Enrico Deplano

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  EsteriMondo

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Si vis pacem para pacem

Un minuto di pacifismo, prima di reimmergersi nella necessità storica delle narrazioni belliciste

Nel corso degli eventi storici noti, durante le fasi in cui si ricorre alle armi in guerre “calde” - dichiarate come tali o meno - ricorre una figura atipica, solitaria e a suo modo eroica. Sono, a volte, figure di intellettuali, ma non necessariamente.  E si dimostrano capaci di un eroismo del tutto estraneo alla retorica eroica. Uomini che si immolano alla pace, non che muoiono per paura. Sono molto più numerose, in ogni tempo e luogo, le persone che, in nome di un ideale e in difesa di classi sociali, gruppi etnici o focolari nazionali, mettono l'elmetto ed imbracciano un'arma. Non è difficile avvertire l’istanza morale dell’impegno in difesa di un gruppo vessato o attaccato. Fa parte di noi, la difesa del gruppo è un riflesso istintivo tipicamente umano. Peraltro in genere entrambe le parti di un conflitto si dipingono come minacciate.

Forse tra qualche secolo, quando si sia raggiunto un livello di coesione sovranazionale superiore, le guerre interstatali appariranno qualcosa di primitivo.
Per ora non è così e quindi si continua a tifare, comodamente, da casa, per una parte, in base ai propri valori e schemi di interpretazione della realtà.
Questa tragica guerra in Ucraina è dipinta in molti modi: da Mosca è definita “operazione militare speciale” per denazificare l’Ucraina; per gli Ucraini è guerra d’indipendenza nazionale simile alle nostre guerre risorgimentali, per affrancarsi definitivamente dall’imperialismo russo; dagli analisti geopolitici è vista, in modo più realistico e meno retorico, come un confronto tra Stati Uniti e Russia giocato in Ucraina.

Ci sono un aggressore e un aggredito, si ripete semplificando, a ragione. Troppi però, solidarizzando con le vittime ucraine, ignorano il contesto che ha condotto alla guerra e si sentono partigiani pro-Ucraina senza se e senza ma. Altri dicono che l’Ucraina era uno stato fallito in mano a organizzazioni criminali e percorso da corpi militari baltici addestrati da istruttori britannici e giustificano la Russia. Poi ci sono gli analisti, apparentemente salomonici, realpolitiker strategigi ma non super partes, tutt'altro. E, infine, ci sarebbero i pacifisti. Costoro sono definiti in genere imbelli da entrambe le parti.

Essere imbelli letteralmente significa non essere in armi, non essere pronti a combattere, essere fuori dalla guerra. E oggi, come migliaia di anni fa, questa condizione viene subito fraintesa. Coloro che hanno come ideale proteggere una delle parti hanno, infatti, una pessima opinione di chi si sottrae a tale compito, dando per scontato che ciò possa essere spiegato solo con un’intima vigliaccheria. Ma essere "veri" uomini forse non è solo avere il coraggio di militare per una delle parti in lotta. Può essere difficile e richiedere estremo coraggio anche scegliere di non militare affatto, o riconoscendo che non c’è una parte del tutto “giusta” e santa, o perchè si professa un ideale umano altrettanto degno della difesa del gruppo attaccato: la difesa della vita in sè.

Il pacifismo può essere un ideale utopico, astratto, velleitario, che fa a pugni con la realtà, ma è certo che l’ideale vecchio e consolidato da millenni di proteggere una parte contro l’altra, sebbene necessario alla sopravvivevza dei gruppi umani, è anche lo schema che rende inevitabili le guerre che tali gruppi devastano.  L’ideale di proteggere la vita sempre e comunque, se affermato realmente, renderebbe impossibili i conflitti.Può perciò essere tacciato di essere un illuso chi professi un ideale pacifista in tempi di guerra, ma non di essere un codardo o di aver scelto la via facile. La renitenza alla leva si paga sempre cara e in certi casi si può addirittura dare un segnale così forte da pagare il prezzo più alto. Se chi perde la vita in guerra viene onorato dalla parte per cui combatte con medaglie e memoria, per il coraggio mostrato sacrificando la vita, non merita rispetto chi fa esattamente lo stesso sacrificando anch’egli la propria vita per un ideale simmetrico? Oppure il sacrificio vale solo se effettuato cadendo in azione e uccidendo nemici?

Conta solo l’ideale della protezione del gruppo nazionale o può avere credito anche un ideale superiore, come quello della protezione della specie umana? La risposta è semplice: in tempo di guerra il pacifismo è equiparato alla vigliaccheria, perchè è pericoloso per il meccanismo narrativo che anima le parti in conflitto, disarmando la propaganda di reciproco odio che in ogni conflitto bellico è inevitabile e necessaria. Eppure il pacifismo non è indifferenza morale o paura. Per certi esseri umani rifiutare di combattere non è affatto un comodo modo di sottrarsi al rischio di essere uccisi, ma una testimonianza di un ideale sentito, altrettanto nobile rispetto a quello della difesa attiva del gruppo. C'è sempre, in ogni conflitto, chi non è disposto a uccidere il "nemico". Viene visto come un codardo e portato al martirio, come questo musicista russo che aveva già una storia di abusi psichiatrici nell’esercito.

Esiste una causa moralmente più elevata di quella della difesa della famiglia, del clan, della tribù, della cittadinanza, della nazione? Forse sì, una può esistere: è la causa della difesa dell’Umanità, di livello scalare più alto. Durante un conflitto non ha quasi senso e non trova granchè modo di applicarsi, se non in certi settori della diplomazia e sicuramente tra i medici di ong umanitarie. Tuttavia resta un ideale nobile che merita rispetto e non l’esecrazione dei guerrafondai o lo snobismo dei partigiani da salotto.

Una parte va scelta, in guerra, perchè diventa inevitabile e necessario schierarsi e tutti alla fine lo facciamo. Ma si può apprezzare anche chi questa scelta non riesce a farla per ragioni moralmente valide, soprattutto se paga volontariamente e con coerenza il prezzo più alto. Si deve apprezzare chi la sua scelta di campo la fa, in questo caso in Occidente contro l'aggressione di Putin e pro l’Ucraina. Ma sarebbe meglio farla con la prudenza e il contegno dovuti all’entità della tragedia in corso: senza eccessi, lontano da toni retorici scomposti. La moderazione di approccio a questi temi è una virtù, non è distacco etico, relativismo morale o tiepidezza, bensì razionale valutazione della realtà. Viceversa appaiono superficiali, conformistici e talora involontariamente ridicoli i furori eroici cui indulgono certi rambo da tastiera nostrani.

Si può forse salutare con un istante di attenzione questo ragazzo, Ivan Walkie, augurandogli che la terra, che ha rifiutato di insanguinare imbracciando le armi, gli sia leggera.


Fonte: ANSA
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Gianfranco Murtas

03 Ott 2022

L’impegnativo e dotto intervento di Enrico Deplano sul pacifismo in rapporto alle cosiddette narrazioni belliciste, e dunque anche in rapporto ai fondamenti, reali o supposti, delle scelte nette di ordine politico che s’impongono a petto dei concreti dati di fatto, i dispiegamenti di forze militari e la violenza assoluta contro cose necessarie e soprattutto contro persone innocenti, pone alla nostra riflessione molte domande lasciando alla nostra intelligenza e alla nostra coscienza la risposta. Ho avuto, in giovinezza e nella prima maturità, contatti personali e/o epistolari con personalità come Giorgio La Pira, come Ernesto Balducci, come Luigi Bettazzi ed ho frequentato ambienti di alta testimonianza eticocivile anche in Sardegna (penso a Sestu e ad obiettori di coscienza della prima stagione, con carico di vile carcere sulle spalle, come Mariano Pusceddu, bella magnifica persona di sorgivo francescanesimo) per potermi dire estraneo o lontano dalle visioni ch’essi presentano nella sintesi iconica dell’“uomo planetario” di cui ha scritto padre Balducci. Anche io che a loro guardo per imparare, anche io come molti altri non ho risposte. Avverto l’ingiustizia dei patimenti di Abele, porto (conoscendo la forzatura della cosa) Abele alla dimensione dell’Italia imprigionata da vent’anni di dittatura nera e salvata dal fuoco rosso dei partigiani antifascisti e antiburgundi e degli eserciti (e anche delle aviazioni) alleati. Mi vien da voler capire le ragioni di chi mi è più lontano, del dittatore russo e dei suoi, patriarca ortodosso compreso, e di conoscere i torti fatti alla democrazia formale e sostanziale, lungo gli anni, dal governo ucraino nel proprio territorio. Cerco di documentarmi, perché so che il mondo non si divide semplicisticamente fra buoni e cattivi. Ma pure so che, oggi e anche domani, uno è il dovere – il dovere!!! – dei governi e delle diplomazie ed un altro è il sentire della gente semplice, di cuore buono, che non può non stare con chi sia furentemente aggredito.

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