Gianfranco Murtas

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Le parrocchie della Sardegna ai tempi della spagnola

Anche nel 1918, per contrastare l'epidemia, si adottarono misure straordinarie nelle chiese

Di Gianfranco Murtas


Centodue anni fa, e due settimane soltanto prima della fine della grande guerra, fu il giovane prefetto Frutteri di Costigliole – rappresentante del governo per la provincia più estesa d’Italia che da Cagliari arrivava ad Oristano e Macomer e Bosa, e copriva anche l’intera Ogliastra – l’interlocutore dei vescovi la cui giurisdizione canonica ricadeva nel perimetro del territorio provinciale: dunque, a far nomi, Francesco Rossi ed Ernesto Maria Piovella, arcivescovi rispettivamente di Cagliari ed Oristano, Emanuele Virgilio, Giuseppe Dallepiane, Francesco Emanuelli ed Angelico Zanetti, presuli di Lanusei, Iglesias, Ales-Terralba e Bosa: fu lui a impartire rigide istruzioni perché anche dalla rete delle parrocchie venisse un contributo attivo al contenimento della epidemia di spagnola. Che in quei mesi del 1918 e ancora nel 1919, aveva fatto, avrebbe fatto, anche in Sardegna, migliaia di vittime: 12mila ne ha quantifica la storica sassarese Eugenia Tognotti, ponendo quel numero in significativo confronto a quell’altro delle vittime della guerra finalmente in esaurimento: 13mila. 

 

























Una strage anche nell’Isola. Paolo De Magistris, nel suo saggio su Cagliari e la Sardegna nel conflitto 1915-18, scrive delle omissioni, dei ritardi nella denuncia della epidemia in corso da mesi quando, in quel benedetto autunno, si cominciò a correre ai ripari: «… Tutto, in sostanza, è normale. Ma ogni giorno muoiono di spagnola almeno quattro persone».

Al fine di realizzare «previdenze profilattiche indispensabili», il prefetto di Cagliari (e Oristano), in linea con quanto vanno facendo i suoi colleghi nelle province metropolitane, scrive dunque il 19 ottobre ai vescovi e questi, con una circolare condivisa, rimbalzano immediatamente ai parroci loro collaboratori – sono, nell’interdiocesi, 267 – fra centri urbani e centri foranei. Il Monitore Ufficiale dell’Episcopato Sardo riferisce i termini esatti degli atti e L’Unione Sarda, in vari trafiletti, sintetizza.

«Fino a nuovo ordine sono vietate le feste patronali e l’intervento di persone estranee alla famiglia ad accompagnamento del viatico, del feretro, e a messe di requiem», così, sintetico, il prefetto.

Assai più articolate, e impegnative della diligenza anche materiale dei parroci, le istruzioni impartite dai vescovi: oltre alla recita della colletta «ad vitandam mortalitatem» durante le messe e le altre funzioni, le disposizioni riguardano «la (quotidiana) più rigorosa pulizia generale nelle chiese, evitando di sollevare la polvere e procurando il ricambio frequente dell’aria», «le più energiche disinfezioni del pavimento, delle panche, degli altari e più di tutto dei confessionali, usando una soluzione di sublimato dal due all’otto per mille, od una soluzione dal tre al cinque per cento di acido fenico», il trasporto privato del «santissimo Viatico» senza accompagnamento che dai famigliari dell’infermo (con utilizzo «sempre degli stessi indumenti sacri, curandone la disinfezione di volta in volta»), il ricambio bisettimanale dell’acqua benedetta «lavando ogni volta le pile con sublimato», l’astensione dal bacio devoto «alle Sacre Reliquie dei santi» e la riduzione dei tempi delle liturgie: meglio le messe semplici evitando le ripetizioni dei canti e optando per la recita invece che per il canto di inni e litanie.

Infine: alle messe da requiem “corpore presenti” o a quelle «per coloro che sono deceduti in causa della presente epidemia» siano ammessi – è l’ordine – soltanto i parenti del defunto.

Conclusione pastorale: «Attenendoci a queste norme, suggeriteci dalle compententi autorità non facciamo altro che adempiere ad un dovere; facendo altrimenti si tenterebbe il Signore, il quale vuole che noi ci serviamo dei mezzi naturali per ottenere il fine desiderato».



20/11/1918



21/12/1918





Fonte: Gianfranco Murtas
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