Gianfranco Murtas

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Nel “XX Settembre” nuorese il ricordo di Pietro Mastino, a cinquant’anni dalla morte

di Gianfranco Murtas


Proprio oggi venerdì 20 settembre (e nell’ora in cui scrivo) a Nuoro, nei locali preziosi della Biblioteca Satta, si svolge un convegno sulla nobilissima figura di Pietro Mastino, scomparso nel marzo 1969, ora è già passato mezzo secolo. Fu un grande avvocato penalista, e con professionisti come Gonario Pinna o il più anziano Ciriaco Offeddu, come Antonio Monni e Salvatore Mannironi e Luigi Oggiano e Giovanni Battista Melis, o il sassarese Mario Berlinguer, come il più giovane cagliaritano Francesco Cocco Ortu, poteva misurarsi in aule di giustizia che dovevano valere il miglior teatro dei migliori drammaturgi. Doveva essere un bel sentire, pur nella cupezza e talvolta tragicità del merito delle cause, a palazzo, in Tribunale o in Assise o in corte d’Appello, fra Nuoro e Sassari e Cagliari, sentire le finezze dialettiche dell’uno e dell’altro, talvolta dallo stesso banco, talvolta da banchi opposti, chi per la difesa chi per la parte civile. Non c’è misuratore di meriti (ovviamente) in questo campo, certo è che Mastino l’eccellente apparteneva a quella generazione dei grandi-grandissimi avvocati che accompagnavano alla forte personalità professionale, il genio umanista (soprattutto letterario, e Mastino fu sattiano e deleddiano) e la militanza politica, chi in un campo chi nell’altro, del vasto panorama che sapeva volgere la fatica ordinaria e straordinaria dei partiti sempre alla storia invece che alla banalità delle contingenze, dei tatticismi per il potere fine a se stesso. Niente di comparabile con le sceneggiature e le comparsate di oggi, terribile quella recentissima di un leader chiamalo (per gioco) sardista nel teatro leghista di Pontida, dove si consumava un tempo (e forse si… rinnovella oggi) il rito delle ispirazioni del dio-Po, e dell’acqua rigeneratrice delle virtù celtiche di qualcuno. Immaginare non dico Mastino o Oggiano, ma Giovanni Battista Melis o Mario Melis, Piero Soggiu o Anselmo Contu confusi coi tribuni leghisti e “salviniani” (che penosa nuova categoria politica!) sarebbe immaginare l’impossibile, immaginare il prete che si accende la pipa durante la consacrazione dell’ostia. Gli ideali civili e della politica sono l’ostia della metafora!

Ripenso a Pietro Mastino oggi, quando mi è impossibile partecipare al convegno, cui ho trasmesso la mia relazione su “L’Italia repubblicana nel sentimento di un democratico autonomista nuorese”. Relazione che segue ai cinque o sei articoli di documentazione e lettura critica da me pubblicati alcuni mesi fa sul sito di Fondazione Sardinia, ed ai libri sul sardoAzionismo che potei esitare nei primi anni ’90 del secolo scorso (e presentati anche a Nuoro).

Ripenso a Mastino soprattutto in questa chiave: Mastino nuorese (veniva da una famiglia del Bosano e il cognome allora si declinava ancora con la u finale – Mastinu –) destinato a percorrere diverse delle stesse tappe paterne: l’avvocatura, la politica cittadina e lo stesso ufficio di sindaco (l’avv. Francesco lo fu, nella Nuoro capoluogo di circondario allora raggiunto per far famiglia con donna Ignazia Nieddu, negli anni fra ’80 e ’90 dell’Ottocento, l’avv. Pietro lo sarebbe stato fra il 1956 e il 1960, e fu lui a celebrare il ritorno delle spoglie della Deledda in città).

Studiò a Sassari e si laureò a Torino, Pietro Mastino. Iniziò subito la professione e si distinse subito, come le cronache giudiziarie dei giorni rilevano e possono esser rilette oggi con gustosa curiosità. Fu prossimo alla Società Operaia intitolata a Giorgio Asproni, fu impegnato nella lega antiprotezionista, a salvaguardia delle produzioni agricole del sud e delle isole, che non trovavano collocazione nei mercati internazionali per ritorsione dei vari governi (in specie francesi) contro i dazi pro-industria lombardo-piemontese imposti dal ministero a protezione degli interessi di quei territori regionali

Venne la grande guerra, venne il movimento degli ex combattenti, vennero le candidature presardiste (dal 1919) e sardiste (nel 1921 e nel 1924) insieme con quelle provinciali (a Sassari, dal 1920 dopo che dal 1914), venne l’Aventino e venne anche la dichiarazione di decadenza dall’ufficio di deputato decretata da una legge fascista; vennero le spiate continue dell’OVRA, a Nuoro, venne la perdita degli status militari conquistati nella grande guerra proprio per la continuativa ostilità mostrata alla dittatura, venne la stagione postbellica e postfascista della costruzione dell’Italia repubblicana e della Sardegna fatta regione a statuto speciale: venne cioè il suo ufficio di sottosegretario al Tesoro con delega per i danni di guerra, venne a Cagliari una specie di patronato etico-politico sulla Consulta regionale che doveva elaborare lo schema di statuto autonomistico da passare poi a Montecitorio, venne a Roma la gran fatica (con Lussu) della Assemblea costituente, venne dal 1948 la legislatura senatoriale servita “di diritto” (il diritto di servire la Patria!!!), venne l’elezione a sindaco di Nuoro nel 1956, venne la continuativa presidenza dei congressi sardisti (e la difesa della sua integrità interclassista contro gli assalti lussiani che dal 1945-46 puntavano a fare del PSd’A un ennesimo partito socialista). Venne infine, dal 1967 alla morte, la difesa identitaria del sardismo – di un sardismo che ancora si riconosceva nella scuola democratica italiana di linea cattaneana e mazziniana, associandovi Tuveri ed Asproni – dallo sgretolamento di certo nazionalitarismo indipendentista che, a partire dalla metà del decennio, si era andato affermando nella logica crescente di un impossibile e stolto neutralismo, di un bilinguismo perfetto (tutto iniziò con la pur santa battaglia contro il “taglio” delle lingue), ecc.

Di qui l’appello a tenere il sardismo sul fronte repubblicano: doveva essere gratificazione ideale, patriottica – non sovranista, mai sovranista (secondo il linguaggio imbecille d’oggi) e nel respiro comunitario europeo –, e doveva essere insieme il poter ancora dare all’Italia “persona” e il poter ricevere dall’Italia “persona”, in una condivisione di sorte di una popolazione vasta che doveva potersi chiamare “comunità nazionale” e “patria”.

Giovanni Battista Melis – Titino – che era in quegli anni, e lo fu dal 1946, direttore regionale del PSd’A e più volte deputato, dal 1963 nel gruppo repubblicano dell’Edera (simbolo che richiamava il messaggio della Giovane Europa) concludeva i suoi discorsi parlamentari con l’esortazione “con cuore di sardo e di italiano, vi chiedo colleghi di dare giustizia alla Sardegna, per l’unità vera della patria”.

Parole che misurano il gigantismo virtuoso di una classe politica, cui Mastino e Luigi Oggiano, e con lui e con loro Piero Soggiu e Anselmo Contu e Titino e Pietro e Pasquale e Mario Melis e quanti altri, Ovidio Addis nel gruppo, partecipavano con pari purezza di sentimento, pur nella diversità delle esperienze e dei temperamenti.

Davvero pensare allo straccio di sardismo anno 2019 – cento anni dopo la prima elezione parlamentare di Pietro Mastino – induce al pianto. Un pianto più accorato ancora perché ci si rende conto di quanta incapacità vi sia, nelle file del formale PSd’A di oggi alleato dei leghisti sovranisti ma già padani secessionisti irridenti ai sardi ed ai meridionali d’Italia, ed esso stesso passato per le ubriacature nazionalitarie e indipendentiste, di quanto abbassamento di tono ideale ed etico-civile e politico si sia realizzato impoverendo insieme la Sardegna e l’Italia.  


L’Italia repubblicana nel sentimento di un democratico autonomista nuorese


Dedico questo intervento alla memoria cara di alcuni amici nuoresi:

di Giannetto Massaiu, di Luigino Marcello, di Lello Puddu ed alla memoria anche di Mario Melis, e di Elena ed Ottavia Melis; tutti li ho avuti compagni di idealità civili e politiche e da tutti ho imparato.


Arriverò a Pietro Mastino consentendomi qualche divagazione iniziale, che stringa insieme, anche per suggestioni, il senatore ad Asproni naturalmente, alle pagine meravigliose de “Il giorno del giudizio”, alla famiglia di don Sebastiano, al bruciante lutto che colpì la famiglia di Salvatore Satta nei giorni stessi della prima elezione parlamentare – giusto cento anni fa – di Pietro Mastino, il Paolo Masala così ribattezzato nel libro da chi vi pose mano per attutirne i rimbalzi polemici che senz’altro vi sarebbero stati per gli episodi scabrosi là affacciati.

Questo andare per rapide divagazioni mi permette intanto di celebrare il 20 settembre nuorese. Non ho visto la stampa sarda di quei giorni del 1870, tanto più del Corriere di Sardegna che poteva contare, fra le sue collaborazioni più correnti (ma anche apparentemente clandestine) quella di don Francesc’Angelo Satta Musio, l’avversario del vescovo carmelitano di Nuoro, il rettore di Orune che sarebbe stato assassinato tre anni dopo a Marreri.

Issò il tricolore sul campanile di Palazzo Vecchio, a Firenze capitale d’Italia, nella mattinata del 20 settembre, un martedì, Giorgio Asproni. Annotando tutto, ci ha resi partecipi dell’emozione nazionale per la storica breccia: lui il barbaricino italianissimo per sentimento morale e storico, proprio come lo sarebbe stato Pietro Mastino, e Luigi Oggiano con Mastino e con Asproni. Il quale fu a Roma il giovedì e raggiunse il Colosseo dove la popolazione era stata convocata. Scrive: «Si è fatto cenno di Garibaldi. Allora la esplosione è stata immensa. Niuno ha parlato di Giuseppe Mazzini. Verrà il tempo della sua postuma glorificazione. Per ora è in carcere».

Riferisce d’aver incontrato Giuseppe Petroni, prossimo gran maestro della Massoneria, già condannato a morte e poi all’ergastolo dai tribunali dello Stato Pontificio. Liberato il 20 settembre dopo 17 anni di reclusione nelle segrete della teocrazia («è come un morto uscito dal sepolcro» annota Asproni). E di avere anche incontrato Giulio Ajani, anche lui condannato alla ghigliottina dai tribunali di Pio IX, insieme con Monti e Tognetti e Pietro Luzzi; Monti e Tognetti – 33 e 23 anni – furono decapitati, lui e Luzzi ebbero commutata la pena per il gran baccano che proprio Asproni fece con i suoi comitati in tutt’Italia: una vergogna che il vicario di Cristo il crocifisso autorizzasse la ghigliottina per qualcuno. «Ora principierà il lavoro della repubblica», annota Asproni il 22 settembre. Incontrò vari sardi nella capitale, il bittese fra Diego Mameli/Baroneddu, l’oristanese padre Devilla (con la coccarda tricolore sotto l’abito).

Una settimana intensamente romana, poi a Napoli, sperando di poter vedere Mazzini recluso nel forte di Gaeta. Speranza frustrata. Mazzini rientrerà fra gli amnistiati qualche settimana più tardi, il 14 ottobre. «I romani si mostrano niente grati al Mazzini, che sarà il nome più santo e venerato nella posterità: lo dimenticano anche nelle candidature per le prossime elezioni politiche. Ma così è il mondo. La croce a Cristo e la tiara al Pontefice».

A novembre rinnovo parlamentare: 224 voti ad Asproni, a Nuoro, contro i 131 di Pasquale Corbu, procede la storia.

Nuoro e il 20 settembre. Se forse non ha fatto granché nel primo trentennio, certo è che nel 1900 Nuoro partecipa alle feste del trentennale. Ne daranno testimonianza alcuni trafiletti di stampa ma soprattutto e – così mi riavvicino a Pietro Mastino – sarà Francesco Satta a riferirne, quasi a tutta pagina, sulla Nuova del 28 settembre 1952: “La festa del XX settembre a Nuoro”.

La rappresentazione del “microcosmo” nuorese, della “piazzetta” o del “corso” per restare alle categorie non soltanto fisiche di Mario Corda è efficacissima nelle parole di Satta: «La popolazione festante porta fieramente il bel costume nuovo fiammante e per tacito consenso si avvia verso la grande piazza d’armi chiamata ancora tanca, dove tutto è apprestato per la superba rivista militare che si deve svolgere davanti alle massime autorità del Circondario…

«Mescolati e confusi nella grande folla presenziavano alla fastosa cerimonia alcuni cittadini –artigiani, contadini, pastori – che tutti conoscevamo e additavamo. Erano i reduci delle grandi guerre della nostra indipendenza, ossia i “Reduci delle Patrie Battaglie”. 

«Noi piccoli li conoscevamo bene, vi era il bidello delle Scuole elementari che aveva partecipato alla tragica battaglia di Novara e ce la descriveva spesso a colori vivissimi chiari e scuri nelle sue varie fasi; vi era il più autentico rappresentante dei mutilati, zio Bussu che in Crimea e nella battaglia della Cernaia aveva perduto un arto inferiore…, vi erano i vecchi fanti mostacciuti e barbuti della Brigata Casale e del Reggimento Bersaglieri delle classi dal 1849 al 1859 che si fregiavano della medaglia inglese di Crimea…».

In quel 1900 l’autore aveva 12 anni, Pietro Mastino – classe 1883 – andava alla maturità liceale. 

Sarebbe bello se il prossimo 2020 – dopo questo che è il centenario della prima elezione parlamentare di Pietro Mastino, quello sarà il centocinquantesimo della storica breccia – noi si potesse, studiando le carte disponibili, vederci a Nuoro per raccontare come Nuoro (e con Nuoro la Barbagia e la Baronia) partecipò ai fatti del 1870 e successivamente, nelle ricorrenze annuali. Potrebbe essere argomento anche di una tesi di laurea, da premiare anche, per il che mi metto da subito a concorrere per una borsa da consegnare a un giovane nostro. Al quale metto a disposizione le carte del mio archivio.

Ho citato Francesco Satta in questa divagazione, ma da lui, restando nella famiglia, ritorno a Mastino, sempre in chiave di spirito nazionale, nella lettura democratica, non certo sovranista.   

“Il giorno del giudizio” fa riferimento insistito a Pietro Mastino/ Paolo Masala e benché alcuni riferimenti cronologici al novembre (però al 23 non al 16 che fu data effettiva) farebbero in prima battuta pensare al successo parlamentare del 1919, con la lista dell’elmetto, parrebbe più esatto andare all’exploit amministrativo del giugno 1914: allora, prima ancora che la guerra scoppiasse in Serbia, si svolsero le elezioni provinciali e Mastino fu eletto consigliere, e del Consiglio sarebbe diventato successivamente anche presidente. 

Ma per quanto ci interessa, intanto conta quanto Salvatore Satta dice di lui, mettendolo in contrasto con il tribuno socialista Menotti Gallisai, chiamato Don Ricciotti Bellisai nel romanzo ritoccato, figlio di quel don Gavino Gallisai – quel don Missente che era stato sindaco di Nuoro negli anni ’80 e prima ancora il fondatore della loggia Eleonora e fra i protagonisti, chissà se dalla parte dei giusti o dalla parte degli ingiusti, nel famosi moti di su connottu del ’68.

Scrive Satta: «Il principe del foro era Paolo Masala – Pietro Mastino! –, un rampollo un poco meticcio (perché il padre non era nuorese) dei Mannu. Tutti i delinquenti di Nuoro, e molti della Sardegna, passavano sotto le sue grinfie. La sua voce era quasi un canto, e ammaliava i giudici e i carabinieri che lasciavano libero l’imputato, accompagnandolo fino alla porta con mille scuse… egli covava intenzioni politiche, e perciò di quando in quando faceva “la parlata” nella piazzetta vicina alla sua casa».

Come finì? Finì che quando don Ricciotti, affacciandosi al balcone di casa sua, nella piazzetta del Plebiscito, si lanciò negli improperi infiniti contro i ricchi, Paolo Masala/Pietro Mastino apparve all’improvviso su un altro balcone e – testuale – «urlò con la sua voce di piombo: “Fermi tutti. Adesso parlo io”» e colpì l’avversario accusandolo di aver «trascurato i doveri verso i bambini per seguire proposito di insana vendetta, e aveva promesso l’impossibile a povera gente che viveva contenta del proprio lavoro, aveva trascurato i doveri verso la propria famiglia che languiva nella miseria per colpa sua. La parola alata entrava direttamente nei cuori… I seunesi applaudivano… Paolo Masala lo aveva subissato con la sua eloquenza». E alle elezioni la spuntò facilmente Paolo Masala/Pietro Mastino.

Fu nei giorni delle altre e più importanti elezioni alla Camera dei deputati – novembre di cento anni fa – che casa Sanna Carboni, bisognerebbe dire Satta-Galfrè – fu colpita dal duro lutto per la morte di Peppino (nel romanzo) – di Luigi, Gino cioè, il fratello dei sette più prossimo per età a Salvatore, che era il più piccolo. Reduce dal fronte, studente di medicina sulle orme del fratello mattatore Francesco. Parteciparono alle sue esequie i giovani del circolo Barbagia, che riuniva i ventenni di Nuoro, qualche cattolico e diversi democratici repubblicani con loro: parlarono a Sae’ Manca Priamo Marras e Peppino Fantoni e Luigi Oggianu. Fra quelle del romanzo si tratta forse di pagine più belle.

Dunque cento anni fa: ho visto questo doppio percorso muovere da lì, dell’umanità nuorese raccontata da un romanzo – e che romanzo! – e della fatica politica nel segno della testimonianza democratica e italiana di uno dei politici più significativi dell’intero nostro Novecento.

Leggevo i primi discorsi parlamentari di Pietro Mastino: quel suo educato scontro col ministro Benedetto Croce (alla Pubblica Istruzione nel 5° governo Giolitti, a cavallo fra 1920 e ’21). Significativa quella attenzione direi privilegiata al mondo dell’istruzione: «Confido che l’on. Croce voglia mantenere il formale impegno da lui assunto di procedere all’istituzione di quelle nuove scuole che gli organi scolastici locali dimostreranno necessarie. Altrimenti dovrei ritenere che non solo si insiste in una politica che perpetua il dissidio tra Nord e Sud d’Italia… ma dovrei ritenere che, passato appena il periodo eroico della Patria, durante il quale pareva non ci fossero aggettivi sufficienti a magnificar le virtù dei Sardi, ogni Ministero ci tratti non solo con ingratitudine ma con palese ingiustizia».

E otto mesi dopo, luglio 1921. Ora è al governo Bonomi: «Sottolineo che il concetto d’autonomia regionale invocato dal partito Sardo [è] l’unico che, consentendo il completo sviluppo delle regioni, gioverà a tutta la Nazione. Bisogna non confondere l’unita della patria con l’uniformità delle leggi, perché tale principio non è negatore della patria, perché tali non furono Cattaneo, Ferrari e Bovio».

Il richiamo ai grandi repubblicani ritorna in una intervista a Il Giornale d’Italia di due giorni dopo. Dice: «Dal Piemonte il sistema accentratore francese si è diffuso e fu imposto a tutta Italia e confondendo l’unità della patria coll’uniformità delle leggi… dimenticando la speciale configurazione geografica della patria nostra, si è mortificata la vitalità di ogni singola regione e creata l’ingiustizia. Il principio di autonomia [anche legislativa] delle regioni… consacra nell’unità della patria la varietà e la ricchezza, la diversità che è la ragione di vita e di progresso di tutte le regioni italiane… L’autonomia regionale determinerà veramente l’indistruttibile unità della nazione, perché non saranno più soppresse le ricche tradizioni regionali dalle quali rampollarono le vitali correnti di pensiero e di azione che nei periodi del Risorgimento conchiusero all’unità della patria.

«E’ l’autonomia voluta soprattutto da Carlo Cattaneo, non solo nella sua concezione generale dell’organamento della Nazione Italiana, ma specialmente negli articoli che con parola aperta e commossa egli scrisse per l’Isola di Sardegna. Nessuno vorrà accusare Cattaneo, Bovio, Ferrari di antipatriottismo».

Non sono soltanto i discorsi – e tanto più quelli degli anni più prossimi alla fondazione del Partito Sardo d’Azione del quale bisognava evitare interpretazioni ostili al principio unitario – a marcare l’italianismo di Pietro Mastino. Veramente se ne potrebbe scrivere, estrapolando da scritti e discorsi, un libro intero.

Il suo radicalismo antiprotezionista pre-grande guerra e questo sardismo in strutturazione anche ideale/ideologica nei primi anni ’20 lo portavano più vicino alla scuola democratica cattaneana che non a quella mazziniana, peraltro, come dirò, anch’essa chiamata a tempio maggiore, scuola alla quale sembrerebbe far riferimento preferenziale il suo "gemello” politico Luigi Oggiano, nato repubblicano e tale dichiaratosi negli anni in cui era studente universitario e così ancora in vecchiaia.

E d’altra parte anche nel discorso rivolto al congresso regionale repubblicano celebrato proprio a Nuoro, al museo del Costume, l’11 febbraio 1968, è la prova provata di una collocazione ideale e sentimentale nei complessi assetti della bisecolare democrazia italiana – tale ripensando ai nostri (pur così diversi) Efisio Tola, Goffredo Mameli, Giorgio Asproni, Giovanni Battista Tuveri, Pietro Paolo Siotto Elias…

Ecco cosa disse al congresso del 1968 (lo stacco ormai di mezzo secolo e più mi salverà dall’accusa di partigianeria impropria in questo contesto): «io sono sempre stato di sensi, di spirito, di convincimento repubblicano; io ho sempre, fin da giovane, ritenuto che uno degli artefici maggiori nel campo del pensiero, il maggiore della unità d’Italia sia stato Giuseppe Mazzini, che apparentemente sconfitto, spesso vilipeso, carcerato, attraverso la sua opera assidua di pensiero e di propaganda svegliò il mondo dei dormienti e trascinò dietro di sé l’Italia fino alla unità. Fu un religioso… Sempre il Partito Sardo è stato unitario e repubblicano: io ricordo uno dei primi comizi, uno dei primi congressi fatti all’insegna dell’idea repubblicana, della forma repubblicana dello Stato. Questo è stato sempre per noi principio vivo, principio vitale…». Accenna all’assenza forzata di Ugo La Malfa, «uno dei capi al parlamento italiano dell’idea repubblicana», e ne loda «la parola opportuna, prudente ma decisa, illuminata sempre» nei dibattiti parlamentari più complessi e insidiosi, concludendo con gli auguri: «maggiori fortune al Partito Repubblicano perché queste coincidono con le fortune d’Italia».   

E tre mesi dopo, rivolgendosi all’elettorato sardista in occasione delle elezioni politiche che, dopo la rottura fra repubblicani e Partito Sardo per la pervadenza in esso della corrente separatista di Antonio Simon Mossa, non smentita, ancorché non fatta propria, da Giovanni Battista Melis (deputato nel gruppo repubblicano a Montecitorio e direttore regionale sardista a Cagliari): 

«Il nostro simbolo, quello che bisogna segnare, votando per i Sardisti è quello dell’Edera. Ciò perché, nel Congresso recente di Cagliari, è stato cambiato il vecchio programma; prima eravamo solo autonomisti, adesso, secondo il cosiddetto congresso, dovremmo diventare separatisti. Noi siamo quello che eravamo, sardisti autonomisti ma non separatisti, sia perché italiani, sia perché la Sardegna, separata dal continente italiano, non potrebbe vivere.

«I nuovi sardisti, che hanno modificato il vecchio statuto e che hanno, così, creato un nuovo partito, hanno mantenuto il vecchio simbolo dei quattro mori, per quanto abbiano cambiato le idee.

«I nostri amici, così come cinque anni fa, sono candidati nelle liste dell’Edera, alleati con il Partito Repubblicano Italiano che da decenni conduce al nostro fianco la battaglia per l’affermazione delle idee Autonomiste».

L’Edera era il simbolo storico della Giovane Europa, perché l’idea di nazione in Mazzini si associò sempre in binomio alla democrazia dando sostanza a quel grido che fu condiviso con Garibaldi: “ogni patria è la mia patria”. Troviamo un riferimento al risorgimento polacco – quello per cui lottava la Giovane Polonia che con la Giovane Italia e la Giovane Germania aveva firmato il patto di Berna del 1834 – perfino nell’Inno degli Italiani, il nostro “Fratelli d’Italia”.

Ma fra gli esordi del 1919 e quelli del crepuscolo nel 1968, tutta la vita politica di Pietro Mastino è segnata da un lealismo nazionale italiano senza ombra: così nell’Aventino, così nella protesta silenziosa (ma testimoniale) del ventennio, così negli uffici di sottosegretario al Tesoro nei governi Parri e De Gasperi I, o di deputato costituente (in un gruppo cosiddetto “autonomista”, comprensivo dei sette eletti azionisti, del valdostano Bordon e appunto dei sardisti Lussu e Mastino) o di senatore di diritto dal 1948 al ’53 (in un gruppo misto, ovviamente comprensivo di Luigi Oggiano, che si denominò “dei democratici di sinistra”).

Fu apertamente per la linea di affiancamento sardista al Partito d’Azione già dal congresso regionale di Macomer, del luglio 1944, e fu assunto, come massimo esponente sardista insieme con Lussu, nell’esecutivo nazionale del Partito d’Azione dopo l’unificazione con le strutture dell’alta Italia finalmente liberata il 25 aprile.

Può dirsi, Pietro Mastino sardista, uno dei padri della Repubblica.

Quasi trent’anni fa, qui a Nuoro lavorai molto sulle figure della democrazia sardista che più amavo, da Mastino appunto ad Oggiano, ai Melis, a Gonario Pinna con tutte le sue specificità. Incontrai un giovane liceale, pronipote del senatore e allora militante della gloriosa Federazione Giovanile Repubblicana, in campo dal 1904, dai tempi della monarchia avversata e avversaria: era Martino Salis che fu prodigo nella collaborazione. Mi consentì di scrivere già allora, nei primissimi anni ’90, di Mastino e allora allungai anche a lui, a Martino e ad Andrea Soddu e Giuliano Guida il foglio bianco su cui scrivere di Mastino. Pubblicammo vari libri, più volte presentati anche a Nuoro.

Fra le carte passatemi da Martino Salis ve ne era una che richiamo adesso concludendo questa mia relazione: a proposito di italianismo.

Poche righe le prime, rivolte ai compagni di partito che contestavano l’alleanza con gli azionisti:

«si scandalizzino e gridino pure, fingano di dimenticare che i principi di carattere istituzionale, come quelli di carattere sociale, sono fondamentalmente identici nei due partiti, e che C. Bellieni, F. Fancello ed E. Lussu… portarono, fin dai 1921, nel campo nazionale i principi federalistici ed autonomistici del Partito sardo.

«Noi continueremo la nostra strada; la continueremo in cordiale accordo con i nuovi amici politici che lealmente verranno e lealmente accoglieremo nelle nostre file, animati tutti dalla speranza che la Sardegna, con tutte le altre regioni italiane – e cioè la Patria – sorga, dopo tanto sangue, ad una vita che sia veramente di libertà e di giustizia sociale per tutti».

E poi un manoscritto databile gennaio 1947 – tempo di Costituente – e dovrebbe trattarsi di appunti per una certa lezione politica da rivolgere ai giovani sardisti. Eccone alcuni passaggi: 

«Il Risorgimento ebbe dei meriti innegabili d'un'importanza straordinaria per la Nazione perché ne stabilì l'indipendenza e l'unità, ma falli dinnanzi alla non raggiunta piena soluzione democratica per una ragione fondamentale: che cominciato nel 1821 e continuato nel 1848-9, come movimento del popolo, finì nel 1859 come movimento e come guerra guidati dal Re. Non vi fu, com'è attualmente, una Costituente, dalla quale sia sorta una costituzione democratica dello Stato ma permase, col potere d'intervento regio e con la Camera Alta, di nomina r., una struttura dello Stato che se rappresentava un chiaro progresso di fronte al passato, non consentiva lo svolgersi d'una vita nazionale nuova e libera con la necessaria ampiezza di respiro.

«A questa ragione di deficienza se ne deve aggiungere un'altra importantissima ed è quella rappresentata dalla soluzione di accentramento, anziché autonomistica, nella costituzione dello Stato.

«Il prevalere di determinate categorie sociali, forze finanziarie, alte cariche militari ecc. presso la Corona, situazione di privilegio non solo per determinate categorie di cittadini ma anche per intere regioni, avevano fatto sì, che il Risorgimento fallisse ai suoi scopi maggiori. L'unità, che non avrebbe dovuto essere solo territoriale, ma anche degli spiriti e nel campo della giustizia, in effetti non era stata raggiunta.

«… nel campo politico occorre sempre risalire alle premesse storiche e logiche delle situazioni in esame, oggi si combatte proprio per il raggiungimento definitivo di quegli scopi ultimi che il Risorgimento avrebbe dovuto raggiungere.

«Vi fu una permanente tradizione e vi fu soprattutto un grande partito, quello mazziniano, che avvertirono subito come l'eliminazione della monarchia e la soluzione repubblicana, come forma dello Stato, dovevano costituire la base prima per una costruzione democratica. Questa prima vittoria è stata raggiunta ed il Partito Sardo può veramente congratularsi per avere sempre affermato la propria pregiudiziale repubblicana, e per avere, durante la recente lotta per il referendum in materia, a viso aperto, sostenuta la tesi contraria alla monarchia.

«Aveva ed ha ragione di essere il partito sardo? Aveva una così manifesta, vitale ed urgente ragione d'essere che tutti i partiti hanno dovuto riconoscere la necessità che all'attuale struttura centralizzata si sostituisca quella autonomistica. La seconda sottocommissione della Costituente ha riconosciuto la personalità giuridica delle Regioni, con attribuzione di facoltà legislativa, anche, in certi campi, in senso esclusivo, ed ha anche, per la Sardegna, riconosciuta la necessità d'uno speciale statuto autonomo…

«Ciascuno di noi, ciascuno di voi, giovani, deve gloriarsi di questo successo». 




Fonte: Gianfranco Murtas
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