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Per Giovanni Bovio e per il 20 Settembre

Redazionale


Il nostro sito sta accogliendo ormai da oltre due mesi una singolare, originalissima polemica che, partita dalla diffusione nella rete di svariate fotografie con protagonista uno storico monumento cittadino donato alla sede massonica di Cagliari nel 2008 – lo consegnò l’ex segretario provinciale repubblicano Franco Turco e Gianfranco Murtas ne ripropose le vicende ad una affollata assemblea riunitasi a palazzo Sanjust –, si è poi allargata a letture critiche di certe manifestazioni della Massoneria cittadina. In particolare è stata posta sotto la lente dell’analisi e del giudizio, dopo che l’irriverente trattamento cui è stato sottoposto il monumento, la coerenza fra l’austerità tipica della tradizione della Libera Muratoria anche locale e certe uscite su internet, sovente grossolane e anche volgari, da parte di esponenti delle logge. In tale contesto si sono collocate anche talune frasi irriguardose, e certamente da biasimare, verso il presidente della Repubblica, il presidente emerito Napolitano ed il presidente della Camera Fico.

Gianfranco Murtas, che ha aperto e sostenuto il “dibattito”, afferma che suo interesse precipuo è difendere la onorabilità di una tradizione laico-democratica che nella figura del filosofo e alto dirigente massone Giovanni Bovio – in vario modo legato a Cagliari e ai cagliaritani di centoventi o centrotrent’anni fa – aveva un riferimento nobile. Sa di essere sgradito, con le sue riflessioni, a molti – ce lo ha confidato e gli crediamo – e annuncia di lasciare a soltanto un altro articolo, o forse a due, la conclusione della sua battaglia che conferma essere puramente ideale, senza seconde intenzioni e senza ricerca di segrete alleanze per segreti scopi.

Giornalia – lo abbiamo già scritto – ha ospitato gli articoli di Gianfranco Murtas e i liberi commenti – una trentina, poco più poco meno – di vari lettori che, per la maggior parte, hanno preferito firmarsi con dei nomi non veri, anche se verosimili. Il sito ha rispettato tale libera scelta, anche se, per il futuro, prenderà in considerazione di inserire delle restrizioni che scoraggeranno questa pratica poco trasparente nei confronti del resto degli utenti e del sito stesso.

Ora, arrivati a settembre e prossimi alla data che storicamente era stata celebrata, con straordinaria puntualità, nella Cagliari che tendiamo a identificare con il nome di Ottone Bacaredda, di Francesco Cocco Ortu e Francesco Salaris, dai sodalizi politici e patriottici ed anche dalla Massoneria, ricordiamo che essa è stata, negli ultimi quaranta e più anni, un argomento che in quanto interna ai “rapporti fra lo Stato e la Chiesa” Murtas ha affrontato sulla stampa numerosissime volte. Ben volentieri dunque presentiamo, da lui stesso fornitoci, un suo editoriale uscito domenica 19 gennaio 1976 – quarantaquattro anni fa – su L’Unione Sarda allora diretta da Fabio Maria Crivelli.

Contiamo nei giorni prossimi di pubblicare invece un inedito, almeno nella versione scritta: il testo che lo stesso Murtas presentò giusto dieci anni fa alla Società Operaia, nel centoquarantesimo della breccia di Porta Pia. Organizzò la manifestazione allora il compianto professor Tito Orrù. La relazione di Murtas riguardò specificamente le reazioni cagliaritane all’evento della storica breccia, tema affrontato la prima volta su L’Unione Sarda, in un articolo su sei colonne della terza pagina, addirittura nel 1972.

Queste precisazioni, che riportano quasi a una biografia dell’autore quale pubblicista (al di là della iscrizione all’albo professionale), ci siamo sentiti di farle in questa nota introduttiva, anche per doverosa solidarietà al nostro amico definito “giornalaio” e anche “giornalaio prezzolato” da più di uno frequentante le sale di palazzo Sanjust, come anche si è letto nel grande “contenitore” dell’web. 

Aggiungiamo, per concludere, che in quanto sito internet, Giornalia non ha uscite in edicola. Ma Giornalia – e siamo certi anche Gianfranco Murtas – stima moltissimo i giornalai, lavoratori che quotidianamente si sobbarcano, con merito, una gran fatica per rendere un impeccabile servizio alla cittadinanza.       


Venti settembre ieri e oggi 

Gianfranco Murtas

Centosei anni dall'impresa di Porta Pia, dal compimento di quell'epopea laica che è stato il nostro Risorgimento. "Il più grande del secolo decimonono", secondo l'espressione di uno dei maggiori storici tedeschi.

Quel 20 settembre fu – ha scritto Giovanni Spadolini – "il momento più alto del Risorgimento ma quasi vissuto in punta di piedi con impacciata discrezione". Come a dimostrare – aggiungeremmo noi – l'indeclinabile ossequio formale che alla tradizione ed autorità religiose pure i laici più intransigenti non potevano mancare di porgere.

Centosei anni dalla vittoria della tolleranza laica sul fanatismo ideologico, una vittoria dello spirito liberale sul Sillabo dell'antiliberalismo.

Forse oggi il Grande Oriente più del Vaticano sconta quell'evoluzione storica al cui passo non regge l'adeguamento delle forme giuridiche ed istituzionali: sono nove anni almeno che il governo italiano disattende perfino agli impegni assunti col parlamento della Repubblica e con la coscienza democratica della Nazione, a riguardo di quell'obiettivo minimo costituito dalla riforma bilaterale della materia concordataria.

20 settembre 1870: "la giornata del cittadino Mastai", la provvidenziale occasione che la Chiesa "universale" non comprendeva e che, so lo obbligata, coglieva, liberandosi d'un tratto da ogni peso cui il potere temporale l'aveva per secoli e secoli sottomessa. Sembrava per essa una sconfitta amara. Eppure era esattamente l'opposto.

Il professor Spadolini, allora giovanissimo direttore del Resto del Carlino, nel 1957 avanzava l'ardita proposta di "santificare" il 20 settembre, trasformando quella data in festa religiosa. I cattolici-liberali mai avrebbero giudicato paradossale una tale proposta.

Roma capitale, epilogo del Risorgimento scomunicato, aveva avuto questo grande significato ideale e storico: la separazione fra temporale e spirituale, fra Stato e Chiesa. Tardivo ma non meno necessario superamento del Medioevo.

Un secolo di contraddizioni: cinquant'anni di resistenza cattolica allo Stato eretico, lo Stato liberale. Ma dopo di allora, altri cinquant'anni di rivincite d'oltre Tevere, di umiliazioni per l'autonomia statuale dell'Italia.

Mussolini, antiliberale, compì – all'interno della sciagurata dittatura fascista – il suo non piccolo antirisorgimento: l'undici febbraio del '29 riconsegnava i codici dello Stato italiano, la sua stessa autonomia, ai dogmi ed agli interessi della curia romana.

Poi la Costituente, ed un altro e più colpevole arretramento della risorta democrazia: l'articolo sette, frutto precoce della "repubblica conciliare", l'intesa diretta fra democristiani e comunisti, sopra la volontà ed il ferreo impegno separatista di socialisti-repubblicani-liberali.

Quindi gli anni '50, gli ultimi di quel pesante, rigoroso pontificato di Eugenio Pacelli, che bene esprimeva tutte le intransigenze della guerra fredda; finché – all'alba della "distensione internazionale" – il provvidenziale governo giovanneo si fece promotore del Concilio Vaticano Il, che significò non solo la riforma della liturgia, ma la "rivisitazione" stessa della dottrina immutabile, con il sentimento della tolleranza, meglio col gusto della ricerca nuova. Più dalla parte del Vangelo che non degli onori diplomatici.

Allora, in Italia, il centro-sinistra esprimeva nella politica questi emergenti bisogni di riforma, nell'essenziale campo delle libertà civili.

Ma adesso? Le contraddizioni rivelate dall'attualità religiosa post-conciliare – il caso Franzoni appare ben emblematico – non consentono ad alcuno di nutrire oggi concrete speranze circa un coerente impegno della gerarchia ad affrontare con la temerarietà spirituale del Concilio, tutti quegli spigolosi aspetti della questione cattolica, espressioni di antichi privilegi, che sono rigettati dalla realtà pluralistica dell'Italia repubblicana.

Dall'altra parte, lo straripamento indecente nella politica degli esecutivi, dei ritardi culturali dei democristiani, ha tolto vigore ad ogni pur cauta richiesta di autonomia del potere civile dalla borsa degli interessi vaticani. Non ci siamo dimenticati la farsa del referendum abrogativo della legge sul divorzio.

Il peccato della Chiesa è stato quello di aver sempre sottomesso la coscienza del fedele alla legge dell'uomo. Noi crediamo agli eterni valori della coscienza umana; ed apprezziamo la fonte dell'autorità morale della Chiesa, del suo dogma, più nell'esercizio attivo e costante della sua "carità" verso i bisognosi, che non nella convenzionale amministrazione di potestà alcuna, catechistica o disciplinare, altera e non discutibile, sulla coscienza individuale. La Chiesa deve "servire" l'uomo, non può esserne il magistrato.

"Cupola di San Pietro, sei a un tempo il gesto di offerta dell'uomo proteso verso Dio e il simbolo del riparo, dell'ovile che non ha limiti nella sua capacità di accogliere... Nel contemplarti anche chi non sia cristiano, per poco che rifletta, avverte la propria piccolezza, sente quale umile cosa sia la mente di ogni uomo... Il credente piega le ginocchia e si sottomette al suo Dio. Questa Italia non è quella che avevo sperato, questa società non è quella che vaticinavo: società laica nella sua struttura giuridica, ma dove tutti portassero in sé un alto afflato religioso, dove l'operare di ciascuno fosse di continuo un risolvere in termini di azione un problema morale, dove gli uomini di governo per primi apparissero eredi della migliore tradizione dei pastori cristiani, ch'ebbero a motto 'fa quel che devi, avvenga quel che può'; convinti che il rispetto per il popolo consiste nel dirgli sempre la verità. Tutto è diverso. Non importa. Credo nella tua Provvidenza, Signore".

Arturo Carlo Jemolo, il nostro maestro, con questa preghiera conclude il preziosissimo suo "Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni", edito da Einaudi: un colto riepilogo di una storia secolare, quella del nostro popolo e delle nostre istituzioni, una storia che si muove strettamente congiunta con lo sviluppo della presenza cristiana e cattolica nella coscienza e nel costume dell'Italia.

A tali umili, sagge espressioni affidiamo il compito di significare al lettore, quelle stesse speranze, quelle riflessioni che partono anche dal nostro animo e che non siamo capaci di manifestare compiutamente.

L'auspicio del "Tevere più largo", della distinzione netta e cordiale fra la Roma dei Papi e quella dei laici. Ma nella prospettiva di una nuova rispettosa collaborazione fra esse, per il bene del popolo.

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Fonte: Giornalia
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