Gianfranco Murtas

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Don Mario Cugusi e il Concilio Plenario Sardo: un’occasione mancata o il momento propizio per porre domande e ricevere risposte?

di Gianfranco Murtas


Nel volume L’ora dei Sardi, a cura di Salvatore Cubeddu, uscito per le Edizioni di Fondazione Sardinia nel 1999, sono riportate le relazioni presentate in alcuni seminari tematici promossi, nel tempo, dalla stessa Fondazione (Istituzioni, cultura, società e diritti di cittadinanza, economia e identità). Nel secondo della serie è compreso un contributo di don Mario Cugusi dal titolo “Il Concilio Plenario Sardo e le domande della società sarda”.

Si tratta di una riflessione acuta che muove da un’analisi competente dello stato della Chiesa sarda e dei suoi maggiori bisogni, tanto più in tempi di rapide trasformazioni come sono stati, e come sono, quelli che dal vecchio secolo ci hanno portato nel nuovo.

Riporto qui di seguito la breve presentazione che lo stesso Cubeddu fa di don Cugusi, al tempo di uscita del libro ancora parroco di Sant’Eulalia. Avrei io ben poco da aggiungere.

«Don Mario Cugusi è un parroco urbano di origine rurale. Appartiene a quella leva di sacerdoti proveniente dal lavoro autonomo agro-pastorale dei nostri paesi da cui si origina anche la parte più impegnata dell'intellettualità sarda del secondo dopoguerra. Quell'intellettualità che pure si è inurbata mantenendo presenti i caratteri della propria sardità.

«Don Mario affronta criticamente i motivi del ritardo nello svolgimento del Concilio Plenario Sardo e di un certo verticismo (e clericalismo) iniziale che non lo ha avvicinato all'attenzione della pubblica opinione.

«Entra, quindi, nel tema del "perché" di questo Concilio per la Sardegna. Tra le varie opinioni crede "che almeno in qualche Vescovo ci fosse il sincero intendimento di interrogare la Comunità ecclesiale sarda sui gravi problemi che continuavano ad affliggere la società sarda", a prescindere dai doveri prescritti dal nuovo Codice di diritto canonico o dai riferimenti al Concilio Vaticano Il.

«Il lavoro preparatorio ha, però, svolto positivamente il compito cli ravvivarne l'interesse, attraverso i quattro temi che ne costituiscono l'asse. All'autore interessa soprattutto il primo, quello che, trattando della "Chiesa di Dio che sta in Sardegna ", si rapporta ai problemi della nostra terra e al "problema dell'identità del sacerdote sardo oggi".

«Su questo nodo nevralgico, per la successiva applicazione dei deliberati del Concilio sardo nonché per il quotidiano vissuto della Chiesa in Sardegna, si soffermano le preoccupazioni di Don Mario secondo il quale "bisogna rendere sempre più efficace il nostro ministero del Vangelo in una società sarda che disperatamente chiede a tutti i suoi figli di essere aiutata a crescere".

«Ritorna, in un campo da cui il mondo laico non se lo sarebbe aspettato, il tema dell'identità e congruità dell'attore sociale ad intervenire sulla realtà non prescindendo dagli esiti finali del suo agire».


Un Concilio forse di vertice, ma con opportunità da cogliere

La recente iniziativa culturale, nata ad opera delle Associazioni di volontariato culturale e infine sponsorizzata e fatta propria anche dall'Amministrazione cittadina, intitolata "Monumenti aperti" ha riportato molti cagliaritani ad appropriarsi del proprio patrimonio storico-artistico.

Sono convinto che la cultura si diffonde, cresce, facendola, non semplicemente proclamandola.

Si promuovono i beni culturali aprendoli alla comunità, consentendone la fruizione, non semplicemente proclamando il diritto alla loro godibilità ma facendoli vedere li si tutela.

Sono del parere che la Chiesa non è qualcosa da proclamare, da enunciare come si enunciano delle definizioni, dei principi, delle categorie astratte; ma la Chiesa è un'esperienza, è un modo di vivere la propria vita; non è qualcosa di asettico o astratto, solo di proclamato. Proprio il brano di Vangelo proclamato in una Messa domenicale mi aiuta ad esprimere la mia concezione di Chiesa: nel brano cui mi riferisco si racconta la guarigione di un lebbroso operata da Gesù.

Al tempo di Gesù Cristo il lebbroso era un malato diverso da tutti gli altri, doveva farsi riconoscere come separato, diverso, immondo e doveva andare urlando, qualora si fosse imbattuto in altre persone, la sua diversità, gridando "immondo, immondo".

Gesù non si oppone a questa mentalità dicendo che non è giusto emarginare, non dice "guai a voi se definite immondo questo lebbroso perché anche lui è un uomo, è solo un povero disgraziato, è un malato che dovete aiutare".

Non c'è dubbio che Gesù ci porta un messaggio di salvezza, ma la sua Parola però si fa azione, si fa salvezza, si fa libertà dalla schiavitù: nel caso del lebbroso è liberazione dalla malattia, nel caso del pubblicano presso il quale si reca a cena è libertà dai pregiudizi e dal perbenismo farisaici.

La Chiesa non può limitarsi a proclamare messaggi, deve farsi segno efficace di liberazione, segno efficace di Gesù Cristo e del suo messaggio che per sua natura è salvante, perché la Parola fa ciò che enuncia.

Questa premessa teologica la credo importante per dire quello che mi aspetto dal Concilio plenario sardo e la ricaduta che vorrei avesse sulla società sarda cui è chiamato a riferirsi: la Chiesa di Sardegna riunita in un Concilio non è chiamata a interrogarsi in vista di se stessa, dato che dovrebbe sapere chi è e in che modo deve viversi come Chiesa, ma è chiamata a chiedersi come può essere segno efficace di salvezza, di speranza per la società sarda cui è chiamata a riferirsi.

Ora parliamo di Concilio plenario sardo, di che cosa esso è e come è nato.

Un Concilio, in generale, è un'assemblea ecclesiale, non sempre costituita solo da Vescovi, che si propone di orientare il comportamento dei membri appartenenti alla Chiesa o definire le verità cui questa si deve riferire.

Il Concilio è un momento molto peculiare e di grande spessore della vita ecclesiale, momento critico e stimolante.

Spetta ai Vescovi decidere sui pronunciamenti dell'assemblea conciliare, ma un concilio particolare o sinodo (che vuol dire camminare insieme) non può essere condotto senza attenzione e ascolto della Chiesa che celebra questo momento.

Parafrasando metodologie pastorali latino-americane direi che il Concilio non va fatto per la Chiesa che è in Sardegna, ma con la Chiesa che vive la sua esperienza di fede in Sardegna.

Non c'è dubbio che la Chiesa non è una democrazia, ma è ancor più vero che la Chiesa non è una monarchia: la Chiesa è una Comunità ministeriale, con la vocazione al servizio non al potere (sono consapevole che la storia della Chiesa troppo spesso è una smentita della vocazione alla ministerialità talvolta tradita e altre quantomeno annacquata di gestione o strizzate d'occhio al potere).

Il Concilio plenario sardo è stato richiesto, come vuole il Codice di Diritto Canonico, alla Congregazione dei Vescovi dal presidente della Conferenza Episcopale Sarda nel 1985 e da detta Congregazione romana concessa l'indizione nel 1987. Undici anni or sono!

Fu annunciato in tutte le cattedrali delle diocesi sarde durante la Messa Crismale del Giovedì Santo del 1987 e non è stato ancora celebrato.

Appena dopo l'annuncio fatto nel 1987 incominciò un lavoro antepreparatorio che durò diverso tempo e consistette nel mandare questionari, tramite gli organi diocesani, nelle varie parrocchie della Sardegna: ricordo di avere letto che da parte di diverse diocesi non ci furono neppure risposte e che qualche diocesi nel frattempo si era fatto un suo con concilio o sinodo diocesano.

Credo che sia anche comprensibile questa scarsa risposta e ritengo che sia addebitabile anche al fatto, oltre altre possibili componenti, che tutto il lavoro avveniva con criteri troppo verticistici, direi quasi privatistici, senza un autentico coinvolgimento delle comunità, come si sarebbe potuto fare attraverso magari i settimanali diocesani o gli stessi quotidiani regionali, mai coinvolti in un dibattito che credo li avrebbe visti partecipi, se motivati.

Perché queste affermazioni non risultino gratuite ricordo che personalmente intervenni nel settimanale diocesano cagliaritano sperando di provocare dibattito sul problema della lingua sarda nella liturgia, sperando di dare la stura ad una esigenza sentita in larghe fasce delle comunità ecclesiali sarde: Io sberleffo iniziale e poi la sordità successiva mi fecero desistere.

Purtroppo lo scopo di Nuovi Orientamenti non è certo quello di provocare e stimolare dibattiti e favorire il formarsi di comunità sempre più responsabili e presenti nella società ma di autoconservarsi, magari adulando. Anch’io mi sono chiesto, come tanti altri spero, del perché si sia voluto da parte dei Vescovi, questo Concilio Sardo.

Senza troppi giri di parole rispondo che la Comunità Ecclesiale sarda era tale che non ne sentiva il bisogno (non sto affermando che non ce ne fosse il bisogno).

Qualcuno ha scritto che questo Concilio fu chiesto per motivi consimili a quelli che sessant'anni prima portarono al Concilio che si celebrò Oristano tra il 18 e il 25 maggio del 1924.

È stato detto che questo Concilio plenario è stato voluto per attuare il nuovo Codice di Diritto Canonico, allo stesso modo in cui sessant'anni prima si riunì un Concilio per dare attuazione al vecchio Codice.

È stato detto anche che il Concilio sia stato voluto come tentativo tardivo di dare attuazione al messaggio del Vaticano II non ancora passato nella Chiesa di Sardegna.

Personalmente credo che almeno in qualche Vescovo sardo ci fosse il sincero intendimento di interrogare la Comunità ecclesiale sarda sui gravi problemi che continuavano ad affliggere la società sarda, a prescindere dai riferimenti al Codice o al Vaticano II.

Mi preme dire qualcosa sul distacco con cui le comunità parrocchiali hanno vissuto e stanno vivendo i lavori del Concilio.

Il limite di questo Concilio Plenario, oltre il mancato coinvolgimento delle comunità ecclesiali, è forse anche la scarsa o quantomeno solo episodica fiducia dimostrata dalla "organizzazione" del Concilio nella classe intellettuale sarda, soprattutto laica.

I nostri più attenti intellettuali e le stesse Università isolane avrebbero potuto dare, oltre un valido contributo nella fase dell'analisi (come pare sia avvenuto), anche un apporto valido nella stesura delle bozze finali.

Mi pare di poter dire che non si ha grande e sincera stima del laicato cattolico, e ancor meno dei "laici" tout court, e che, comunque, “le cose di chiesa” vanno affrontate dagli uomini di chiesa, i soli veri esperti dei problemi.

Mi pare di poter dire che la nostra Chiesa di Sardegna soffre ancora di marcato clericalismo.

La cosa che soprattutto mi lascia sconcertato e mi intristisce, ancor prima di questa scarsa fiducia nel laicato, è stato il mancato coinvolgimento dello stesso clero sardo in una "cosa" che certo non gli può calare sul capo e alla quale non può certo restare esterno e distaccato, pena l'aborto degli stessi lavori o comunque la non efficace traduzione di questi nella vita delle comunità, cui il Concilio ovviamente deve riferirsi.

Non è mai stata indetta un'assemblea, un convegno ecclesiale ad hoc, dei seminari in cui fosse data l'opportunità ai presbiteri (mi riferisco a quelli della maggiore delle diocesi, quella cagliaritana) di esprimersi sulle problematiche e le attese delle nostre comunità ecclesiali.

Nonostante tutto questo, il lavoro antepreparatorio di dieci commissioni, pur condotto in modo verticistico, fece un buon risultato riassumendo e proponendo le tematiche fondamentali da dibattere nelle sessioni finali del Concilio. 

Però quanta lentezza e burocrazia!

Il lavoro delle Commissioni è stato poi riassunto in questi quattro temi: 

- La Chiesa di Dio in Sardegna, sacramento di comunione con Dio e tra gli uomini; 

- La missione evangelizzatrice della Chiesa in Sardegna;

- La missione santificatrice della Chiesa mediante la liturgia e i sacramenti;

 - La missione della Chiesa di servire gli uomini della Sardegna testimoniando il Vangelo della carità.

Soprattutto il primo tema mi vede molto interessato e, osservando le cose che "trapelano" dai lavori conciliari, mi pare sia stato il tema su cui è stato profuso il maggior sforzo di indagine e di elaborazione da parte dei "padri conciliari". Mi piacerebbe guardare con molta attenzione a come la Chiesa si rapporta ai problemi della nostra terra.

Vorrei vedere esaminato e discusso il modo in cui va vissuto il ministero presbiteriale: è il problema dell'identità del sacerdote sardo oggi.

Vedo con preoccupazione e sofferenza un clero sardo sempre più depresso e demotivato, financo nei suoi momenti più "religiosi", come in quello "liturgico-catechistico" e soprattutto improntato e supportato da un sottofondo culturale inconsistente.

Mi preoccupa non poco lo scarso spessore culturale del clero, molto sclerotizzato nelle fasce di età più alte, seppure almeno in queste dotato di una sufficiente cultura teologica di base, anche se diffidente e distaccata rispetto alla cultura "laica".

Anche in gran parte del clero ultra-quarantenne noto fenomeni di "arroccamento" che sono segni di fragilità teoretica e di depressione culturale-psicologica.

Il problema dei talarini

Il rifugiarsi nel liturgismo, in gruppi-comunità molto catechizzati e "preparati", ma anche "separati" rispetto alla società civile giudicata "mondo" (nell’accezione negativa di luogo del relativo, del falso, del peccaminoso), sembra risposta non evangelica e comunque uno schema di difesa che snatura la vocazione originale della Chiesa che è la ministerialità.

Il clero quaranta-sessantenne è quello che sta più in attesa di qualcosa, quello potenzialmente più ricco (sono consapevole che è un punto di vista smaccatamente soggettivo, essendo lo scrivente un cinquantenne!): ritengo sia un autentico impoverimento per la Chiesa di Sardegna e per la società sarda nella sua globalità che non si riesca a rendere efficaci le potenzialità di cui è carico.

Credo che un maggior "protagonismo" ecclesiale di questa parte di clero risulterebbe particolarmente benefico.

Sempre per quanto riguarda il clero della Chiesa che è in Sardegna guardo con preoccupazione alla fascia più giovane e giovanissima di questo, ivi compresi i giovani del Seminario maggiore che si preparano al sacerdozio.

Per quanto riguarda il giovane clero si è di fronte ad un problema di insufficienza culturale nello specifico (mi riferisco agli studi prettamente teologici), a fortissime carenze di base causate da corsi di studi pre-teologici raffazzonati e non congrui (spesso latino, greco e filosofia sono inesistenti o fatti in doposcuola rabberciati che danno una preparazione di base troppo povera per seguire un corso di studi teologici di livello).

Da parte degli educatori nel seminario e anche da parte dei Vescovi non si incoraggia né si favorisce il proseguimento degli studi sia nell'ambito delle discipline teologiche e ancor meno in discipline "laiche".

Troppo spesso, anziché la cultura e la crescita culturale, i teologi e i giovani sacerdoti curano tonache e pizzi diffondendo un modo di essere presbiteri che è misto di devozionismo, di pseudo-spiritualismo molto carente di virtù umane, che porta anche ad atteggiamenti di intolleranza e di aristocratico distacco dalle comunità, e non solo da quelle meno "colte".

Il fenomeno del formarsi di "sacerdoti organizzati", peraltro giovanissimi, che dichiaratamente si allineano su posizioni preconciliari e in atteggiamento di rifiuto e di chiusura rispetto a qualsiasi altra scelta che non sia quella propria, non può non preoccupare.

Voglio proprio augurarmi che il nodo di questo tipo di impostazione teoretica, che pare vada sempre più allargandosi e arruolando nuovi simpatizzanti sia nel giovane clero che tra i seminaristi-teologi, venga bene al pettine del Concilio (come in parte è già avvenuto nella prima sessione di lavori ad Oristano) e venga affrontato con chiarezza.

Credo che ne vada di mezzo la possibilità o meno di vedere la Chiesa di Sardegna sempre più attenta e impegnata "nell'adempimento del suo munus propheticum, allineata alla frontiera sempre nuova della storia, pronta a dare risposte ai problemi sempre nuovi dell'uomo", per citare la relazione fatta da Mons. Piseddu al Concilio sulle bozze dei documenti finali.

Per concludere, direi che se il Concilio non ha visto purtroppo tanti sacerdoti coinvolti e partecipi nella fase di analisi e di proposta, l'auspicio è che ci veda attenti lettori e traduttori intelligenti e audaci nelle nostre comunità dei messaggi che il Concilio ci affiderà per rendere il nostro ministero del Vangelo sempre più efficace in una società sarda che disperatamente chiede a tutti i suoi figli di essere aiutata a crescere.







Fonte: Gianfranco Murtas
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