Gianfranco Murtas

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Sa die de sa Sardigna, con l’Italia, sempre, nella democrazia conquistata. Vindice Ribichesu e l’antifascismo

di Gianfranco Murtas


Nei miei avi ideali, quelli repubblicani, prima di Asproni e Tuveri, prima di Soro Pirino e Siotto Elias, prima di Cesare Pintus e Silvio Mastio e anche Michele Saba (pure lui galeotto tre volte per antifascismo) annovero nientemeno che Efisio Tola: fucilato trentenne a Chambery, nel 1833, accusato di adesione alla Giovane Italia di Mazzini. Tempi di… dittatura Savoia. I Savoia di prima del 1848, di prima dello Statuto cioè, incarnavano una monarchia cattolica e illiberale, paternalista ed elemosiniera, tutto il contrario di quel che significa democrazia. E anche dopo lo Statuto (coincidente temporalmente con la “fusione perfetta”), e perfino dopo l’unità politica e territoriale del 1861, così fino alle soglie del Novecento, l’intimo illiberalismo della Casata, di concerto con le politiche autoritarie prima di Crispi poi di Pelloux, gravò sulle minoranze radicali e repubblicane, anche a Cagliari. Nei comizi pubblici certo, ma anche nelle manifestazioni di tono soltanto simbolico, magari per la deposizione di una corona di fiori agghindata con un nastro rosso, alle lapidi di Garibaldi al Monumentale, o di Cavallotti nella via Manno, anche e sempre per onorare la grande memoria di Giuseppe Mazzini. E toccava allora a Giovanni Bovio, in Parlamento, raccogliere la protesta dei giovani studenti e operai repubblicani cagliaritani, e depositarla al banco della presidenza o inoltrarla al ministro dell’Interno.

Così è andata, in alternanza di stagioni, fino alla grande guerra e dopo, fino al fascismo, al ventennio condotto in duumvirato dal duce e dal sovrano re imperatore. Né potrei dimenticare di annotare la nobile insistenza di Francesco Cocco Ortu, decano della Camera e ottuagenario di gioventù mazziniana e di maturità liberal-zanardelliana, tesa a scongiurare Vittorio Emanuele III perché evitasse la soccombenza della legalità alla piazza in quella fine d’ottobre del 1922. Cocco Ortu, quel Cocco Ortu che due anni dopo avrebbe firmato, insieme con Mario Berlinguer, con alcuni prossimi gran maestri della Massoneria e una trentina di esponenti della democrazia repubblicana e radicale e di quella liberale, il manifesto della Unione Nazionale di Giovanni Amendola.

Questo per dire che ho chiara consapevolezza della distanza fra casa Savoia e democrazia italiana, fra il prepotente ideologismo dinastico e il nerbo ideale della democrazia che è costituito, nella nostra patria, dal repubblicanesimo mazziniano e azionista. Verità storica che esiste e resiste anche nell’anno Domini 2020, e poco importa se, della società liquida che tenta d’annegarci, le acque siano calme o mosse. Ricordava il presidente Ciampi, educatore nato: Risorgimento, Resistenza, Costituzione, ecco la sequenza storica del nostro consapevole vivere associato..

Ripensavo a tutto questo, e a quanto si solleva di speciosa polemica di tanto in tanto nel culto asfittico di un nazionalitarismo sempre intimamente reazionario (se ne è vista la deriva paraleghista!), ora che le date del 25 aprile (la liberazione) e del 28 aprile (sa die de sa Sardigna) sono state ferite entrambe, e quasi spente nel sentire popolare, dall’emergenza pandemica. E ho considerato però quanto ogni miglior sentimento o memoriale della patria sarda sia infine sussunto, per grazia di storia, nella conquista democratica del 1945. Perché è la democrazia conquistata dopo vent’anni di servaggio ad aver offerto alla Sardegna quel tanto e quel di più sperato nel lontano 1794: non soltanto gli uffici di direzione, fra burocrazie e tribunali, in capo a qualche illuminato borghese di nascita isolana, ma la partecipazione popolare al governo generale, fra gli istituti di libertà civili e sociali…

In queste riflessioni ho ritrovato un mio amico indimenticato, Vindice Gaetano Ribichesu. Ribichesu è stato uno dei protagonisti di maggior valore delle battaglie per la libertà di stampa in Sardegna nei decenni trascorsi. Impegnato nella professione e nella vita civile, nell’associazionismo, quello di categoria, quello di cultura democratica e quello umanistico (come dignitario di loggia massonica, fra Sassari e Cagliari). Lo abbiamo perduto ora sono già cinque anni.

Mi è occorso in questi giorni di prigionia domestica di rileggere alcuni dei suoi scritti. Ho raccolto e ordinato una infinità di suoi articoli, per il grosso quelli pubblicati dal suo giornale storico, La Nuova Sardegna, che fu costretto ad abbandonare, con altri colleghi pure essi valorosi e coraggiosi, nel 1974, ribellandosi alla pressione degli interessi extraeditoriali, quelli della petrolchimica, sulla libertà di cronaca e di giudizio (meriterebbe leggere il prezioso La Nuova Sardegna ai tempi di Rovelli, a cura di Sandro Ruju con importanti contributi, non soltanto di Ribichesu ma anche di Cenzo Casu, Vittore Cordella, Bruno Merella, Alberto Pinna, Giancarlo Pinna Parpaglia e Giulio Pirino, Edes 2018). Fra quegli scritti – direi uno degli ultimi firmati, eppure si era ancora nel 1973, un anno prima delle dimissioni (a dir di mobbing redazionale, o chiamalo come vuoi) – un editoriale dal titolo “I veri valori “. E, prima di questo, un altro: “La Resistenza continua”, uscito nel 1971. Erano quelli gli anni dei feroci attentati di massa in piazza e sui treni, dei postumi della rivoluzione, anzi eversione reggina di Ciccio Franco, dell’avanzata della destra missina, gli anni dei rischi di colpo di Stato… La democrazia è partecipazione popolare, sostiene Ribichesu (e la canzone di Giorgio Gaber è anch’essa di quel periodo, pubblicata nel 1973). Non poteva essere diverso a Sassari o Cagliari o altrove nell’Isola che nell’Italia tutta.

Con questi due articoli di riflessione celebro insieme la liberazione dal nazifascismo (e l’apertura all’Europa, secondo la profezia di Ventotene) e l’anticipatrice battaglia contro ogni miope ed ingorda politica monarchica. Come avvenne in Sardegna, alla fine del XVIII secolo.


Foto da aladinpensiero.it


La Resistenza continua (La Nuova Sardegna, 25 aprile 1971)

Questo 25 aprile si celebra nella tensione ed è proprio nei momenti di grande tensione – come quello che stiamo vivendo, fra attentati, provocazioni, minacce di colpi di stato etc. – che occorre prendere posizione. Precisa e netta. Non è più tempo, infatti, di retorica celebrativa anche se è trascorso oltre un quarto di secolo dagli avvenimenti che oggi si ricordano. Molti dei motivi ideali, dei valori per i quali è nata la Resistenza in tutta l’Europa occupata dagli eserciti nazi-fascisti, sono gli stessi che animano la lotta politica di questi giorni. Allora non si scontrarono soltanto due eserciti contrapposti, ma due modi di concepire lo Stato e, in definitiva, l’Uomo. Ora queste due concezioni si trovano ancora una volta di fronte. Anche se è impossibile, nella maggior parte dei casi, fare divisioni nette, manichee, si ha, qui in Italia, abbastanza chiara la linea spartiacque, il crinale che segna il confine tra fascismo e antifascismo. Ed è la linea che passa per la carta fondamentale dello Stato, la carta costituzionale. Dopo tanti anni dalla fondazione della Repubblica nata dalla lotta al fascismo, sui valori della Resistenza, dovrebbe esser chiaro a tutti che il nostro è uno stato che reclama la partecipazione popolare, che è fondato sul consenso popolare, che, nella misura in cui è possibile e necessario, ha in sé gli strumenti per rinnovarsi ed essere costantemente aderente alla realtà sociale ed economica del Paese. Ed è nella ricerca e nella proposta di questi strumenti che si articola la pluralità dei partiti i quali devono tutti attenersi al patto costituzionale che possono però contribuire a modificare nei tempi e nei modi che sono previsti dalla stessa Costituzione.

E’ un sistema questo forse non perfetto, ma è certamente il solo che consenta il mantenimento d’un contratto sociale che non sia leonino, che non ponga l’individuo come mero oggetto di governo. E’ ben vero che il sistema sul quale è stata fondata la Repubblica non ha sempre dato buona prova di sé; è vero che molte strutture sono rimaste quelle dello stato liberale, prefascista che, a sua volta, le aveva ereditate direttamente dall’Ottocento; è vero che ancora, dopo molti lustri di stato repubblicano, ci trasciniamo dietro strutture che risalgono allo statuto albertino; è vero che alcune riforme già effettuate non hanno dato gli effetti sperati perché spesso le nuove strutture sono state semplicemente sovrapposte alle antiche; è vero che siamo ancora molto lontani da un sistema di sicurezza sociale, da un sistema scolastico soddisfacente, da una legislazione economica e industriale adeguata. E’ vero tutto ciò, ma tutto ciò non è sufficiente a giustificare un’eversione del sistema.

Quali sono, infatti, le alternative che si propongono? Da una parte si risponde con la soluzione rivoluzionaria che, quasi sempre, si ferma al momento contestativo senza proporre una reale e realistica soluzione alternativa. Spesso è solo una confusa utopia che, seppure esercita per certi versi una funzione di stimolo al rinnovamento, esercita anche – proprio perché la protesta rimane indiscriminata e fine a ste stessa – la funzione di ingigantire paure ancestrali, aiutando quelle paure, certa di imporre “blocchi d’ordine”; sempre di carattere fascista, anche se a proporli sono, talvolta, persone che pure hanno combattuto per la resistenza.

L’altra soluzione alternativa è appunto quella di destra. Una soluzione più chiara proprio perché non propone niente di nuovo, ma il ritorno a sistemi antichi, autoritari, fascisti. Siano i “blocchi d’ordine”, siano i colonnelli, siano i vari nostalgici a propugnare queste soluzioni eversive, il sottofondo ideologico e culturale è sempre quello fascista, lo stesso contro il quale è insorto il momento di resistenza europea. L’uomo infatti viene sempre concepito, in queste forme di governo autoritario, come suddito, non come cittadino partecipe alla formazione delle decisioni della comunità. E’ una concezione che è fuori della Costituzione e quindi fuori dello Stato repubblicano, anche se, in qualche caso, si ammanta del Tricolore. Nel discorso del capo dello Stato [Saragat] è ben chiarito chi può essere buon patriota e chi non lo può essere. Se ancora c’è gente che non l’ha capito – e ce n’è – la ricorrenza di oggi serve soprattutto a ricordare che la Resistenza non è un’esperienza conclusa. Se oggi, anche in posti nodali dell’organizzazione dello Stato, c’è gente che ha giurato fedeltà alla Costituzione repubblicana, ma opera contro di essa, la Repubblica ha il diritto di difendersi con tutte le sue forze che non sono soltanto quelle armate o di pubblica sicurezza, ma sono – proprio perché siamo o ci avviamo ad essere uno stato pluralistico – i partiti, i sindacati, i cittadini che sentono la dignità di essere tali.

In altri termini, la Resistenza deve continuare. Deve continuare non solo per impedire velleitari ritorni al passato, ma soprattutto per attuare tutte quelle riforme che, subito dopo la caduta del fascismo, non si ebbe il coraggio di fare. Ci sono state indubbiamente delle ragioni politiche e storiche che lo hanno impedito, ma oggi bisogna superarle. E che ci troviamo alla vigilia di profondi mutamenti lo dimostrano proprio gli inconsulti tentativi di coloro che, non rendendosi conto che siamo più vicini al 2000 che al 1922, vogliono riportare il nostro stato indietro nel tempo.

Sta alle forze democratiche e popolari impedire che l’Italia invece di andare avanti ripiombi nel passato, come la Grecia dei colonnelli.


I veri valori (La Nuova Sardegna, 25 aprile 1973)

Ventotto anni dalla liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione militare nazista. La data odierna si presta alle rievocazioni commosse, ma spesso sterili, alle frasi reboanti che però quasi mai diventano azioni. Oggi – dopo le violenze squadristiche di Milano e di molte altre città, dopo la tragedia di Primavalle, ma soprattutto dopo lo scandalo delle intercettazioni telefoniche, dopo le rivelazioni di vasti piani eversivi ai quali non sono estranei servizi segreti di paesi che si richiamano al fascismo, dopo che più o meno apertamente si ammette che certi “corpi separati” dello Stato facciano una politica “loro” – non ci si può certo adagiare su generiche celebrazioni del 25 aprile e su altrettanto generici impegni di antifascismo.

Il problema di oggi, infatti, non è quello di far fronte alle squadracce fasciste (anche questo, ma non solo questo), ma quello di restituire allo stato e alla coscienza dei cittadini i valori sui quali è stata costruita la Costituzione repubblicana e la democrazia italiana. Il 25 aprile non ha significato soltanto una vittoria militare, ma una vittoria politica e morale di chi, nelle diverse accezioni e sfumature ideologiche, credeva nella dignità dell’uomo e nella libertà come condizione essenziale dell’essere uomo. Da questi fondamentali valori è derivata la Costituzione e il nuovo stato italiano, quello repubblicano. Oggi chi è estraneo a questi valori fondamentali è estraneo allo stato, ricopra o no posti di responsabilità politica, amministrativa, militare, giurisdizionale etc. Non ci sono vie di mezzo: chi non accetta la carta fondamentale dello stato – nel pluralismo che fu appunto matrice della costituzione stessa – è fuori della legalità repubblicana e democratica. La Costituzione contiene essa stessa gli strumenti per rinnovarsi e solo quelli sono legittimi.

I progetti di repubbliche golliste o di avventuristi “golpe” possono essere accarezzati come sogni nel cassetto da persone e ambienti già condannati dalla storia, ma devono restare solo sogni perché, è bene ripeterlo, non esistono fantomatiche “maggioranze silenziose”: esiste una democrazia, che è certo più forte di quanto spesso non amino far intendere taluni “democratici preoccupati” ed esiste chi è contro la democrazia e la libertà. I fascisti – neo o paleo ha poca importanza – sono tra questi; ma sono tra questi anche coloro che hanno arrestato quel processo di rinnovamento dello stato nato da quel 25 aprile 1945, quando tutto sembrava ancora possibile. Non è tanto il fascismo di Almirante e soci che spaventa, quanto quello vischioso e strisciante dei falsi moralizzatori e dei deboli che, in cambio di un supposto “ordine”, sono disposti a rinunciare a quei valori di libertà nei quali pure un tempo si erano riconosciuti.

Si ha paura della violenza (e in nome di questa paura si accettano progetti inaccettabili come quello sul fermo di polizia che, come garanzia, offre soltanto il discernimento dell’agente sulle “intenzioni” del soggetto passivo), ma non si vuole vedere che è violenza anche costringere la gente ad emigrare, a non andare a scuola, a non avere un salario sufficiente, a non avere lavoro, a sentirsi estranea ed emarginata, a non avere un’amministrazione della giustizia pronta ed efficiente (soprattutto nelle cause di lavoro), a non avere la casa etc. Non si vuole vedere che la violenza nella piazza – troppo spesso orchestrata come i recenti episodi hanno dimostrato – è soltanto la manifestazione pubblica di una società violenta e crudele nel suo intimo, proprio perché molti di quei valori sui quali si dovrebbe fondare il nostro stato sono rimasti sulla carta costituzionale ma non sono stati attuati. Combattere il fascismo palese, dunque, ma anche e soprattutto quello occulto.



Fonte: Gianfranco Murtas
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