Gianfranco Murtas

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Settant’anni fa il mesto congedo di Francesco Ciusa, l’artista e il massone

«Nel bacio del Signore» si spegneva settant’anni fa, all’ospedale civile di Cagliari, Francesco Ciusa, il grande artista, il maggiore degli scultori sardi del Novecento.

«Nel bacio del Signore» si spegneva settant’anni fa, all’ospedale civile di Cagliari, Francesco Ciusa, il grande artista, il maggiore degli scultori sardi del Novecento.

In molte occasioni ho potuto celebrarlo, con la parola e lo scritto. Molti anni fa proposi anche al sistema delle logge massoniche sarde di trovare il modo di onorarne esse stesse la memoria, evocandone la militanza liberomuratoria negli anni che precedettero e seguirono la grande guerra, fino a che il fascismo impose, con una legge liberticida, lo scioglimento di ogni obbedienza, e fra esse quella giustinianea che a Cagliari contava appunto quella “Sigismondo Arquer” che nel 1912 aveva accolto fra i suoi anche Ciusa. Il quale vi trovò anche diversi colleghi artisti, allora impegnati in lavori di allestimento di chiese e cappelle cimiteriali così come dello stesso nuovo palazzo civico di via Roma. (Qui, sia detto en passant, nel 1919 – cento anni fa di questi giorni! – una sua lapide marmorea fu scoperta in ringraziamento della colonia veneta nell’Isola alla Brigata Sassari per il valoroso soccorso alle ragioni nazionali di quelle province strappate al dominio austriaco).

Sono stato (e sono) amico di diversi esponenti della famiglia, che avevano conservato la memoria vivente di un Maestro di vita, non soltanto di loggia. Nino, il primo dei maschi (venuto dopo Fiamma ed ad aspettare Cinzio e Laura e Maria, e ancora Antonietta e lo sfortunato Giangiacomo), ricordava: «Mio padre scolpiva quando ne sentiva la necessità interiore, mai su ordinazione. Regalava le sue opere solo che gli si facesse capire di averne inteso l’intima bellezza. Quando lavorava si concentrava tanto sul soggetto che ogni minimo rumore nello studio lo faceva sussultare, lo scuoteva tutto fino a spaventarsi. Non mangiava, non dormiva sino a che l’opera non era compiuta e, una volta realizzata, la lasciava lì, senza mai più ritoccarla. Di intensa, affascinante comunicativa, sapeva trasmettere agli amici la sua prorompente vitalità d’artista. A tutti, anche ai bambini, alla gente del popolo…».

Nello scorso maggio, proprio alla tomba cagliaritana di Nino Ciusa il Venerabile della loggia intitolata al padre si soffermò presentando le due figure – appunto quella del padre e quella del figlio – riunite in uno stesso sentimento: parteciparono a quel pellegrinaggio insieme laico e religioso cinquanta massoni della nuova generazione, iscritti ad una decina almeno di logge ed in loro rappresentanza. E fu scena di intensa commozione.

Un’altra figlia, la professoressa Antonietta, ha lasciato una traccia della devozione della famiglia alla memoria paterna pubblicando un libro bellissimo, per la rispondente grafica oltre che per il contenuto delicato e documentato (tanto più sul rapporto dello scultore con Sebastiano Satta): Francesco Ciusa, mio padre, edito da Il Maestrale nel 1999. (Bellissimi gli scritti di Leandro Muoni e Remo Branca, che aprono il volume tutto scritto con esemplare e toccante “intelletto d’amore”).

E Pietro, il nipote amico mio che porta nella società mille altre virtù sue tutte coperte da un’insuperabile e signorile modestia, e Raffaele, l’altro sfortunato nipote che ci ha lasciato due sillogi di straordinaria concentrazione d’intelligenza e sentimento… che famiglia! Una famiglia che nel tempo si è fatta “ponte” stabile fra la Barbagia (e la Gallura delle ascendenze), il Macomerese di Vittoria Cocco, e Cagliari, la capitale riassuntiva e aperta…

Il clero nuorese che, in adesione ad una norma canonica di nessun valore sostanziale, lo aveva considerato “scomunicato” due volte – perché libero muratore e perché candidato dei social-comunisti al seggio senatoriale nel 1948 – aveva voluto farsi perdonare, nel 1988, da Francesco Ciusa per tanta cecità prona a scriteriati ordinamenti e, con il vescovo diocesano in testa – il caro e indimenticato monsignor Giovanni Melis Fois –, ne accolse le spoglie provenienti da Cagliari accompagnandole ad un sepolcro definitivo, nella chiesetta di Santu Caralu.

Allora ne scrissi un’altra volta. Sono trascorsi da quel giorno altri trent’anni e più. Mi pare bello e doveroso richiamare oggi, e riproporre, quella mia testimonianza, certo datata e marginale, ma con generosità accolta dall’amico, anch’egli indimenticabile, Cesare Pirisi nelle pagine della sua La Nuova Città.

Guardava, quel mio scritto, alla Nuoro nel passaggio fra Ottocento e Novecento, alla Nuoro degli ideali e delle tensioni (ancora fra clericali e libertari), alla Nuoro che fu la città di prima formazione di Francesco Ciusa, prima del suo trasferimento a Firenze, per gli studi alle Belle Arti e quelle avventure con il Tricolore italiano portato come un trofeo per le strade cittadine…

Muoveva, la mia testimonianza e riflessione, dalla cronaca, dai ritorni dei ciclici sospetti sul fare della Libera Muratoria nel Municipio, magari come al tempo dei moti di su connottu…

Ciusa maestro di Loggia

La massoneria a Nuoro. Una presenza discreta ma interessata alle vicende cittadine. Un titolo, con relativo occhiello, che è circolato, come un sussurro di vento presuntuoso, or è qualche mese in città. E comunque meritevole di un’eco.

Il giornale dell’amico Cesare Pirisi – irrequieto contradditore di luoghi comuni, quale che ne sia la tribuna di proclamazione – può fare alla bisogna, aprendo le sue pagine ai documenti di ieri che confermano come la ripetitività noiosa delle false ovvietà correnti abbia radici salde, tanto da essere, ahimè, indistruttibili.

E’ certo che la libertà umana si realizza in primo luogo nella mente e nel cuore di chi si pone senza pregiudizio, ma invece problematicamente davanti ad ogni evento di cui vuol conoscere di più, con curiosità intellettuale, con simpatia personale per chiunque muova da valori di coscienza e di cultura diversi dai propri, ed opera onestamente per il bene comune. E’ questa cordialità la base imprescindibile del confronto di idee. E dunque.

Ottorino Pietro Alberti – nuovo arcivescovo di Cagliari e storico apprezzato, benché non sempre lettore distaccato ed indipendente (mi sia consentito di esternare quest’avviso personalissimo, che non diminuisce l’amicizia e la stima per questo prelato di grande impegno intellettuale) – ha scritto molto sulla presenza libero-muratoria a Nuoro nel secolo scorso, una presenza conflittuale nei confronti della gerarchia ecclesiastica o, forse, della Chiesa tout court. Bisognerà studiare di più e meglio e sforzarci di inquadrare, con maggiore freddezza d’indagatori, nel particolare momento storico, sia la Chiesa che la Massoneria nella Nuoro anni ’60-70 (del secolo XIX), una città che contava allora meno di quelle 7.051 persone addossate tutte fra Santu Predu, Sèuna e qualche isoletta attorno alla via Majore, di cui scrive il grandissimo Salvatore Satta.

E sarà utile, per la scientificità storica delle conclusioni, dare nomi e cognomi a quel popolo di fantasmi «che dominava nel Comune di Nuoro e negli altri uffici della sede del Circondario», come accenna l’Alberti nel suo pur pregevole I vescovi sardi al Concilio Vaticano I. (Sono già tolti dal loro limbo il dottor Cottone e Gavino Gallisay, denunciati dallo stesso mons. Demartis, il più combattivo alfiere dell’opposizione clericale, o della resistenza clericale, all’organizzazione e all’organizzazione e all’ideologia latomistica).

Sarà utile rileggere e rimeditare quell’articolo del Corriere di Sardegna del gennaio 1872, a firma dell’oggi osannatissimo Giovanni Battista Tuveri – in onore del quale, nel ’95, anche l’arcivescovo di Cagliari Serci-Serra contribuiva alle spese per un degno monumento celebrativo – che faceva giustizia dei manicheismo, gretto e un po’ insultante, presente in una tante lettere pastorali di mons. Demartis che, a detta del grande repubblicano, caricava con grande disinvoltura sulle spalle di «coloro che non sanno acconciarsi a tali governi» (quelli monarchici assoluti) «tutti i peccati del mondo». Una circolare, quella firmata dal presule carmelitano, assai spericolata, se è vero che annoverava nella «Società di Satana» («empia e tenebrosa massonica») un po’ tutti: «repubblicani, demagoghi, comunisti, socialisti, massoni, ecc.», tutti accusati di minacciare «troni, famiglie, individui», di sospingere «ad una sanguinosa e tremenda ecatombe…». Essi – concludeva il Tuveri ridicolizzando alcune proposizioni del vescovo – «colla maschera di filantropica società faticano a corrompere tutti, e specialmente la classe operaia, promettendo beni ed aiuti agli affiliati che non inorridiscono all’uso del pugnale contro l’innocente, a propinare il veleno al fratello, ad incendiare col petrolio la casa dell’onesto cittadino votato a morte dai caporioni infernali!». Per poi concludere così, riferendosi direttamente al vescovo di Nuoro: «Qual concetto possono farsi di lui le migliaia d’operai che sono tuttodì spettatori delle virtù pubbliche e private di tanti dei veri o supposti Massoni? In verità, se esistesse tra noi una setta sì perversa, quale ama figurarsela Mons. Demartis, ei non sarebbe lasciato in vita mezz’ora!».

E per restare un attimo ancora col Tuveri ecco, in punto di dottrina, un altro stralcio di un suo scritto (Corriere di Sardegna, 30 novembre 1874): «Chi scrive non ha niente di comune con quella società: ma chiunque non ami apparire destituito affatto di ragione, al vedere che ne fanno parte assolutisti, costituzionalisti, repubblicani, persone di religioni fra sé opposte, deve venire alla conclusione cui noi venimmo: vale a dire che la Massoneria altro non si proponga che principii generici di moralità, di sociabilità, di religione, di filantropia ecc., senza venire a dettagli che potrebbero eccitare delle dissensioni tra i soci. Se essa fosse una setta atea, sanguinaria, antisociale, come amano spacciarla i suoi detrattori, Lord Ripon, suo gran-maestro, non sarebbe passato dall’anglicanismo al cattolicismo». Con l’Ecclesiaste direi: niente di nuovo sotto il sole.

Infine: sarà utile studiare meglio la tessitura delle date, cominciando dalla collocazione nel 1852 – sette anni prima (!) della rifondazione della Massoneria nazionale, che dopo il crollo dell’impero napoleonico aveva conservato solo ricordi di alti gradi scozzesi e militanze nient’altro che di coscienza – del debutto, nel capoluogo barbaricino, della loggia massonica «che era una delle più organizzate della Sardegna ed aveva numerosi adepti tra i dirigenti del Comune», come scrive sempre l’Alberti nel suo bel saggio comparso tempo fa in Vecchia Nuoro.

C’è dunque, allo stato delle ricerche, una totale genericità sulle qualità e sulle dimensioni dell’organizzazione libero-muratoria nuorese negli anni fra ’60 ed ’80, (l’intitolazione onorava Eleonora d’Arborea), e un vuoto completo per quanto si riferisce agli anni successivi. Anche il volume Giacobini e Massoni in Sardegna tra Settecento e Ottocento, di Lorenzo Del Piano, giustamente prudente e «minimalista» – in ordine al demonizzante j’accuse clericale, tace completamente sul punto.

E’ certo che alla vigilia del Fascismo, quando le logge precedono i giornali ed i partiti nel violento seppellimento delle voci di libertà, nessuna officina massonica era inserita nell’anagrafe del Grande Oriente d’Italia di Palazzo Giustiniani. In città operava invece un “triangolo”, cioè un piccolo nucleo non organizzato né autonomo, facente capo alla loggia di Sassari, l’antica e gloriosa “Gio. Maria Angioy”. Un similare «triangolo» era attivo a Lanusei (il suo referente era, come per Ghilarza, l’ “Arquer” di Cagliari) e un altro operava a Bosa, dipendente dalla “Libertà e Lavoro” all’Oriente di Oristano, la loggia che fra il 1910 ed il 1912 aveva accolto fra le sue Colonne Francesco Ciusa.

A proposito di Francesco Ciusa. Di certo – a mia conoscenza – è la sua affiliazione, l’11 ottobre 1912 (con nullaosta di Palazzo Giustiniani n. 9625 datato 23 settembre dello stesso anno) col grado di Apprendista, nella loggia cagliaritana intitolata a Sigismondo Arquer, un martire della ferocia dell’Inquisizione spagnola del XVI secolo. Lo scultore – allora neppure trentenne, ma che già aveva dato forma alle sue migliori opere, dalla Madre dell’ucciso al Pane, dalla Filatrice al Nomade, dalla Bontà alla Dolorante anima sarda – era stato successivamente, sempre nell’ “Arquer”, promosso ai gradi superiori: al Compagnonaggio il 16 maggio 1913, alla Maestria il 10 luglio 1914.

Giusto da due anni – dal marzo 1986 – è attiva a Cagliari una loggia che è intitolata proprio al nostro grande Francesco Ciusa. Nella prassi rituale di quest’officina libero-muratoria un piccolo gesso modellato dallo scultore nella sua età matura, ritraente l’unità familiare (titolo La vita) – un unicum delle figure genitoriali e filiale – s’aggiunge al ricco corredo simbolico del tempio, dall’occhio del Grande Architetto dell’Universo al prologo del vangelo di San Giovanni.

E’ ancora questa loggia che, in un libretto stampato e diffuso circa un anno fa, ha riassunto, col suo programma, anche la vicenda massonica, oltre che umana ed artistica, del suo «patrono»: «E Francesco Ciusa “cagliaritano”, Francesco Ciusa rotto dal dolore per la città squassata dall’acciaio piovuto dal cielo, tra febbraio e maggio 1943, Francesco Ciusa visitato dal santo cagliaritano per eccellenza, fra Nicola, nella sua casa, poco prima di morire. Un colloquio forse solo di sguardi, ispirato e beato. Nel nome alto dell’Uomo che scopre dentro di sé una luce che viene dall’eternità ed è per sempre, e finalmente disvela la relazione misteriosa fra il particolare “alfa e omega” e le ragioni d’un macrocosmo che riassume tutte le storie vissute».

Per volgere alla chiusura. Il carattere “ghibellino” di certa borghesia professionale, imprenditoriale e commerciale poteva certamente, negli anni precedenti la prima guerra mondiale o comunque del prefascismo, far immaginare militanze di artieri di loggia. Il compianto on. Bustiano Dessanay mi scrisse una volta (la lettera è del 5 dicembre 1979): «Nell’ambiente intellettuale nuorese, allora, era molto diffuso un repubblicanesimo di tipo mazziniano contrassegnato da socialismo e anarchismo. Era una premessa quasi ideale per le affiliazioni alla Massoneria, anche se il terreno della Massoneria, in campo nazionale, era assai più vasto.

«Altra premessa: a Nuoro, era il culto della figura di Giorgio Asproni prima, e poi dell’avvocato Giuseppe Pinna, deputato repubblicano di Nuoro [in realtà era radicale, ndr]…. Quanto all’avvocato Filippo Satta, fratello di Salvatore, che da giovane a Nuoro apparteneva alla Gioventù Repubblicana, ricordo anch’io che l’opinione pubblica lo indicava come socialista e massone [....]. Le dirò che ho sempre immaginato che lo studio di Sebastiano Satta fosse una sorta di centro di formazione repubblicana, socialista e massonica. Fu certamente massone uno degli avvocati che frequentavano quello studio, Luigino Morittu, prediletto dal Poeta».

Altri indicava nei componenti della famiglia Ballero («don Benedetto, che gestiva una rivendita di tabacchi e di giornali, e due suoi nipoti, l’ins. Francesco e Pietrino che faceva il corrispondente di non so quale giornale») il centro del centro della Massoneria barbaricina. Chissà. Ma, intanto, sulle loro attitudini morali ed intellettuali la memoria storica di Nuoro può oggi esprimersi con sufficiente libertà Resta confermata la genericità delle indicazioni.

Certo è che, a motivo particolarmente delle chiamate professionali, e dunque delle residenze private e familiari, diversi furono, negli anni fra il ’90 ed il ’25, i nuoresi (originari della città o dei paesi vicini) inseriti nel piedilista della cagliaritana loggia “Arquer”. Eccone appena qualcuno, tratto da un antico registro salvato dalla confisca delle camicie nere: Asproni Giorgio, n. Bitti il 4 novembre 1841, ingegnere minerario; Todde Giovanni, n. Tonara il 22 marzo 1867, ragioniere-commercialista; Corrias Gius. Emanuele, n. Oliena il 21 marzo 1874, magistrato (pretore a Siliqua al momento dell’iniziazione, nel 1908); Ardu Pietro, n. Laconi nel 1889, impiegato alla Manifattura tabacchi; Deledda Sebastiano, n. Lula, professore e pubblicista (che aderirà al regime di Mussolini); Mameli Bachisio, n. Bitti il 5 luglio 1850, impiegato postale; ecc., per non dire dei molti altri ogliastrini, baroniesi o planargesi. Uno dei quali – e di gran nome – montò la guardia armata a Palazzo Giustiniani, in quei lunghi giorni in cui l’assedio fascista da morale (o immorale) s’era fatto fisico. Si tratta di Melkiorre Melis. Questi i fatti e i nomi certi, attorno a cui può avviarsi la ricerca sulla Massoneria sarda, fra Cagliari e Nuoro, senza veli e nella continuità del tempo.

Così è la storia. Un chiaroscuro, un sistema di autentici stop and go, di contraddizioni, di aggiustamenti continui. E non può leggersi con le lenti del pregiudizio ideologico, con le riserve mosse dagli umori invece che dalla conoscenza e dal confronto…

P.S. – Leggo sui giornali di stamattina (ma occorre attendere le conferme) che un Ciusa della grande famiglia sia stato eletto al nuovo Consiglio regionale in quota 5 Stelle. Sarebbe bellissimo che egli, forte di cromosomi ideali che riportano a Francesco Ciusa uomo di salda moralità e militanza massonica, sappia riconoscere la greve stupidità (e ignoranza della storia) dei grillini che, con deposito al Senato della Repubblica, hanno proposto l’embargo dei massoni dalla vita pubblica…

 



Fonte: Gianfranco Murtas
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