallicet, di storia padre Camillo De Grandi, di filosofia padre Josto Sanna – uno dei pochissimi docenti sardi –, di matematica e scienze padre Federico Scheffter, che a noi che temevamo istintivamente la matematica ispirava i versi «Federico, egli è un uomo come noi...». Della direzione spirituale era incaricato padre Nicola Della Casa.

Come risulta chiaro ed ho già accennato, la presenza continentale nel corpo docente era preponderante. Così sarebbe stato anche nelle classi di teologia. Il corso scolastico era infatti costituito dal triennio di filosofia – in sostanza le classi liceali – e dal quadriennio di teologia che si concludeva di norma con la licenza. Con un ulteriore anno di studi si poteva conseguire anche la laurea in teologia.

Ho buona capacità di adattamento. Avevo compiuto da qualche mese i 14 anni, me ne sarei andato via a 21. Sono anni cruciali nella vita di qualsiasi persona, quelli, estremamente formativi. L’esperienza comunitaria aiuta nella vita adulta, ci responsabilizza. Aggiungo che la maggior parte dei miei compagni aveva fatto già vita di seminario, provenendo veramente pressoché tutti dal seminario minore della propria diocesi. Essi più di me erano dunque abituati alle dinamiche comunitarie, alla disciplina. Ma anch'io mi calai abbastanza naturalmente e senza grandi sforzi in questa situazione…



Fonte: Gianfranco Murtas
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