Gianfranco Murtas

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Vietnam, intrighi di potere e bombardamenti dal cielo americano. La missione-denuncia di don Angelo Pittau, cinquant’anni fa

di Gianfranco Murtas


Raggiunto nella tarda estate del 1967 il Vietnam nelle vesti di prete “fidei donum”, prestato cioè da una Chiesa occidentale, strutturata e di tradizione, ad una Chiesa del mondo povero, don Angelo Pittau pubblicò, dopo mille avventure, il libro-denuncia Vietnam: una pace difficile, che gli costò la traumatica cacciata dal paese (per le intese fra i militari in forza al governo di Saigon e gli alleati americani) nel 1969. 

Ecco dall’edizione delle Dehoniane bolognesi il primo capitolo del suo reportage.


La falsa democrazia e la guerra cosiddetta dell’“escalation”

Dal novembre 1963 al giugno 1965 a Saigon si cambiava governo con la facilità con cui si cambia treno. I colpi di stato si susseguivano regolarmente ogni due o tre mesi, avessero essi successo o no. Pian piano però lungo i colpi di stato andarono emergendo due uomini nuovi: Ky e Thieu. Al tempo di Diem non contavano molto, con Minh un po' di più, alla fine del periodo d'operetta di Khanh erano gli arbitri della situazione. Così Ky e Thieu si trovarono ad un dato punto i capi del Vietnam. Ky primo ministro e Thieu presidente del direttorio di generali che avevano rovesciato Khanh. Ky forte dell'aviazione militare e soprattutto dell'amicizia degli americani che incominciavano la escalation e Thieu forte della sua personalità semplice che rassicurava gli alti comandi dell'esercito vietnamita e lasciava loro libertà di movimento politico e... d'interessi.

Metà del 1965, il 1966, metà del 1967 così passarono senza rovesciamenti governativi. La guerra diventava totalmente americana, invadeva le prime pagine dei giornali di tutto il mondo: era la escalation con i bombardamenti, lo sbarco delle truppe sempre più numerose, l'aggiungersi dei coreani, dei thailandesi, degli australiani, neozelandesi e filippini. Thieu e Ky restavano al potere, del resto avevano mostrato di essere abbastanza sicuri della situazione sapendo dominare (1964, 1966) la rivolta dei buddisti di Dà Nang. Nessuno in Vietnam aveva interesse a buttarli giù, si poteva innervosire gli americani! E adesso che gli americani c'erano e tutti approfittavano di loro, meglio non muovere le acque!

L'opinione mondiale, è vero, si riscaldava contro questa guerra, criticava sempre di più gli americani che sostenevano una dittatura illegittima, ogni tanto si parlava di torture, di villaggi annientati e poi c'erano i bombardamenti da contestare, le varie escalation dei bombardamenti.

L'escalation non è servita a niente, forse a perdere la guerra (dato che si dovevano mandare 500.000 uomini bisognava mandarli subito e così forse avrebbero potuto schiacciare i vietcong che incominciavano). Se l'escalation ad ogni modo non servì per la vittoria, è servita per abituare l'opinione mondiale all'incubo del Vietnam e a far dimenticare certe pagine sporche che nessun esercito ama vengano alla luce del sole.

E fu ancora per l'opinione pubblica mondiale che si pensò alle elezioni in Sud-Vietnam, a una nuova costituzione, ad un presidente liberamente eletto dal popolo, ad una camera e ad un senato, ad una corte di giustizia. Si pensò insomma alla democrazia.

Sembra che si volesse mettere di nuovo in ballottaggio il potere. E il gioco delle elezioni iniziò acquistando subito un aspetto di sagra popolare per i nhà què (contadini), e di cannibalismo per i candidati e i circoli politici della capitale.

Io sono arrivato in Vietnam il giorno dell'apertura della campagna elettorale. Saigon come per un incanto si arricchì di striscioni, di cartelloni, di manifesti che si dovevano continuamente rinnovare dato che si era in piena stagione delle piogge. Il primo striscione che mi feci tradurre incitava a votare per il «governo del popolo» di Thieu e Ky: rischiò di essere anche l'ultimo perché tutti erano quasi uguali.

Ai giornali fu allentata la censura, nei vari circoli della capitale (la provincia qui non ha nessuna influenza a parte Hu, chi conta qualcosa bisogna che vada a Saigon a farsi sentire), incominciò il gioco delle influenze politiche, economiche, militari e soprattutto religiose. I candidati sia alla presidenza che al senato forniti di soldi dal governo ed abbondantemente foraggiati dagli americani (che ne pagarono altri ancora per non candidarsi, e così le elezioni sono state anch'esse un affare per molti alle spalle degli americani come al solito) si gettarono nella lotta come se potesse esserci un risultato diverso da quello previsto: cioè della vittoria del binomio Thieu-Ky. Su 60 senatori da eleggere si presentavano 48 liste, 480 candidati. Per la presidenza erano in ballo 12 liste. Ogni lista dei senatori aveva ottenuto il beneplacito dell'ambasciata americana che del resto aveva imposto tre nomi sui dieci della lista.

Ma l'aria di libertà che spirava a Saigon dalla metà del 1967 poteva veramente far credere soprattutto in Vietnam all'elezioni come ad un toccasana: il vietnamita si entusiasma facilmente.

La libertà diventò autolesionismo: sorsero nuovi quotidiani, nuove riviste, nuovi gruppi politici. Le accuse giuste o false che si lanciavano tra di loro i candidati bastavano, per riempirli, i soldi americani per pagarli.

I candidati avevano diritto di accedere alla televisione e alla radio stessa. Il governo mise a disposizione aerei e macchine per i viaggi dei candidati: proprio da perfetta democrazia.

I candidati visitarono vescovi, parroci, sacerdoti, venerabili, bonzi, tutte le autorità religiose e civili e dappertutto lasciavano offerte, facevano anche discorsi al popolo ma sui discorsi contavano poco. Il popolo era piuttosto dominio di Thieu e Ky che nel mese di agosto visitarono quasi tutti i luoghi di provincia per inaugurare opere, mettere prime pietre o pianticelle di riso «miracolo» e promettere terre e case. E in alcuni posti il popolo mostrò di credere veramente alle parole dei comizianti. A Dalat (ma non solo a Dalat, come venni poi a sapere), una massa di gente si «gettò» nei terreni fabbricabili e nello spazio di una notte costruì delle capanne, si dichiarò proprietaria del terreno e delle case. Il municipio poi (dopo le elezioni naturalmente!), dovette impiegare la polizia e l'esercito per farli sgomberare… risultò che erano tutta gente che aveva già casa, che erano pagati da qualche ricco per l'occupazione e dal ricco avevano ricevuto il materiale per costruire.

Il ricco poi contava di rifarsi vendendo quei terreni, tra i migliori della città, ai generali e pesci grossi di Saigon.

Non c'era molta differenza di programma fra i vari candidati al senato. Non ce ne poteva essere, sarebbe stato pericoloso. Nessuno disse di poter liquidare il problema nei quattro anni che sarebbe stato al potere. Tutti erano contro la corruzione (quanto se ne parla!), sia ad alto livello sia a basso, erano contro lo scoraggiamento, il qualunquismo, per la austerità nazionale. Soprattutto tutti erano anti-comunisti: «Il nemico prima della pace bisogna sterminarlo, schiacciarlo; bisogna annientare, piegare il Nord; l'indipendenza e la dignità della nazione bisogna che sia salva dinanzi a tutti», dicevano.

Ma il programma è difficilmente comprensibile in questo paese che usa la medesima espressione per il sì e per il no. Logica, sincerità e simili parole qui hanno tutt'altro significato che nei paesi occidentali. Siamo in un paese asiatico, non bisogna dimenticarlo. Gli americani suscitando il can can delle elezioni l'hanno dimenticato: le elezioni si svolgeranno sotto tutti i principi di democrazia, ma il risultato può esser truccato dagli elettori stessi inconsciamente o meglio per stare alle regole. Il risultato non cambierà niente se chi vince non cambia le sue posizioni e dato che i vincitori saranno Thieu e Ky, rispettivamente adesso presidente del direttorio e primo ministro, saranno disposti essi a cambiare qualcosa? e perché poi?

Dai discorsi sembrerebbe di no: continueranno la loro politica. Questi i presupposti e i ragionamenti prima delle elezioni.

Le elezioni per gli osservatori si rivelavano quindi soprattutto utili agli americani per la loro politica interna, per poter dire che non appoggiano una dittatura militare corrotta, servivano per poter dire al cittadino americano, che si vedeva aumentare le tasse, che si stava andando verso una soluzione del problema vietnamita.

In un modo quasi morboso si cercò l'approvazione dell'estero chiedendo osservatori dell'ONU, invitando giornalisti dalla portata internazionale per gridare a tutti che le elezioni si svolgeranno democraticamente, liberamente.

Votò l'83,1% della popolazione iscritta nelle liste elettorali, si votò nella calma, con pochi disturbi da parte dei vietcong. Ma come ha votato questa percentuale?

All'inizio della campagna elettorale un vescovo mi diceva: «Noi cattolici abbiamo preferito non fondare un partito per non urtare soprattutto i buddisti ma nelle varie liste sono presenti molti cattolici. Ci limitiamo a dare istruzioni ai sacerdoti per far votare le persone di fiducia e per far sapere ai laici queste istruzioni senza troppa pubblicità: i nostri fedeli sono molto ubbidienti. Del resto si è costretti a fare così, per le elezioni del presidente ci sono 12 liste, per quelle dei senatori 48. Come si può essere informati sulle liste specie nelle campagne, nei villaggi dove non c'è stampa, sono analfabeti, o sono mezzo primitivi, come i montagnardi, e dove soprattutto devono fare i conti con i vietcong? Ecco perché li istruiamo».

Il giorno delle elezioni, in un'altra diocesi, chiedevo a due parroci se avessero dato direttive ai fedeli, mi sono sentito rispondere con aria meravigliata quasi avessi messo in dubbio il loro zelo d'apostolato: «Certo! E' logico, no!».

Una logica difficile a capire in Italia, ma qui comprensibilissima. I bonzi hanno le loro liste, così i caodaisti, l'Hoa-Hao pure. Perché i cattolici no? E tutti nelle chiese e nelle pagode hanno dato le loro istruzioni e il popolo ha aspettato le istruzioni prima di votare.

Anche quella particolare «chiesa» che è l'armata nazionale ha dato logicamente le indicazioni, per come votare; anche se veramente si dovrebbe parlare di «chiese» data la diversità di corrente: l'esercito non è tutto per Thieu e Ky.

E tutto questo nella linea della democrazia occidentale perché nessuno li ha forzati a votare in un modo o nell'altro; il condizionamento è stato ambientale, di stile locale.

Per le elezioni Saigon fu invasa dai giornalisti: ce n'erano più a Saigon che a Washington.

Io, accreditato come osservatore nella seconda zona militare, potei vedere piuttosto come votavano nei villaggi e nei capoluoghi di provincia: a macchina ed in elicottero visitai più di una ventina di posti elettorali, alcuni sperduti nelle foreste e nella brousse della catena Annamjta.

L'esercito, la polizia, la forza popolare erano completamente mobilitati per mantenere l'ordine. I vietcong avevano promesso di tirare su ogni macchina che circolasse il 3 settembre, ma in duecento chilometri che percorsi in jeep in pratica assistetti solo ad un tentativo d'attacco di un piccolo posto di osservazione.

Nelle sedi elettorali si è cercato anche di mantenere le forme: rudimentali cabine per votare, urne fabbricate con tavole di pino il giorno prima, corridoi dove i votanti si mettono in fila separati da canne di bambù, i militari che lasciano le armi prima di entrare a votare, controlli quasi eccessivi dell'identità personale. I montagnardi attendevano con pazienza il loro turno, le donne allattando i loro bambini, masticando il bethel, fumando la pipa, gli uomini pure fumando e bevendo e chiacchierando accovacciati sui talloni. Non possono avere fretta: ricevono dodici liste per sceglierne una per l'elezione del presidente, quarant'otto per sceglierne dodici per l'elezione del senato. Tutti quei fogli si perdono nelle loro mani, cascano per terra, il vento li fa volare via e bisogna inseguirli. Non è che conoscano tutti i personaggi delle liste, votano piuttosto incantati dal simbolo: bufali, oche, palme, alberi di cocco. Allegri entrano a due, a quattro nella cabina. Il segreto del voto in pratica non esiste perché nessuno se ne preoccupa. In un villaggio una ventina di montagnardi, presi i fogli delle votazioni e fattone un piccolo monte al centro della sala, ci si sono seduti attorno: si giocano i voti (bufali, oche, elefanti). Sono arrivati alle sedi di voto dopo ore di marcia quasi si recassero ad una festa: in qualche villaggio hanno sacrificato il bufalo, aperto le giare di vino di riso, resteranno ubriachi almeno tre giorni.

Nei villaggi vietnamiti un po' più di decoro ma confusione per la gente che preme, che non vuole rispettare la fila, che vuole votare senza documenti. In un villaggio trovai la sezione di voto già chiusa alle dieci di mattina. Gli iscritti avevano tutti votato alla fine della messa. I soldati di guardia con l'urna delle votazioni, gli impiegati, gli incaricati del controllo… il parroco si erano ritirati al fresco per fumare e bere aspettando l'ora dello spoglio.

In questo viaggio tra il turismo e l'avventura (un attacco vietcong era sempre possibile), m'accorsi come era facile cedere alla psicosi delle elezioni; ho creduto anch'io di poter testimoniare della democrazia o del broglio elettorale di questo atto del popolo vietnamita. Cosa credevo di scoprire io e gli altri 1.500 giornalisti che si erano riversati su Saigon? Occultamento di liste, infiltrazione di falsi voti, irregolare distribuzione di schede, sostituzione di urne, liste uniche? Niente di tutto questo. Le piccole irregolarità, i piccoli incidenti registrati confermano che la democrazia aveva funzionato. I vietnamiti avevano votato seriamente, l'organizzazione era seria: il Vietnam voleva essere preso sul serio, salire nella stima del mondo. Tuttavia organizzare, in un paese in guerra e in una guerra rivoluzionaria, una macchina come quella delle elezioni per il gusto di dire che le cose si fanno democraticamente sa di farsa o di inganno, anche se inganno direttamente sembra che non ce ne sia.

L'inganno è altrove: è nella presenza di cinquecentomila soldati americani, di 300 mila rivoluzionari aiutati da una nazione estera, nella soppressione irregolare di un dittatore che continua ad essere l'ideale di molti qui, nel fatto stesso che villaggi e campagne controllate dai comunisti hanno votato «regolarmente», hanno votato molti dei rivoluzionari stessi. L'inganno è in questo popolo che attende che tutto finisca come attese che finisse la dominazione cinese per mille anni: questo popolo non crede all'influenza delle elezioni.

Ha dato dimostrazione di democrazia perché gli si chiedeva questo: il vietnamita dice e dà quello che l'altro vuole anche se pensa ad altro. Ha un altro modo di resistere oltre l'urna ed è per questo che il Fronte di Liberazione non ha cercato nemmeno di impedire le elezioni.


Nella silloge Le stelle di terra, Roma, 1999, Angelo Pittau ritorna ripetutamente sulle scene vietnamite. Ecco di seguito i versi di “Nell’incontro nostro” che nel volume sono accompagnati da un delicato disegno di Gerges de Canino, pittore e grafico di cultura ebraica, autore di innumerevoli lavori diffusi in mezzo mondo, amico di don Angelo e della Sardegna.


Nell’incontro nostro

Nell'incontro nostro, incantati dalla magia dei templi

per le strade di Hué, nel ricordo amaro

di Quang Trì e Vinh Moc,

nel sogno nella valle di Ai Van, 

nella pace delle case di Hoi An,

ci siamo dati la mano 

sorella Thyi

ora

le nostre strade si dividono.




Fonte: Gianfranco Murtas
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