Gianfranco Murtas

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Don Mario Cugusi e la questione della lingua sarda nella liturgia della Chiesa

di Gianfranco Murtas


Su L’Ortobene, il giornale della diocesi di Nuoro, il 30 aprile 1995 don Mario Cugusi pubblicava un articolo di auspicio della introduzione della lingua sarda nella liturgia cattolica (titolo “L’uso della lingua sarda nella liturgia” e occhiello “La Chiesa gerarchica deve farsi aiutare per impostare la soluzione del problema”).

E’ indubbio che il tema sia appassionante ed abbia coinvolto per lunghi anni l’allora parroco di Sant’Eulalia e socio fondatore, col prof. Lilliu, Mario Melis, Bachisio Bandinu, Vindice Ribichesu e tanti altri, della Fondazione Sardinia che fra i suoi scopi statutari ha quello della valorizzazione dell’identità sarda.

In diverse occasioni egli ha anche dato corpo concreto all’auspicio, promuovendo il canto e la preghiera sardi nelle liturgie e paraliturgie di Sant’Eulalia o del Santo Sepolcro. Si pensi alle novene di Natale, da lui portate come patrimonio anche nelle chiese in cui, dopo la sgradevole rimozione dal suo ufficio da parte dell’arcivescovo Mani, ha collaborato: da San Lucifero/San Saturnino a San Giovanni Evangelista in Quartu.

E a proposito di “sa Novena de Pascha ’e Nadale”. Di seguito all’intervento su L’Ortobene mi è parso utile riportare un brevissimo testo – però nella prevalente versione in italiano – cofirmato da don Cugusi con Bachisio Bandinu ed Antonio Pinna, che presenta ai fedeli partecipanti alla preghiera comunitaria alcune linee interpretative della stessa. 

Mi permetto di affacciare una brevissima riflessione critica al riguardo, dico a margine dell’intera questione: auspico anche io questa apertura liturgica al sardo ma colgo in tale battaglia un punto debole che è nella sua stessa matrice: la professione politica indipendentista di molti suoi sostenitori costituisce, a mio avviso, il peggior avversario delle favorevoli conclusioni. L’ubriacatura nazionalitaria ed indipendentista, astorica ed antistorica, culturalmente plebea e senza costrutto possibile, imprigiona purtroppo nel peggio ogni bella istanza identitaria perché la derubrica in una condizione strumentale, e l’accoppia sempre a una banalissima diminuzione degli afflati italiani nei quali siamo cresciuti, per cultura e sentimento, come ci ha insegnato Camillo Bellieni. E quanto più questa debolezza incide, purtroppo, quando l’istanza detta identitaria entra nelle cose spirituali e di Chiesa, negli spazi dell’universale a cui conducono percorsi comunitari, mai isolazionisti o di dottrinaria differenziazione!… 


La lingua dei padri e delle madri

«La lingua è realtà viva e espressione di vita» scriveva Antonio Sanna, compianto studioso della lingua sarda.

Ogni fede religiosa ha a che fare con la vita: il Cristianesimo poi per i credenti è messaggio di salvezza della vita del singolo e della famiglia umana.

Il Vangelo è un messaggio, non ha una sua cultura astorica, si propone e deve essere annunciato e testimoniato come salvezza di ogni cultura. Componente fondante la cultura di ogni popolo è la sua lingua.

Una strategia politica finalizzata a ottenere e conservare il potere impone la lingua. La Chiesa non ha alcunché da imporre ma un servizio da rendere; non è struttura ideologica colonizzatrice ma comunità che vive la fede nell'impegno di avvicinarsi e avvicinare ai valori evangelici.

Mi pare si possa affermare che solo una lingua viva rende vitale e aderente alla vita stessa esperienza e manifestazione della fede.

Il continuo ripetere, marcatamente da parte di certo laicato codino, più o meno sfumatamente da parte di certo clero, «attendiamo che si pronunci l’autorità ecclesiastica», non produrrà affatto la soluzione ottimale del problema della lingua sarda nella liturgia anzi ne rimanderà, a tempo indeterminato, lo stesso avvio del dibattito. L'autorità ecclesiastica non è, nel bene e nel male, tutta la Chiesa. Il laicato soprattutto ha un concetto giuridico-repressivo dell'Episcopato, interprete di potere e di controllo e non di servizio per la crescita della comunità.

Il Vescovo, “guardiano" della Comunità, non ha la scienza infusa sul modo di condurla: la vigilanza che deve operare il Vescovo non è controllo poliziesco ma attenzione intelligente alla vita e ai problemi del suo popolo.

La pastorale, come azione di guida di una comunità, implica ascolto dei problemi, lettura dei segni dei tempi, stimolo alla crescita del proprio popolo, custodia, servizio e profezia insieme.

L'uso della lingua materna nella liturgia non va vista come qualcosa che riguarda un gruppo di "amatori" con l'hobby delle cose antiche, è tutt'altro che una cosa ai margini della vita di una comunità e quindi la "querelle lingua sarda" non attiene solo la liturgia ma la pastorale nel suo insieme.

Se anche altri sono d'accordo che l'introduzione della lingua sarda nella liturgia non è questione asetticamente liturgica ma pastorale nella sua globalità non vi è dubbio che la "chiesa gerarchica" deve farsi aiutare per impostare la soluzione del problema.

Grazie a Dio abbiamo in Sardegna intellettuali di profonda fede e anche di sincera "pratica" di vita ecclesiale capaci di illuminare i Vescovi e i "padri" del Concilio sardo sulla possibilità dell'uso della lingua sarda nella liturgia e soprattutto sulle implicazioni che l'uso "domenicale" (o comunque liturgico) della lingua materna può avere nella ferialità e quotidianità della vita delle nostre comunità.

Per questo occorre una sorta di preliminare rivoluzione culturale che coinvolga soprattutto i sacerdoti: bisogna liberarsi di una concezione negativa e complessata che ha indotto e porta tanti laici e chierici a identificare lingua e cultura sarda con rozzezza e arretratezza.

La lingua e la cultura sarda, secondo un concetto introiettatoci da colonizzatori d'ogni genere, ivi compresi certi Ordini religiosi con vocazione educativa e culturale, avrebbero impedito, se mantenute e coltivate, un pieno inserimento della Sardegna col resto del "continente". Si tratta di intendersi sul concetto di unità e soprattutto sulle conseguenze buone o nefaste di qualsiasi forma di omologazione. Personalmente sono convinto che, (accertato che la lingua sarda sia "viva" nelle nostre comunità) tutta la Comunità sarda trarrebbe benefici dall'introduzione della lingua nella liturgia, inizialmente dando più spazio e stimolando raccolte e uso di preghiere, sensibilizzando sacerdoti e cultori della ricchissima musica religiosa sarda alla conservazione e diffusione di tale patrimonio, "sperimentando" gradualmente, dopo momenti di studio e informazione, a partire dalle comunità parrocchiali più preparate e sensibili, nuove liturgie miste, magari conservando momentaneamente in italiano la Preghiera Eucaristica.

Quello che credo indispensabile è che l'operazione sia convintamente reclamata dalle comunità (previa un'azione informativo-educativa) e non un'operazione artificiosa fatta dai "resistenziali della lingua". Certo non si sta affermando che la crisi della religiosità e la risposta al malessere della società sarda in generale si risolvano con la celebrazione della liturgia in sardo, però una Chiesa che riconosca e difenda i diritti di un popolo alla sua identità e il favorirne la riscoperta non sarebbe una scelta senza ricadute positive. Sul riconoscimento di tale diritto la Chiesa sarda non può né deve aspettare pronunciamenti della Regione né dello Stato.

A chi dobbiamo chiedere il permesso per parlare come ci pare con nostro padre o con i nostri fratelli?

Perché questo diritto a comunicare nella lingua di nostra madre non vale quando si tratti del rapporto col Padre Celeste e dell’incontro-banchetto con i nostri fratelli di fede nell'Eucaristia? Non si tratta di sposare la tesi storica della nazionalità da rivendicare come connotato del popolo sardo ma di consentire ad un popolo che ha una sua lingua propria di servirsene pienamente.

Nessun linguista serio dubita che il sardo sia una lingua, seppure con due ceppi, e non un "idioma locale". Proprio perché non è un idioma locale non si può applicare alla nostra lingua il divieto di essere usata nella liturgia, come recita un documento della Congregazione per la liturgia.

Io credo che se si verificasse in molti quella conversione di cui parlavo, potremmo iniziare, per dirla con Bachisio Bandinu, "da sas cosicheddas" (che poi sono cose ugualmente grandi), il recupero dell'uso abituale e diffuso di canti e preghiere in lingua sarda e l'omelia a certe Messe e altre funzioni, nel contempo impegnare un gruppo misto di traduttori della Sacra Scrittura e del Messale tutto. Sono queste peraltro le proposte fatte dal direttore de "L'Ortobene" don Salvatore Bussu al recente convegno svoltosi a Cagliari: queste ipotesi hanno trovato unanimi i convegnisti nell'approvarle e nel suggerirle per l'applicazione al Concilio plenario.

Di qui avremmo un'inversione di tendenza dal punto di vista della stima e dell'attaccamento alle nostre cose e potremmo perseguire di pari passo il progetto, magistralmente e saggiamente prospettato dal professor Giovanni Lilliu, della costruzione di un sardo colto-letterario, per tutti i momenti della nostra vita sociale, sia civile che religiosa.

Iniziare da dove e iniziare con chi? Auspico un segnale forte dal Concilio plenario sardo, con la speranza che sia solo una malignità la voce che circola e che vorrebbe i Vescovi disinteressati alla questione lingua e perché, secondo tale voce, non ci credono e anche perché scoraggiati da Roma dal mostrarsi favorevoli a "separatismi" linguistici.

Mi aspetto anche che il numero dei preti motivati allo studio e all'approfondimento della questione cresca in quantità e affini la qualità dì proposte e sperimentazioni.

Sono convinto che solo quando le comunità reclameranno con convinzione e compattezza il rispetto del diritto all'uso della lingua materna nella festività come nella ferialità, nel quotidiano come nell'istituzionale la battaglia sarà vinta.

Da dove iniziare? Dalle Barbagie? dal Logudoro? dall'Anglona? Dalle comunità più compatte, meno omologate (che resistono di più all'omologazione), da quelle più coscienti, e coscientizzabili della ricchezza e originalità della propria cultura.

L'uso della lingua non è indagine archeologica, non è operazione di maquillage o un vestito da festa da indossare occasionalmente: o la si vive o non c'è.

Mi aspetto che il Concilio plenario chieda e si attivi per dare al popolo sardo un clero ricco di cultura (sulla ricchezza di spirito sacerdotale ci affidiamo alla preghiera) e soprattutto con una forma mentis che leghi sempre di più il prete al suo popolo.

Aspetto una Chiesa sarda che creda nella cultura, che investa in cultura e non solo a proclami: non più Vescovi che vedano con sospetto, quand'anche non impediscano con sanzioni disciplinari, una maturazione culturale del clero, incoraggiando, dopo un corso di studi teologici seri e verificati, una frequenza anche a facoltà non teologiche.

Sogno Vescovi che non abbiano paura di preti dalla mente libera: credo sia molto più utile alla Chiesa di Dio un prete "problematico", forse anche con qualche naturale e umana zona d'ombra o di penombra, anziché uno libero da problemi e interrogativi (e di conseguenza incapaci anche di risposte) seppure ben paludato e naturalmente ossequioso. Che l'affermazione della fondamentalità di una spiritualità sacerdotale, la richiesta di preti-pastori anziché preti-filosofi non diventi copertura del nulla la teologia della "pro-esistenza”, la teologia della croce, non è in antitesi con la ragione, non ha nulla in comune con ignoranza che si coniuga assai più facilmente e con maggior frequenza con arroganza, più di quanto a questa si avvicini la vera cultura.

Sono convinto che la "nostra" battaglia per la lingua ha maggiori possibilità di affermazione se la Sardegna potrà contare su un clero più colto e, cosa ben più importante, un clero più "colto" servirà molto meglio il popolo sardo, sotto ogni aspetto.



Sa Novena de Pascha ’e Natale

Sa novena est una isperiéntzia bella de sa fide nosta chi faeus aspetandho sa naschia de Cristos e sa limba sarda in is pregadorias dhue ponet sentidos fortes e una manera noa de dhas faere. Is funtziones de sa novena leant una identidade diferente ca fintzes su sonu est sensu e sa paràula si faet cantigu. Est unu manigiu nou de sa traditzione religiosa chi si presentat coment'e unu…

La novena in lingua sarda è un'esperienza di fede che vive in maniera singolare l'avvento della nascita di Gesù. La specificità della lingua dona alla preghiera sentimenti profondi di partecipazione e crea un'atmosfera di sensibilità rinnovata. Il rito acquista una sua identità per l'intensa relazione tra suono e senso, tra canto e parola. E’ rielaborazione di una ricca tradizione religiosa, ma si pone come un modo inculturato di vivere l'Incarnazione del Verbo, della Parola fatta carne e sangue nella storia. Non è un ritorno al passato perché l'atto di parola e di fede non è cronologico: ciascuna volta è originale, trova ed esprime il proprio tempo, la propria storia.

La novena in sardo ci chiama a una spiritualità che una storia di fede popolare ha incarnato nello spirito della lingua. E’ una ricchezza che si pone come investimento spirituale della parola e del rito.

In ciascuna lingua il senso è mescolato al suono: "Is montis portint frutu de paxi, dognia campura portit frutu de giustizia". Montis e campuras, barbagie e campidani, sono, non più solo nel salmo, ma ormai nella nostra propria geografia, vicine a noi, e anzi sono tutta la nostra stessa terra che viene invitata a portare oggi frutti di giustizia e di pacificazione.

"Faghe, Segnore, chi sa menti mia sempre prus pesset a manera tua… chi su coro meu istimet sempre prus comente a Tie... chi su pede meu caminet sempre prus abbia a Tie! ... chi sas manos mias sempre prus serbant cun s'opera tua!". Una preghiera che si fa corpo, si offre come corpo, in risposta a una Parola eterna e universale che, fatta corpo e sangue, dà valore globale e duraturo a ogni parola provvisoria e locale.

La parola in lingua sarda crea un'atmosfera coinvolgente anche tra i fedeli che, pur non avendo competenza attiva della lingua, avvertono il mistero che si fa vicino, incarnato nella parola e nel canto.

I testi proposti in traduzione dal latino, o anche dal greco per il Magnificat, sono quelli conosciuti dalla tradizione diffusa della Novena di Natale e conservati nella memoria, fin dall'infanzia, in collegamento alle melodie caratteristiche, pur senza comprenderne veramente il significato, tanto forte era la suggestione esercitata da quella esperienza del tempo natalizio.

I testi delle Antifone al Magnificat sono stati conservati in latino, e limitatamente alle Antifone cosiddette "O" (in quanto cominciano tutte con un vocativo rivolto al Cristo-Messia).

Una tradizione si mantiene se è anche capace di rinnovarsi e di adattarsi allo spirito dei tempi, e per questo sono presenti degli "innesti" nuovi, sia di testi, sia di melodie, conformi, crediamo, a quello spirito dell'animo sardo di cui parla il Concilio Plenario, del quale abbiamo riportato le riflessioni che più da vicino riguardano l'inculturazione della fede nella nostra isola.

Un sussidio per la preparazione, e soprattutto per i canti, viene reso disponibile, oltre che con il presente "libretto", e con la possibilità di ascoltare le melodie tradizionali, cantate con il testo sardo, sul sito internet www.sufueddu.org.




Fonte: Gianfranco Murtas
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